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IL GRANDE RESET di Miguel Martinez

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Quasi sicuramente avrete sentito parlare del Grande Reset, o Great Reset.

In genere presentato come l’ultima demenziale teoria del complotto, da affiancare ai rettiliani del simpatico David Icke [1], l’ennesima prova che solo un pazzo potrebbe avere qualcosa da obiettare al sistema in cui viviamo.

Ora, qualcosa di vero c’è: siamo una specie incredibilmente collaborativa, conformista, opportunista e credulone, per cui spesso per non conformare quando conviene conformare bisogna essere davvero un po’ strani. [2]

Per l’opinionista inglese, Oliver Kamm, dietro la diffusione dell’idea del Grande Reset, ci sarebbe “l’apparato propagandistico del regime di Putin” che diffonderebbe “folli asserzioni di oscuri blogger” (gli anticomplottisti sono sempre pronti a denunciare i complotti altrui..).

Solo che questa volta c’è un problema: The Great Reset esiste davvero.

E’ stato il tema centrale dell’incontro (covidianamente virtuale) del Forum Economico Mondiale (World Economic Forum, WEF) quest’estate, ed è anche il titolo di un libretto di cui è coautore il presidente dello stesso Forum, Klaus Schwab.

Il sito del Forum lo presenta così:

“La pandemia rappresenta una rara ma stretta finestra di opportunità per riflettere, reimmaginare e resettare il nostro mondo” – Professor Klaus Schwab, Fondatore e CEO, World Economic Forum.

Seguite le intuizioni su come possamo riprendeci dal COVID-19 per costruire un futuro più salubre, più equo e più prospero.”

Il Grande Reset si presenta quindi come una descrizione della situazione attuale, e delle possibili azioni per “costruire il futuro”. A prima vista, quindi, una cosa che nel nostro piccolo potrebbe avere tirato fuori chiunque di noi, che male c’è, insistono quindi gli anticomplottisti.

Però qui non stiamo parlando di gente piccola. Wikipedia ci informa che il WEF è finanziato da 1000 aziende partner, “tipicamente imprese globali con un fatturato di oltre cinque miliardi di dollari”.

Insomma, non stiamo parlando di chi come noi guarda la storia, ma di chi la storia la fa.

Il WEF si autodefinisce “l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione tra il Pubblico e il Privato”. E’ un concetto molto ampio, ma alla fine è la base di tutto il sistema in cui viviamo, perché tra i grandi capitalisti (il privato) e il potere politico (il pubblico) si decide il destino di tutti noi.

Nell’articolo citato sopra, Oliver Kamm scrive

“per quelli che vedono chi decide le politiche mondiali [global policymakerscome essenzialmente malintenzionati e con secondi fini [malign and scheming] invece che fondamentalmente benintenzionati, [il Grande Reset] è stato un segno che tutta l’esperienza del lockdown era stata progettata da lungo tempo”.

Ecco, questa è una distinzione cruciale: per Kamm quelli che decidono gli investimenti, gli appalti e le guerre, sono fondamentalmente benintenzionati. Per altri, non so se siano malign, ma certo sono scheming, nel senso che usano il proprio potere per fare il proprio interesse.

Immaginiamo che un fondo decida di investire miliardi nell’industria aeronautica. Investimenti a lungo termine, rischiosi e molto impegnativi.

A sentire quelli come Kamm, solo un terrapiattista sciachimista penserebbe che quel fondo abbia interesse a

promuovere espansioni di aeroporti, detassare i carburanti per l’industria aeronautica, far aprire ovunque piccoli aeroporti a spese dei contribuenti, eccitare un clima di tensione globale che porti all’acquisto di aerei militari costosissimi, far finanziare la ricerca nell’ingegneria aerospaziale al sistema universitario, spingere dei deputati a votare bilanci militari sempre più costosi…

Queste sono tutte decisioni pubbliche, pagate con fondi pubblici.

Ecco, la pianificazione strategica aziendale si fonda proprio su questa cooperazione tra pubblico e privato, che è esattamente il ruolo del WEF.

Questo non vuol dire che il WEF “decida qualcosa”.

Gli incontri del WEF sono la più importante occasione annuale per permettere ai politici e agli imprenditori più potenti del mondo di incontrarsi in maniera informale e fare affari: noi interpreti sappiamo bene che gli affari veri si fanno solo così, soprattutto quando si può mettere da parte la recita che distingue “privato” da “pubblico”.

