SOLITUDINE IMPERIALE di Umberto Bianchi

Con un’enfasi senza precedenti, si è svolta la cerimonia di insediamento del nuovo presidente Usa, il democrat Joe Biden. Abiti dai colori sgargianti, musica a gogò, star e starlette, addirittura una poetessa, alcuni tra i passati presidenti Usa: i coniugi Clinton, Obama, G. Bush. Tutti lì a far da testimonial ed a riconfermare, se mai ve ne fosse stato bisogno, i mantra buonisti del neo presidente. Unificare e pacificare una nazione, mai come ora, così divisa, combattere l’epidemia, tornare a “make America great” e via discorrendo, con il profluvio di banalità a cui la propaganda mainstream da tanto tempo, ci ha abituato. Il tutto si è, però, svolto in un surreale contesto, circondato da strade e piazze vuote e silenti, in cui le cui uniche presenze erano le migliaia di bandierine, lì poste a riempire la mancanza di gente e la massiccia presenza di militari e polizia, volta ad evitare altre poco gradite e scomode contestazioni.

L’appariscenza, i toni trionfanti contro il vuoto ed il deserto circostanti, sono il simbolo della sempre maggior distanza tra l’ufficialità del politically correct della politica Usa ed il sentire della gente comune, animata da malcontento, rabbia, miseria e frustrazione. Se con Trump, gli Stati Uniti avevano imboccato una strada più incline ad una posizione  sovranista, volta a curare nell’immediato gli interessi nazionali Usa, anche a costo di contrapporsi alle varie lobbies della finanza e dell’economia, con Biden, invece, sembra si voglia tornare alle linee-guida che avevano animato le precedenti amministrazioni democrat, da quella di Clinton in poi.

Per prima cosa, Biden ha voluto dare una dimostrazione “muscolare” di come lui intenda la riunificazione e la pacificazione degli americani, cancellando in un sol colpo molti dei provvedimenti-guida della appena passata, amministrazione Trump. Il tutto all’insegna di buonismi e solidarismi a iosa. Ma, a tanti suadenti intenti di buonismo e di politically correct, seguiranno altrettanti fatti?

Cominciamo con il dire che gli Usa, hanno ancora vari dossier aperti qua e là per il mondo. Se in politica estera, l’amministrazione Trump aveva per lo più, usato un linguaggio diretto che non lasciava spazio a fraintendimenti, così come dimostrato nel caso delle relazioni con l’Iran, la Corea, la Palestina, Cuba e la Cina, tanto per citare i più eclatanti, con i democrat le cose assumono una più sfumata e vaga coloritura. Da un lato, il ramoscello d’ulivo della pace, delle trattative e degli accordi a tutti i costi. Dall’altro, però, i democratici, hanno dimostrato nei decenni, una spiccata tendenza a fomentare urbi et orbi, un’instabilità endemica, tutta a vantaggio loro e delle potenti lobbies finanziarie, di cui questi sono la diretta espressione.

A partire dalla kennediana Baia dei Porci, attraverso la quanto mai ambigua ed oscura vicenda del terrorismo in Italia negli anni ‘60, ‘70 ed ’80, sino ad arrivare ad oggi, alle varie Primavere arabe, passando per la Siria, il Venezuela e la questione Ucraina, la politica estera del doppio giuoco è un elemento costitutivo che non ha mai abbandonato, la politica estera dei democrat.

La stessa e strana vicenda del “dissidente” Navalny, in Russia, sembra esser parte di un collaudato copione, dietro il quale si cela l’intento di mettere all’angolo l’unico e per ora, reale competitor degli Usa a livello globale e cioè la Russia di Putin.

Dal punto di vista della politica economica, le cose non vanno poi così diversamente. Attraverso una bilanciata politica di instaurazione di dazi e di limitazione all’azione della Federal Reserve, per quanto riguarda la pratica  degli indiscriminati aumenti del costo del denaro, oltreché ad una attiva politica di defiscalizzazione, il tanto vituperato Trump, ha permesso una decisa ripresa dell’economia interna Usa, dopo anni di stagnazione, seguiti alla crisi finanziaria del 2009, durante la gestione democrat. Anni durante i quali, a prosperare sono stati principalmente i grandi gruppi finanziari e multinazionali, che dalla pura speculazione finanziaria o dalla produzione delocalizzata, hanno realizzato i maggiori guadagni, a detrimento dei circuiti economici locali, made in Usa.

Ora, è chiaro che, per quanto riguarda quegli indicatori economici positivi, lasciati in dote dall’amministrazione Trump, Biden non sarà così folle da vanificarne i risutati, magari cercando di assumersene il merito con qualche stratagemma contabile, mantenendo così, sostanzialmente inalterati, i risultati di certe misure economiche. La sua presunta apertura alla Cina, non potrà fare a meno di considerare certi indicatori e, al pari di altri provvedimenti sarà molto più di facciata, che sostanziale.

Ciò che invece cambierà, sarà il ritorno di un’America in salsa spiccatamente globalista ed internazionalista. Aperta alle grandi conglomerazioni geo economiche e geo politiche (Comunità Europea, Nafta, Oms, Gatt, etc.) in un ruolo da protagonista, mettendo in disparte la politica dei vari accordi bilaterali, su cui la presidenza Trump avrebbe voluto impostare la sua politica geo economica.

Ma c’è una cosa, su cui l’amministrazione dello scialbo Biden, non si distinguerà poi così tanto, da tutte le precedenti ed è la totale e, ad oggi, indiscussa supremazia Usa sui mercati finanziari, in quanto produttrice in esclusiva, di quel contante in dollari che, rappresenta la base di tutte le transazioni finanziarie e commerciali mondiali. Prova ne sia, la recente erogazione di fondi gratuiti (elicopter money…) a tutte le categorie produttive americane, danneggiate dalla pandemia. Denaro la cui immissione sui mercati, verrà invece pagato dal resto del mondo e che permetterà agli Stati Uniti di rimanere, la potenza dominante a livello mondiale, almeno per quanto riguarda l’aspetto finanziario, Cina o non Cina.

Nulla di nuovo all’orizzonte, pertanto. Di nuovo, invece, il clima della cerimonia di insediamento del neoeletto presidente Usa. Una ridicola e “kitsch” sfilata di statue di cera, circondate da un  surreale ed ostile silenzio. L’Impero celebra i suoi fasti in solitudine. L’inizio di una fine prossima? Speriamo.




I NEMICI CONTRO CUI COMBATTERE di Ugo Mattei

Tra eccezione e “normalità”: se il politico è controllato dal potere tecnologico e finanziario

Le convulsioni del costituzionalismo liberale che sono andate in scena in questi giorni offrono materiali spettacolari (nel senso debordiano del termine) per una riflessione su eccezione e normalità. Negli Stati Uniti abbiamo assistito alla retorica imbarazzante della cerimonia di insediamento di un duo presidenziale in mano ai poteri forti. Hanno parlato di giustizia sociale, senza vergogna, dallo stesso palco dal quale i gorgheggi di cantanti miliardarie giungevano fisicamente alle orecchie delle migliaia di senza tetto, accampati sotto i palazzi del potere (documentati fotograficamente dallo splendido libro fotografico di Kiki Arnal, In the Shadow of Power). Biden invocava la “normalità”. In Italia, la stessa retorica al Senato, con un Presidente del Consiglio pronto a promettere qualunque cosa, pur di mantenere l’incarico, ad una girandola di ricattatori e voltagabbana, riportata come una notizia dai giornali mainstream, mentre la vera partita, quella sul “controllo” dei servizi segreti restava nell’ombra.

Nel centenario della fondazione del Partito comunista italiano, destinato a divenire il più grande (e conformista) di tutto il blocco atlantico, perfino il “Manifesto” (quotidiano comunista) apriva con le tifoserie italiote di Biden in prima pagina, a riprova, se necessario, della triste condizione semi periferica e coloniale in cui siamo imprigionati a causa delle basi Nato, che ben pochi osano discutere a dispetto dell’art. 11 della Costituzione. Del resto, altrettanto pochi osano ricordare che il supremo garante dello stato di eccezione permanente, che deve essere interpretato da Conte anche nella sovversione delle più elementari certezze del diritto costituzionale, è il Presidente Mattarella.

