SONO UN “NEGAZIONISTA” E ME NE VANTO di Sandokan

Art. 661 del Codice penale: «Chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare è soggetto, se dal fatto piò derivare un turbamento dell’ordine pubblico, alla sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5mila a euro 15mila»
Che chi sta sopra e comanda, per restarci, abbia bisogno del consenso o della remissività di chi sta sotto, è un dato assodato.
Delle ragioni per cui chi sta sotto acconsenta di starci malgrado questa posizione sia disagevole assai, se ne occupano quelle che vengono chiamate scienze sociali.
L’anno che ci lasciamo alle spalle, ne sono sicuro, sarà un giorno materia di studio anzitutto per la psicoanalisi.
Masse sterminate, in paesi dalle più diverse radici culturali, in nome della battaglia per proteggersi da un virus influenzale il cui tasso di mortalità si dimostra relativamente più aggressivo di quelli ordinari, hanno accettato supinamente di rinunciare ai fondamentali diritti civili e sociali di libertà.
Esse, pur senza capirci un cazzo, anzi, forse proprio per questo, hanno voluto credere al discorso degli “scienziati”, consegnando il proprio destino nelle loro mani.
Alcuni hanno così stabilito un’analogia tra scienza e teologia, ovvero la scienza come religione e gli scienziati come nuovo clero.
A me pare piuttosto che se proprio si debba stabilire un’analogia questa ci riporti piuttosto alla magia, a quella ancestrale forma di sapere esoterico e iniziatico che pretende di controllare le forze della natura con riti che sarebbero in grado di produrre, manipolare o evitare questo o quell’evento.
La scienza come magia quindi, e gli scienziati come gli stregoni e le fattucchiere di un tempo. Il vaccino spacciato come una specie di acqua benedetta , come pozione dalle miracolose facoltà.
Poi può succedere che chi ingurgita il taumaturgico intruglio non registri alcun beneficio o addirittura ci lasci le penne.
Ed ecco piombare la notizia riportata ieri dai media svizzeri. Un anziano muore subito dopo essere stato vaccinato (proprio quello di Pfizer/BioNtech) ma per l’associazione dei medici svizzeri non ci sarebbe alcun nesso causale tra l’avvenuta vaccinazione e il decesso. La vera causa della morte risiederebbe invece, affermano, nel fatto che questa persona “era affetta da patologie gravi”.
E’ vero? E’ falso? Ci fosse una scienza, questa ci dovrebbe, dopo accurata indagine ed eventuale necroscopia dare una risposta credibile. Invece Swissmedic, in quattro e quattr’otto, ha sentenziato che il vaccino non c’entra niente. Il malcapitato sarebbe morto” con vaccino non per il vaccino”. Sentenza quanto meno sospetta, non fosse che per l’evidente conflitto d’interessi, visto che Swissemedic è proprio l’autorità svizzera preposta al controllo degli agenti terapeutici (l’equivalente della Agenzia italiana del farmaco), ed è quindi l’ente che ha autorizzato l’uso dell’intruglio di Pfizer/BioNtech. Della serie: non si chiede all’oste com’è il vino….
Vero o falso che sia, salta agli occhi che agli “scienziati” è bellamente concesso di adottare due pesi e due misure. Il lettore saprà della querelle sulla reale causa di morte dei deceduti in quest’ultimo anno di pandemia. Morti per Covid o con Covid? Chi ha contestato non solo che sia in corso un’ecatombe, chi ha osato segnalare che la stragrande maggioranza dei decessi era molto probabilmente dovuta proprio al fatto che le vittime erano affette da gravi e pregresse patologie, è stato bollato come “negazionista”. I social network hanno così oscurato migliaia di pagine di chi ha osato porre in dubbio la narrazione ufficiale, stampa e Tv di regime hanno censurato virologi ed epidemiologi non allineati. Dulcis in fundo e in  barba al giuramento di Ipocrite l’Associazione italiana dei medici ha avviato istruttorie per espellere dall’albo decine di medici controcorrente.
Dopo questo che dire? Posto che il sostantivo“negazionista” qualifica chi non crede alla versione ufficiale, lo ammetto, lo sono me ne vanto. E sono anche certo che prima ancora che la psicoanalisi abbia modo di spiegarci come e perché il 2020 sia stato l’annus horribilis segnato da una smisurata “credulità popolare”, tutti coloro che scientemente ne hanno approfittato, verranno messi alla gogna.



TACERE NON È AMMESSO di Patto Julian Assange

Londra. Il processo sulla possibile estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti raggiunse un punto di svolta il 1 ottobre quando il giudice distrettuale Vanessa Baraitser stabilì che la sentenza sarebbe stata diffusa il 4 gennaio 2021.
Lunedì 4 gennaio si conoscerà dunque il destino del fondatore di WikiLeaks.
E’ accusato dalla “giustizia” americana di aver violato l’Espionage Act del 1917 attraverso la pubblicazione di documenti diplomatici e militari segreti nel 2010.
Se la corte inglese dovesse confermare i suoi capi di imputazione, Assange sarebbe consegnato agli Stati Uniti, dove un ulteriore processo potrebbe comminargli fino a 175 anni di carcere.
In gioco non c’è solo la sua vita ma il valore delle sue azioni, la legittimità di dire la verità sui crimini dell’imperialismo americano.
Di mezzo non ci sono quindi solo i diritti di Assange, c’è la sorte stessa della libertà d’espressione e d’informazione, del giornalismo indipendente.
No all’estradizione!
Libertà per Julian Assange!
Lunedì 4 gennaio, a partire dalle ore 13:00 sulla pagina facebook del PATTO JULIAN ASSANGE ci sarà una diretta no-stop dedicata con collegamento da Londra.



PEGGIO DI UN COMPLOTTO di Leonardo Mazzei

Covid e Grande Reset viaggiano in coppia, proprio come i carabinieri. Senza il virus, il violento piano di ristrutturazione (e distruzione) sociale della cupola oligarchica sarebbe evidentemente improponibile. Perlomeno oggi, quantomeno nei termini desiderati da lorsignori. Questo è un fatto.

Con il virus ciò che era improponibile diventa all’improvviso altamente probabile, per molti addirittura inevitabile, per i non pochi ultras del “nulla sarà come prima” addirittura auspicabile. E questo è un altro fatto.

Che ad oggi i più vedano solo il virus e non ancora l’orribile disegno sociale che gli si staglia dietro è un terzo fatto, che certo non possiamo negare. Questo è anzi lo snodo decisivo, perché l’epidemia svolge la duplice funzione di cortina fumogena e di nave rompighiaccio, quella che deve aprirsi la strada verso il “nuovo mondo” distopico del Grande Reset.

Secondo alcuni questi tre fatti sarebbero la prova di un vero e proprio complotto. Una cospirazione che avrebbe avuto come prima mossa la deliberata diffusione del virus stesso. Possiamo escludere a priori una tale ipotesi? Assolutamente no. Chi scrive è lontano mille miglia dalla forma mentis del complottista, tuttavia anche i complotti esistono e – pur non spiegandola nei suoi flussi profondi – possono talvolta contribuire a fare la storia.

Ma qui avanziamo un’altra ipotesi, per molti aspetti peggiore, di sicuro più inquietante di quella del “semplice” complotto. Un’ipotesi che il complotto non lo esclude del tutto, ma che da esso è comunque indipendente.

“Ma è possibile che tutto il mondo sia caduto nella trappola?”

Quando contestiamo la narrazione dominante sul Covid, i nostri critici ci fanno subito una domanda: “ma è possibile che tutto il mondo sia caduto nella trappola che voi dite?”. A questa domanda non si può né si deve sfuggire. E’ vero che il nostro Paese brilla come caposcuola della linea emergenzialista e della chiusura facile, ma sbaglieremmo a non vedere come l’Italia sia tutt’altro che sola su questa impostazione. Né si può pensare che l’obiettivo di un disegno così complesso, come quello che si sta delineando, possa essere soltanto l’Italia.

Ci sono semmai due precisazioni da fare. La prima è che non si dovrebbe parlare di “tutto il mondo”, bensì fondamentalmente dell’occidente, perché è qui che la narrazione pandemica si è sviluppata fino al parossismo. La seconda è che anche nell’occidente il pensiero unico mono-pandemico ha trovato alcuni punti di resistenza, dalla Svezia fino all’America trumpista.

Ciò detto, la domanda che ci viene fatta mantiene comunque il suo senso, perché sembrerebbe davvero difficile da spiegare un atteggiamento così simile in tanti diversissimi paesi: possibile che tutti abbiano accolto all’unisono gli input derivanti dal disegno di una ristrettissima congrega? Possibile che siano tutti ridotti al ruolo o di complici o di burattini?

Purtroppo è possibile, questa è almeno la mia modestissima convinzione. Ma è possibile solo perché la situazione era già gravida del mostro che si vorrebbe ora partorire.

Per provare a capirlo dobbiamo lasciare da parte ogni spiegazione uni-lineare, dall’alto verso il basso, dedicandoci invece ad un tentativo di comprensione multi-livello. E’ chiaro che c’è un “alto” che ha un suo progetto, così come c’è un “basso” che a quel disegno è chiamato non solo a piegarsi, ma perfino ad aderire. Ma in mezzo ci sono altre cose, tutt’altro che secondarie. E solo analizzando nello specifico tutti questi livelli, e più ancora le loro interconnessioni, possiamo forse spiegarci ciò che sta avvenendo.

Alla fine scopriremo tre cose: 1) che il disegno della cupola oligarchica c’è eccome, ma di questo non dubitavamo proprio; 2) che esso si dipana attraverso una serie di semi-automatismi propri di ciascun livello, connessi quanto relativamente indipendenti tra di loro; 3) che la forza (dunque la pericolosità) del disegno oligarchico non sta nel semplice dominio, quanto nel suo collocarsi dentro ad un più complessivo sviluppo sistemico.

Senza nessuna pretesa di completezza, cinque mi sembrano i livelli decisivi, quelli che qui prenderemo in esame: 1) la cupola oligarchica, 2) i media, 3) la scienza, 4) la politica, 5) la società.

Ma proprio perché vogliamo sfuggire da un’esposizione uni-lineare, non partiremo né dall’alto né dal basso, bensì da quel che sta in mezzo, cominciando da una tessera decisiva del puzzle: i media.

  1. L’orgia di sangue dei media

Sappiamo quanto i media siano importanti. Non per quanto informano, ma per quanto riescono a disinformare. Proprio per questa loro specifica potenza di fuoco i media non hanno mai un padrone purchessia. Essi – parliamo qui evidentemente di quelli che contano – hanno sempre un padrone che sta nella ristrettissima cerchia della cupola dominante, meglio se pure membro della cosca di volta in volta vincente.

Ma i media hanno anche una loro specifica legge di funzionamento. Si tratta della legge delle 3S: sangue, sesso, sport. Tutte e tre queste “esse” hanno il loro peso nel tenere la gente incollata al video, ma la prima “esse”, quella di “sangue”, è di gran lunga la più importante. Allenati dalla rincorsa di ogni particolare sanguinolento della cronaca nera, avvezzi a trasformare ogni problema in catastrofe, figuriamoci se i media potevano fallire sull’epidemia!

Dal loro punto di vista, e qui prescindendo da ogni input arrivatogli dall’alto, il virus è stato una vera manna. Pagine e pagine, ma più ancora ore ed intere giornate tv, riempite senza sforzo alcuno e con il massimo dell’audience. Perché a tale scopo basta un solo ingrediente, la paura. E con un solo ingrediente, purché sia quello giusto, anche il cuoco più sciatto può sempre fare la sua figura. Dunque, che l’epidemia duri, che nessuno osi abbassare i toni, che l’allarme sia sempre vivo, che per ogni notizia buona ce ne siano cento cattive, che nessuno osi respirare. Paura, paura, paura. Sangue, sangue, sangue. Del resto, Covid a parte, non è forse questo lo standard di mille programmi televisivi dedicati all’ultimo omicidio in grado di attrarre schiere di telespettatori?

Di emergenzialismo si nutre anzitutto la politica, ma l’emergenzialismo nasce prima nelle redazioni che nei palazzi istituzionali. E vi nasce in automatico, da lì riversandosi verso il grande pubblico, per meccanismi propri legati all’audience, al business, al potere della funzione svolta. Ovvio come tali meccanismi risultino ancor meglio oliati se tra media e politica si instaura il rapporto osmotico che ben conosciamo.

  1. La politica debole in cerca di puntelli

Osmosi è in effetti la parola giusta. Ma nel nostro mondo, che non è quello delle dittature classiche del passato, il flusso destinato a creare e consolidare le “verità” sistemiche non va generalmente dalla politica ai media, bensì in senso inverso. Ne consegue che i moderni padroni del vapore – ciò che qui chiamiamo cupola oligarchica – non controllano i media tramite la politica, ma controllano la politica grazie al possesso dei media.

