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LA RUSSIA E LA GUERRA CHE VERRA’ di A. Vinco

Volentieri pubblichiamo queste considerazioni di A. Vinco.

Roberto G., assiduo lettore di sollevazione, in un suo commento al mio articolo E’ LA TERZA GUERRA MONDIALE ha scritto:

«Ad esempio la Russia è un paese autonomo dal punto di vista militare ma sul resto non direi. Con Putin ha conquistato una certa autonomia politica ma basta un Medvedev qualsiasi per vederla compromessa. E quanti Medvedev ci sono in Russia? Non ha un’autonomia comunicativa nè un’ideologia precisa, non è in grado di offrire un suo punto di vista sulla contemporaneità e sulla storia che contrasti quello imperiale. E’ vero che grazie all’autonomia militare ha potuto salvare la testa di Assad ma nulla ha potuto sulla sua reputazione. Assad è rimasto il cattivo della guerra in Siria ed i buoni sono i curdi ed i caschi bianchi per i quali si sono spese financo le stelle di Hollywood».

Roberto merita una risposta, il suo commento merita di essere integralmente letto. Con lui vogliamo rispondere a quanti ancora vivono la guerra ibrida e non ideologica del presente con gli occhi e il pensiero ideologizzato (sia esso marxista o liberista) del secolo passato.

Il capitalismo politico di Nikolai Patrushev

Milanovic e Aresu hanno utilizzato la categoria di “capitalismo politico” per descrivere la lotta interimperiale di questo contesto storico. Il concetto è giusto, è sbagliata però l’applicazione.

Gli Stati Uniti non sono propriamente un modello di capitalismo politico, rimangono l’ideocrazia del liberismo imperialista, che oggettivamente resiste dal secolo scorso a oggi. Fascismo e nazismo non furono ideocrazie, ma regimi di sviluppo e modernizzazione sociopolitica e economica a seguito del Diktat antitaliano e antitedesco di Versailles, l’URSS non fu più una ideocrazia dal 1941, quando dovette tornare al nazionalismo grande russo, secondo Mao addirittura all’imperialismo neozarista, per non morire del tutto. In definitiva dunque, l’unica autentica “ideologia ideocratica” del ‘900 fu il liberismo statunitense.

Crollata l’URSS, Patrushev, dotatissimo quadro dell’intelligence russa, rileggeva la storia novecentesca alla luce delle considerazioni di A. Smith, Ivan Ilyn, Huntington e della geopolitica centroeuropea degli Anni Trenta e Quaranta. Arrivò alla conclusione che liberalismo e marxismo erano due facce della medesima medaglia, in quanto anteponevano l’astratto concetto ideologico allo storicismo culturale della civiltà; in seguito comprese, prima di ogni altro statista, l’inevitabilità del declino del ciclo del liberismo imperialista statunitense e l’astrattezza antistorica del modello liberista tecnocratico di UE.

Lo stalinismo impose il comunismo mediante la sostanza della grande nazione russa (1), antiasiatica e antislamica, mentre Patrushev ricalibra la civiltà russa e il Ruskiy Mir in base alla visione di Impero multiculturale e multirazziale; la burocrazia sovietica, che non credeva più alla validità scientifica del marxismo sin dal 1941, finisce per sostituirlo con il vago proposito di un comunitarismo solidaristico russofilo di natura internazionalista che, nei fatti, scontenta un po’ tutti, da Praga a Budapest. Già dalla metà degli anni ’90, nel periodo della catastrofe El’cin, Patrushev, l’ideologo della Rinascita russa, teorizzò esplicitamente il “capitalismo politico”, in larga parte di stato.

Che significa capitalismo politico? Che il capitalismo controllato dallo Stato e dall’elite militare diviene un’arma e uno strumento dell’Impero russo, superando così l’immobilismo reazionario della tarda burocrazia sovietica. Gli USA, come detto, non sono un capitalismo politico, ma un’ideocrazia elitista basata sul liberismo e sulla linea geopolitica che vede costantemente il rinato Impero russo come primo nemico.