Fu lui − da ministro della Difesa, nel primo governo guidato da un ex comunista − a macchiarsi, insieme a D’Alema, del bombardamento illegale − senza mandato dell’Onu − di una capitale Europea come Belgrado. A scopo “umanitario” furono eseguiti 2.300 attacchi aerei, usando uranio impoverito, furono distrutti 148 edifici, 62 ponti, danneggiate 300 scuole, ospedali e istituzioni statali, 176 monumenti di interesse culturale e artistico, con un danno stimato di 30 miliardi di dollari, che nessuno è disposto a riconoscere e a risarcire. Ed è proprio l’Europa di Bruxelles, con la sua costituzione a-democratica by design, a costituire fin dall’Atto Unico del 1986, il supremo strumento di normalizzazione dell’eccezionale, facendosi garante dell’Asse atlantico.

Tornerò su questo punto in un prossimo articolo. Per il momento, sarà sufficiente osservare che quel bombardamento dei ponti di Belgrado, affollati di civili terrorizzati nell’estate del 1999, svolse, mutatis mutandis rispetto al corso del successivo decennio, la stessa funzione che le bombe fasciste di Piazza Fontana del dicembre ’69 svolsero, per “normalizzare” gli anni Settanta (ripercorsi magistralmente da Geraldina Colotti in un recente intervento su l’Antidiplomatico). Il primo decennio del nuovo millennio fu infatti quello che, apertosi con le Torri Gemelle, segnò la nascita politica del capitalismo della sorveglianza (descritto nel celebre libro di Shoshana Zuboff). È come se alla fine di ogni decennio, un evento di portata spettacolare (pensiamo alla caduta del Muro di Berlino dell’89, o alla crisi del 2008), marcasse quello successivo, costruendo un’emergenza la cui risoluzione deve essere priorità numero uno per tutti gli amici, costruendo come nemico chi si concede il lusso del dissenso.

Del resto, insieme all’antitesi (non dialettica) fra amico e nemico va letta la teoria dello stato di eccezione schmittiana, quella utilizzata da un maestro come Giorgio Agamben, uno dei pochi intellettuali che, in una serie di interventi sul sito di Quodlibet, non si sono allineati, per leggere la pandemia Covid 19, con cui si è aperta la decade che stiamo vivendo. Lo stato di eccezione dichiarato dall’Oms ha infatti offerto l’assist ad ogni potere costituito per ristrutturare uno status quo ed una “normalità” che pareva messa in discussione dai rantoli (anche osceni) di una sovranità statale (sopratutto quella statunitense con Trump) restia ad arrendersi ai nuovi rapporti di forza globale, in cui il politico è controllato in ogni suo aspetto dal potere tecnologico e finanziario, concentrato nelle mani di pochissimi individui.

È così che il decennio del centenario del fascismo al potere ha potuto essere interamente predeterminato alla lotta tecnologica nei confronti della pandemia, la quale passa attraverso la deportazione della vita sulla piattaforma online (Big tech), nonché la rinnovata ed incrollabile fede nella scienza così come interpretata da Big pharma. Il tutto ovviamente sotto la supervisione attenta della finanza, la vera governance autoritaria con cui un’oligarchia sempre più potente di capitalisti predatori, si arricchisce senza vergogna ai danni della classe lavoratrice e dei i beni comuni. L’araba fenice della normalità, unita alla paura per la nuda vita (spettacolarmente rappresentata dalla mascherina ostentata dai potenti anche quando palesemente inutile) segna, nell’a-politica e nell’a-democrazia, il Dna del decennio che ci aspetta. Il nemico contro cui combattere per l’emancipazione mi pare chiaro. – (1. Segue)

* Fonte: Italia Libera




Il PARTITO COMUNISTA RUSSO (ZJUGANOV) E NAVALNY di A. Vinco

La redazione di sollevazione mi ha chiesto ulteriori precisazioni riguardo alla posizione del Partito Comunista della Federazione Russa (KPFR) sulla questione “Navalny-Rivoluzione Colorata”.

Attualmente il Partito di Gennady Zjuganov è teoricamente antiputinista, internazionalista e filocinese ma è spaccato in due frazioni principali: i cosiddetti leninisti antiputiniani e i cosiddetti lealisti più vicini a Putin. Zjuganov tenta di fare il mediatore tra le due linee interne. Alcuni comunisti hanno esplicitamente sostenuto Navalny, arrivando addirittura a definirlo un “rivoluzionario” anticapitalista. Molti militanti, la maggior parte, considerano Navalny un complice dell’imperialismo americano. Il Partito Comunista della Federazione Russa si è diviso perciò in due campi , il che potrebbe alla fine portare a una scissione nel partito.

Tre giorni fa l’ex governatore della regione di Irkutsk, Sergei Levchenko, ha valutato positivamente l’attività del celebre oppositore, definendolo un “attentatore” di inizio secolo, che aprirà la strada alla Rivoluzione Comunista. Inoltre, Levchenko ha notato che entrambe le forze politiche sono impegnate nella stessa cosa: stanno combattendo il capitalismo politico del Cremlino, solo Navalny non lo sta facendo in modo radicale ma in modo più sof, da “social-liberale”, mentre il Partito Comunista lotta per un nuovo socialismo. In precedenza, il sostegno a Navalny era stato espresso dal Comitato cittadino di Mosca del Partito Comunista nella persona di Valery Rashkin. I deputati eletti del Partito comunista sono andati all’aeroporto di Vnukovo per incontrare l’oppositore proveniente da Berlino. Alle azioni di Navalny hanno partecipato anche rappresentanti del Fronte di sinistra, per il quale Putin è un fascista, medesima tesi espressa da Z. Brzezinski dal 2007, in corrispondenza del famoso discorso di Monaco di VVP. Da allora Brezinski iniziava a definire Putin come il Mussolini russo. Lo stesso testamento dell’analista, Visione strategica (2012), a differenza di come fu interpretato da taluni geopolitici russi, non era da leggere come un ravvedimento tattico verso la missione russa, ma come una diversa modulazione della stessa strategia di Russofobia. Brezinski è stato uno stretto amico del falco interventista liberale Biden, attuale presidente USA.

Il comunista Leonid Razvozzhaev ha definito in più casi Navalny un rivoluzionario. Ad Irkutsk erano presenti alla manifestazione dei seguaci di Navalny molti comunisti che si proponevano di formare un governo popolare antiputiniano.

Tutto questo avviene sullo sfondo della dura condanna e denuncia di Navalny come “agente del Dipartimento di Stato” o “espressione del capitale finanziario USA” da parte del leader del partito, Gennady Zyuganov. Ora il Partito Comunista ufficiale della Federazione Russa, come altri partiti parlamentari rappresentati dal Partito Liberal Democratico e SR, critica aspramente “l’opposizione liberale in ogni sua forma”. Zyuganov ha già promesso di dare una valutazione adeguata alle dichiarazioni di Levchenko. Ma questo lo fermerà?

Allo stesso tempo, la lotta per il potere all’interno del partito si intensifica, nel caso in cui lo stesso Gennady Zyuganov lasci, come annunciato, la carica di segretario generale. Il candidato considerato vicino  all’amministrazione del Cremlino, Yuri Afonin, non fa purtroppo parte dell’élite del partito. Il “blocco radicale leninista”, rappresentato da Levchenko o Rashkin, è  antagonista su tutta la linea ai lealisti che vedono in Navalny niente altro che un agente dell’intelligence angloamericana.

Mentre non c’è consenso unanime nel partito, Zyuganov sta solo cercando di bilanciare entrambe le ali, mantenendo così il posto di arbitro. Navalny potrebbe diventare un fattore scatenante per un altro aggravamento della situazione nel fronte comunista russo.