Naturalmente questa non è una novità dell’oggi. Tuttavia, se adesso questo meccanismo è particolarmente efficiente, ciò è dovuto non solo alla concentrazione monopolistica dei media (che pure c’è), ma soprattutto – ecco la vera novità dei tempi nostri – alla straordinaria debolezza della politica partorita da un quarantennio di neoliberismo dispiegato.

Questa debolezza è particolarmente evidente in un Paese disgraziato come il nostro, ma sbaglieremmo a pensare che essa sia confinata solo a sud delle Alpi. In realtà, ciò che chiamiamo politica – partiti, parlamenti, governi ai vari livelli, eccetera – si è indebolito in tutto l’occidente. Guardando all’Europa, si pensi per esempio alle pittoresche figure di alcuni degli ultimi presidenti francesi con il relativo sconquasso dei partiti storici ad essi collegati, ma pure ad una classe dirigente inglese che ha messo anni a trovare il bandolo della matassa della Brexit. Se poi passiamo l’Atlantico, lo spettacolo risulta ancora più evidente. Nell’ultima campagna elettorale americana non è stato il potere politico a censurare i media, bensì i media – nella particolarissima ma potentissima forma dei cosiddetti “social media” – a censurare ripetutamente Donald Trump, cioè la massima espressione della politica nazionale e non solo.

Ce n’è abbastanza per capire come funziona il potere oggi. In Italia, Paese paradigmatico di questo modello, le cose non potrebbero essere più chiare. Dopo che i partiti storici sono caduti, uno dopo l’altro, nella decisiva fase di passaggio alla seconda repubblica (1992-94), quel che ne è rimasto è andato indebolendosi sempre più nei decenni successivi. Qui il discorso si farebbe vasto ed interessante, ma non è il caso di dilungarsi in questa sede. Basta che ci ricordiamo dei tanti governi “tecnici” o similari, di un parlamento ballerino e trasformista come quello attuale, di un presidente del consiglio pescato non si sa bene dove, di un’opposizione senza idee e senza proposte che aspira a diventare maggioranza solo per continuare a fare le stesse cose di chi governa oggi.

Ma le “stesse cose” di cui sopra sono esattamente quelle che qualcuno – la cupola oligarchica che ha il potere reale – vuole. E che le impone, molto spesso, attraverso la potenza dei media. Quegli stessi media che hanno poi la decisiva funzione di promuovere in una determinata fase il personaggio x, a danno magari del personaggio y, nel frattempo divenuto inutile od inadatto allo scopo. Sta di fatto che queste promozioni e bocciature mediatiche, che riescono frequentemente (anche se non sempre) a determinare gli stessi risultati elettorali – sono in genere senza appello.

Quel che risulta da questo quadro è chiaro: una politica debole, come l’attuale, non può andare davvero controcorrente rispetto ai media. Tantomeno può farlo su un tema che è diventato pervasivo, come quello della sicurezza. Figuriamoci su quella forma particolare, e particolarmente penetrante, che è la sicurezza sanitaria, vera o presunta che sia.

Siamo così tornati al Covid. Alla politica, cioè al governo ma non solo, non è parso vero di poter blindare la situazione con tanto di “stato d’emergenza”, lockdown, Dpcm, eccetera. Così facendo una politica in crisi, peraltro la stessa che ha devastato la sanità nazionale negli ultimi decenni, si è potuta presentare come “buona”, come attenta alla salute dei cittadini, come non più responsabile del disastro economico che il Paese vive dal 2008. Vi sembra poco? Per l’attuale politica non poteva esserci di meglio.

Da qui la piena simbiosi con il catastrofismo mediatico. L’emergenza deve infatti pur basarsi su qualcosa. E se questo qualcosa non è sufficiente allo scopo, se la sproporzione tra il male ed una “cura” che fa più danni del male stesso rischia di emergere, ecco che i media possono sempre chiudere questo iato. Basta un titolone sulle terapie intensive o sulla “variante inglese” ed il gioco è fatto. Ogni misura claustrale verrà non solo giustificata, ma pure premiata. Alla fine della fiera i risultati concreti di questo meccanismo sono chiari, basti pensare ad una nullità come il ministro Speranza, elevato dai sondaggi a politico col maggior consenso popolare del momento.

La connessione tra media e politica è dunque strettissima. Ma con il Covid la politica ha trovato un altro decisivo puntello: la scienza. Ora qui dovrebbe aprirsi il discorso su quel che è oggi la scienza. E piuttosto che di scienza, dovremmo parlare più correttamente di scientismo da un lato e di scienza-spettacolo dall’altro, ma per il 99% delle persone tutto ciò non farebbe differenza. I media hanno deciso che Burioni è uno scienziato e così dev’essere, idem per tutti gli altri. Che più terrorizzano e più stanno sul palcoscenico, che se hanno un intoppo (vedi Crisanti sui vaccini) devono subito recuperare punti raddoppiando l’allarmismo sulla terza ondata, e così via.

Ad ogni modo non ci vuol molto per capire che per la politica l’alleanza con la “scienza” è un’altra manna caduta dal cielo. Ecco perché non si sono risparmiati posti agli “scienziati” nelle decine di task force create per il Covid. Davvero tutto ciò è servito a contrastare meglio l’epidemia? Viste le contraddizioni, i litigi, i primadonnismi, ma soprattutto i pessimi risultati ottenuti, dubitarne è più che lecito. Ma quel che probabilmente non è servito a nulla a livello sanitario, è stato invece utilissimo a livello politico. Gli stessi intollerabili Dpcm, con le loro norme spesso incomprensibili oltre che assurde, sono apparsi più accettabili proprio perché sempre benedetti dal Cts (Comitato tecnico scientifico), un nome non a caso sempre sulle labbra di Conte nelle sue insopportabili comunicazioni serali agli italiani.

  1. La “scienza” oggi, ovvero il trionfo dello scientismo e la sconfitta della ragione

Della scienza in astratto non saprei dire, ma dei concreti “scienziati” che popolano il palcoscenico da mesi è fin troppo facile parlare. Anche per costoro l’epidemia è stata una manna. Certamente affermati nel loro campo, ma da sempre sconosciuti al grande pubblico, per molti di loro è arrivato l’insperato salto verso il palcoscenico televisivo. Con tutte le conseguenze del caso…

Che per seguire certe dinamiche della scienza, intesa qui come uno dei campi concreti del potere e degli interessi che gli ruotano attorno, si debba seguire anzitutto il flusso dei soldi, è cosa fin troppo nota. E tuttavia giova sempre ricordarla. Tanto più nel momento della sua sacralizzazione come fonte della verità assoluta.

Del resto ci sono molti modi di fare scienza, e soprattutto di raccontarla. Una cosa è se dico che siamo in presenza di un virus sconosciuto che sta generando un’epidemia catastrofica che farà milioni di morti; altra cosa è se affermo che siamo di fronte ad un’epidemia influenzale più grave, assimilabile magari all’Asiatica ma di certo non alla Spagnola. Alla fine i morti ci saranno comunque, ma nel secondo caso si sarà fornita una realistica cornice in cui sviluppare il ragionamento tanto sulle misure da prendere, quanto su tutto il resto. Nel primo caso invece si sarà semplicemente arato il campo per far germogliare tutte le forme possibili e immaginabili di quel catastrofismo irrazionale che si vuole imporre a tutti i costi.

Quale di questi due racconti è stato di gran lunga prevalente (diciamo al 99,9%) in questi mesi? Ecco una domanda alla quale saprebbe rispondere chiunque. Ma poteva andare diversamente? Assolutamente no, perché qualora la ragione avesse prevalso sull’irrazionalità scientista, sarebbe venuto meno non solo il palcoscenico (che per sua natura alla ragione raramente si sposa), ma pure i giganteschi interessi di quell’industria dell’emergenza che tanti soldi ha fatto in questi mesi, ma che ha soprattutto i mezzi per promuovere o bocciare questo o quell’indirizzo della ricerca scientifica.

Perché, ricordiamolo sempre ai signori della certezza scientifica, la scienza da loro idealizzata proprio non esiste, mentre esiste invece la “scienza reale”, quella che sforna sì ricerche e soluzioni a tanti problemi della vita umana, ma che non lo fa però disinteressatamente, bensì seguendo precisi obiettivi indicati dal committente. In termini marxisti, il prodotto scientifico – chiamiamolo così per intenderci – possiede al contempo tanto un valore d’uso (relativo alla sua utilità sociale), quanto un valore di scambio. Al capitalista è quest’ultimo che interessa, ma esso non potrebbe esistere ove non coesistesse al tempo stesso anche il valore d’uso.

Tutto questo è pacifico e arcinoto. E tuttavia potrebbe portarci fuori strada. Facciamo ad esempio il caso del vaccino. Possiamo negare che il vaccino possa in qualche modo contribuire a contrastare l’epidemia? Possiamo cioè negare in assoluto il suo valore d’uso? Evidentemente no. Possiamo, e con mille ragioni, dubitare della sua sicurezza. Così come possiamo dubitare ragionevolmente della sua sensatezza, visto che avrà forse un’efficacia temporale molto limitata, o considerato comunque che l’epidemia si esaurirà probabilmente da sola in un biennio, come ci ha ricordato il 24 dicembre lo stesso presidente dell’Aifa – Agenzia italiana del farmaco – Giorgio Palù.  Ma, ci direbbe subito il vaccinista di turno, si può per questo negare che il vaccino possa avere un ruolo, magari marginale, nel salvare un certo numero di vite umane? Ecco, è a questo punto del discorso che si imporrebbe – beninteso, per entrambe le parti – il passaggio dalla tifoseria al ragionamento. Certo che il vaccino potrebbe salvare un certo numero di vite umane, ma quante altre potrebbe metterne a rischio a causa di una sperimentazione del tutto insufficiente? Vale davvero la pena adottare una “soluzione” forse peggiore del male?

Ora, che una simile discussione non possa trovare una sponda riflessiva nei potentati di Big Pharma è fin troppo ovvio. E che la politica segua il mondo del business non è certo una novità. Ma se la scienza fosse quella che si vorrebbe far credere, ci si dovrebbe allora aspettare qualcosa di diverso. Ma quel qualcosa di diverso – il ragionamento, il dubbio, il confronto tra diverse opinioni e possibilità – proprio  non c’è. E se non c’è una ragione ci sarà. E la ragione è che la “scienza reale” del nostro tempo è solo uno dei campi in cui si esercita il potere dei dominanti. Un campo fondamentale, non solo per ciò che produce in termini concreti, ma perché la cosiddetta “verità scientifica” è rimasta l’ultima religione di legittimazione dell’attuale sistema di dominio.

Ecco perché il vaccino – ma questo è solo un esempio – ci viene presentato non tanto come “utile”, quanto soprattutto come sacro. E chi nega il sacro è un profanatore sacrilego. Uno col quale non si discute, uno semplicemente da ostracizzare. Un negazionistaaaaa!

Quanto sia comoda alla cupola oligarchica una scienza del genere lo si può ben capire. Ma lo stesso discorso vale per i media, che possono così dilettarsi nella caccia all’untore. Altrettanto comodo pure per la politica, che può in questo modo cancellare le sue enormi responsabilità nel campo sanitario, facendosi ora paladina dell’arrivo e della rapida distribuzione del miracoloso vaccino. Le immagini sul primo furgone della Pfizer che ha valicato il Brennero nel giorno di Natale, scortato dalle forze di polizia come se contenesse i lingotti d’oro di Bankitalia, parlano da sole. Questo vaccino non è un semplice farmaco, è il simbolo di un nuovo potere che si va costituendo grazie al Covid.

In quel potere la “scienza” – questa “scienza” – avrà (ed ha già) un bel posto a tavola. Poteva la “scienza reale” del nostro tempo sottrarsi a questo invito al banchetto dei vincitori? Solo un ingenuo potrebbe rispondere di sì.

  1. La (non) società del distanziamento (a)sociale

Esaminato, sia pure sommariamente, quel che sta in mezzo (i media, la politica, la scienza), è ora il momento di occuparci della base della piramide, cioè della società. Ovvio come parlare indistintamente della società nel suo insieme si presti a diversi rilievi, visto che la società è fatta di classi, ceti e gruppi sociali. Qui non affronteremo però il tema della spaccatura sociale – andando con l’accetta, quella tra “garantiti” e “non garantiti” – prodotta dalla criminale gestione sistemica dell’epidemia. Dal punto di vista dell’azione politica, questo è in realtà il tema dei temi. Ma, avendone già parlato in tanti articoli, diamo qui per scontata (almeno all’ingrosso) la consapevolezza di ciò che sta accadendo su quel piano. Scopo del presente articolo è invece quello di provare a capire le ragioni della scarsa resistenza che sta trovando per ora – sottolineiamo il per ora – il disegno di profonda ristrutturazione sociale portato avanti dalla cupola oligarchica. Ed è su questo che ci vogliamo concentrare.

