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LA SFIDA DELL’AVVENIRE di Moreno Pasquinelli

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«Oh meraviglia! Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli». [William Shakespeare, La tempesta, Atto V, scena I]

Gli stivali delle sette leghe possedevano la magica capacità di far compiere con un solo passo, distanze smisurate. Se ne parla in diverse fiabe. In quella di Pollicino li indossava l’orco che mangiava i bambini. Siccome quegli stivali stremavano chi se ne serviva, Pollicino riuscì a sfilarli all’orco mentre dormiva e se ne servì per ingraziarsi i favori del Re, riuscendo così a vivere felice e contento con la sua famiglia. Metafora, come vedremo più avanti, calzante quante altre mai.

Con la cosiddetta “Quarta Rivoluzione Industriale” quella che abbiamo definito “l’avanguardia politica dell’élite mondialista”, ultima propaggine della borghesia che fu, è certa di avere ai piedi gli stivali delle sette leghe. Vuole che noi tutti la seguiamo, librandoci così nel radioso e fantascientifico futuro che le forze dirompenti della digitalizzazione e della robotizzazione finalmente consentono. Futuro mirabolante, così viene spacciato da questa élite la sua fotocopia del The Brave New World (ottima questa recensione). Come nel racconto di Aldous Huxley l’umanità starebbe per raggiungere lo stadio di una perfetta (e confuciana) armonia: non ci saranno più ricchi e poveri né conflitti sociali, non avremo né pene né preoccupazioni. Saremo felici, sani e belli, e camperemo centocinquant’anni grazie ai prodigi dell’eugenetica. Saremo più intelligenti grazie alle neuro-tecnologie. Con l’ibridazione uomo-macchina, dalla sua tomba, Nietzsche potrà cantare vittoria: “eh bravi miei superuomini!”

Pensate che abbia le traveggole? Provate a leggere La quarta rivoluzione industriale (disarmante l’introduzione di John Elkann) e, sempre di Klaus Schwab, Covid-19: The Great Reset. Vi renderete conto che questa avanguardia politica mondialista raccolta nel World Economic Forum (un vero e proprio clan di miliardari d’ogni latitudine  – Cina compresa, ça va sana dire!) affiancati da teste d’uovo d’ogni branca dello scibile, è convinta di quel che dice, di essere il nuovo filantropico Redentore che per missione ha la progressistica palingenesi dell’umanità. Per dare al proprio discorso la forza della profezia che si auto avvera, non nasconde di aver previsto, e auspicato, la sindemia da Covid-19 — non pandemia signori, e che fa una bella differenza, ce lo dice The Lancet. Infine, servendosi della folta schiera di tecnoscienziati a libro paga e di politicanti che manovra come fantocci lusitani, non si fa scrupoli a sostenere che la sindemia è lo shock tanto atteso per realizzare il proprio catartico (e diabolico) piano.

In barba alla fine delle “grandi narrazioni”, a dispetto del discorso dei filosofi postmodernisti sulla morte delle ideologie, qui siamo in presenza della più ardita e prometeica delle narrazioni, della più sfacciata delle ideologie. Consapevoli che il loro sistema era sull’orlo del collasso, consci che il discorso neoliberista non aveva più generale consenso, compreso che non si può governare il mondo senza ipnotizzare le masse, senza miti e nuove fantasmagoriche e mitologiche visioni, questi tecno-assatanati nonché benefattori dell’umanità hanno resuscitato un’utopismo al quadrato, un pastrocchio sincretico che mescola Platone e Nietzsche, Cristo e Marx, Popper e Heidegger, il diavolo e l’acqua santa. Il guazzabuglio ha tuttavia un’anima, un’essenza, è il transumanesimo, l’idea di una società tecnocratica perfetta e dell’uomo aumentato iperconnesso.

Il clan dei plutocrati già prevede, per noi tecno-pessimisti, la possibilità di confinarci in apposite riserve. Non lo nasconde l’ex ministro danese dell’ambiente (ora nel WEF), l’invasata Ida Auken — Here’s how life could change in my city by the year 2030. L’analogia con quanto presagiva Huxley è impressionante; nel suo racconto i resilienti e gli scarti, finivano in Nuovo Messico, dove gli appartenenti alla iper-civiltà venivano inviati di tanto in tanto per vedere coi loro occhi quanto disgraziata fosse la vita dei “selvaggi” e quindi tornarsene nella gabbia di ferro convinti di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Si attaglia alla perfezione, alla visione transumanista, la condanna marxiana dell’ideologia come “falsa coscienza”: l’élite plutocratica camuffa con panegirici universalistici sul “bene comune” la propria volontà di potenza e di dominio, ovvero una concezione del mondo classista e partigiana.