Il tentativo strategico dell’imperialismo americano, come già specificato, è rappresentato dalle prossime elezioni della Duma: arrivare lì con un grande blocco antiputiniano, che metta tutti assieme dai nazisti ai comunisti, è l’obiettivo della frazione Biden per portare la nuova élite finanziaria liberale “moscovita” alla guida della Russia.

Marat Bashirov, analista politico, ha testimoniato che vi sono state, negli scorsi mesi, ampie trattative tra la frazione leninista e Navalny in vista del “Blocco unito Anti-Putin”. Vi sono serie possibilità che l’unità tra estrema destra e estrema sinistra andrà in porto. Questo fronte dovrebbe svolgere il medesimo ruolo che gli antifa e gli agenti di Soros hanno svolto negli USA negli scorsi mesi. Il progetto è però, almeno a nostro modesto avviso, destinato a fallire, visto che la finanza moscovita è assai debole all’interno e le leve strategiche dell’esercito, della sicurezza e dell’intelligence sono devotamente schierate con VVP.

Sarebbe inoltre attuata, con la finanza moscovita al dominio, l’opera che non riuscì agli USA negli anni ’90, ovvero spezzettare la Russia su basi regionali con propri governatorati autonomi, arraffare i tesori di stato che VVP ha restituito allo Stato e alla comunità popolare, facendo del popolo russo carne da macello della guerra interimperialista incipiente.

Tutto ciò mostra, servisse ulteriore conferma, che la linea Putin rappresenta attualmente la più significativa antagonista strategica dell’imperialismo liberale USA e che la zona russa si appresta di nuovo a essere il fronte caldo della guerra interimperialista globale. Ciò che però manca oggettivamente alla Russia di Putin è una mobilitazione democratica e patriottica e una educazione più radicale e moderna delle giovani generazioni agli eterni valori del Russky Mir. Questo non significa, evidentemente, che la fortezza russa vada dato in pasto ai liberisti finanziari o agli imperialisti USA. Tutt’altro. Il putinismo avrà ancora lunga vita.




LA CASTA DEI MOLESTI di Alberto Melotto*

Nei giorni scorsi Massimo Recalcati ha detto la sua sul tema della didattica a distanza. Sappiamo che questa non è una notizia, di ben altro dovremmo parlare, ad esempio di come, finalmente, un settore prezioso e vitale della popolazione italiana, quello degli studenti dei licei e delle università, stia dando validi segni di risveglio, stia occupando le scuole per significare senza ombra di dubbio il diritto all’insegnamento in presenza, oltre che il diritto a non essere rinchiusi nell’appartamento di papà e mamma a tempo indefinito, in un perenne arresto domiciliare.

Il nodo della matassa è proprio questo: l’intervento di Recalcati, fatto con toni non violenti, semmai bonari e suadenti com’è nel suo stile, tende comunque a narcotizzare queste proteste studentesche, a disinnescarne la potenza eversiva rispetto alla nuova società che ci vogliono imporre, a reprimere il dissenso usando modalità “soft power” come dicono gli strateghi della Nato, ovvero la propaganda al posto delle maniere forti.

In breve, Massimo Recalcati, è uno psicoanalista di lungo corso che, dopo una tesi su Sartre e Freud,, si è dedicato lungamente allo studio dell’opera del fumoso Jacques Lacan. Molti lo conoscono in qualità di affabulatore e divulgatore sulla rete pubblica italiana, dove ammalia il pubblico progressista, specie quello femminile che legge i supplementi del weekend di Repubblica e Corriere. Alcuni anni fa Maurizio Crozza ne ha fatto un’incisiva parodia, mettendone in luce la verve piaciona e inconcludente, quasi fosse un Rutelli, che in gioventù fosse riuscito a laurearsi in psicologia anziché fare da valletto alla Bonino.

Cosa ha detto di così terribile il buon Recalcati? Citiamo testualmente: “Se i nostri ragazzi non hanno potuto beneficiare di una didattica in presenza nel corso di quest’anno, se hanno perduto una quantità di ore e di nozioni significative e di possibilità di relazioni, questo non significa affatto che siano di fronte all’irreparabile. Il lamento non ha mai fatto crescere nessuno, anzi tendenzialmente promuove solo un arresto dello sviluppo in una posizione infantilmente recriminatoria. Insegnare davanti ad uno schermo significa non indietreggiare di fronte alla necessità di trovare un nuovo adattamento imposto dalle avversità del reale testimoniando che la formazione non avviene mai sotto la garanzia dell’ideale .. si tratta di una lezione nella lezione che i nostri figli dovrebbero fare propria, evitando di reiterare a loro volta la lamentazione dei loro genitori”.

In soldoni, Recalcati ci informa che per un ragazzo, ricevere un insegnamento mediocre per un intero anno scolastico non è affatto un dramma. Forse perché, nei programmi del ceto intellettuale italiano, una volta divenuto adulto, non dovrà far altro che andare a lavorare come precario da Amazon, quindi non gli servirà una preparazione culturale di livello, in grado di farlo pensare consapevolmente sulla società che lo circonda e di cui lui è parte. Inoltre, non poter vedere i propri compagni di classe, e quindi non potere stabilire relazioni, amicizie, primi amori?

Che vuoi che siano gli incubi notturni, la depressione, quella certa propensione al suicidio che fa capolino qua e là. L’importante è tener fede alla narrazione ufficiale: il “reale” è costituito dall’onnipresente mostro, il potente dio pagano Covid-19, che va adorato e temuto, ma che non può mai venire dimenticato. Nel finale Recalcati sfiora, lambisce involontariamente la comicità assoluta, quando afferma che i figli non dovrebbero “reiterare la lamentazione dei loro genitori”, al celebre psicoanalista dà fastidio che padri e figli si parlino, riuniti intorno al focolare domestico, che l’adulto possa provare del risentimento per aver dovuto chiudere il proprio negozio o la propria attività, anch’egli dovrebbe starsene buono, zitto e muto, e aspettare che la “realtà” modello Matrix faccia il suo corso.

Intendiamoci, l’esempio da noi proposto non è che uno fra tanti. Sempre nei giorni scorsi, l’ex primo ministro Enrico Letta, straparlava a PropagandaLive di come dovrebbero pensare e agire gli italiani del ventunesimo secolo, pensare di laurearsi e poi trovare un lavoro a tempo indeterminato come si faceva nei decenni centrali del novecento, non è più possibile, così disse Letta, occorre “adattarsi”. E ancora, come non citare il ritorno di Mario Monti, e il suo auspicio che i ristori, già assai scarsi, non vengano più erogati per lasciare che la crisi causata dalle scellerate scelte del governo Conte (e non dal virus) faccia il suo corso, e centinaia di migliaia di negozi e piccole aziende chiudano per sempre i battenti.

Occorre dire che l’insieme del ceto politico e intellettuale è composto da cialtroni, venditori di fumo, odiatori seriali del popolo italiano, personaggi che perseguono il bene delle elites finanziarie mondiali, a scapito del nostro benessere. E’ quanto diceva Costanzo Preve in una sua celebre intervista: Oggi gli intellettuali sono, nella stragrande maggioranza, più stupidi delle persone comuni”.

Riusciremo a vincere questa vulgata altamente nociva? Questa prima domanda è strettamente collegata alla seguente: ce la faranno il popolo italiano, e la popolazione mondiale nel suo insieme, a battere il nefasto disegno del “Grande Reset”?

La risposta è semplice: dobbiamo vincere per forza, non possiamo nemmeno contemplare il buio abisso di una sconfitta che porterebbe ad una involuzione dell’essere umano sotto il profilo della socialità e dell’affettività, dei diritti sociali e politici, della stessa integrità fisica, pensiamo all’ibridazione fra uomo e macchina.

E se, come tutti auspichiamo, la nostra lotta politica sarà premiata dalla vittoria, occorrerà un ulteriore atto d’amore verso il nostro paese: liberare l’Italia da questa casta di esseri molesti, i parassiti di cui parlava Franco Battiato nel brano Povera patria.