Ripartiamo allora dalla già ricordata domanda che ci viene rivolta ogni volta che contestiamo la narrazione ufficiale sul Covid: “è possibile che tutto il mondo sia caduto nella trappola che voi dite?”. Abbiamo già visto come tutto ciò sia non solo possibile, ma assolutamente conforme alle concrete modalità di funzionamento dei media, della politica e della scienza. Ma, parlando della società, la domanda dovrebbe essere così riformulata: “è possibile che tutte le persone siano cadute nella trappola che voi dite?”. Ora, se dire “tutte” sarebbe assolutamente inaccettabile – molti nel mondo si stanno ribellando sia in forma collettiva che individuale, e questo inizio di ribellione ha un valore inestimabile – quel che non si può negare è che, nonostante le sue palesi incongruenze, una larga maggioranza della popolazione ha realmente accettato la narrazione dominante.

Di fronte al bombardamento mediatico h24, davanti ad una situazione assolutamente inedita come l’attuale, tutto questo non deve stupire. In certi passaggi della storia la verità ha bisogno di lotte, di tempo, e generalmente anche di sacrifici e talvolta di martiri, per iniziare a farsi strada.

Sbaglieremmo però a limitarci a queste, pur sacrosante, considerazioni di fondo. Parlando dell’occidente, la mia impressione è che la società attuale fosse in qualche modo già pronta al salto nel buio che ora gli viene proposto. E questo per almeno tre motivi.

Il primo motivo è che l’emergenzialismo, sempre promosso dai dominanti, è stato largamente assorbito da ampi strati sociali. Chi scrive se ne è già occupato in passato riguardo alla cosiddetta – quanto a mio parere nella sostanza inesistente – “emergenza climatica“. Ma, a parte le trascurabili opinioni del sottoscritto, nessuno potrà negare come da molti anni ormai, a fronte delle più disparate problematiche, il messaggio dominante sia sempre di tipo catastrofico. Se, nelle stesse condizioni, un tempo i governanti tendevano generalmente a tranquillizzare, oggi fanno esattamente l’opposto. Ci sarà pure un perché. E’ chiaro come l’emergenzialismo sia una vincente tecnica di governo, tanto più se sposato, come sempre avviene, con il suo degno compare, quel “securitarismo” che la destra coniuga in maniera rozza e volgare, ma che il blocco sistemico dominante (sempre culturalmente di “sinistra”, come ci avrebbe ricordato Costanzo Preve) declina invece in maniera ben più subdola ed astuta, come l’ultima variante sanitaria ci dimostra.

Il secondo motivo sta nella progressiva affermazione di un’innaturale rapporto con la morte. Il fatto è che, di securitarismo in securitarismo, la nostra società ha sviluppato l’irrealistica idea della sicurezza assoluta. Uno degli effetti paradossali di questa idea è che, mentre ad esempio gli omicidi calano di anno in anno, le notizie su quegli stessi crimini (e dunque il relativo allarme sociale che ne deriva) seguono la traiettoria inversa. Ora, è chiaro che nessuno vorrebbe morire assassinato, ma neanche di Covid o di incidente stradale. E neppure di tumore od infarto, che pure restano le fini di gran lunga più probabili per ciascuno di noi, ma che proprio per questo non fanno notizia. Il governo che si impegnasse seriamente a ridurre le cause dei tumori e delle malattie cardiovascolari, innanzitutto abbattendo le principali forme di inquinamento, non ne trarrebbe gran beneficio in termini di consenso. Mentre, al contrario, l’ossessiva insistenza sulla sicurezza in ogni ambito della vita sociale paga, quantomeno in termini elettorali.

E’ pazzesco, ma sembra quasi che per molti ci volesse il Covid a ricordare che la vita ha una fine. Molte sono probabilmente le cause di questo rapporto malato con la morte, ma certamente non è difficile indicarne almeno due. In primo luogo c’è la perdita di memoria. Se la vita viene intesa come eterno presente – e questa è la spinta prevalente che viene da un pensiero dominante teso a cancellare ogni progettualità – è chiaro come l’idea della morte possa tendere ad uscire dall’orizzonte dell’essere umano. Ma c’è un secondo fatto: l’idea dell’immortalità, intesa come obiettivo oggi raggiungibile attraverso la scienza e la tecnica, se da un lato appartiene alle follie transumaniste di ristrette oligarchie, dall’altro solletica pure l’inconscio di ognuno. Detto en passant è questa una china assai pericolosa, una tendenza che solo la razionalità filosofica potrà contrastare.

Se la coppia emergenzialismo/securitarismo ed il mutato rapporto con la morte, frutto anche della crisi delle religioni, spiegano molto, c’è però un terzo motivo per cui la nostra società era pronta ad accogliere la pessima novella di un mondo ancor peggiore. Questo terzo motivo si chiama individualismo. Ora, nessuno vorrà dubitare come l’individualismo abbia avuto modo di potenziarsi al cubo grazie al dominio del pensiero neoliberista. “La società non esiste: esistono solo individui, uomini, donne e famiglie“, era questa la frase preferita da Margaret Thatcher, che del neoliberismo è stata la vera capofila politica nei decisivi anni ottanta del secolo scorso. Come poteva opporsi al tremendo concetto chiave del “distanziamento sociale” una società già ampiamente devastata da una visione come questa? Credo che quando gli storici si occuperanno a freddo dell’attuale vicenda avranno molto da riflettere su questa formula, preferita non a caso a quella più asettica di “distanziamento fisico”.

Nella lingua italiana, distanziamento sociale vuol dire infatti solo una cosa: distanza, in questo caso da mantenere (ci mancherebbe!), tra ricchi e poveri. Che a “sinistra” si sia potuto accettare, peraltro senza fiatare, una formula del genere ci parla molto sia della “sinistra” sia del tempo maledetto che viviamo.

Ma tiriamo le somme e non divaghiamo troppo. Se quanto scritto finora ha un senso, la conclusione è semplice: anche la società, pur nelle sue tante contraddizioni, era nel suo insieme pronta al signorsì. Più esattamente, la maggioranza delle persone che la compongono erano già pronte a: 1) scattare sull’attenti al primo squillo di tromba del catastrofismo pandemico, 2) rinunciare a vivere in nome di una vita purchessia, 3) accettare il distanziamento (a)sociale come norma di un futuro che qualcuno vorrebbe pure dipingerci come migliore.

Attenzione! Il concetto di distanziamento, sul quale tanto si insiste, ha anche un altro risvolto. Esso allude infatti anche ad un’altra distanza da mantenere, meglio da dilatare blindandola: quella tra potere e cittadini. Questa distanza non è solo quella, classica ed arcinota, tra governanti e governati, ma pure quella meno acuta ma più diffusa che ognuno può riscontrare nella vita di tutti i giorni. Le banche, i luoghi di cura, i comuni, tutti gli altri uffici pubblici, sono diventati come delle fortezze, dalle quali il cittadino deve essere tenuto il più lontano possibile.

Domanda retorica: era davvero inevitabile tutto ciò? Ai gonzi che lo credono lasciamoglielo credere, ma chi ha un po’ di sale in zucca sa perfettamente che non è così, che è stata anche questa una scelta simbolica ben precisa. Una scelta con la quale si è detto: cari signori, un tempo avevate qualche modesto diritto; bene, sappiate che adesso quel tempo è finito. La (non) società del distanziamento (a)sociale è pronta ad accogliervi. In essa la contraddizione tra popolo e potere, tra piazza e palazzo è risolta: la piazza è stata infatti abolita, resta solo il palazzo, ma sappiate che si occupa tanto di voi…

  1. La cupola oligarchica gioca le sue carte

Ma se il “basso” (la società) è così ricettivo, se chi sta in mezzo (media, politica, scienza) è complice interessato, per quale motivo chi sta in alto – quella che abbiamo definito come cupola oligarchica – dovrebbe farsi troppi scrupoli a giocare le sue carte?

E difatti non se li fa proprio. La parola d’ordine chiave, quella per cui “nulla deve tornare come prima”, è stata diffusa a piene mani già nell’ora zero del Covid. Così abbiamo scritto a tal proposito in un nostro precedente articolo:

«“Nulla sarà come prima”. Questa apodittica sentenza apparve sulla stampa fin dai primi giorni dell’epidemia. Come poteva giustificarla un virus del quale si sapeva in fondo assai poco? Che forse era la prima pandemia influenzale affrontata dall’umanità? Che forse dopo quelle conosciute nel Novecento nulla è stato più come prima? Suvvia, siamo seri. Una simile affermazione, peraltro ripetuta all’unisono da tutti i media mainstream, ci parla piuttosto di un messaggio pesato e pensato dalla cupola oligarchica che ci vuole schiavi. E che con il Covid punta allo scacco matto nei confronti dell’Homo sapiens».

Certo, queste nostre conclusioni potranno sembrare estreme e discutibili, ma il “nulla sarà come prima” rimane un tema irrisolto quanto inquietante, un punto inaggirabile sul quale tutti dovrebbero riflettere almeno un po’, specie chi ancora crede all’edificante narrazione ufficiale. Vedremo se mai avverrà.

Ma davvero possono esserci ancora dei dubbi sul fatto che la cupola oligarchica abbia un suo preciso progetto? Questo disegno ha ormai preso il nome di Grande Reset, titolo del libro di Klaus Schwab e Thierry Malleret, ma pure del prossimo Forum economico mondiale di Davos e della copertina di ottobre di Time. Quel che è certo è che qui niente è segreto: “nulla deve tornare come prima”. Come volevasi dimostrare. Uomini e donne della cupola oligarchica, sempre spalleggiati dai media mainstream, ce lo ricordano di continuo. Solo i ciechi, e ancor di più chi ha deciso di esserlo per non rimettere in discussione i propri schemi mentali, possono non vederlo. Auguri!

Abbiamo ricordato chi ci sia dietro al Grande Reset, giusto perché sia chiara la dimensione globale di questo progetto. Ma per capire di cosa stiamo parlando basta concentrarsi su quel che si sta preparando nelle cucine brussellesi dell’Ue e più specificatamente in Italia.

A tale proposito è estremamente istruttiva la lettura del Recovery Plan, il documento (detto anche “Piano nazionale di ripresa e resilienza” – Pnrr) elaborato dal governo Conte. Adesso le beghe interne alla maggioranza parlamentare potrebbero portare alla parziale riscrittura di quel testo, ma nessuno tra i contendenti ne mette in discussione gli obiettivi di fondo. Anche perché la mitica “Europa” (più modestamente l’Ue) non lo consentirebbe.

Ma qual è il succo di questo piano? A fronte di una crisi catastrofica, che si è innestata su quella (mai risolta) iniziata nel 2008, quali sono le risposte chiave che dovrebbero appunto favorire la ripresa? Secondo gli autori di questo documento, necessariamente in linea con i loro controllori di stanza nella capitale belga, queste risposte viaggerebbero su quattro linee strategiche, la prima delle quali – quella più importante, cui tutte le altre in qualche modo si raccordano – sarebbe la cosiddetta “modernizzazione” del Paese.

Non è questa la sede per un esame approfondito di quel corposo documento, ma quel che è importante cogliere è che laddove si parla di “modernizzazione” ciò che si deve intendere è in realtà “digitalizzazione”. Ora, siccome la digitalizzazione è in atto da decenni e non è dunque una novità dell’oggi, è chiaro come qui si lavori ad un salto di qualità accelerato e senza precedenti verso la “nuova società” tanto agognata dai dominanti. Sta di fatto che le parole “digitale/digitalizzazione” appaiono nel testo ben 175 volte, un’ossessione che si commenta da sola, specie se consideriamo che la parola “innovazione”, con la quale si intende sostanzialmente la stessa cosa, compare 112 volte.

Ma, ovviamente, oltre alle parole bisogna contare pure i soldi del Piano. Bene, su un totale di 196 miliardi di euro, ben 48,7 (pari al 24,8%) sono destinati alla digitalizzazione/innovazione, secondo capitolo di spesa dopo la cosiddetta “Rivoluzione verde e transizione ecologica”. Ma, attenzione, queste cifre sono in realtà ingannevoli, perché il tema ossessivo della digitalizzazione (o se preferite della “quarta rivoluzione industriale”) riappare in tutti gli altri capitoli. Dall’istruzione (19,2 miliardi), dove evidentemente non si intende certo mollare l’obbrobrio della didattica a distanza, alla pittoresca “manutenzione stradale 4.0”!

Ma il caso più illuminante è quello della sanità, la cui modesta dotazione (9 miliardi) è tutta destinata a due precisi campi di intervento: 1) assistenza di prossimità e telemedicina (4,8 miliardi) e 2) innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria (4,2 miliardi). Insomma, come nella scuola, come per lo smart working, anche per la sanità il modello è quello che punta ad istituzionalizzare quel che grazie al Covid già si sta facendo adesso: la “cura” a distanza.

