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LA CASTA DEI MOLESTI di Alberto Melotto*

Nei giorni scorsi Massimo Recalcati ha detto la sua sul tema della didattica a distanza. Sappiamo che questa non è una notizia, di ben altro dovremmo parlare, ad esempio di come, finalmente, un settore prezioso e vitale della popolazione italiana, quello degli studenti dei licei e delle università, stia dando validi segni di risveglio, stia occupando le scuole per significare senza ombra di dubbio il diritto all’insegnamento in presenza, oltre che il diritto a non essere rinchiusi nell’appartamento di papà e mamma a tempo indefinito, in un perenne arresto domiciliare.

Il nodo della matassa è proprio questo: l’intervento di Recalcati, fatto con toni non violenti, semmai bonari e suadenti com’è nel suo stile, tende comunque a narcotizzare queste proteste studentesche, a disinnescarne la potenza eversiva rispetto alla nuova società che ci vogliono imporre, a reprimere il dissenso usando modalità “soft power” come dicono gli strateghi della Nato, ovvero la propaganda al posto delle maniere forti.

In breve, Massimo Recalcati, è uno psicoanalista di lungo corso che, dopo una tesi su Sartre e Freud,, si è dedicato lungamente allo studio dell’opera del fumoso Jacques Lacan. Molti lo conoscono in qualità di affabulatore e divulgatore sulla rete pubblica italiana, dove ammalia il pubblico progressista, specie quello femminile che legge i supplementi del weekend di Repubblica e Corriere. Alcuni anni fa Maurizio Crozza ne ha fatto un’incisiva parodia, mettendone in luce la verve piaciona e inconcludente, quasi fosse un Rutelli, che in gioventù fosse riuscito a laurearsi in psicologia anziché fare da valletto alla Bonino.

Cosa ha detto di così terribile il buon Recalcati? Citiamo testualmente: “Se i nostri ragazzi non hanno potuto beneficiare di una didattica in presenza nel corso di quest’anno, se hanno perduto una quantità di ore e di nozioni significative e di possibilità di relazioni, questo non significa affatto che siano di fronte all’irreparabile. Il lamento non ha mai fatto crescere nessuno, anzi tendenzialmente promuove solo un arresto dello sviluppo in una posizione infantilmente recriminatoria. Insegnare davanti ad uno schermo significa non indietreggiare di fronte alla necessità di trovare un nuovo adattamento imposto dalle avversità del reale testimoniando che la formazione non avviene mai sotto la garanzia dell’ideale .. si tratta di una lezione nella lezione che i nostri figli dovrebbero fare propria, evitando di reiterare a loro volta la lamentazione dei loro genitori”.

In soldoni, Recalcati ci informa che per un ragazzo, ricevere un insegnamento mediocre per un intero anno scolastico non è affatto un dramma. Forse perché, nei programmi del ceto intellettuale italiano, una volta divenuto adulto, non dovrà far altro che andare a lavorare come precario da Amazon, quindi non gli servirà una preparazione culturale di livello, in grado di farlo pensare consapevolmente sulla società che lo circonda e di cui lui è parte. Inoltre, non poter vedere i propri compagni di classe, e quindi non potere stabilire relazioni, amicizie, primi amori?

Che vuoi che siano gli incubi notturni, la depressione, quella certa propensione al suicidio che fa capolino qua e là. L’importante è tener fede alla narrazione ufficiale: il “reale” è costituito dall’onnipresente mostro, il potente dio pagano Covid-19, che va adorato e temuto, ma che non può mai venire dimenticato. Nel finale Recalcati sfiora, lambisce involontariamente la comicità assoluta, quando afferma che i figli non dovrebbero “reiterare la lamentazione dei loro genitori”, al celebre psicoanalista dà fastidio che padri e figli si parlino, riuniti intorno al focolare domestico, che l’adulto possa provare del risentimento per aver dovuto chiudere il proprio negozio o la propria attività, anch’egli dovrebbe starsene buono, zitto e muto, e aspettare che la “realtà” modello Matrix faccia il suo corso.