La Cina non è un capitalismo politico, almeno nel senso di Patrushev, in quanto l’elite mandarina studia ancora con profitto i testi di Marx e Engels che Patrushev ha gettato nelle fiamme. Il termine “Socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”, pur con le sue ambiguità, ci pare perciò più corretto. Dalla prova di forza della “guerra fredda” e della successiva globalizzazione, è stata del resto l’elite mandarina a uscire più forte rispetto al liberismo statunitense. Di certo, le sconfitte militari americane in Ucraina e nel Grande Medio Oriente, sono frutto della realpolitik del Cremlino, più che dell’espansionismo mercantilista di Pechino.

Dunque, a differenza di quanto pensa Roberto G, la Russia dei nostri giorni è l’unico modello di un nuovo pensiero geopolitico e strategico, moderno e flessibile, che non solo si è concretizzato in capitalismo politico di Stato ma si è stabilizzato e ha resistito ai più pesanti attacchi concentrici da guerra ibrida. Patrushev, non Trump né Deng Xiaoping, è perciò il Machiavelli o il Mazzini dei nostri tempi.

Quello vissuto dalla Russia di Putin dal 2014 a oggi è un vero e proprio Risorgimento, che la pone politicamente in uno stadio più avanzato e rispetto agli USA, ancora fermi al neoliberismo e di conseguenza alla logica dello scambio ineguale, e rispetto alla Cina, ancora ferma al neomarxismo come recitano i manuali di stato. La Russia vive e progetta come una superpotenza del 2020, Cina e USA ancora come potenze novecentesche.

Il declino USA 

Proprio in base a tali considerazioni strategiche, Patrushev previde con anni di anticipo il declino del ciclo liberista. La retorica dei diritti individuali, di cui il ciclo ideocratico liberista non può far  a meno, avrebbe portato l’occidente a una stato di latente guerra di tutti contro tutti. Lo stiamo vedendo ora proprio negli USA! Inoltre, come è noto, gli USA si affermarono nel secondo conflitto mondiale grazie alla produzione su larga scala di tipo automobilistico che forniva al gigante nord-americano un notevole vantaggio, decisivo, sull’Asse Roma-Berlino-Tokyo.

Oggi, viceversa, l’erosione della manifattura USA è diventata addirittura una questione di sicurezza nazionale, che richiederebbe un vero intervento militare ma gli apparati militari statunitensi non hanno né la competenza né la capacità per organizzare la rinascita del manifatturiero. Tutti i tentativi dei Governi Obama I e II e dell’ultimo, Governo Trump, per restaurare la potenza industriale interna sono falliti.

La Silicon Valley non è datrice di istanza finale e l’avanguardismo tecnologico USA, peraltro messo in fortissima discussione dalle ultime scoperte cinesi, non è in grado di combattere la disgregazione sociale avanzante, la distanza sempre più percepibile tra l’America delle coste e le altre Americhe, la fine in sostanza del cosiddetto “sogno americano”, che ha costituito la quintessenza dell’ideocrazia liberista e della retorica del dirittismo individualistico, con i giganti del GAFAM che puntano ormai apertamente al totalitarismo globalista neofeudale. Per questo il capitalismo statunitense è un capitalismo liberale oligarchico, non un capitalismo politico.

Di conseguenza, le considerazioni di Roberto G sul presunto unipolarismo vigente sono smentite da una lettura dei fatti in linea con il concetto Hibrid Warfare. Gli Usa non sono più indipendenti né industrialmente né economicamente, si reggono ormai esclusivamente sulla potenza geopolitica del dollaro, che è però nelle mani, in larghissima parte, di Pechino, Tokyo, Riad, Doha. La linea Patrushev fu temprata dal crollo sovietico, la linea sovranista e liberista Trump non sembra in grado di poter evitare il crollo americano, la linea Biden o del Great Reset è la classica dottrina del neoliberismo oligarchico imperialista aggiornata alla luce dell’ormai prossimo primato tecnologico di Pechino e del primato geopolitico di Mosca.