Come ci dicono questi pochi dati, la cupola oligarchica non produce solo parole, ma anche fatti. E sono fatti che si collocano tutti sulla linea del sig. Schawb e del mondo di paperoni che rappresenta. Chi, come noi, si batte da anni per l’uscita dalla gabbia europea non può limitarsi oggi al significato economico e finanziario del Recovery Fund. Assieme alla denuncia di questi aspetti, e di quelli relativi all’ulteriore restrizione della nostra sovranità – azione che conduciamo fin da quando questo progetto ha visto la luce (leggi qui, qui e qui) -,  occorre oggi un’opposizione altrettanto forte ai contenuti del Pnrr, al mondo distopico verso cui vuol contribuire a condurci.

Per realizzarlo, lorsignori sono disponibili anche a veder crollare pesantemente il Pil per un certo periodo di tempo. Intanto, il nucleo forte (la cosca vincente) dell’oligarchia dominante sta guadagnando alla grande con l’epidemia ed a dispetto del tracollo dell’economia reale. In secondo luogo, i loro obiettivi strategici, che attengono al potere e non solo al denaro, guardano più avanti, al medio e al lungo periodo. Insomma, la “distruzione creativa” tipica del capitalismo è in atto, ma ha bisogno di tempo. E stavolta ha bisogno di distruggere ben più del solito. Ecco spiegato così il costante riferimento alla guerra dei portavoce della cupola oligarchica.

Per costoro (così è scritto nel loro libro-Bibbia) il Covid è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Da qui il loro augurio (mascherato da previsione) che il peggio debba ancora venire. A loro va bene così. Mentre il pesce grosso mangerà quelli piccoli, milioni di aziende scompariranno con i loro lavoratori, ma se lo saranno meritato perché incapaci di adattarsi al Grande Reset!

La cupola oligarchica sta dunque giocando le sue carte in maniera scoperta. Può farlo proprio perché il terreno era pronto. Lo era per le concrete modalità di funzionamento dei media, per l’estrema debolezza della politica, per l’asservimento interessato della scienza. Lo era perché la società era pronta a rinnegare se stessa divenendo “asociale”.

Chiudiamo sul punto ad essa dedicato, chiarendo la ragione per cui abbiamo scelto di parlare di “cupola oligarchica”, anziché di semplice “oligarchia finanziaria” come abbiamo fatto in tutti questi anni ragionando sulla crisi e sul vertice assoluto che presiedeva alla sua gestione. La ragione è semplice: il mondo dell’alta finanza mantiene ovviamente la sua centralità anche in questo decisivo frangente, ma il disegno del Grande Reset non è semplicemente di tipo finanziario. Esso va oltre. E proprio per questo la cupola che sta conducendo il gioco include anche i grandi opinion maker, molti dirigenti politici (non tutti sono semplici marionette), tanti scienziati in cerca di soldi e di gloria. E’ dunque una cupola potentissima. Guai a sottovalutarla.

Alcune conclusioni

Giunti a questo punto si sarà capito per quale ragione consideriamo quel che sta avvenendo come assai peggiore di un complotto. Il complotto non c’è semplicemente perché la cupola dominante si sente così forte da poter giocare a carte scoperte, presentando il suo disumano disegno come buono, caritatevole, attento alla salute, ambientalista e ovviamente femminista.

Da questo punto di vista la lettura del Recovery Plan è illuminante, ma ricordiamo ancora una volta che il documento del governo italiano prende le mosse dalle direttive europee contenute nell’accordo definito a luglio. In esso si contano 69 volte le parole sostenibile/sostenibilità (crescita sostenibile, trasporto sostenibile, eccetera). La parola “verde” (enfatizzata addirittura come “rivoluzione verde”) la troviamo 34 volte in italiano e 23 nell’immancabile lingua inglese, accompagnata da “ecologia” (21), “clima” (33), “ambiente” (37), “economia circolare” (25). Ma anche la parola “genere” (parità e disuguaglianza di) fa la sua figura, comparendo nel testo ben 60 volte.

Questi numeri, l’uso sfrenato della terminologia del politicamente corretto di “sinistra”, ci dicono quanto avesse ragione il già citato Costanzo Preve quando ci ricordava come il capitalismo reale dei nostri giorni sia economicamente di destra, politicamente di centro, culturalmente di sinistra.

Questo mostro a tre teste, non più in grado di andare avanti senza una fase di violenta shock economy alla Milton Friedman, sta oggi tentando la mossa del cavallo. A tale scopo l’epidemia gli è venuta a fagiolo. Ma la strategia era già pronta. Ed essa confidava e confida tuttora sulla speculare impreparazione di chi a tutto ciò dovrebbe opporsi.

Ma siamo solo all’inizio. La prima battaglia – quella dell’imposizione di un generalizzato clima di terrore – l’hanno vinta loro. E vista la situazione generale non poteva andare altrimenti. Ma la guerra sarà lunga, e la violenza estrema che viene esercitata sulla stessa natura umana potrebbe ritorcersi contro a chi oggi sembra invincibile. Mille contraddizioni scoppieranno. Il dramma sociale che adesso nascondono dietro il virus verrà alla luce, così pure le verità su un’epidemia strumentalizzata à gogo.

Non bisogna dunque spaventarsi. Loro hanno l’arma della paura; la nostra lotta contro l’oppressione dovrà usare quelle della ragione, della verità, dell’umanità.

Certo, le tante manifestazioni di questi mesi sono ancora poca cosa rispetto alle dimensioni dell’attacco che viene portato. Poca cosa, sia in termini quantitativi che qualitativi. Ma il merito di chi ha iniziato a ribellarsi, nelle forme in cui oggi è possibile, è immenso. Non è che l’inizio, continuiamo a combattere.




ALTERNATIVA NON CE N’È di Moreno Pasquinelli

«Credo che ormai i tempi siano maturi per un passaporto sanitario. Le compagnie aeree hanno iniziato a dire che vogliono passeggeri con la garanzia del vaccino, ma presto cominceranno a chiederlo le strutture ricettive, gli spazi per congressi e via dicendo. In Veneto, certamente, potremo provvedere rapidamente». [Luca Zaia]
 
Dopo mesi di avvisaglie è stata lanciata in grande stile la campagna per la vaccinazione di massa.
Tutto previsto, tutto diabolicamente pianificato. La prima fase era funzionale alla seconda. La terrorizzazione dei cittadini era indispensabile sia per far accettare confinamenti e arresti domiciliari di massa (prima fase), quindi per giustificare come salvifica la soluzione vaccinale (seconda fase).
La scienza divinizzata, i tecnici dai taumaturgici poteri idolatrati, i sanitari con l’elmetto come eroi da venerare. I politicanti che ci raccontano che grazie al vaccino saremo di nuovi liberi così tornando alla agognata normalità, esaltati come redentori.
Invece non ci sarà nessun ritorno alla “normalità”. Il vaccino (la cui efficacia immunizzante è quanto meno incerta mentre pressoché sicuri sono i suoi effetti collaterali dannosi) è anzi funzionale a trasformare la dittatura sanitaria da fase straordinaria a regime ordinario, ovvero a rendere stabile lo Stato d’eccezione.
 
E’ scontato che chi mette in guardia i cittadini sulle reali intenzioni di chi comanda (ad esempio che verrà istituito un nazista “passaporto sanitario”), dopo l’accusa infida di “negazionismo”, verrà bollato e denigrato come “complottista”.
 
Nessun complotto segreto invece, nessuna oscura cospirazione. L’élite si sente talmente forte, è a tal punto tracotante, che non si fa scrupoli a dichiarare senza pudore che il vaccino sarà utilizzato come una clava biopolitica per sterilizzare le persone, per privarle d’ogni spirito critico, per trasformare dunque un popolo allo stremo in una mandria di buoi addomesticati ed ubbidienti.
Sì, useranno il vaccino come un’arma di distruzione di massa, per privarci dei residuali diritti personali e civili di cui godiamo.
Come faranno ce lo spiega, udite! udite!,  il “governatore” del Veneto Luca Zaia.
«Credo che ormai i tempi siano maturi per un passaporto sanitario. Le compagnie aeree hanno iniziato a dire che vogliono passeggeri con la garanzia del vaccino, ma presto cominceranno a chiederlo le strutture ricettive, gli spazi per congressi e via dicendo. In Veneto, certamente, potremo provvedere rapidamente».
Non potendo imporre ex lege l’obbligo vaccinale, per aggirare lo Stato di diritto ed il principio millenario dello habeas corpus, chi comanda ha escogitato la soluzione: le imprese private suppliranno alla deficienza del pubblico e si sostituiranno ad esso. Un passaporto sanitario virtuale ma non meno efficace. Un esempio luminoso di modus operandi neoliberista. Saranno le compagnie e le aziende private, a cominciare dai colossi multinazionali, a stilare le liste di proscrizione, tra chi usufruirà dei loro servizi e chi ne sarà escluso. “Non hai voluto vaccinarti? Accettane le conseguenze: non potrai recarti a fare compere, viaggiare, recarti al lavoro”.
Non saranno né la fede religiosa né il colore della pelle a giustificare questo nuovo regime di apartheid sanitario:  i sani da una parte, gli untori dall’altra.
Con l’ausilio dei prodigi della digitalizzazione e della sorveglianza elettronica di massa nessuno potrà sfuggire alla segregazione, che verrà presentata come scelta di reclusione volontaria e di autoprivazione di libertà da parte di chi non vorrà sottoporsi a questo TSO sotto mentite spoglie.
Lo stregone Arcuri dichiara che l’obbiettivo è che la vaccinazione raggiunga in autunno l’80% degli italiani.
Ci riusciranno? Non lo so, so tuttavia che compito di chi ha testa sulle spalle e non vuole vivere nella società psicotica che lorsignori hanno in mente, deve opporsi, disobbedire, agire affinché la macchina infernale si inceppi.
Alternativa non ce n’è.



COS’E’ IL GRANDE RESET E PERCHÉ COMBATTERLO di Alessandro De Giuli*

“Nulla tornerà come prima. Dimenticate il mondo come lo avete conosciuto”.
Questo dicono, con toni apocalittici, i sostenitori del “Grande Reset”, tra cui si annoverano i potenti della Terra.
Essi dichiarano senza pudore che la “grande pandemia” è l’evento shock che attendevano per attuare dall’alto la loro distopia.
“IL GRANDE RESET” è l’ultimo libro della “bocconiana redenta” Ilaria Bifarini, che in pochi giorni ha scalato le vette come libro più venduto.
Sarà Ilaria Bifarini, rispondendo alle domande di Moreno Pasquinelli, a spiegarci in cosa consiste il grande reset, come potrebbero cambiare la società, la politica e la vita, e perché è necessario opporsi al “nuovo mondo”.
* * *

Il pregio probabilmente maggiore di questo libro di Ilaria Bifarini (Phasar Edizioni – Firenze) sta nel presentare, con un linguaggio semplice e ben scritto, tutti i temi salienti che si affacciano al dibattito di questi mesi segnati dalla crisi economica e dal covid. Il sottotitolo traccia il percorso: “dalla Pandemia alla nuova normalità” mentre l’incedere dei capitoli, sempre interessante, fornisce dati e informazioni ma soprattutto i punti di vista forti della discussione che si sta sviluppando tra le massime élite del mondo politico, economico, culturale e produttivo a fronte della manifesta crisi del modello neoliberista.

Sullo sfondo della cronaca quotidiana modellata dal virus e delle risposte estemporanee delle cancellerie internazionali, Ilaria Bifarini riannoda il senso dei temi caldi degli ultimi anni: la disoccupazione tecnologica, le innovazioni produttive intraprese dalle grandi corporation leader della ricerca più avanzata, la società sempre più divaricata tra masse di impoveriti e multimiliardari, il trans umanesimo (ovvero l’ibridazione tra uomo e macchina) di origine californiana, la robotizzazione, la scomparsa di interi settori del mondo del lavoro sostituiti da soluzioni fondate sull’intelligenza artificiale, i limiti della globalizzazione e la questione dello Stato, il problema ecologico, il 5G.

Ne esce un quadro vivido del dibattito che col nome di “grande reset” sta evidentemente interrogando il mondo occidentale. Ad Ottobre, la rivista Time ha dedicato alla questione un suo intero numero e a Davos, la riunione annuale dell’Economic Word Forum, riprogrammata a inizio estate a causa del covid, verterà proprio sul great reset, il grande azzeramento e la ripartenza dell’economia che Klaus Schwab, fondatore e direttore del Forum giudica indispensabile ed opportuna per superare le difficoltà della fase storica.