Non dobbiamo dimenticare che se, nel secondo dopoguerra, lo sviluppo morale, sociale e politico dell’Italia ebbe un inizio alquanto lento e impacciato, ciò si deve anche e soprattutto al fatto che, gran parte del ceto intellettuale e amministrativo aveva saputo riciclarsi, nel passaggio dal regime fascista (e ancor prima liberale e monarchico) alla Repubblica. Magistrati, alti funzionari dell’apparato statale e della pubblica sicurezza rimasero al loro posto, nonostante avessero dato prova di essere collusi col precedente regime. Mancò una chiara volontà politica di disfarsi di questi personaggi, intrisi di una cultura classista e sprezzante verso il popolo, chiusi a riccio verso ogni forma di rinnovamento sociale e politico, di uguaglianza sociale.

Chi ama la letteratura può trovare un esempio di questo mondo di privilegio e di ottusità intellettuale e umana nel romanzo di Ignazio Silone Il segreto di Luca. Il protagonista, un povero cafone, simile a molti altri contadini ritratti con amore da Silone, viene accusato di un omicidio che non ha commesso, ma con infinito pudore, sceglie di non difendersi, perché farlo significherebbe porre all’attenzione della gente la donna da lui amata in silenzio. Così dovrà scontare lunghi anni di carcere, e dovrà subire le angherie e la volgare ironia del magistrato incaricato del suo caso, un anziano arido, tipico rappresentante del mondo elitario e votato a condannare sempre e comunque, i più poveri.

Non ripetiamo lo stesso errore dei nostri avi, liberiamoci (pacificamente, per carità) di questa casta nociva, nei confronti della quale il vecchio detto “braccia rubate all’agricoltura” non stona affatto.

*Alberto Melotto è membro della Direzione Nazionale di Liberiamo l’Italia

Fonte: Liberiamo l’Italia




IL MONDO COME LO VUOLE LA CINA di Xi Jinping

Si è svolto, da remoto ed in formato ridotto, (quello in grande stile si svolgerà dal 25 al 28 maggio a Singapore) l’annuale Forum di Davos del World Economic Forum [WEF], probabilmente il principale pensatoio del mondialismo capitalista. Grandemente atteso, ad un anno dall’inizio della grande crisi economico-sanitaria globale, il discorso pronunciato lunedì dal Presidente Cinese Xi Jinping —Let the Torch of Multilateralism Light up Humanity’s Wai Forward che consigliamo di leggere nella sua interezza.

Qui sotto la sintesi pubblicata sul sito del WEF.

Ciò che ha detto Xi Jinping fa capire, ben più di tante cervellotiche digressioni, cosa voglia, quindi cosa sia la Cina.

La grande crisi non ha cambiato di una virgola l’approccio cinese: avanti con la globalizzazione capitalista, liberalizzazione del commercio e degli investimenti (leggi: libero scambismo), strenua difesa dell’idea di forte crescita e sviluppo perorata dal WEF, sostegno alla piena digitalizzazione dell’economia, green economy, collaborazione multilaterale per evitare conflitti (la famigerata “armonia” confuciana). In estrema sintesi: piena convergenza con la cosiddetta “The Davos Agenda”, di cui il Grande Reset.

*  *  *

«Ginevra, Svizzera, 25 gennaio 2021 – Sintesi del discorso pronunciato dal presidente cinese Xi Jinping.

“La pandemia è tutt’altro che finita e la recente recrudescenza dei casi COVID ci ricorda che dobbiamo portare avanti la lotta… Non c’è dubbio che l’umanità prevarrà sul virus e uscirà ancora più forte da questo disastro”.

“Dobbiamo rimanere impegnati a stare al passo con i tempi invece di rifiutare il cambiamento. Ora è il momento di un maggiore sviluppo e di una grande trasformazione”.

Xi ha delineato diversi obiettivi necessari per un futuro migliore. Includono la necessità di lavorare insieme per raggiungere una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva, per colmare il divario tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati come prerequisito per la prosperità globale e per rafforzare la cooperazione globale nell’affrontare le grandi sfide comuni, vale a dire COVID-19 e il cambiamento climatico.

Sulla cooperazione

“Ci auguriamo che questi sforzi portino maggiori opportunità di cooperazione ad altri paesi e diano ulteriore impulso alla ripresa e alla crescita economica globale” … “Ci è stato dimostrato più volte che andare da soli e scivolare in un arrogante isolamento fallirà sempre. Uniamoci tutti per mano e lasciamo che il multilateralismo illumini la nostra strada verso una comunità con un futuro condiviso per l’umanità”… “Il gioco a somma zero o il vincitore che prende tutto non è la filosofia del popolo cinese.”…. “Dovremmo restare fedeli al diritto internazionale e alle regole internazionali, invece di cercare la propria supremazia”

Sul clima

“Dobbiamo mantenere l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e promuovere lo sviluppo verde”…. “Dobbiamo dare continua priorità allo sviluppo, attuare gli obiettivi di sviluppo sostenibile e assicurarci che tutti i paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, condividano i frutti dello sviluppo globale”.

Xi ha ribadito l’impegno della Cina ad attuare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e promuovere uno stile di vita e di produzione verdi a basse emissioni di carbonio e raggiungere la neutralità del carbonio prima del 2060.

“La terra è la nostra unica casa. Aumentare gli sforzi per affrontare il cambiamento climatico e promuovere lo sviluppo sostenibile, ha un impatto sul futuro dell’umanità”.

Sull’economia

“Nonostante i trilioni di dollari in pacchetti di aiuti in tutto il mondo, la ripresa globale è piuttosto instabile e le prospettive rimangono incerte. Dobbiamo concentrarci sulle priorità attuali e bilanciare la risposta al COVID con lo sviluppo economico. Il sostegno della politica macroeconomica dovrebbe essere rafforzato per portare l’economia mondiale fuori dalla crisi il prima possibile “.

Sul COVID-19

Contenere il coronavirus è un altro compito urgente per la comunità internazionale, ha affermato, sottolineando che una maggiore solidarietà e cooperazione, una maggiore condivisione di informazioni e una risposta più forte sono ciò che è necessario per sconfiggere COVID-19. Ha detto che la Cina è impegnata a condividere la sua esperienza con altri paesi e ad assistere coloro che sono meno preparati alla pandemia e a lavorare per una maggiore accessibilità ai vaccini COVID nei paesi in via di sviluppo.

Sulla globalizzazione

Xi ha affermato che la Cina continuerà a promuovere la globalizzazione economica e il progresso della tecnologia e dell’innovazione, e si impegna a portare avanti la sua politica di apertura e continuare a promuovere il commercio e la liberalizzazione degli investimenti.

Sulla tecnologia

“La scienza, la tecnologia e l’innovazione sono un motore chiave per il progresso umano … La Cina creerà un ambiente scientifico aperto, equo e non discriminatorio che sia vantaggioso per tutti”».

Questa la sintesi del discorso di Xi Jinping.

Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, ha quindi ringraziato la Cina per aver preso parte attiva agli sforzi globali per combattere COVID-19 e per attuare l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Per la precisione Schwab ha detto:

«Il 2021 sarà l’anno critico per ristabilire la fiducia nella nostra capacità di plasmare il nostro futuro comune in modi collettivi e costruttivi”, ha affermato Schwab. … Dobbiamo vincere la lotta contro il virus, dobbiamo rinvigorire la crescita economica globale e renderla più robusta, resiliente, inclusiva e sostenibile e, allo stesso tempo, dobbiamo accelerare la transizione verso una “net zero economy”… Dobbiamo unirci per assicurarci di catturare il momento e passare all’era della collaborazione per costruire un mondo migliore”.




IL VACCINO-TRUFFA di Sandokan

La Repubblica di oggi (26 gennaio) titola: «La clausola segreta nel contratto Pifizer: “In caso di reazioni avverse al vaccino a risarcire sarà lo Stato”».

E’ come se la multinazionale americana confermasse le accuse che scienziati e medici  dissidenti hanno sollevato riguardo ai possibili effetti collaterali del vaccino messo in circolazione in fretta e furia. Pur di mandare avanti ad ogni costo la vaccinazione di massa l’Unione europea ha accettato di esonerare la Pfizer da ogni responsabilità penale e civile. Si era mai visto? No, non si era mai visto.