Sarebbe un errore fatale sottovalutare questa ideologia. La sua seducenza contagiosa non dipende solo dal suo raccogliere il fugace spirito del tempo, quello che affida alla scienza e della tecnica funzioni salvifiche. Essa ha invece radici molto più lontane e che a ben vedere tracciano il solco della civiltà occidentale. Ci riferiamo ai concetti di peregrinatio e di novum  di Sant’Agostino (che introducono l’idea del progresso lineare nella storia), quindi il Terzo Regno di Gioacchino da Fiore, per il quale, dopo l’epoca del Padre e quella del Figlio, sarebbe venuta l’epoca dello Spirito Santo, il Regno in Terra della libertà, dell’amore e della pace.

Occorre impedire che l’umanità imbocchi questa strada, bisogna combattere l’ideologia dell’élite mondialista. Occorre farlo con ogni mezzo, occorre farlo sin da ora. Anzitutto smascherando il grande inganno della “pandemia”, contrastando l’uso biopolitico autoritario che ne viene fatto, quindi opponendo un’opposta visione della società e del mondo. Perderemmo la partita se spingessimo il nostro tecno-pessimismo fino ad abbracciare un’idea di società arcadica e agreste — equivarrebbe ad auto-esiliarci nella riserva indiana che lorsignori hanno già immaginato per quelli come noi. Non si può opporre un’utopia ad una distopia, nostalgie passatiste alla progressistica furia del dileguare.

Accettare davvero la sfida significa concepire un’idea opposta di progresso, in cui la scienza sia spodestata dal suo piedistallo e considerata una delle forme del sapere nient’affatto quella suprema, in cui la tecnica sia un mezzo per l’uomo e non viceversa, in cui le forze economiche siano sottoposte a controllo sociale. Infine, contro ogni irenismo, dobbiamo ribadire che il conflitto e la lotta sono la vera forza motrice della storia, che l’umano spirito di libertà, in ultima istanza, sempre prevarrà rispetto a quello della sottomissione e della servile obbedienza.

Occorre darsi una mossa poiché siamo molto indietro per quanto attiene ad un progetto fattibile di un’alternativa di società. Per questo occorre fare come Pollicino: dobbiamo rubare gli stivali all’orco per procedere spediti in una diversa direzione.

Occorre farlo ora che l’umanità è posta innanzi ad un bivio. Siamo appena entrati uno di quei passaggi storici in cui la bonaccia lascia il posto alla tempesta, alle porte di una rottura e di un brusco salto che deciderà del futuro della civiltà. L’élite ha drammatizzato la “pandemia” ed è riuscita così a trasformarla nell’evento scioccante per giustificare il salto sistemico. Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta.

Lode dunque alle crisi! come sostenne Jakob Burckhardt:

«La crisi deve essere considerata come un nuovo nodo dello sviluppo […] Energie insospettate si risvegliano negli individui, nelle masse, e perfino il cielo ha un altro colore. Chi è qualcosa può farsi valere, perché le barriere sono state o vengono infrante».

Le vecchie barriere stanno in effetti cadendo. Sta a noi mostrare se siamo qualcosa, pensare e agire per farci valere.

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6 pensieri su “LA SFIDA DELL’AVVENIRE di Moreno Pasquinelli”

  1. Cittadino dice:

    L’utopia ha un duplice valore. Può significare immobilismo se si cade nella nostalgia o nel vacuo attendismo di chi si illude di poter realizzare poi quello che non può realizzare adesso.

    Tuttavia gli uomini non si muovono senza un utopia, “concepire un’idea opposta di progresso” di fatto significa costruire una nuova utopia utile a far muovere gli uomini adesso.

    L’utopia serve a camminare diceva Galeano. Come costruirla proprio non saprei, quest’utopia che faccia camminare adesso, so solo che è necessaria e presto.

    Giovanni

  2. Cittadino dice:

    E udite udite cosa chiede oggi il prode Farage? Di formare un governo di unità nazionale includendo anche Tony Blair e di accelerare sui vaccini per uscire presto dal lockdown.