In questo contesto, ci racconta il libro, l’epidemia in corso si è presentata immediatamente alle élite riformatrici come un’occasione imperdibile per procedere ai cambiamenti di ordine istituzionale e politico necessari ad affrontare la crisi economica, politica e militare che l’occidente sta vivendo con affanno nei confronti di russi e cinesi.

Ricorda, questo discutere di riforme e cambiamenti da parte dei maggiori beneficiari dell’ordine liberista imperante, i dibattiti che, negli anni trenta e negli anni settanta del secolo scorso, hanno attraversato l’occidente a fronte di altre crisi e di altri attori. In quei casi nacquero prima il keynesismo e lo stato sociale, protagonisti dei trent’anni successivi alla II guerra mondiale e poi, con Thatcher e Reagan, il neoliberismo ora in crisi. Gli attori sono palesemente diversi: il comunismo sovietico non esiste più e sostanzialmente scomparsa è la minaccia proletaria protagonista degli anni del fordismo ma il senso della discussione pare lo stesso: di fronte ad una crisi che lo minaccia dalle fondamenta, il capitalismo chiama a raccolta le proprie più fertili energie per riprogrammare un futuro che rischia di vedere soccombere gli attuali ceti dominanti.

Alcuni temi sono anche nominalmente gli stessi (la disoccupazione tecnologica su tutti) altri radicalmente nuovi ed originali (le implicazioni etiche e pratiche di un sistema che viene progettato senza necessità di lavoro e lavoratori, o quello delle possibilità di controllo e sorveglianza totale implicite nelle tecnologie orientate ai big data). Soprattutto diverso è il contesto politico. Nel ‘900 poteva apparire poco evidente la prospettiva concreta del cambiamento ma erano chiarissimi gli agenti politici determinati a sviluppare il progetto. Oggi, dopo quarant’anni di distruzione del senso della politica perseguito dall’ordine neoliberale, il tema del cambiamento non offre forze e personaggi politici di spessore in grado di perseguirlo.

La stessa elezione del nuovo Presidente USA è avvenuta più sulla critica delle caratteristiche umane e psicologiche di Trump che sulla base di un progetto coerente di costruzione di un nuovo ordine. Forse anche per questo suo carattere eminentemente a-politico, il grande reset si presenta ambiguo e bifronte, mostrando tanto il volto della distopia totalitaria, dell’autoritarismo dello Stato controllore, della soverchiante onnipotenza delle grandi aziende, della condanna alla disoccupazione a vita sia quello irenico della società pacificata e opulenta dove il lavorare si trasforma in un amabile dedicarsi al prossimo e all’ambiente naturale in una sorta di comunismo dei beni in cui il salario è garantito a tutti i cittadini e la minaccia ecologica è per sempre allontanata grazie all’utilizzo di nuove tecnologie.

La realtà e la storia ci diranno quali tendenze usciranno concretamente egemoni e attive nel piano di grande ristrutturazione globale, intanto sembra bene cominciare a parlarne con cognizione di causa. Liberiamo l’Italia inizierà a farlo il 2 Gennaio prossimo durante un pubblico seminario on line con l’autrice del libro.

* Alessandro De Giuli, della Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia

**Fonte: Liberiamo l’Italia




GEOPOLITICA E “GRANDE RESET” di A. Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

Abbiamo precedentemente definito l’era globale apertasi con il 2020 la Rivoluzione Mondiale Covid-19, conclusione storica del ciclo apertosi l’11 settembre 2001 e segnato dal declino epocale dell’atlantismo unilineare.

Klaus Schwab, presidente del WEF, teorico della Quarta Rivoluzione Industriale e del Grande Reset, è l’ideocrate della tecnocrazia globalista della Silicon Valley: l’obiettivo strategico, dissimulato, è quello di procrastinare l’avvento del multipolarismo dispiegato, restaurando su tutta la linea, possibilmente senza una nuova guerra mondiale, il dominio imperialista della civilizzazione occidentale della casta superelitaria “bianca”, giudaico-cristiana e capitalista. Baget Bozzo, profondo teologo della Sinistra cattolica e fervente islamofobo, vedeva nella superiorità tecnologica occidentale e nella secolarizzazione il segno metamorfico della antica elezione della civilizzazione giudaico-cristiana. Come stiamo viceversa constatando, la tecnologia, se ben guidata da uno Stato sociale modernizzatore, sviluppista e comunitarista, ha invece permesso alle civilizzazioni che avevano perso il treno della rivoluzione industriale di recuperare rapidamente i circa due secoli perduti.

La cultura strumentale ha chiarito che il modello di civiltà occidentale capitalista non è applicabile a Cina, Giappone, Russia, mondo islamico e indiano. Il modo di produzione asiatico, con il suo organicismo comunitario non individualistico, non sarebbe affatto scomparso ma sopravvive in profondità. Sotto fondamentali aspetti, il mondo sta diventando sempre più moderno e meno occidentale.

Giudeocristianismo e nichilismo transumanista

Le fonti religiose del pensiero di Schwab sono stranamente sottovalutate. Artur Schneier, rabbino ebreo americano di origine mitteleuropea, è molto vicino a Schwab, secondo varie interpretazioni avrebbe in parte ispirato il messianismo utopistico del Grande reset. Alla metà degli anni Duemila il “Rabbi Arthur Schneier Program for International Affairs” teorizzava un modello di globalismo tecnocratico, che poi Schwab approfondirà in modo più dettagliato negli anni più recenti. Klaus Schwab è molto vicino ad Israele e alla causa del sionismo, nel 2004 con i fondi dell’israeliana Dan David ha creato una fondazione per diffondere il leaderismo e l’occidentalismo tra le nuove generazioni.

Sia Schwab, sia il rabbino americano Schneier risolvono ideologicamente la Rivoluzione Mondiale Covid 19 come un passo in avanti nell’accelerazione epocale verso la civilizzazione globalista tecnocratica e verso l’annientamento di qualsivoglia modello sociale di civilizzazione multilineare. Al tempo stesso, il WEF tecnocratico è apprezzato dall’attuale pontefice Francesco per il suo ecumenismo radicalista.

Gli ideocrati della Silicon Valley ritengono che la Cina di Xi Jinping, che dal 2018 ha inaugurato ufficialmente la “Nuova Era” del primato mondiale han e della democrazia sociale globalizzata di radice confuciana, sia integrabile nella tecnocrazia feudale californiana e che, a quel punto, la Russia, isolata su tutta la linea, sarebbe alle soglie della polverizzazione e del frazionamento su base regionale.

Schwab si è infatti personalmente incontrato con Xi nell’aprile 2018; Xi Jinping tenne del resto un discorso molto apprezzato, nel gennaio 2017, all’annuale Forum di Davos. Ma il neoconfucianesimo sociale e universalistico di Xi Jinping complotta realmente a vantaggio di un disegno sociale e geopolitico così reazionario e individualistico come quello di Schwab? Il cristianesimo ortodosso russo, così distante dalla teologia giudaico-cristianista occidentale e evangelica, basato sull’idea di comunità spirituale (Sobornost), complotta anch’esso a vantaggio del Grande reset? E l’Islam, in piena rinascita mondiale, nonostante la scarsa capitalizzazione politica e geopolitica, rimarrà passivo di fronte a una simile prospettiva? Tokio, che sembra più orientata verso Pechino che verso la California, si inchinerà al nuovo sviluppo ineguale teorizzato a Davos? Proviamo a vedere.

L’implosione dell’unipolarismo occidentale ostacola la risistemazione globale

Il presidente Vladimir Putin dichiarava nel settembre 2017 che chi avrebbe sviluppato la più avanzata IA (intelligenza artificiale) avrebbe guidato il mondo. Nella storia economica, innovazioni e trasformazioni di modi di produzione avvengono in periodi storici caratterizzati da conflitti militari o da vere e proprie guerre mondiali. Americanisti e sovietici, nonostante la guerra fredda, si intendevano poiché condividevano la originaria radice ideocratica giudeocristianista.

Oggi il quadro mondiale è ben più complesso sul piano della sicurezza internazionale: la Russia, con il suo cristianesimo ortodosso di stato, diversamente dall’URSS è la prima barriera antagonista al giudeocristianismo nichilista e transumanista proponendo il modello di una ideocrazia contrapposta all’intero occidente. La Rivoluzione Mondiale dei nostri giorni, ovvero il declino delle democrazie supercapitaliste occidentali e la fine dell’unilinearismo americanistico, avanza quindi in più forme contro il tentativo reazionario di risistemazione globale.

La produzione su larga scala, che ha reso grandi i giganti dell’Asia, e il prudente militarismo geopolitico dello stato profondo russo sono i massimi ostacoli sulla via del Grande reset occidentale. Una risistemazione occidentale a base di digitalizzazione di massa, home working, concentrazione monopolistica di nuova generazione, come ha rilevato uno studio di “Le Monde” del novembre 2020, non potrebbe seriamente constrastare la rivoluzione geopolitica in atto. Dall’11 settembre a oggi è fallito ogni tentativo strategico delle elite occidentali “giudaico-cristiane” di fermare l’offensiva dei giganti asiatici confuciani, della Russia greco-cristiana, dell’Islam.

Huntington definì l’evento dell’11 settembre la “rivincita di Dio” sul nichilismo “utopistico-democratico” giudeocristianista. Sempre Vladimir Putin, nel giugno 2019, dichiarava al New York Times che l’imperialismo occidentale fu globalista e liberoscambista sino a quando ciò era utile per le elite politiche e economiche americaniste, ma divenne immediatamente protezionista, già con l’Obama I, quando percepì che globalismo e liberoscambismo potevano giovare più alla causa dei cosiddetti “Paesi emergenti” che a quella dell’unilinearismo occidentale.

Klaus Schwab è molto elusivo e confuso sul vero e proprio punto chiave, rappresentato dalla realizzazione di un governo digitale nell’era del cambiamento. Non sa dirci se gli effetti della quarta rivoluzione industriale e del tentativo di grande risistemazione finiranno per rendere, con la tecnologia finanziaria e militare, con i nuovi metodi di produzione, i cittadini sempre più indipendenti, dando loro un nuovo strumento per far valere la loro opinione o se strutture parallele all’autorità, semiclandestine e sovversive, potranno diffondere ideologie antagoniste, reclutare seguaci e coordinare iniziative contro i sistemi governativi ufficiali.

Schwab peraltro teorizza un nuovo tipo di guerra ibrida tra nuovi blocchi di civilizzazione, concetto tra l’altro ripreso dalla nuova scuola militare russa, alla luce del Grande reset, in netta controtendenza rispetto al sogno irenistico messianico del governo digitale mondiale che dovrebbe ispirare questa risistemazione planetaria.

Terzo millennio: comunitarismo con inclusione sociale digitale o Northern California

Alla fine degli anni Novanta il militare cinese Qiao Liang, teorico della “guerra senza limiti”, sosteneva che “ci sono reti sopra le nostre teste, trappole sotto i nostri piedi. Non abbiamo alcuna possibilità di fuga”. Era l’inizio della guerra ibrida multilineare, crollata l’epoca di Yalta, che bussava alle porte della grande storia e che oggi vediamo in atto su scala planetaria con la stessa crisi pandemica. La filosofia realista e storicista dello scienziato politico Samuel Huntington, morto nel 2008, si prende perciò la sua grande rivincita storica e teorica sull’utopismo messianico giudaico-cristiano.

L’utopismo tecnocratico dei vari Schwab presta in effetti il fianco a facili critiche laddove teorizza come essenziale per il singolarismo individualistico e neocapitalistico della risistemazione globale “un vero e proprio processo di civilizzazione globale”, ecumenistico e pacifista. Nella teoria delle élite supercapitaliste occidentali ciò significa, in termini storici concreti, una strategia messianica e unilineare di civiltà, volta a arrestare l’offensiva delle nuove potenze multipolari restaurando il dominio globale della casamatta finanziaria dell’estremo Occidente e salvando il neocapitalismo finanziario, un colabrodo catastrofico, mediante un neo-feudalesimo digitale globale.

E’ un progetto strategico evidentemente reazionario, neocolonialistico e antistorico. In realtà, però, come aveva ben previsto Huntington, la civilizzazione confuciana cinese, quella shintoista nipponica, quella cristiana ortodossa russa, quella dell’Hindutva e lo stesso Islam hanno mostrato di poter benissimo usare la tecnologia, senza vendere l’anima allo scientismo imperialista occidentale o alla finanza angloamericana. Informatici indiani e russi sono, come noto, tra i migliori al mondo, la Cina ha mostrato di essere autonoma sul piano della ricerca e della fabbricazione di nano-tecnologie, le varie civilizzazioni islamiche, considerate “medievali” dagli ideocrati della Silicon Valley, hanno rivelato di poter e saper comunque rispondere colpo su colpo ai terribili attacchi delle elite imperialiste occidentali, il Giappone ha sistemi sanitari e di cura di avanguardia mondiale.

