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LE “RIFORME” DI GIAVAZZI di Carlo Formenti

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“Quattro riforme possibili” titola l’editoriale del Corriere della Sera di sabato 12 dicembre, firmato da Francesco Giavazzi. Costui, da zelante imitatore di Friedrich von Hayek (l’indiscusso nume tutelare dell’ordoliberalismo, dal quale ha ereditato l’anima reazionaria ma non la perversa genialità), spiega al governo cosa dovrebbe fare per dare credibilità al piano nazionale di ripresa a partire dai fondi europei. Stanco di ascoltare generiche quanto banali dichiarazioni d’intenti, del tipo “affronteremo con determinazione la riforma della giustizia per garantire procedimenti snelli e processi rapidi”; “concentreremo gli sforzi sulla scuola” o “usciremo finalmente da un ventennio di assenza di crescita”, il nostro si impegna a riempire queste vuote promesse con proposte precise e concrete. Vediamo quali.

Le prime due riforme riguardano l’organizzazione dei tribunali e il penale. Cosa occorre fare in questo campo per migliorare le cose? Semplice: bisognerebbe gestire i tribunali come se fossero imprese (!?).

Nel sentire questa idea che assimila la “produttività” della macchina giuridica a quella di entità il cui unico scopo è generare profitti, ci sarebbe da trasecolare, se non fosse che l’autore di tale corbelleria può contare su decenni di propaganda nel corso dei quali economisti, partiti, media e intellettuali assortiti hanno ossessivamente ribadito la balla secondo cui l’economia privata sarebbe in grado di offrire modelli organizzativi più efficienti di qualsiasi altra attività sociale.

Un assunto che resiste impavidamente all’impressionante massa di smentite empiriche che avrebbero ormai dovuto falsificarlo da un pezzo. Ma evidentemente Giavazzi non ha letto Popper (che pure dovrebbe apprezzare, visto che si tratta di un altro nume tutelare del pensiero liberale). Per cui cita un esempio che per le sue tesi è il peggiore possibile, vale a dire quella separazione fra funzioni accademiche e funzioni gestionali in ambito universitario che, come qualsiasi docente dotato di un minimo di onestà intellettuale può attestare, ha causato un drastico calo della produttività di conoscenze e idee realmente innovative, cioè della sola produttività che ci si dovrebbe aspettare da un’istituzione nata per questo, e non per realizzare profitti. Seguono gli immancabili suggerimenti (istituzione di figure preposte alla valutazione della produttività dei magistrati e di incentivazioni positive – e negative – per meritevoli e fannulloni). Fin qui l’organizzazione dei tribunali, quanto al penale Giavazzi non va al di là della proposta di una radicale depenalizzazione dei reati per sfoltire il numero dei processi (non vi sfiora il dubbio che i primi a essere depenalizzati sarebbero i reati economici?).

Passiamo al ritardo italiano in termini di crescita rispetto agli altri Paesi europei. Quale la causa? L’assistenzialismo, ça va sans dire. A partire da quello che “premia” il Mezzogiorno. La differenza fra salari nominali al Nord e al Sud, scrive Giavazzi, è di poco più di quattro punti, quello fra Ovest ed Est in Germania di 28. Per crescere, aggiunge, occorre allineare le retribuzioni alla produttività e non, come facciamo noi, sovvenzionare la scarsa produttività meridionale (in assenza del minimo accenno alle cause strutturali di tale deficit, aleggia il non detto per cui la causa sarebbe la “pigrizia” dei lavoratori meridionali). Posto che anche questo esempio – cioè il confronto con la Germania – è una zappa sui piedi, visto che, come tutti gli studi seri sul fenomeno attestano, l’unificazione tedesca ha assunto le modalità di una vera e propria “colonizzazione” dell’Est, con lo smantellamento di industrie tutt’altro che improduttive (ma si sa, per Giavazzi le imprese pubbliche sono improduttive per definizione, anche se a guardare la Cina…) a scopo di eliminare concorrenti e generare disoccupazione, creando così un’ampia riserva di forza lavoro altamente qualificata (qual era quella dell’Est) a buon mercato. Già la disoccupazione: certo, è vero – ammette il nostro – che la politica dei sussidi crea occupazione a bassa produttività, consentendo di creare più posti di lavoro, ma questo non serve all’obiettivo della crescita, il quale non si alimenta con lo “statalismo” ma incentivando gli investimenti privati e abbassando le tasse alle imprese. Colossale e spudorata menzogna: decenni di incentivi ai privati e di tagli alle tasse non hanno aiutato l’economia occidentale a crescere significativamente (anche perché quei soldi sono serviti quasi esclusivamente ad alimentare le bolle finanziarie) mentre la Cina “statalista” cresceva a ritmi quattro/cinque volte superiori.

Infine la scuola. Qui Giavazzi non è che si sprema molto (anche perché forse ne sa poco), va sul sicuro: siccome è convinto che i lavoratori debbano tirarsi il collo in fabbrica, applica lo stesso principio agli studenti; basta con le vacanze interminabili e le giornate corte di lavoro e studio: che i ragazzi stiano a scuola fino alle 18 (così si risolvono, Giavazzi non lo dice ma certamente lo pensa, anche i problemi dei genitori, i quali potranno lavorare entrambi a pieno regime per la gloria dei rispettivi datori). Naturalmente questo richiede (bontà sua) “un’integrazione di stipendio per gli insegnanti” (senza esagerare, che altrimenti aumenta la spesa pubblica). Più che quattro “riforme”, i pensierini di Giavazzi suonano come un cinico progetto di macelleria sociale, che dovrebbe instillare qualche dubbio anche nei più intelligenti fra i falchi dell’ideologia neoliberista, i quali, da qualche tempo, hanno iniziato a preoccuparsi della rabbia popolare che gli eccessi della guerra di classe dall’alto che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni rischiano di generare. Concludo dicendo che, se mai esistesse un inferno per personaggi come lui, in base alla regola dantesca del contrappasso, rischierebbe di essere condannato a gestire per l’eternità una classe di adolescenti obbligati a stare a scuola h24 come vorrebbe lui.

* fonte: Micromega
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