Però il WEF è anche un luogo in cui i decisori riflettono su come spingere il mondo nella direzione più favorevole ai loro interessi.

I decisori devono coinvolgere il massimo numero di attori: non solo i politici, ma tutta la società deve innamorarsi delle mille aziende più potenti del mondo, e pensare che agiscono per il bene di tutti – ecco che il WEF ha inventato il concetto di stakeholder capitalism. Il capitalista è per definizione un individuo che cerca di estrarre il massimo dalla natura, tenendo il più possibile per se stesso: proprio per questo è importante cooptare sempre le cause ambientali e sociali, facendo credere che “siamo tutti sulla stesssa barca”, tutti stakeholder.

Una strategia ben riuscita: molti di quelli che denunciano il Grande Reset sono variamente qualificabili come di “Destra”, mentre i più accaniti apologeti dei miliardari di Davos sono spesso di “Sinistra” (con coraggiose eccezioni). Negli Stati Uniti, molti hanno addirittura definito “socialista” e un “attacco alla proprietà privata” la proposta che proviene dall’associazione (ripetiamo) delle mille più potenti imprese capitalistiche del pianeta.

In fondo non è tanto sorprendente: il piccolo imprenditore del Texas non sarà mai invitato a Davos, mentre pittoresche ma innocue personalità che piacciono a sinistra lo saranno.

Ma in cosa consiste il progetto del Grande Reset?

The Great Reset non è un manuale che i potenti seguono; al contrario, è un testo che racconta bene tante tendenze e aspirazioni che i potenti già stanno implementando, in un linguaggio che li rende simpatici.

Chi si occupa di pianificazione strategica aziendale è una persona intelligente per definizione. Sa benissimo quindi che abbiamo raggiunto il picco un po’ di tutto. Ma sa anche che per giustificare il proprio ragguardevole stipendio, deve continuare lo stesso a far crescere l’azienda.

Questo significa che si deve ingegnare come non mai sia a inventare fuffa, sia a scovare nuovi campi da sfruttare. Ne riparleremo, perché il post è già troppo lungo così.

The Great Reset è una frase geniale, potentissima.

Perché con il 2020, ci rendiamo tutti conto che stiamo vivendo un’accelerazione paurosa dei tempi, sospesi apocalitticamente tra collasso ambientale, esplosione della popolazione, ciberintrusione nel più intimo dei nostri corpi. [3]

The Great Reset è lo slogan lanciato nel 2020 dal Forum Economico Mondiale (WEF), un’organizzazione con 700 dipendenti a tempo pieno e finanziata dalle aziende più ricche del pianeta, dedicata a organizzare la principale occasione mondiale in cui i politici che contano possono vendere appalti agli imprenditori che contano, con un contorno di intellettuali.

Gli intellettuali in questione sono spesso venditori di fuffa, ma sono anche i tecnici del dominio, come li chiamava il saggio Roberto Giammanco: persone molto sveglie, che indicano ai potenti le strategie vincenti, e allo stesso tempo cantano le lodi dei potenti alla plebe.

Insieme, miliardari, politici e clerisy [4] formano i Global Policymaker.

Oggi nessuno è in grado di decidere le sorti del pianeta, ma solo loro cavalcano la tigre impazzita della grande trasformazione, senza finirne divorati.

In questo contesto, il presidente del WEF, Klaus Schwab, ha scritto tre libretti: The Fourth Industrial Revolution (2016), Shaping the Fourth Industrial Revolution (2018) e appunto, The Great Reset (2020).

In questi tre testi, il cui contenuto è presumibilmente condiviso dai global policymaker che lui riunisce, ci racconta la svolta planetaria che stiamo vivendo.

Confesso che provo un po’ di sollievo a sentire qualcuno che parla di questioni serie, invece di limitarsi a fare retorica su storie di decenni fa.

Schwab racconta cose abbastanza note, ma si esalta anche visibilmente: scrive un’apologia da “ottimista pragmatico“, come si autodefinisce, per il mondo che i policymaker stanno creando per noi.

Spesso si esalta così tanto da prevedere come imminenti cose che invece richiederanno qualche anno.