Il politologo statunitense aveva compreso come l’identità comunitaristica di fondo di civilizzazioni e modelli sociali quali quello cinese, russo, indiano, islamico, giapponese avrebbero ben resistito anche alla terribile onda d’urto della tecnocrazia globalista e individualistica della civilizzazione occidentale “giudaico-cristiana” [1].  Prevale perciò, nello spazio globale, la prassi della inclusione sociale digitale di natura comunitaria sulla logica dello sviluppo ineguale della plutocrazia del WEF e della Silicon Valley.

Alla fase rivoluzionaria mondiale Covid 19, più che i sogni irenici e neo-imperialistici di Schwab, potrebbe con maggiore probabilità seguire rapidamente la fase della guerra di civiltà su larga scala. Mosca, Pechino, Tokio stessa, non si integrano né si integreranno nella civilizzazione imperialista e transumanista del Grande reset e delle sinistre subimperialiste mondiali. Probabilmente, lo stesso si può dire riguardo alla multiforme e più complessa civiltà islamica. Parliamo di circa tre quarti dell’umanità. L’1 per cento del mondo di un quarto dell’umanità come potrà imporre questo totalitarismo digitale neomedievale?

Per affermare un Grande reset mondiale, ideocraticamente individualista e al tempo stesso neo-feudale, non rimarrebbe perciò altra via concreta che una nuova guerra imperialista di dimensioni globali, in barba a ogni ipotesi di mutamento antropologico e di a-conflittuale interazionismo umano macchinico.

NOTE


  1. Samuel P. Huntington, La politica nella società postindustriale, in “Ordine politico e guerra di civiltà”, Bologna 20



VERO, NON VERO, VERISSIMO di Alessandro Porcu

L’intreccio realtà, verità, potenzialità, nelle dinamiche sociali e socio-tecnologiche. La scuola che favorisce il successo dei grandi inganni…
PRIMA PARTE
E’ molto facile perdersi nel groviglio delle innumerevoli teorie della realtà e di come esse la interpretino, non tutte facili da capire, non tutte decifrabili, non tutte espresse con un linguaggio essoterico, ma quasi tutte affascinanti, interessanti, dalle quali sono scaturite prassi e scoperte in tutti i campi, da quello medico a quello cosmologico… Non ci possiamo perdere in questo groviglio nello spazio di poche righe, non certamente sufficienti a rappresentarlo e tantomeno a indicarne un percorso formale al suo interno. Ci basti la tanto criticata realtà che stiamo vivendo, o nella quale crediamo di vivere. Quella realtà soggettiva nella quale ognuno di noi, diversamente dagli altri o similmente ad altri, sta vivendo. Quella realtà percepita con il proprio sé, quella del nostro corpo in connessione con la sua coscienza (1). Ed io a questo tipo di realtà vorrei fare riferimento. Certamente non alla realtà presa in prestito dal mainstream informativo, mistificatore, manipolatore, presentatore di fatti alterati con astuzia e malafede.
Ricordo le giornate seguenti all’11 settembre 2001… “Ha visto professore, che disastro… ma questi terroristi perchè lo fanno?”, “Professore ma anche lei è un complottista?”. Persone senza la benchè minima conoscenza di quello che potevano essere le “demolizioni controllate”, pescivendoli, macellai, giornalai, insegnanti, medici, uomini, donne, vecchi, bambini: tutti indotti da una martellante e ripetitiva presunta verità, fatta assumere come vera realtà, ad accusare le menti autonome, non private di senso critico, e magari competenti in materia, ogni qual volta avessero espresso idee, concetti, parole discordanti e/o confutanti la “realtà” rappresentata dai mass media  mainstream. Nessuno aveva nozioni e cognizioni di causa di come venissero eseguite  le “demolizioni controllate”, come quegli interventi venissero pianificati, di quali fossero le tecniche di demolizione controllata, di quali fossero gli esplosivi usati,  di come si progettasse una demolizione, di cosa significasse “crollo per caduta verticale” (implosione), di quali fossero gli effetti delle esplosioni, gli effetti del crollo, le sovrapressioni… Eppure tutti sapevano, sapevano talmente tanto che si permettevano di accusare di falsità colpevole chi sapeva più di loro e cercava di farli ragionare!
Sono passati ben 19 anni… La verità presunta, la realtà dei fatti rappresentata dal mainstream manipolatore è solo incrinata ufficiosamente, ma mantiene ancora tutta intera la forza di deviazione della massa umana, verso una realtà gravemente falsificata, che non consente la ricostruzione mentale dei fatti realmente accaduti, che non consente di spodestare quell’élite,  colpevole del grande inganno e dei crimini enormi ad esso riferibili, e che, restando impunita,  può continuare a dominare il mondo terrorizzandolo attraverso inganni ed altri crimini di ogni genere. Quale umanità resterà in piedi dopo i numerosi assalti della medesima élite, che agisce contro l’integrità dei popoli e dell’umanità della nostra specie?
Siamo sinceri. Siamo o non siamo immersi nella società dell’informazione manipolata ma, paradossalmente, anche della massima trasparenza informativa? Vi è una corrispondenza fra i due tipi di informazione e altrettante categorie di persone, di umani che si rapportano all’informazione sulla realtà: quelli che “vengono informati e si lasciano in-formare” e quelli che “si informano attivamente”, che ricercano per scoprire la verità sulla realtà dei fatti. A loro volta coloro che “si lasciano in-formare” si dividono anch’essi in due categorie: quelli che si lasciano “in-formare” per pigrizia, reale mancanza di tempo per la ricerca, ignoranza, ovvero che “subiscono” l’informazione mainstream per  “opportunismo passivo”… e quelli che si lasciano “in-formare” per “opportunismo  attivo”: ovvero quelli che profittano in vario modo nell’accettare l’informazione acriticamente, non solo per ignoranza e incompetenza, ma anche per ottenere, se così può dirsi, “un rango” sociale più elevato, dato che in questi casi viene “offerta” all’ignorante l’opportunità di sentirsi più informato della persona competente in materia, la quale, con spirito critico si permetta di contestare la falsa verità diffusa propagandisticamente dai media mainstream… Quest’ultimo fenomeno si evidenzia oggi con la propensione ad assumere atteggiamenti delatori e persecutori, spinti, indotti e marcatamente voluti dai responsabili delle politiche governative, con riferimento alla vicenda “Covid-19”, ennesimo inganno mediatico, orchestrato dalla solita élite oligarchico-finanziaria mondialista. Come non ascrivere a quest’ultima categoria di persone tutti coloro che, ingenuamente o meno, per bisogno o per voler assumere quei ruoli, abbiano accettato di essere “impiegati” nelle funzioni di “guardiani della salute”, sebbene senza competenze per farlo e con “poteri” e “strumenti” devianti rispetto ai reali e necessari processi di cura?
Pur non avendo mai negato la reale esistenza dei sintomi del Covid-19, quindi l’esistenza di detta patologia virale, si vuole comprendere come possa essere accaduto che buona parte del personale sanitario, si sia fatta piegare da una narrazione, così evidentemente manipolata, della “vicenda Covid-19”, che invece di contenere e promuovere un percorso di conoscenza e risoluzione del problema è apparsa a molti come lo strumento più idoneo per far compiere all’intera società il passaggio verso un orizzonte senza diritti umani, tanto auspicato dalle politiche neoliberiste: una semplificazione sociale, un riduzionismo meccanicistico, certamente non basati sulle scienze umanistiche e della complessità, quanto piuttosto sul “paradigma eugenetico”, della stessa sostanza di quello assunto dalla cultura nazista, anche se con forme ed articolazioni diverse.  Un orizzonte che, a fronte del consentire una sopravvivenza biologica degli umani, ne sottraesse a loro “magicamente” tutte le libertà e con esse i diritti conquistati nei millenni precedenti,  con il conseguente  ritorno allo schiavismo.
La mia risposta, pur se non detta come unica causa, tantomeno come causa principale, ma certamente significativa, è che la scuola, i sistemi scolastici abbiano, pur in “tempi di democrazia”, adottato metodi di insegnamento non democratici (2), quanto piuttosto, almeno in gran parte, troppo seriali, ripetitivi e basati su un’approccio psicologico “cartesiano” (1), non abbastanza consapevole della validità delle teorie che si basano  sull’importanza delle emozioni e dei sentimenti nell’apprendimento. Teorie e modalità di approccio psicopedagogico decantate, ma forse mai veramente ben studiate, comprese ed attuate. Un approccio valorizzante soprattutto la “costruzione e la consapevolezza” del pensiero personale, fondato principalmente sulla ricerca, la libertà di espressione, di opinione, di pensiero, piuttosto che l’apprendimento mnemonico e premiante. Una “didattica del cuore e del pensiero” che avrebbe formato la persona ad assumere il proprio ruolo nella società con passione, con originalità, con consapevolezza del proprio sé, con senso di responsabilità personale e sociale.
Insegnanti che lo hanno fatto ce ne sono stati, ma, forse è il caso di dirlo, troppo pochi. Soprattutto nella scuola è mancato l’approccio alla realtà presente, politica e sociale, l’unico approccio per consentire una formazione connessa alla coscienza! Una connessione sempre meno curata, sempre meno consentita nei fatti. Ciò per un principio di “falso neutralismo”, in realtà per consentire al potere di formare menti poco consapevoli ma manovrabili, alla categoria degli insegnanti di poter nascondere le proprie reali soggettività, non avendo il coraggio e forse nemmeno la competenza  di confrontarle con rispetto, non essendo stata educata a farlo: una scuola democratica senza democrazia non poteva fare altro che preferire formare false coscienze o coscienze “instabili”, “mutabili”, ma soprattutto “manipolabili”. Un insegnamento prevalentemente basato non sul confronto ed il rispetto delle idee diverse, quanto sulla “conoscenza unica”, la conoscenza oggettiva, la scienza sperimentale… Fortunatamente non tutti i medici attuali sono stati formati così!
Conclusioni pre-visorie. Le cose non vanno bene e non andranno bene, finchè non si capirà che il giusto ruolo della scuola e dell’insegnamento debba necessariamente fondarsi sullo sviluppo sinergico dei sentimenti, delle idee, dei contenuti culturali e scientifici, sul rispetto reale delle diversità espressive e  di pensiero, non in  ultimo  sul rispetto reciproco nel confronto e sullo sviluppo “naturale” dello stesso. Perchè l’educazione alla conoscenza è anche educazione al rispetto, ma mai educazione alla cieca obbedienza! 
NOTE
(1)  Si vedano le importantissime pubblicazioni di Antonio Damasio, ed in particolare “L’errore di Cartesio”.
(2) Si vedano tutte le pubblicazioni di Carl Rogers sulla Psicologia Umanistica centrata sulla persona e sull’insegnamento si veda di Thomas Gordon “L’insegnante efficace”, l’approccio centrato sullo studente.
* Sovranità Popolare, n.°10, dicembre 2020



LA CINA È SOCIALISTA? (1) di Mauro Pasquinelli

Riflessioni sulla natura sociale e politica della Cina alla luce delle categorie marxiste.

[ Prima Parte ]

PREMESSA

La questione cinese ha sempre diviso il movimento comunista, sin dagli anni venti del novecento. Ricordo l’infuriata polemica tra Trotsky e Stalin già nel 1927 sul sostegno alla insurrezione di Shangai e al Kuomintang, che finì con l’espulsione di Trotsky dal PC russo e di Chen Duxiu (per simpatie trotskyste) dal Partito Comunista cinese, di cui fu primo segretario e fondatore.  Rammento le infuocate discussioni in seno  alla Quarta Internazionale sul contestato ruolo dei contadini, come avanguardia della rivoluzione proletaria. Stalin non riconobbe mai Mao come leader del PC cinese e quest’ultimo seguì un percorso di “guerra popolare prolungata” a carattere contadino, mai approvato dalla Terza Internazionale, né contemplato dalla teoria marxista.   E ancora, possiamo mensionare  i rapporti conflittuali, negli anni sessanta, tra il governo russo e quello cinese, esplosi con l’avvento al potere di Krusciov, accusato dai maoisti di essere un revisionista, per la sua politica della coesistenza pacifica con l’imperialismo americano. Per finire con lo scontro militare tra Urss e Cina nel 1969 su una questione di confine, lungo il fiume Ussuri, che ha prodotto centinaia di morti (2). In questo frangente si palesò al mondo come l’internazionalismo proletario fosse al capolinea, proprio nel campo delle rivoluzioni proletarie che avrebbero dovuto unificare, come fratelli, tutti i paesi “socialisti”. L’Albania di Enver Oxa rappresentò un’altra piccola ma significativa testimonianza, negli anni 60 e 70,  di questa divisione all’interno del blocco “comunista”: dopo aver rotto con Tito (già pecora nera per i Russi) e Krusciov,  strinse un alleanza strategica con Mao, che interruppe negli anni 70, precipitando  il piccolo paese in un esperimento di folle autarchia pauperistica.