Ma non finisce qui….

– Se mi vaccino posso togliermi la mascherina ??

– No.

– Potranno riaprire i ristoranti, bar, pub e tutti lavorare normalmente ??

– No.

– Vaccinandomi divento resistente al Covid ??

– Forse, ma non lo sappiamo di sicuro.

– Almeno non contagio più gli altri ??

– No, potresti ancora contagiare gli altri. Nessuno lo sa.

– Se vacciniamo tutti i bambini, le scuole torneranno alla normalità ??

– No.

– Se mi vaccino, posso smettere di fare distanziamento sociale ??

– No.

– Se mi vaccino, posso smettere di disinfettarmi le mani ??

– No.

– Se io e mio nonno ci vacciniamo, possiamo abbracciarci ??

– No.

– Dopo le vaccinazioni potranno riaprire i teatri, i cinema e gli stadi ??

– No.

– I vaccinati potranno riunirsi per feste o eventi ??

– No.

– Qual è il reale beneficio del vaccino ??

– Il virus non ti ucciderà.

– Sei sicuro non mi ucciderà ??

– No.

– Se il virus statisticamente può uccidermi lo stesso.. cosa mi vaccino a fare ??

– Per proteggere gli altri.

– Quindi se mi vaccino, gli altri sono 100% certi che non li infetto ??

– No.

Ricapitolando: Il vaccino Covid…

– Non dà immunità

– Non elimina il virus

– Non previene la morte

– Puoi beccare il Covid lo stesso

– Puoi trasmetterlo lo stesso

– Non preclude la necessità di divieti sui viaggi

– Non preclude la necessità di chiusure di esercizi commerciali

– Non preclude la necessità di isolamento




CAPITOL HILL: QUANDO IL POPOLO SI INFURIA di Umberto Bianchi

Qualcuno dice sia stata una classica sceneggiata all’americana per mettere in mezzo Trump. Qualcun altro, invece, strilla e ci dice trattarsi di un gravissimo attacco al luogo-simbolo della democrazia mondiale. Cori e coretti, peana di scandalo e condanna alti si levano, nulla toglie, però, che, con questo evento, si sia segnata una sottile, ma decisa, linea di frattura tra lo “ieri” e l’ “oggi”, dello status quo Usa e financo mondiale.
Un primo, ma profondo segnale di sfiducia nei riguardi della narrazione globalista in salsa “liberal”, nonostante i tentativi da parte dello schieramento “democrat” di accreditarsi quali sussiegosi e coscienziosi salvatori della patria, di contro all’estremismo montante. Al di là di abiti colorati, costumi bizzarri, coccarde stelle e strisce e copricapi alla David Crockett, stavolta, a scendere in piazza sono state decine di migliaia di persone. Un pubblico umanamente e socialmente composito, non soltanto rozzi miliziani di provincia, cowboy arrabbiati o sottoproletari degli stati del sud, bensì anche un elevato numero di appartenenti a quella “middle class” delusa, scontenta, compressa da anni ed anni di crisi che, in Trump aveva visto un bagliore di riscatto sociale e di riconquista di benessere (massacrati da anni di crisi finanziaria a gestione democrat), risultati subito ottenebrati dalla crisi scatenata dal Covid e della quale, certo, il tycoon-presidente Usa non è responsabile, anzi.
Sotto la sua gestione, miliardi di dollari sono stati elargiti gratuitamente ad imprese e cittadini, contrariamente a quanto accadrà ora, qui in Italia, con il tanto acclamato “recovery fund”, che altri non costituisce se non un composito insieme di prestiti da restituire a caro prezzo… Un segnale forte, è pertanto, quello dell’assalto a Capitol Hill, che ci fa capire che non finisce certo lì; anzi questo è il segnale di un nuovo inizio. Di una sempre più marcata e profonda disaffezione verso un sistema politico, sempre più distante dal sentire della gente. Quella della pandemia, sembrava rappresentare l’occasione d’oro per i globalisti, per congelare, fermare e neutralizzare quel malessere e quel generale senso di rivolta, che decenni di forsennato liberismo economico hanno seminato per il mondo. Una sagace opera di terrorismo psicologico, stringenti limitazioni alle libertà individuali, l’ attesa di miracolistiche e quanto mai illusorie cure vaccinali, parevano aver sortito l’effetto desiderato. Invece, l’inizio del nuovo anno, è stato inaugurato da quanto mai inattesi “taps/squilli di rivolta”. Squilli che, probabilmente, neanche lo stesso Trump è riuscito a controllare appieno.
Come abbiamo già detto, le ragioni vanno ricercate molto più lontano dalla conferma dell’elezione di uno sbiadito presidentucolo e ci fanno capire che la prossima volta sarà una vera e propria insurrezione, che non finirà certo con un pacifico ritorno a casa, magari accompagnato da foto ricordo e lazzi vari. La Storia dovrebbe insegnarci che, quando meno uno se lo aspetterebbe, nei momenti di crisi più intensa, dal sentire più profondo, dall’inconscio collettivo dei popoli, possono scaturire reazioni dagli effetti imprevedibili. Il globalismo ha, stavolta, tirato troppo la corda e potremmo esser vicini, più di quello che potremmo pensare, ad un liberatorio “redde rationem”. Le persistenti limitazioni delle libertà individuali in Europa, accompagnate da un crescente immiserimento delle popolazioni, il ricorso in via esclusiva a prestiti-obolo da ripagare con tanto di interessi, costituiscono una miscela esplosiva, in grado di far da detonatore in tutto il quanto mai fragile scenario d’occidente. Quanto agli Usa, quella di Trump potrebbe anche essere una figura passeggera, i cui errori politici potrebbero averne compromesso una prospettiva di futura rielezione.
Ma, una cosa è certa: l’assalto a Capitol Hill, ha sancito la fine dell’attendismo Post Moderno ed ha costituito un nuovo segnale di inizio di un maggior e più rigoroso interventismo delle masse, sullo scenario delle varie politiche nazionali, all’insegna di una rinnovata idea di plebiscitaria democrazia diretta. A far da premessa ideologica, a quanto qui descritto, le elaborazioni dei vari autori “communitarian” di lingua anglosassone, da Alistair Mc Intyre, Amitai Etzioni, passando per Robert Nozick che, in qualche modo, sembrano voler conciliare la libertà dell’individuo, nell’ambito di una Comunità, con il Capitalismo. Va, inoltre ricordato, che, differentemente da quanto accade in Europa, negli Usa è ben radicata l’idea dell’inviolabilità di taluni diritti individuali, quale quello di proprietà, o quello di portare armi o altri ancora, anche se controbilanciati da un’idea di potere esecutivo forte, incarnati dalla figura del Presidente che, in sé, riassume una molteplicità di poteri istituzionali.
Detto questo, lo scenario è ancora agli inizi, confuso, i manifestanti di Capitol Hill, non hanno certo dato l’impressione di costituire un organizzato, ed ideologicamente inquadrato, battaglione di militanti politici, quanto, piuttosto, una confusa e magmatica congerie di individualità ribelli, ma di una cosa possiamo starne pur certi: in questo senso, l’anno appena iniziato, ci riserverà ancora, sicuramente, non poche sorprese.



NAVALNY: CHI È DAVVERO? CHI LO SEGUE? CHI C’È DIETRO? di A. Vinco

Quasi tutti, in Occidente, incensano Navalny, inneggiano alla manifestazioni anti-Putin, ipocritamente esecrando la repressione. Questa indegna propaganda antirussa tenta di accreditare Navalny come un campione democratico. Mai narrazione è stata tanto lontana dalla realtà.