    Certo in fondo l’ho sempre saputo che siamo completamente soli e non ci può fidare di nessuno, men che meno di quel chiacchierone liberista thatcheriano lì, ma è davvero disgustoso a guardarsi.

    Sorpreso no, ma amareggiato sì.

    Giovanni

  3. FaBer dice:

    Facciamo come loro: un forum economico italiano e in prospettiva internazionale: una contro DAVOS, magari in rete, alla luce del sole, che metta insieme le nostre teste d’uovo, le nostre testate giornalistiche, i nostri imprenditori illuminati e tenga ben lontani i troll e i quaraquaqua! Servono nuclei di cristallizzazione, ad ogni livello, per fare venire giù il diluvio.
    Le psicotecniche usate da loro le possiamo usare anche noi, contro di loro.
    Presente!

  4. Piero dice:

    “Invece di cadere preda dello sconforto, occorre avere l’audacia di utilizzare lo shock per utilizzarne la forza di spinta”. Completamente d’accordo. La crisi c’è, c’era prima del Covid, sta per esplodere in catastrofe sociale e economica. Il pensatoio di Davos la vuole utilizzare per ridisegnare questo modello di società, intanto servendosi del Covid per prendere tempo e nascondere le proprie responsabilità per la catastrofe che comunque era in arrivo
    Hanno preciso l’obiettivo del grande reset ma non hanno ancora elaborato completamente l’algoritmo. Per questo hanno messo le vele al vento e attendono il momento per dare inizio alle manovre. Da parte nostra, oggetti delle loro intenzioni dovremmo sfruttare il momento della tempesta Covid, non per negarne l’esistenza e/o gridare al complotto, intanto perché non possiamo apparire come i difensori di un sistema in disfacimento, ma sfruttare questo periodo di passaggio, che non sarà breve, per riorganizzare un discorso di alternativa sociale e economica che, misurandosi con le macerie create da questa crisi, costruisca un idea alternativa e credibile di società che sappia entrare nella testa e nel cuore della maggioranza delle persone. Dovremmo issare le vele dell’utopia e affrontare la tempesta, non fuggendo indietro, ma andando di bolina contro vento per uscire con una rotta audace e realistica verso acque più tranquille dove rappresentare gli interessi della parte maggioritaria del popolo attraverso un nuovo modello di società. All’inizio raccogliendo le grida di sofferenza dei tanti colpiti dalla crisi e insieme creando le strutture di autogoverno necessarie, con umiltà e senza imposizioni ma decisi a dare le risposte necessarie per affrontare, a partire dagli aspetti materiali, la crisi. Tutto questo non può essere portato avanti da piccoli gruppi divisi da ridicoli personalismi e/o puntigliose differenti coloriture, ma da un’ ambiziosa volontà di lavorare uniti per il cambiamento necessario. Questi sono i tempi in cui si decide che segno avrà il grande reset.

  5. Moreno Pasquinelli dice:

    Grazie per i commenti.
    Buona l’idea di una contro-Davos. Dovremmo lavorarci su, in fretta ma bene.
    Una precisazione la debbo a Giovanni che coglie nel segno e scrive:

    «L’utopia ha un duplice valore. Può significare immobilismo se si cade nella nostalgia o nel vacuo attendismo di chi si illude di poter realizzare poi quello che non può realizzare adesso. Tuttavia gli uomini non si muovono senza un utopia, “concepire un’idea opposta di progresso” di fatto significa costruire una nuova utopia utile a far muovere gli uomini adesso».

    Proverò, spero presto tempo permettendo, a spiegarmi meglio.

    Mettiamola così. Di contro a certo volgare materialismo storico non si da nessuno slancio rivoluzionario di massa se esso non è accompagnato un impulso metafisico e trascendere il reale — poste evidentemente intollerabili oggettive condizioni materiali d’esistenza della maggioranza del popolo.
    Occorrono come il pane simbolismo, passioni ideali e miti.
    Tuttavia sarebbe un errore, intendo sul piano politico fattuale, parlare di utopia, col che daremmo al nemico l’arma micidiale di condannarci come “utopisti”, confinando la nostra visione socialista nell’albo dei sogni.
    E’ la forza, supposta la maturità di condizioni oggettive, che decide dell’utopia o del realismo di una data visione del mondo.

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