Oggi la Cina è diventata di nuovo divisiva ma questa volta, per fortuna, solo nel campo della teoria politica. Il fronte, almeno qui in Italia, si divide tra filocinesi, come lo stalinista Marco Rizzo o  i compianti  Domenico Losurdo e Hosea Jaffe, per non tacere degli scrittori Carlo Formenti e Vladimiro Giacchè, apertamente sostenitori dell’idea che la Cina sia socialista,  e i sinofobi, per lo più presenti nel campo leghista e della sinistra sinistrata (non mancano sinofobi anche nel versante sovranista  vedi Gianluigi Paragone), che accusano il Dragone asiatico di totalitarismo, repressione di diritti civili e democratici, nuovo imperialismo, fascismo etc. Tra gli appassionati del “socialismo dalle caratteristiche cinesi” segnalo anche alcuni intellettuali appartenenti alla galassia della destra radicale, di ispirazione euroasiatista  (Dughin, Mutti, De Benoist etc). Mai confusione fu tanta sotto il cielo.

E’ giunto pertanto il momento di formulare un bilancio critico dell’esperienza storica della Cina e della sua natura politico sociale.

A tale scopo voglio prima ricorrere ad un suggerimento del Cinese più rappresentativo, Confucio. Un  discepolo gli chiese quale sarebbe stato il suo primo provvedimento se fosse diventato  capo di Stato. Con grande sorpresa Confucio rispose: “la rettifica dei nomi”. Ben detto. In questa epoca ne abbiamo urgente bisogno. Mai come oggi il nome delle cose perde significato e si trasforma in simulacro vuoto privo di senso e decontestualizzato. Mai come oggi  nomen non coincide più con  res. E la querelle sul Socialismo in Cina, che data da quella oramai memorabile sulla natura dell’Urss che impegnò  fior di Marxisti (da Bordiga e Mandel passando per  Trotsky, Bruno Rizzi e P. Chaulieu) , ci ricorda proprio che il significante Socialismo ha subito lo stesso destino di altri termini (come cristianesimo, capitalismo, comunismo, fascismo etc.) interpretati nelle maniere più diverse, e piegati per far valere principi talvolta contrastanti. L’epiteto di fascista oggi viene rivolto allegramente a Konte come ai burocrati di Bruxelles, a Orban come a Salvini.  Urge pertanto una rettifica confuciana dei nomi, che riporti al centro il significante e ne dia una definizione chiara, completa, vera, imparziale, scientifica e scevra da ideologismi, strumentalismi, sentimentalismi e tifoserie di partito.

Che cosa è il socialismo?

E allora gettiamoci in medias res, definiamo subito cosa indichi, dal punto di vista strettamente teorico, il concetto bistrattato di Socialismo.

Premetto che di questo termine Marx non fece molto uso, preferendo ad esso nel Manifesto la dizione “dittatura del proletariato” o la più tarda espressione  “fase di passaggio al comunismo”, ma con Engels prima e Lenin poi, la letteratura ne specificò meglio il significato,  come prima fase del passaggio al comunismo, o suo stadio inferiore.

Pertanto riassumendo, le fasi di passaggio al comunismo, nella visione marxista, sono sostanzialmente tre: la prima fase è quella che va sotto il nome di  dittatura del proletariato, o governo dei lavoratori, essa si instaura con la presa del potere da parte della classe operaia (nei Grundrisse si preferisce il termine general intellect) e la statalizzazione di tutti i principali mezzi di produzione, o nazionalizzazione. In essa persiste ancora la lotta di classe che termina con la completa eliminazione della borghesia e del proletariato in quanto classi sociali separate ed antagoniste. La fase della dittatura proletaria può anche compiersi in un solo paese, avere cioè una dimensione prettamente nazionale. La seconda fase, quella socialista, è quella del passaggio al primo stadio del comunismo, in cui le classi non ci sono più e lo Stato inizia ad estinguersi.  Per sua natura la fase socialista deve avere una dimensione plurinazionale, interessare almeno una parte dei paesi più avanzati, perchè non si può eliminare la lotta di classe e lo stato in un paese proletario accerchiato, ove continua a persistere una borghesia che dall’esterno organizza la resistenza contro di esso.

Per semplificare all’estremo voglio suddividere in 17 punti quelle che sono le caratteristiche della fase due, quella socialista.

1) La proprietà privata dei mezzi di produzione cede il passo alla proprietà comune. Nulla può diventare proprietà del singolo se non i mezzi di consumo individuali (casa, alimenti, libri,  vestiario etc.) .

2) La produzione non è finalizzata all’accumulo di valori di scambio, ma alla realizzazione di bisogni sociali, ossia al valore d’uso sociale.

3) I produttori associati gestiscono collettivamente la produzione. Questo punto è di vitale importanza teorico-pratica, perchè non essendosi mai realizzato, ci obbliga a definire i defunti paesi a “socialismo reale” come formazioni sociali non socialiste, meglio sarebbe definirle collettiviste burocratiche, alla maniera di Bruno Rizzi. La proprietà giuridico-formale dei mezzi di produzione può essere collettiva ma se a gestirla è un gruppo sociale separato, una nomenklatura burocratica, è nuova formazione sociale classista, non è socialismo.

4) Non esistono più classi sociali antagoniste in lotta tra loro.

5) Le nazionalizzazioni della fase di transizione al socialismo (dittatura del proletariato) cedono il passo alle socializzazioni.  La proprietà nazionalizzata dei mezzi di produzione non è una misura di per sè socialista, ne abbiamo viste in Germania ai tempi di Bismark e Hitler, come in Italia con Mussolini e il centro sinistra degli anni 60.  Socialista è il passaggio della gestione dei mezzi di produzione statalizzati dagli amministratori di professione  ai consigli di fabbrica, (in Russia i Soviet) in cui tutti  sono eleggibili e revocabili.

6) Esiste una effettiva democrazia politico-economica, l’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori stessi e non di apparati che si elevano sopra di essi. Non si libera il proletariato dall’alto, per procura o per semplice decreto.

7) Le cariche dirigenti nel campo dell’amministrazione pubblica si assumono per delega e sono revocabili dalle stesse assemblee o consigli popolari. K. Marx in questo fu esplicito elogiando la Comune di Parigi, come la prima forma, finalmente disvelata, di una società di transizione al comunismo.

8) Lo stato è in via di estinzione.

9) il Piano realizzato dagli individui associati, e non da una élite burocratica,  regola la produzione sociale secondo i bisogni collettivi.

10) Le categorie mercantili in via di estinzione sopravvivono in settori limitati, non strategici della produzione, e nello scambio con altri stati non socialisti.

11) Il lavoro è ancora remunerato in base al contributo di ciascuno alla produzione sociale, sono in vigore gli incentivi materiali. Un ingegnere percepisce più ricchezza in termini di valori d’uso, di un manuale, ma non può accumularla per sfruttare il lavoro di altri uomini o per vivere di rendita.  Merce e denaro non sono ancora scomparsi e la moneta assolve solo una funzione contabile (non si può usare né come riserva di valore, né  prestarla, né  accumularla).

12) Scompaiono le categorie di capitale, lavoro salariato e lavoro alienato. Il produttore, nel socialismo, non è posto difronte  alle forze produttive come a una potenza estranea, ma le usa come prolungamento delle proprie capacità produttive.  Riportando le forze produttive sotto il controllo sociale, la forza-lavoro viva perde la natura di merce remunerabile attraverso un salario, e i mezzi di produzione la funzione di capitale.

13) Il tempo di lavoro necessario è ridotto ad un minimo, e la vera misura della ricchezza sociale non è più il tempo di lavoro, come spiega Marx nei Grundrisse, ma il tempo liberato dal lavoro, il tempo in cui l’individuo si libera dalla schiavitù della specializzazione e può realizzare tutte le sue potenzialità umane, una volta dipingendo e l’altra curando il proprio corpo, una volta assistendo i malati e l’altra organizzando viaggi etc . Il lavoro si trasforma in libera attività creatrice.

14) La divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale tende ad un minimo e non ci saranno più uomini che tutta la loro vita lavorano in miniera o nella terra, mentre altri  li sorvegliano in giacca e cravatta.

15) Tutti gli uomini e le donne,  tranne ovviamente bambini, giovani studenti, anziani e invalidi dedicano un minimo del loro tempo di vita  all’attività produttiva: il famoso lavoro necessario diventato finalmente lavoro utile, razionalizzato, non sfruttato, socializzato, e aggiungo sostenibile ecologicamente.

16) Il socialismo è la società dove si compie finalmente il motto della rivoluzione francese: liberté, egalité, fraternité. E’ la società dove gli uomini sono fratelli, liberi ed eguali. Ma a differenza che nella società moderna partorita dalla rivoluzione dell ’89, l’uguaglianza non  è solo formale, — uguaglianza difronte alla legge —  è uguaglianza reale, uguaglianza di opportunità, uguaglianza difronte alle condizioni tecniche e naturali che consentono la produzione di ricchezza sociale. Tutti gli uomini devono avere pari diritti di accesso, non solo all’istruzione, ma  all’acqua, alle risorse naturali, ai mezzi sociali di produzione. E pari diritti di controllo sulle fonti della ricchezza sociale. La fraternità non è solo pronunciata e declamata ma effettiva.  L’individualismo e i laissez faire sono superati in favore di una comunità umana nella quale ci si sente amati e fratelli, come in una grande famiglia. La libertà,  non è più solo libertà  formale di espressione, di stampa, o libertà negativa  (sentirsi liberi da vincoli esterni, dittature, violenza etc.), come nella praxis liberale,  ma  libertaà attiva e positiva, libertà  di poter realizzare tutte le facoltà umane inespresse. Per dirla con Aristotele non è più solo potenza ma è anche atto.

17) Possiamo aggiungere, per completare la definizione del socialismo,  i due grandi imperativi morali di Kant, che fanno al nostro caso:

«agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona, sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine, mai solo come mezzo»  ….    «agisci come se la massima della tua azione dovesse essere elevata dalla tua volontà a legge universale della natura».  Si può  volere -ad esempio_ che l’atto di rubare diventi legge universale? No perchè sarebbe a sua volta derubato chi questa massima propugna. Si può diventare tutti capitalisti? No perchè non si può essere capitalisti senza avere alle dipendenze lavoratori salariati. Ma fare del bene al prossimo, agire virtuosamente, diffondere cultura, si che può diventare legge universale di cui beneficerebbero tutti.

Una attenta analisi della Cina di oggi, come vedremo, ci obbliga a concludere che non è socialista su nessuno di questi 17 fronti.

Domenico Losurdo e il socialismo cinese

Prima di inoltrarci nell’indagine delle caratteristiche economiche della Cina dobbiamo ancora soffermarci su un aspetto esegetico, che attiene ancora alla definizione teorica di Socialismo, e che si ricollega alle tesi esposte da K. Marx nella critica al programma di Gotha del 1875 (3). E qui incontriamo il capostipite italiano dei cinofili,  il compianto filosofo Domenico Losurdo, il quale in più occasioni ci rammenta che la Cina post-maoista è socialista per almeno tre ragioni: a) ha fatto uscire centinaia di milioni di persone dalla fame e dal sottosviluppo. b) In essa il potere è esercitato da un partito che si dichiara comunista. c) Nella Cina è in vigore la massima del Socialismo “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo il suo lavoro”, che presuppone ancora, quella che Marx, nel citato testo, chiama limite borghese della remunerazione del lavoro nella fase di transizione, cioè non una uguaglianza nei diritti di ognuno al giusto reddito da lavoro, ma ancora,  “un diritto diseguale per lavoro diseguale” (un operaio è più produttivo e riceve più di un altro meno produttivo, un operaio ha 5 figli e deve sfamare più componenti della famiglia di un altro che non ha figli etc.).

Il punto a e b del pensiero di Losurdo è facilmente  decostruibile: anche il Giappone capitalista ha fatto uscire il proprio paese da dipendenza, fame e sottosviluppo e non per questo è socialista. Potremmo aggiungere il caso Indiano, sud coreano, brasiliano e sud-africano. Inoltre come non possiamo giudicare un uomo da ciò che pensa di se stesso, così non possiamo giudicare lo Stato cinese da ciò che il partito comunista dichiara, in falsa coscienza necessitata o per ideologia, di essere. Vale qui l’hegeliana eterogenesi dei fini, o l’engelsiano parallelogramma delle forze storiche: si attuano nella storia umana condizioni diverse, financo opposte da quelle che le forze vincenti dichiarano di voler attuare. Il bolscevico Lenin profetizzava, ad un mese dalla rivoluzione d’Ottobre, uno Stato socialista in cui anche la cuoca amministra gli affari sociali e si è ritrovato a fronteggiare la più potente burocrazia del pianeta, inneggiante, dopo la sua morte, al culto della personalità dell’uomo solo al comando.