Nazisti e Stalinisti per il Liberale Biden?
E’ arrivato Joe Biden alla Casa Bianca, un cattolico molto particolare e strano che si è portato il “rabbino personale”, e l’agenda si delinea. Stragi di bambini e civili in Irak, rafforzamento della presenza di truppe in Siria senza alcun mandato internazionale, minaccia di sanzioni alla Germania se intenderà procedere sulla via del North Stream 2, lezioni di democrazia liberale con la sponda di gruppuscoli razzisti, nazisti a Mosca e dintorni. E’ la logica della guerra imperialista e di civiltà quella che marcerà di pari passo con l’amministrazione liberale Biden. Lo avevamo scritto, in più casi, tentando di moderare l’utopismo antagonista di chi vedeva il Grande Reset in ogni dove e la digitalizzazione dispiegata sulle teste delle elite del Pentagono o del Partito Comunista Cinese.
I primi fatti sembrano già darci ragione. Liberalismo e Americanismo si sono sempre e ovunque imposti, nella storia, con stragi di massa e guerre imperialiste di civiltà accompagnate da una sapiente e raffinatissima narrazione a base di una presunta espansione dei diritti individuali, delle democrazie, delle libertà. Non sarà di certo la squadra di Biden, che presenta il pedigree del più ortodosso imperialismo americanista, a discostarsi dalla regola. Di fronte al ridimensionamento globale degli Stati Uniti a vantaggio di Russia e Cina, l’americanismo liberale interventista torna a lucidare le armi. Non ha altra strada praticabile per tornare al dominio plutocratico globale, avevamo scritto anche questo. Rivoluzioni Colorate, stragi di massa e di civili, campagne di sostegno a nazisti, ultrasinistra, estremisti takfiriti, purchè antiputiniani, saranno il pane quotidiano della nuova Amministrazione statunitense. Probabile una nuova stagione del terrore takfirita nella stessa Europa se la Germania non interromperà i rapporti con la Russia? Si vedrà.

L’ideologia di Navalny e Joe Biden
Quale è l’ideologia di Navalny, su cui l’estremismo liberale di Joe Biden, ha investito tutto per incendiare la Russia? Navalny fu cacciato dal partito liberale Yabloko già nel 2007 per il suo nazionalismo xenofobo e islamofobico, per la teoria della Deportazione dei lavoratori e immigrati asiatici dalla Russia. Entra di seguito in un gruppetto di nazionalbolscevichi filostalinisti, ma dura poco anche lì. Vari collaboratori di Navalny hanno rotto con lui per il suo razzismo e per la sua islamofobia, secondo altre testimonianze Navalny sarebbe un negazionista che ha più volte apertamente paragonato i ceceni o i caucasici a “scarafaggi e vermi da schiacciare“. L’oppositore russo ha in più casi partecipato alla Marcia russa, una manifestazione neonazista che si svolge regolarmente a Mosca il 4 novembre di ogni anno. Dal 2014, la Marcia russa è diventata un meeting di sostegno al nazionalismo banderista ucraino e al neonazismo esplicito di organizzazioni russofobe e estremiste ucraine quali Pravy Sektor e Azov. Il rapporto della famiglia Biden con il neonazismo e con il nazionalismo russofobo degli ucraini è quantomeno controverso.

Nel maggio 2020, il deputato ucraino A. Derkach ha diffuso delle registrazioni in cui si sente l’ex presidente ucraino Poroshenko prendere ordini da John Kerry e Joe Biden, i quali gli ordinano, tra le altre cose, di sostenere su tutta la linea in seno all’esercito ucraino le fazioni più vicine al violento nazismo russofobo. Conosciamo i finanziamenti che l’Amministrazione Obama dette a Kiev dal 2014, con Joe Biden in posizione di falco russofobo, per rafforzare il neonazismo e il nazionalismo banderista contro la Russia. I social e i media occidentali hanno però silenziato il grande scandalo di Hunter Biden con la Burisma Holdings. Il figlio di Joe Biden fu scelto dalla compagnia nonostante non parlasse la lingua e non fosse un esperto della materia, con uno stipendio di decine di migliaia di euro al mese. Nel 2016 Biden impose il licenziamento del procuratore Viktor Shorin che stava indagando sulla oscura presenza dei Biden in Ucraina.

Navalny si dichiara tranquillamente un grande nazionalista russo, assolutamente contrario alla politica LGTB, sostenitore della chiusura delle frontiere all’immigrazione islamica. Recentemente si è definito “neozarista”. Moltissimi suoi seguaci, come mostrano le immagini di ieri [vedi FOTO sopra], ammirano apertamente il nazionalsocialismo tedesco, ma non disdegnano affatto la collaborazione con i neo-stalinisti e con la sinistra radicale. Cosa rimproverano tutti costoro, nazisti e neostalinisti, a Putin? Di non essere un grande russo, un nazionalista xenofobo e islamofobo.

Dietro la maschera della lotta alla corruzione, è questa la unica, e più vera, ideologia di Navalny e dei suoi accoliti, l’uomo su cui Joe Biden ha investito tutto per la Rivoluzione Colorata in Russia: il nazionalismo estremista etnocratico. Quale è tuttoggi la più grande critica che i “Navalny’s supporters” così amati dalla stampa europea e anglosassone fanno a Putin? E’ quella di non chiudere le moschee e non cacciare tutti gli islamici dalla Russia, di aver perso tempo e sprecato soldi per sostenere la Siria baathista contro l’imperialismo americano e contro i terroristi. In contemporanea alle violenze in Russia dei sostenitori di Navalny, il neonazista ucraino Yevhen Karas ha invitato i servizi di intelligence ucraini e tutti quelli antirussi (leggasi americano e inglese) a organizzare attentati terroristici dentro la Federazione Russa, ma al tempo stesso nelle stesse ore i nazionalisti ucraini hanno disperso con botte e aggressioni i seguaci di Navalny che marciavano a Kiev contro Putin, perchè sarebbero “troppo russi“. Questi sono gli amici internazionali di Mr.Joe Biden e della sua nuova Amministrazione.

L’estrema sinistra neocomunista con Navalny o contro Navlany?
Già siamo già occupati dell’antiputinismo della sinistra radicale russa, libertaria o neostalinista. Gli stessi radicali di sinistra non hanno ancora deciso se supportare o meno il movimento di Navalny per poter meglio attaccare la Russia centrista e patriottica di Vladimir Putin, nonostante la fortissima influenza dei radicali di destra all’interno del movimento. Se pochi giorni fa il neostalinista Zjuganov, storico leader del Partito Comunista russo, definiva correttamente Navalny “l’espressione del capitale finanziario americano” ieri, in seguito alle proteste e alle violenze, ha già fatto marcia indietro definendolo invece il nuovo prete Gapon.

Quindi Navalny non è più, appena quattro giorni dopo la precedente dichiarazione, il partito di Biden in Russia ma sarebbe la reincarnazione storica del leader della Rivoluzione del 1905, un infltrato della polizia zarista. In pratica il leader neostalinista ha accusato tra le righe Navalny di essere un agente del Cremlino, ma al tempo stesso l’agitazione della corrente Navalny darebbe speranze a una nuova Rivoluzione Comunista in Russia. Gli stessi gruppi che si riferiscono a Sergey Udaltsov hanno collaborato in passato con gli xenofobi nazionalisti di destra e non è da escludere che se il Dipartimento di stato americano chiamerà a un grande fronte anti-Putin troveremo di nuovo assieme estremisti di destra e estremisti di sinistra.

Cosa ci dicono le rivolte di ieri?
Ci dicono soprattutto tre cose. In primo luogo va dato atto a Navalny che si sta giocando con grande abilità questa sua personale partita contro il Cremlino. Ha saputo mobilitare masse di giovani, per ora non pericolose e non così forti come fanno credere in Occidente, ma comunque disposte, se non altro, a alzare il livello dello scontro contro l’elite patriottica putiniana, come mostrano le immagini di ieri. E’ chiaro che Navalny e i suoi sanno di poter contare sull’appoggio dell’imperialismo americano e dei suoi organi propagandistici messi in moto dal Pentagono, dal MIC (Complesso Militare Industriale) e dalla nuova Amministrazione. E’ chiaro e agiscono giustamente di conseguenza. E non a caso ieri sera sono stati convocati i diplomatici americani, a Mosca; è stata addirittura ventilata l’ipotesi di espulsione. Tutto ciò evidenzia dunque, in secondo luogo, in tutta la sua luce il più grave limite, politico e strategico, del putinismo.