Intendiamoci, l’esempio da noi proposto non è che uno fra tanti. Sempre nei giorni scorsi, l’ex primo ministro Enrico Letta, straparlava a PropagandaLive di come dovrebbero pensare e agire gli italiani del ventunesimo secolo, pensare di laurearsi e poi trovare un lavoro a tempo indeterminato come si faceva nei decenni centrali del novecento, non è più possibile, così disse Letta, occorre “adattarsi”. E ancora, come non citare il ritorno di Mario Monti, e il suo auspicio che i ristori, già assai scarsi, non vengano più erogati per lasciare che la crisi causata dalle scellerate scelte del governo Conte (e non dal virus) faccia il suo corso, e centinaia di migliaia di negozi e piccole aziende chiudano per sempre i battenti.

Occorre dire che l’insieme del ceto politico e intellettuale è composto da cialtroni, venditori di fumo, odiatori seriali del popolo italiano, personaggi che perseguono il bene delle elites finanziarie mondiali, a scapito del nostro benessere. E’ quanto diceva Costanzo Preve in una sua celebre intervista: Oggi gli intellettuali sono, nella stragrande maggioranza, più stupidi delle persone comuni”.

Riusciremo a vincere questa vulgata altamente nociva? Questa prima domanda è strettamente collegata alla seguente: ce la faranno il popolo italiano, e la popolazione mondiale nel suo insieme, a battere il nefasto disegno del “Grande Reset”?

La risposta è semplice: dobbiamo vincere per forza, non possiamo nemmeno contemplare il buio abisso di una sconfitta che porterebbe ad una involuzione dell’essere umano sotto il profilo della socialità e dell’affettività, dei diritti sociali e politici, della stessa integrità fisica, pensiamo all’ibridazione fra uomo e macchina.

E se, come tutti auspichiamo, la nostra lotta politica sarà premiata dalla vittoria, occorrerà un ulteriore atto d’amore verso il nostro paese: liberare l’Italia da questa casta di esseri molesti, i parassiti di cui parlava Franco Battiato nel brano Povera patria.

Non dobbiamo dimenticare che se, nel secondo dopoguerra, lo sviluppo morale, sociale e politico dell’Italia ebbe un inizio alquanto lento e impacciato, ciò si deve anche e soprattutto al fatto che, gran parte del ceto intellettuale e amministrativo aveva saputo riciclarsi, nel passaggio dal regime fascista (e ancor prima liberale e monarchico) alla Repubblica. Magistrati, alti funzionari dell’apparato statale e della pubblica sicurezza rimasero al loro posto, nonostante avessero dato prova di essere collusi col precedente regime. Mancò una chiara volontà politica di disfarsi di questi personaggi, intrisi di una cultura classista e sprezzante verso il popolo, chiusi a riccio verso ogni forma di rinnovamento sociale e politico, di uguaglianza sociale.

Chi ama la letteratura può trovare un esempio di questo mondo di privilegio e di ottusità intellettuale e umana nel romanzo di Ignazio Silone Il segreto di Luca. Il protagonista, un povero cafone, simile a molti altri contadini ritratti con amore da Silone, viene accusato di un omicidio che non ha commesso, ma con infinito pudore, sceglie di non difendersi, perché farlo significherebbe porre all’attenzione della gente la donna da lui amata in silenzio. Così dovrà scontare lunghi anni di carcere, e dovrà subire le angherie e la volgare ironia del magistrato incaricato del suo caso, un anziano arido, tipico rappresentante del mondo elitario e votato a condannare sempre e comunque, i più poveri.

Non ripetiamo lo stesso errore dei nostri avi, liberiamoci (pacificamente, per carità) di questa casta nociva, nei confronti della quale il vecchio detto “braccia rubate all’agricoltura” non stona affatto.

*Alberto Melotto è membro della Direzione Nazionale di Liberiamo l’Italia

Fonte: Liberiamo l’Italia