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DAL PIANO MARSHALL AL RECOVERY FUND di *Alessandro Leoni

In questi ultimi, tragici, tempi si sente, si legge spesso il richiamo al Piano Marshall (sigla ufficiale “European Recovery Program”), soprattutto da quando l’ U.E.-Bruxelles ha varato il così detto “Recovery Fund”.

Al di là del giudizio sulla qualità e finalità dei due distinti interventi straordinari internazionali, si devono, quanto meno, precisare le profonde diversità che distinguono nettamente i due programmi. E ciò non solo per i diversi contesti storico-temporali quanto, anche, per le reali dimensioni e finalità!

Cercherò sinteticamente di delinearne le nette differenze con anche le relative affinità!
Mentre il Piano Marshall (dal nome del suo dirigente, già Capo di stato maggiore interforze USA, noto per le sue spiccate qualità menageriali, ampliamente dimostrate durante l’intera vicenda bellica) era alimentato dallo Stato economicamente nettamente più potente (gli USA uscirono non solo militarmente vincitori nel conflitto ma anche e soprattutto come la nazione che da sola rappresentava circa il 50% dell’intero PIL mondiale!) e rispondeva ad una serie organica di esigenze quali assicurare uno sbocco, a breve termine, della capacità produttiva americana rivitalizzando il commercio internazionale, soprattutto fra le due sponde atlantiche, obbiettivo con ogni evidenza non solo economico ma anche, se non soprattutto, politico-strategico!

Tanto più urgente se si voleva/doveva riequilibrare la forza militare dell’ URSS (nel 1945 le forze armate sovietiche contavano oltre 11 milioni di militari in armi!) ed evitare che le componenti della “Sinistra classista” del vecchio continente affermassero se non la propria soggettiva “egemonia”, quanto meno una loro effettiva capacità d’influire nei propri rispettivi paesi (soprattutto Francia, Italia e, in parte anche Belgio e Danimarca, per non parlare della Grecia, già però quest’ultima in piena Guerra Civile).

Possiamo dunque affermare che proprio con il Piano Marshall nasce quella realtà internazionale che indichiamo, a ragione, “l’ Occidente” ( non solo quale riferimento geografico ma bensì GeoPolitico).
Il Piano americano viene pubblicamente ipotizzato e sostanzialmente annunciato in una conferenza all’ Università di Harvard il 5 Giugno 1947 tenuta proprio dall’uomo che darà il suo nome a tale iniziativa politico-economica (George Marshall . . appunto!) ed inizierà ad attivarsi all’inizio dell’anno successivo impiegando in  “soli” tre anni (1948/1951) ben 12.731 Milioni di Dollari (dell’ epoca!).

E’ importante segnalare che fruitori di questa grande operazione economica saranno praticamente tutti i paesi europei, compresi quelli come la Svezia, la Svizzera, il Portogallo, la Turchia che non avevano sostanzialmente partecipato al conflitto, mentre l’ URSS e i suoi recenti alleati, ovvero i paesi dell’ Europa centro-orientale, ne resteranno “fuori” per motivi essenzialmente politici.

Vale la pena di soffermarsi sia sulle quote che ogni paese riceverà sia sul fatto che tali finanziamenti saranno sostanzialmente a “Fondo Perduto”! In ordine d’importanza: Gran Bretagna “3.297”, Francia “2.296”, Germania OVEST “1.448”, ITALIA “1.204” (ai quali vanno – aggiunti – però i “100” Milioni che già nel gennaio del 1947 furono “donati” al Premier Alcide De Gasperi impegnatosi ad allontanare la Sinistra Classista . . . P.C.I. e P.S.I. . . . dall’ Esecutivo, cosa che puntualmente accadrà pochi mesi dopo il suo rientro a Roma), seguono Svezia “347”, Svizzera “250”, Portogallo “70”, ecc . . .

Va aggiunto che i “finanziamenti”, torno a sottolineare a Fondo Perduto, pur essendo formalmente vincolati ad Investimenti Produttivi (alias il così detto “Debito Buono” di Mister DRAGHI) in realtà, non essendoci nessun effettivo (né formale, né sostanziale/concreto) strumento di controllo, furono in buona parte anche impiegati per rispondere alle pressanti urgenze/emergenze sociali nei vari stati sconvolti dai lunghi anni di guerra e distruzione.

Con la fine del 1951 terminò il Piano Marshall sia per le pressioni interne (ostilità dei Repubblicani) che, soprattutto, per l’avvenuto scoppio della Guerra di Corea. E’ rilevante ricordare che l’ opposizione delle Sinistre al Piano Marshall fu essenzialmente per motivi politico-ideologici, ovvero per il carattere nettamente AntiSovietico e perciò AntiComunista che l’ operazione ebbe in se fin dall’inizio del suo attivarsi.