Non si possono schierare gli OMON contro la propaganda globalista e imperialista che avanza tramite i nuovi social; il patriottismo digitale o è forte come quello imperialista statunitense, vedi Cina che lo ha efficamente contrastato in Asia e non solo lì, o è un buco nell’acqua. Occorre dunque una contropropaganda mondiale, una nuova propaganda russa internazionale. L’ideocrazia americana non si può combattere con le sole armi. Navalny non è un leader politico, non sarà di certo lui la spina del fianco del Cremlino. Gli analisti di Biden, in particolare il nuovo direttore della CIA William Burns grande specialista del focus Russia, scelto sicuramente per questo, lo sanno bene. Il loro obiettivo è perciò rappresentato dalle prossime elezioni alla Duma, alla fine del 2021. Rafforzare un clima di caòs interno, supportare estremisti di destra, di sinistra o takfiriti, pur di destabilizzare la società civile putiniana.

Le rivolte di ieri ci dicono però, infine, un’ultima cosa, che non dovrebbe far star tanto tranquilli alla Casa Bianca. Come immaginavamo, i liberal americanisti hanno deciso di pianificare la partita per la nuova supremazia globale aggredendo frontalmente la Russia, non la Cina. Prescindendo dal fatto che le aggressioni frontali alla Russia hanno sempre dato risposte imprevedibili e dannose soprattutto per l’aggressore, tale pianificazione fornisce al Cremlino, se lo sapesse cogliere, il più grande degli assist possibili. La maggior parte dei giovani che sono ieri scesi in piazza accusano Putin per l’eccessivo burocraticismo del capitalismo politico di Stato e per lo scarso, poco radicale a loro avviso, nazionalismo russo. E’ quella, in definitiva, la più significativa accusa che muovono ai vertici; troppi ceceni o asiatici o genericamente “inorodcy” affiancherebbero il presidente, la Russia deve essere più russa. La corruzione sarebbe una conseguenza. Da un lato è si un attacco frontale all’eurasismo imperiale putiniano; dall’altro è però, o almeno dovrebbe esserlo, un bel campanello d’allarme per Biden e i suoi che si illudono che la Russia possa diventare una democrazia liberale consumista e di mercato. Un iniziale campanello d’allarme. Perchè è chiaro che i liberal globalisti USA hanno deciso di giocarsi tutto sul fronte russo. Un putinismo rafforzato e radicalizzato con permanenti mobilitazioni patriottiche e democratiche antiamericaniste o una Russia resistente sarebbero non solo una sconfitta per loro, ma l’incubo che prelude alla catastrofe.

 




SI SONO FUMATI IL CERVELLO di Renato F.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L’anno scorso, da poco scatenatasi la pandemia, pubblicavate un articolo — IL SISTEMA NE AMMAZZA PIÙ DEL VIRUS — in cui stabilivate un nesso causale tra l’alta percentuale di morti attribuiti al corona virus in Pianura Padana e l’alto inquinamento atmosferico dell’area. Citavate i dati dell’ENEA (2017) secondo cui c’erano 85mila morti l’anno a causa delle polveri sottili.

Ad un anno di distanza, quanto scrivevate è confermato da una recente inchiesta della rivista scientifica The Lancet, in cui, dati alla mano, si dimostra che Milano è tra le venti città del mondo con la più alta mortalità per polveri sottili.

Ebbene, in questo contesto di ambiente avvelenato, col provvedimento “Aria” il Comune di Milano ha deciso di imporre il divieto di fumo all’aperto entro il 2025. Il sindaco Sala ci tiene a far sì che Milano venga annoverata, con insopportabile anglicismo, una delle green city smoking free. Chi si accenderà una sigaretta, verrà sanzionato.

Sull’onda dell’isteria pandemica, per cui ognuno è sospettato di contagiare e diffondere morte, anche il fumatore diventa perseguitato come untore.

Il pensiero unico salutista, l’ideologia integralista-ecologista della “vita sana”, verranno imposti per legge.

Andando ad aggiungersi alle soffocanti restrizioni anti-covid, questo divieto, mostra quanto lo “stato liberal-democratico” tenda ad assomigliare ogni giorno che passa, ai regimi di dittatura.

Fra poco rischiamo di vedere nascere il “Ministero delle virtù”.

Mai avrei pensato che fumare una sigaretta all’aperto sarebbe diventato un gesto di DISOBBEDIENZA CIVILE.

Ed io giuro che disobbedirò!

Milano, 24 gennaio




SCUOLA. LE DUE BARRICATE di Filippo Dellepiane*

DAD: Davvero ancora Dormienti?

Sí, perché è quello che ci chiediamo un po’ tutti in questo periodo. Perché non si è mosso ancora nulla di grosso? Troppo presto? Arriverà la contestazione? Ora, non ho la pretesa di trattare questo tema oggi, porterebbe via infatti troppo tempo e richiederebbe alcune analisi che non credo di saper fare. Piuttosto, dopo lo scorso articolo, volevo dare continuità alla tematica giovanile. In particolare, proverò ad individuare i due fronti, le 2 barricate. Nello scorso articolo, appunto, evidenziavo le contraddizioni dello schieramento del “ritorno in sicurezza” e mi domandavo implicitamente dove queste posizioni avrebbero potuto portare il movimento studentesco nazionale… insomma quello che ne è rimasto.

Devo constatare, rammaricato, che questa fazione politica del ritorno in sicurezza è ancora forte e lo sarà ancora a lungo. E parlo anzitutto dei compagni di Fgc. Ma, solo per un attimo, vorrei discostare l’attenzione da questo argomento per individuare, come dicevo, i tipi medi dei due schieramenti.

I pro-DAD

Chi è il pro dad? Il pro dad è tendenzialmente di una classe sociale precisa, come i no dad. È solitamente uno che non ha problemi di connessione, perché si può permettere una buona rete internet e può starsene nella sua “umile” dimora stravaccato sul divano.

Il pro dad ha una paura terribile del virus, ma poi lo vedi al pomeriggio fumarsi la sigaretta nelle vie della città noncurante del Covid.

Il pro dad sa che la scuola è così più facile, non si preoccupa dei buchi di apprendimento che ha, perché la scuola l’ha sempre vista come una rottura. Tuttavia, lo ammetto, su questo sarebbe necessario, in realtà, ritornare poiché è vero che alcuni verso la scuola non hanno alcun tipo di interesse ma altri, invece, sono soltanto scoraggiati da un sistema educativo che fa acqua da tutte le parti.

Non siamo ancora abbastanza precisi: il Pro Dad può essere un cazzaro, uno svogliato che tanto se la scuola c’è o non c’è, cambia pochissimo.

Ma esistono anche Pro Dad che sono realmente spaventati dal virus, i quali sarebbero ben lieti di tornare a scuola se ci fossero le condizioni. Questi sono certamente, a livello di formazione, più vicini ai No Dad. Si schierano, però, per necessità temporanea, dalla parte dei sostenitori della Dad. Su questi si deve e si dovrà sempre lavorare, affinché non aderiscano per inerzia al movimento degli svogliati.

Poi esistono i veri nemici. I nemici sono quelli che sono dei fautori della Dad e delle varie digitalizzazioni presenti e future. Questi sono ben più pericolosi degli svogliati pro Dad poiché i nullafacenti, come categoria, sono sempre esistiti anche quando sui banchi di scuola c’erano i calamai.

I miei coetanei “tifosi”, in tutto e per tutto, della Dad li censisco intorno al 5 – 10% del totale della popolazione scolastica. E la percentuale sarebbe anche più alta, badate, se il ministero avesse messo a disposizione degli studenti, medi ed universitari, i laboratori scientifici indispensabili anche per i più scientisti. Se fosse stato fatto, ringraziamo ironicamente il ministero per la sua inefficienza, oggi avrei detto che abbiamo dalla parte dei nemici il 20% degli studenti.