Ad esempio, citando un documento del suo WEF del 2015, Schwab prevede per il 2025 (in ordine decrescente di probabilità, con tanto di percentuali precise):

«10% delle persone che indossano abiti collegati a internet 91,2
90% delle persone che hanno uno stoccaggio illimitato e gratuito (supportato dalla pubblicità) 91,0
trilione di sensori collegati a Internet 89,2
Il primo farmacista robotico negli Stati Uniti 86,5
10% di occhiali da lettura connessi a internet 85,5
80% delle persone con presenza digitale su internet 84,4
La prima auto stampata in 3D in produzione 84,1
Il primo governo a sostituire il suo censimento con fonti di Big Data 82,9
Il primo cellulare impiantabile disponibile in commercio 81,7
Il 5% dei prodotti di consumo stampati in 3D 81,1
Il 90% della popolazione utilizza gli smartphone 80,7
90% della popolazione con accesso regolare a Internet 78,8
Auto senza conducente pari al 10% di tutte le auto sulle strade degli Stati Uniti 78,2
Il primo trapianto di un fegato stampato in 3D 76,4
30% delle verifiche aziendali effettuate da Al 75,4
Tassa riscossa per la prima volta da un governo attraverso una blockchain 73,1
Oltre il 50% del traffico internet verso le case per elettrodomestici e dispositivi 69,9
Globalmente più viaggi/viaggi attraverso il car sharing che in auto private 67,2
La prima città con più di 50.000 persone e senza semafori 63,7
10% del prodotto interno lordo globale immagazzinato su tecnologia blockchain 57,9
La prima macchina di Intelligenza Artificiale in un consiglio di amministrazione aziendale 80%»

Siamo già nel 2021, ma prima di tirare un sospiro di sollievo, rendiamoci conto che Schwab ha ragione: la direzione è quella, verso l’Internet of Bio-Nanothings.

Il brano di cui sopra, l’ho tradotto con DeepL: avrà ancora qualche difettuccio, ma il sorpasso del virtuale sul vivente (in questo caso il sorpassato, annientato, è Miguel Martinez, traduttore), se non avverrà nel 2025 come spera Schwab, ci sarà poco dopo.

Colombo ha reso disponibile al futuro capitalismo l’America;

Rockefeller al capitalismo vero il petrolio;

la quarta rivoluzione industriale ha reso disponibile al Capitalismo Inclusivo [5] il corpo umano, finora esplorato in maniera assai rozza solo da schiavisti, magnaccia e venditori di uteri-in-affitto.

L’amica Daniela Danna aveva già spiegato la faccenda, parlando di modo di produzione informatica.

Questa è la premessa del Grande Reset, scritta prima che facessimo tutti la conoscenza del Coronavirus.

Ma già ci siamo dilungati troppo….

* Fonte:  KELEBEK BLOG

Note

[1] Segnalo un capitolo del libro Them. Adventures with Extremists, di Jon Ronson, scrittore peraltro ebreo, dove racconta di come cercò invano di convincere un collettivo di antifascisti del Vancouver che David Icke non è un antisemita che usa il termine lucertole come codice segreto per parlare male degli ebrei: no, David Icke https://newhumanist.org.uk/articles/4797/mocked-prophet-what-is-david-ickes-appeal“>teme davvero le lucertole, ma non ha nulla contro gli ebrei.

[2] Nel 1967, l’Unione Sovietica introdusse il reato di Disseminazione di fabbricazioni note come false, che diffamano il sistema politico e sociale sovietico: gli americani ci sono arrivati dopo con le fake news, che effettivamente è termine più scorrevole di Распространение заведомо ложных измышлений, порочащих советский государственный и общественный строй.

La legge sovietica contro le fake news fu accompagnata più dolcemente da una raffica di diagnosi di schizofrenia a progresso lento. E qualcuno che per le sue idee era disposto a farsi rinchiudere in un ospedale psichiatrico, invece di mettere sull’equivalente sovietico di Twitter anni Settanta l’equivalente del hashtag #AndraTuttoBene, poteva davvero essere un po’ picchiato.

Segnalo una bella analisi di Daniele Gullì sulle problematiche del discorso “complottista”, che non scade nella solita apologia di Bill Gates.

[3] Nel lontano 2013, il vicepresidente degli Stati Uniti si fece disabilitare le connessioni del suo pacemaker, per paura che degli hacker gli ciberspegnessero il cuore.

[4] Il poeta romantico inglese Coleridge inventò il termine clerisy, un calco sul tedesco Klerisei, per indicare la casta che in tempi meno religiosi svolge lo stesso ruolo sociale dei preti di una volta.

[5] “Capitalismo inclusivo“, purtroppo, non l’abbiamo inventato noi. Ci ritorneremo, spero.

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