Il nemico alle porte

L’elite russa sa bene che la guerra è già in atto, potrebbe miracolosamente fermarsi o prendere forme mai viste prima. Solo una guerra mondiale potrà infatti salvare, o definitivamente annientare, gli USA. Lo scorso 20 maggio Qiao Liang, influente generale in pensione, teorico della “guerra senza limiti”, ha affermato senza peli sulla lingua che il nazionalismo confuciano han, antioccidentale per sua stessa natura, ha il vento della storia dalla propria parte. Fermarsi ora sarebbe un delitto verso le nuove generazioni cinesi.

Pechino marcia verso il primato globale e verso un nuovo ordine strategico che sostituisca allo scambio ineguale liberal-capitalista una sorta di “armonia democratico-confuciana globalizzata”, secondo la versione fornita dall’elite mandarina.  Esclusa la guerra nucleare, in quanto nessuno è disposto a lanciare il primo ordigno senza conoscere il danno del contraccolpo avversario ma nemmeno gli effetti su larga scala, rimangono le vie della guerra convenzionale globale o quella del conflitto regionale tra USA e Cina, come prevede tra le righe il documento strategico  presentato da Indopacom: Regaining the Advantage (2020-2026). Il Comando Indopacifico scarta l’ipotesi Taiwan, un vantaggio tattico per Pechino, prefigura invece come scenario centrale quello delle isole  dell’arcipelago Spratly.

Pechino punta invece a Taiwan, anche in omaggio all’inevitabile mobilitazione nazionalista di più d’un miliardo di cinesi e delle varie comunità fuori frontiera. Viceversa, Mosca immagina scaramucce continue ma terribili e micidiali proprio sul teatro europeo o balcanico, per impedire anzitutto il benessere materiale e psicologico europeo, punto dolente, per il liberismo imperialista USA, delle contraddizioni sociali mondiali.

La Germania, ormai alle prese con una vera e propria crisi strutturale, non potrà continuare sui suoi standard se non appoggiandosi sempre più su Pechino. Anche volesse sostenere Berlino la nuova amministrazione Biden non potrebbe, a livello qualitativo, fornire ai tedeschi il medesimo aiuto industriale e tecnologico che la Cina è, invece, già in grado di sostenere. Se Xi Jinping ha scelto l’Italia, con il suo trasversale partito cinese (che va dalla Destra sociale di Geraci sino a Prodi, passando per Bettini, Rizzo e D’Alema), come retrovia politico-diplomatico, ha scelto però Berlino come hub tecnologico-industriale della propria offensiva europea. Mosca sarà inevitabilmente attratta in questa perversa ragnatela, per quanto farà di tutto per serbare la propria neutralità strategica.

Di fronte alla classica, e sconsiderata, fiammata russofoba, caratteristica delle amministrazioni democratiche statunitensi, ove Putin fosse messo con le spalle al muro,  in questo particolare momento storico non sarebbe da escludere, come ipotesi realistica, uno scenario nord-coreano a Mosca: necessaria militarizzazione della vita civile e ritirata strategica nella fortezza Rus’.

Tali conseguenze sarebbero del tutto imprevedibili per gli USA, che non sono stati in grado di gestire Pyongyang negli ultimi decenni. Le cose sarebbero, a quel punto, ben peggiori per l’Occidente di fronte a un Impero dal potenziale geopolitico, geoeconomico e militare come è quello russo. Un quadro evidentemente ben distante dai vari Medvedev al Cremlino che immagina Roberto prefigurando una nuova Yalta con gli USA di Biden. Siamo invece del parere che Vladimir Putin si sia rivelato, soprattutto dal 2014, un ottimo interprete politico soggettivo della linea strategica di civiltà di Patrushev (Ruskiy Mir) o del capitalismo politico di Stato etico.

NOTE 

1) “Conversazioni con Stalin” di Gilas sono a nostro avviso l’autentico testamento storico e politico dello stalinismo