I no-DAD

Il no dad è tendenzialmente un proletario. Non riscopro questa classe per nostalgia di termini marxisti, piuttosto perché ho sempre pensato che le superiori fossero il momento della vita in cui incontriamo persone con estrazioni sociali le più differenti (certo, ci sono poi le scuole private e quelle privilegiate in cui si fanno analisi e statistiche di reddito): il tuo compagno di classe può essere uno straccione come un riccone che “poco” cambia.

Il no dad quindi sa cosa significa stare in una casa piccola, angusta, tutto il giorno. Il no dad comprende, non appieno è vero, che la scuola è un presidio sociale in cui le differenze economiche vengono livellate.

Il no dad è quello che, paradossalmente, sebbene voglia andare a scuola, rischia di abbandonarla.

Il no dad, in conclusione, apprezza anche la socialità dell’ambiente scolastico perché, molto banalmente, per lui scuola non equivale solo a studio bensì amicizia e divertimento, oltre che a riscatto sociale.

E per fortuna NOI No Dad, mi inserisco anche io, se mi è permesso, siamo fortunatamente ancora la maggioranza. Per ora.

Nel mondo della politica studentesca le cose non vanno certo meglio

E all’interno del mondo studentesco organizzato qual è la corrente predominante? Premessa: la sinistra radicale, non solo a livello studentesco, in questi mesi si è dimostrata totalmente impreparata all’impatto della crisi.

Taglio la testa al toro: se le poche organizzazioni giovanili di destra non combattono per tornare a scuola (da verificare comunque) la sinistra giovanile sicuramente non fa di meglio.

Sulla scia degli adulti la tentazione dello slogan “una Dad che funzioni”, a sinistra, obiettivamente c’è. Ed è palpabile. Questo avviene soprattutto per la questione della tutela della salute. Una tematica oramai elevata al di sopra di tutto e tutti nel dibattito politico mentre imperversa una crisi devastante, che offusca le menti dei sinistrati interessati soltanto alle dinamiche del ritorno in sicurezza quando, credo di aver già dimostrato nello scorso articolo, risulta sempre un buco dell’acqua una rivendicazione formulata in questo modo, alla quale si può rispondere banalmente “non ci sono”. Ma questa è ormai la posizione degli ex rizzani, di Fgc, freschi di una nuova creazione il “Fronte Comunista”.

L’esempio di Genova….

Come al solito porto al lettore l’esempio di Genova non perché abbia un feticcio nei confronti di questa città, ma perché la conosco bene e conosco altrettanto bene i compagni che sono attivi nel mondo della scuola. Persone che hanno lavorato alle battaglie studentesche sia al liceo che all’università. Tralasciando che è una città morta, mi perdonerete lo sfogo, tralasciando che non si è mosso nulla, l’esperimento più interessante è sicuramente quello di lotta comunista. O meglio, del collettivo “civetta”, “cavallo di troia” che hanno creato. Si chiama 16100, già ne ho parlato nel precedente articolo e sicuramente non in modo entusiastico. Credevo che fosse qualcosa di estemporaneo, che sarebbe morto da lì a poco. Invece, dopo esser stato ad un loro presidio, devo constatare che sono ancora vivi. Certo, un presidio non particolarmente coinvolgente e da cui traspariva un po’ di inesperienza nell’organizzazione ma, tutto sommato, riuscito. Ora, non diamo però all’avversario più meriti di quelli che gli spettano. Era un presidio con la Cgil. Certo non mi meraviglio, ma di sicuro non starò qui ad esaltarli perché anche in questo caso la contraddizione del ritorno in presenza in sicurezza, sebbene meno frequente di quanto faccia Fgc, è comunque individuabile.

È importante anche, però, analizzare come si comportano gli organi degli studenti “istituzionali “. Sempre come esempio porto la consulta provinciale di Genova: è stato fatto un sondaggio su 27000 studenti, in cui veniva chiesto un loro parere su quando si sarebbe tornati a scuola. A questo sondaggio hanno risposto solo in 7000. La maggior crede (a quanto trapela) di non tornare nel breve periodo a scuola. Ora, oltre a sottolineare il pericolo di questa disillusione sempre più presente, vorrei aggiungere che i rappresentanti della consulta hanno interpretato a modo loro questi dati: con una “logica” equazione, questa opinione di molti studenti si è tramutata, come per magia, in un qualcosa di altro vale a dire “Gli studenti non vogliono tornare in presenza”. L’operazione è dunque la seguente: “Gli studenti non pensano di tornare a breve a scuola? Ciò significa che non ne hanno la volontà!”. Perché questa equazione è fallace, foriera in molti punti? Perché non tiene conto di alcune condizioni. Anzitutto del clima di panico generale che forse solo negli ultimi mesi si è leggermente stemperato (infatti la gente ha iniziato a tirare su la testa). Se poi si portasse come argomentazione che non ci sono state grandi mobilitazioni in tal senso, per il ritorno in presenza, si dovrebbe rispondere che:

  1. Da anni non si muove nulla sul terreno studentesco, anche quando cadevano pezzi di cornicione sulle teste degli studenti. Allora, di conseguenza, tutti gli studenti hanno voglia di beccarsi un pezzo di muro in testa? Non credo proprio.
  2. Non è assolutamente vero che non si stia muovendo nulla. Chi lo pensa, e magari è genovese, non può che considerare la sua città come una anomalia. Certo siamo ai primissimi vagiti, ma Milano già si è mossa nei giorni scorsi con occupazioni (TOTALMENTE SNOBBATA DA MOLTI GRUPPI DELLA SINISTRA RADICALE) che hanno dato un impulso notevole alla decisione di riaprire le scuole, salvo poi essere vanificata dalla dichiarazione di zona rossa.

Una riscoperta poco gradita…

Ed in questo scenario inedito ritroviamo anche Uds, unione degli studenti. Sembravano scomparsi, invece ecco che tornano alla ribalta. Si dice che a Genova stiano riacquistando terreno dopo anni di vani tentativi, che a Milano ci siano dietro loro alle 10 occupazioni dei giorni scorsi. È davvero un qualcosa di inaspettato, ma in questo periodo ci si può aspettare di tutto.

Per la cronaca, per chi non lo sapesse, Uds è una rete studentesca che esiste dagli anni ’90 che pare “se la faccia” con la Cgil da sempre. Ultimamente era molto ridimensionata, chissà che non abbia nuovamente successo.

Le università sono un territorio perso in partenza

Bisogna puntare sui medi. Soprattutto a livello universitario stanno nascendo alcuni coordinamenti pro DAD , al fine di mantenerla anche dopo la fine dell’emergenza, quando e se finirà. Viene da chiedersi se sia ancora un campo coltivabile, florido. Diversa è la situazione al livello di licei, in virtù delle riflessioni fatte anche in precedenza. Provo qui di seguito a sintetizzare le principali differenze:

1 gli universitari incarnano l’élite, gli erasmusiani per eccellenza. Al liceo e agli istituti tecnici ci passano tutti, anche i ceti popolari, ragazzi che poi andranno a lavorare.

2 quelli che sono adesso all’università si sono beccati tutti la propaganda europeista e globalista e, se sono lì (certo non tutti quelli che vanno all’università sono i garantiti e “i benestanti”) sono spesso di un’estrazione sociale “più alta”. Non solo, gli universitari di adesso si sono sorbiti tutti i progetti filoeuropei nei licei, negli anni passati. Va da sé che, quando si è in periodo adolescenziale, si tende ad assorbire tutto come una spugna. I liceali di adesso invece, i più piccoli e i ragazzi delle medie, sono entrati nella scuola con la crisi economica già esistente ed imperante che non è mai finita. Quindi sono certamente, per un fattore di età, da una parte più disponibili all’ascalto ma, dall’altra, hanno visto e vissuto il deteriorarsi della scuola, anche in senso fisico, davanti ai loro occhi.

Non resta altro che aspettare, cercare di intercettare i vari segnali e sperare che gli studenti, prima o poi, siano nuovamente un’avanguardia politica.

*Filippo Dellepiane è membro della Direzione Nazionale di Liberiamo l’Italia

Fonte: Liberiamo l’Italia