Più complesso e capzioso è il pensiero di Losurdo sintetizzato nel punto c.  Qui il filosofo Urbinate cade in una interpretazione economicista della fase socialista e del pensiero di Marx, come se l’elemento centrale e caratterizzante di essa fosse la retribuzione del lavoro, quindi l’aspetto distributivo,  e non invece i rapporti di produzione socializzati, non l’effettivo controllo dei produttori associati sui mezzi di produzione. Rimanendo ai miei 17 punti, Losurdo ne estrae uno e lo fa diventare la cartina al tornasole per l’analisi della formazione sociale cinese. Un’operazione unilaterale che ahimé non regge neanche alla prova dei fatti, visti i crescenti livelli di disuguaglianza sociale in Cina, i miliardari che affiorano a centinaia e le decine di milioni di proletari costretti a lavorare per paghe da fame ed orari più lunghi che nel super-capitalistico Occidente.

[Continua]

Note

(1) Chen Duxiu Anqing, 8 ottobre 1879 – Sichuan, 27 maggio 1942) è stato un politico cinese, uno dei primi leader comunisti della storia cinese. Dopo aver studiato in Francia e in Giappone, iniziò la sua attività culturale fondando nel 1915 la rivista radicale Xin Qingnian (Gioventù nuova); fu una figura di spicco della rivoluzione Xinhai e del Movimento del 4 maggio 1919 per la Scienza e la democrazia. Insieme a Li Dazhao, Chen è stato cofondatore del Partito Comunista Cinese nel 1921, divenendone anche primo presidente e Segretario Generale (1921-1927). Chen è stato anche un filosofo educatore e politico nonché professore universitario: dalla sua cattedra teorizzò che la Cina si sarebbe potuta ammodernare solo se avesse abbandonato l’antica ideologia confuciana, ormai inadatta ad interpretare la società contemporanea. Espulso dal PCC nel 1929 con l’accusa di “trotzkismo”, proseguì il suo impegno progressista e venne per questo imprigionato dal 1932 al 1937 su ordine dei vertici del Kuomintang. La sua casa ancestrale era ad Anqing (安庆), Anhui, dove ha fondato l’influente periodico cinese vernacolare Gioventù nuova. I suoi figli Yannian e Qiaonian, anche loro politici comunisti, furono assassinati dal Kuomintang rispettivamente nel 1927 e nel 1928.

(2) Uno scontro di confine per un piccolo isolotto sul fiume Ussuri portò, nel 1969, a un conflitto di due mesi tra i colossi socialisti. Entrambi erano dotati di armi nucleari e quindi il mondo rischiò grosso. Tutto iniziò all’alba del 2 marzo 1969: 300 soldati cinesi, che il giorno prima erano avanzati sul ghiaccio del fiume Ussuri congelato, attaccarono 55 guardie di frontiera sovietiche sull’isola Damanskij. “Spararono alla maggior parte dei nostri uomini a bruciapelo”, ricorda Jurij Babanskij, tenente generale in congedo ed Eroe dell’Unione Sovietica, che quel giorno sopravvisse, a differenza di molte guardie di frontiera, colte alla sprovvista.  L’isola Damanskij era un piccolo pezzo di terra disabitata (0,74 kmq) sul fiume Ussuri che fungeva da confine tra l’Unione Sovietica e la Cina. Più vicina alla riva cinese, l’isola divenne oggetto di una disputa di confine negli anni Sessanta. Secondo la legge internazionale, il confine avrebbe dovuto correre al centro del bacino idrico principale dell’Ussuri, ma Mosca continuò a ritenere valido l’accordo del 1860, che aveva stabilito il confine sulla riva cinese.

(3) K. Marx, Critica del programma di gotha, Savelli 1975, pag 42-43

 




“SISTEMA DI ACCOGLIENZA E INTEGRAZIONE” (CE LO CHIEDE L’EUROPA) di Shahab Shir Akbari

Il sogno del PD è diventato legge dello Stato. Migranti, Emma Bonino: “Siamo stati noi tra 2014 e 2016 a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia… All’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli”, ha spiegato l’ex ministra degli Esteri del governo Letta, evocando un accordo mirato a far sì che le operazioni fossero coordinate da Roma. Ora “disfare questo accordo, adesso, è piuttosto complicato” . Nel 2017 il governo RenSì ; “Migranti in cambio dei conti flessibili, hanno venduto i confini per 80 Euro! . Suicidio firmato Renzi e Alfano”. “Con la firma di Triton da parte del governo Renzi si è accettato che tutti quelli recuperati dalle missioni di europee arrivassero sul suolo italiano”. L’ex ministro della Difesa: “Abbiamo ceduto sovranità per una maggiore flessibilità. È un errore capitale”.

E’ chiaro adesso perché le ONG d’accordo con i trafficanti di esseri umani portano tutti i migranti dall’Africa e Asia in Italia? E’ schiavismo moderno, legalizzato con la nuova legge di immigrazione votato da tutti partiti europeisti compreso M€S — che una volta dicevano di voler azzerare gli sbarchi! “l’Italia, dicevano, non deve essere campo profughi d’Europa!”.

Ci dicono il Ministero dell’Economia e delle finanze (Mef) e la Ragioneria generale dello Stato: “l’accoglienza dei migranti nel 2018 è di 4,7 miliardi euro e nel 2020 supererà 5 miliardi” — ricordiamoci che l’Unione europea contribuisce ad una minima parte di circa 100 milioni!

Ecco cosa cambia con il SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione):

1- I migranti verranno spalmati in piccoli centri presenti in tutte le regioni, forniti di documenti, domicilio e anche la possibilità di essere impiegati regolarmente. Un esercito di manodopera a basso costo e spesso impegnati nel mondo del lavoro nero.

2- Via maxi multe alle Ong, che saranno i padroni del Mediterraneo; Stop alle sanzioni per le navi ONG per il transito o la sosta nelle acque territoriali italiane. Le ONG potranno fare quello che vogliono come taxi del mare a pagamento per portare i migranti in Italia. Così vuole il governo PD-M€S.

3- Viene eliminata la confisca e distruzione dell’imbarcazione e resta una sanzione simbolica fra 10mila e 50mila euro. Ma il divieto di navigazione non scatta se si svolgono attività di soccorso, purché comunicate alle autorità italiane e dello Stato di bandiera!. E non è più il Viminale a decidere ma deve essere concordato con ministero della difesa e del trasporto che devono informare il presidente del consiglio ad avere competenza nel limitare o vietare ingresso, transito e sosta di navi nel mare territoriale.

4- cambiano i protocolli per la “ integrazione”:  90 giorni di permanenza nei centri Sai, cittadinanza dopo 3 anni,  24-36 nei casi di riconoscimento per matrimonio o naturalizzazione — il tutto mentre il governo fa tutto perché i giovani italiani istruiti lascino l’Italia per mancanza di lavoro per sostituirli con africani.

5- Protezione speciale. La durata del permesso sale da un anno a due che può essere convertito al motivo di lavoro, non solo per i paesi con il rischio di persecuzioni o torture (ma in realtà vale anche per i paesi dove non esiste la guerra come la Tunisia, che ha ricevuto dal governo italiano anche oltre 11 milioni di Euro. La notizia – a quanto si apprende – è emersa nel corso della visita a Tunisi dei ministri dell’Interno e degli Esteri, Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio, Fonte. Anche il pericolo di essere perseguitati in patria per l’orientamento sessuale o l’identità di genere non consentono l’espulsione. E’ prevista la conversione per motivi di lavoro dei permessi di soggiorno emessi per ragioni umanitarie —questo significa che rimangono a spese degli italiani senza fare niente. Inoltre, in materia di rifiuto o revoca del permesso, viene meno la discrezionalità nella valutazione dei «seri motivi», di competenza del Questore. Praticamente chiunque entra con barconi in Italia non può essere espulso.

6- Via tetto flussi. La nuova legge modifica il testo unico sull’immigrazione del 1998 in materia di flussi di ingresso di stranieri per motivi di lavoro, sopprimendo il limite del tetto alle quote. In altre parole non ci saranno più limiti all’ingresso dall’Africa. I trafficanti di essere umani, le milizie libiche e la mafia nigeriana possono svolgere il loro lavoro in modo legale — il governo italiano nel 2020 ha regalato alla Libia 58,3 milioni di Euro! Fonte.

7- Abbiamo infine il blocco dei rimpatri: praticamente chiunque entra in Italia non può essere per nessun motivo rimpatriato.

Di fatto con questa legge l’Italia diventa campo di profughi dall’Africa  e dall’Asia, le milizie libiche, le ONG, i taxi del mare e la mafia nigeriana diventano padroni di mare nostrum e le piazze di spaccio e il lavoro nero.




VIVA LA MARCIA DELLA LIBERAZIONE! di Daniela Di Marco

Un Natale come questo non si era mai visto, nemmeno nel secolo XIV, quando la “peste nera” falcidiò un terzo dell’intera popolazione.

Quarantena dura estesa a tutto il Paese, arresti domiciliari di massa, vietato addirittura, per la prima volta in assoluto, celebrare la messa di Natale.

Alcuni se la cavano sostenendo che queste misure sono “sproporzionate”, visto che non sta circolando la peste, ma una sindemia dalla quale, lo mostrano i dati, si può guarire. I più sono stati indottrinati, lobotomizzati, indotti ad introiettare come inevitabili le misure restrittive e antisociali.

Giornata del Risveglio, Perugia 19 dicembre 2020

Ero in piazza a Perugia sabato scorso, in occasione della Giornata del Risveglio per le Libertà e l’obbedienza costituzionale. La nostra manifestazione si svolgeva in pieno centro, davanti ad una fiumana di gente che passeggiava, munita di mascherina d’ordinanza. Tanti sfilavano indifferenti, altri si fermavano ad ascoltarci.

C’erano anche i covidioti che inveivano perché alcuni di noi non erano muniti di mascherina, e incuranti del “pericoloso assembramento” della folla di persone che passeggiava, addirittura hanno chiesto alle forze dell’ordine di arrestare tutti noi…

Perugia, 19 dicembre 2020

Mai come in questa occasione ho sentito a pelle la distanza che mi separa dalla maggioranza dei “cittadini”, tuttavia mai come questa volta ho sentito dentro di me sia il dovere morale di protestare contro misure liberticide, sia l’obbligo politico di dire, proprio a chi finge di non ascoltare o fa spallucce, la verità. E la verità non è solo che a causa dell’uso politico della sindemia milioni di esseri umani vengono gettati sul lastrico, non solo che un governo fuorilegge calpesta la democrazia. La verità è che a scala globale i poteri forti, col pretesto del virus, stanno pilotando un gigantesco esperimento politico per resettare la società e imporci nuovi e terribili modelli di vita.

Giornata del Risveglio, Perugia 19 dicembre 2020

Qual è, in questo triste contesto, il ruolo di un’opposizione politica, se non appunto quello di resistere, protestare e denunciare l’immane pericolo? C’è forse un’alternativa? Undici mesi di quarantena a singhiozzo mostrano che alternativa non c’è. Le opposizioni, sia quelle che siedono in Parlamento, sia quelle extraparlamentari, sono precipitate in un pietoso stato di catalessi. Non hanno alzato un dito contro la “dittatura sanitaria”. Le uniche proteste le hanno animate, qua e là, le categorie sociali più duramente colpite dalle misure restrittive del governo. Nessuna forza politica, grande o piccola, le ha sostenute. Diverse, a seconda dei casi, le ragioni di questa collusione col governo, quella principale è che, tranne piccole minoranze, tutti hanno voluto credere che per contrastare la sindemia, le misure del governo erano legittime e necessarie.

Tra queste minoranze politiche e sociali, non c’è alcun dubbio, la Marcia della Liberazione, è stata la prima linea. Non ci siamo limitati ad usare i cosiddetti social, abbiamo organizzato diversi eventi pubblici di piazza, fino alla Giornata del Risveglio del 19 dicembre, svoltasi in quasi 20 città d’Italia. In alcune con manifestazioni molto partecipate, in altre con piccoli presidi e flash mob. Il punto di svolta è stata la grande manifestazione nazionale svoltasi a Roma il 10 ottobre. Punto di svolta perché la Marcia sta diventando il principale punto di riferimento dei cittadini coraggiosi, di coloro che non hanno portato la testa all’ammasso, di coloro che non credono all’inganno di regime, di coloro che avanzano un’idea opposta di Paese e di società rispetto a quella di chi ci comanda e ci vorrebbe servi della gleba: un Paese sovrano e democratico, una società fondata sui valori della libertà, della fratellanza, della partecipazione e dell’eguaglianza sociale.

Per tutto questo sono orgogliosa di fare parte della Marcia, la sola luce che intravedo in questo tunnel spettrale.