Tuttavia allo stesso P. Togliatti non sfuggì l’importanza degli effetti economici che tale operazione avrebbe avuto nello stimolare la Ricostruzione economica dell’ Italia nel contesto dell’ intera Europa Capitalista.

Quanto sopra ritengo sia più che sufficiente per dimostrare come l’attuale Piano della U.E-Bruxelles (Recovery Fund) sia nettamente diverso e ciò non solo per la quantità di mezzi finanziari impegnati ma, soprattutto, per il suo carattere di PRESTITO e per il vigile condizionamento che comporterà sulle scelte del suo impiego.

L’unico vero elemento di contiguità è l’obbiettivo geopolitico, ovvero il rilancio di quella realtà geopolitica che vuole mantenere il concetto politico-ideologico di “Occidente” (ovvero delle Due sponde dell’ Atlantico) in contrapposizione al resto del Pianeta. Obbiettivo che appare “oggi” possibile dopo la defenestrazione del Presidente D. TRUMP, sensibile, quest’ultimo, al progetto di rilancio degli USA, ma in una logica di costruzione di quella Multipolarità che pur non annullando la competizione, prende atto dell’inesorabilità della fine del “tradizionale” Dominio Imperialista nel/sul mondo.

In definitiva possiamo azzardare la considerazione che al di là dell’uso e abuso delle terminologie quali “innovazione”, “globalizzazione”, ecc… il Vecchio Continente e soprattutto l’ U.E.-Bruxelles ripropongono con verniciature diverse la stessa logica, filosofia, politica della quale è figlia degenere: l’ Imperialismo novecentesco.

*Alessandro Leoni è membro dell’Esecutivo di Liberiamo l’Italia




COVID: IL PUNTO DI VISTA DI LIBERIAMO L’ITALIA

Questo documento è stato approvato dalla Direzione nazionale di Liberiamo l’Italia (11 febbraio 2021)

I. Premessa

Ad un anno dal suo inizio, dovrebbe essere chiara a tutti la volontà politica di costringerci in uno stato di emergenza perpetuo.

L’Operazione Covid è stata accuratamente pianificata dall’alto e costruita a vari livelli, anche se nel nostro Paese l’emergenza sanitaria che ne è seguita è figlia anzitutto dello sfascio della sanità italiana, causata dalla crescente privatizzazione e da decenni di tagli targati “Europa”.

Il Covid è però anche un’arma, lo strumento che l’oligarchia dominante sta usando (non solo in Italia) per rimodellare la società in base ai propri disegni ed interessi. Da qui la politica delle chiusure per far sì che il pesce grosso mangi quelli piccoli; da qui l’imposizione delle attività “a distanza” per isolare le persone l’una dall’altra; da qui la narrazione terroristica per coprire il dramma della disoccupazione e della precarietà che ne consegue; da qui le mille misure autoritarie pensate per fermare sul nascere ogni opposizione.

“Great Reset” per l’appunto definisce icasticamente la corrente strumentalizzazione della cosiddetta pandemia al fine di instaurare il nuovo ordine mondiale di cui il World Economic Forum è l’ennesimo latore. In questo quadro la “Finanziarizzazione dell’Economia” organizzata in modo da drenare risorse dall’Economia Reale, nel cui ambito si svolgono le nostre attività quotidiane, ha raggiunto ormai dimensioni ipertrofiche e non è più in grado di sostenersi continuando a drenare risorse, senza collassare. L’enorme progressiva capitalizzazione dei cosiddetti derivati, vere e proprie scommesse sulle quotazioni dei titoli, ha raggiunto dimensioni pari a molti multipli del PIL mondiale.

È quindi necessario, nella prospettiva di coloro i quali sono responsabili della creazione di queste enormi bolle finanziarie, un “Reset” che riporti a dimensioni accettabili il fenomeno senza però intaccare il potere che ne deriva. Per il WEF, mirando a che tutto cambi affinchè nulla cambi, amplificare e strumentalizzare l’emergenza sanitaria a fini di controllo sociale ed economico, al di fuori ed al di sopra di qualsiasi processo politico democratico e costituzionale, rappresenta un’occasione da non perdere.

Liberiamo l’Italia denuncia l’uso spregiudicato che ne viene fatto tanto dal potere economico, quanto da quello politico. Un uso fondato sulla diffusione quotidiana della paura, del sospetto e della diffidenza. Un modo, questo, per criminalizzare ogni punto di vista alternativo, impedendo così la nascita di un’opposizione di massa. È a tutto ciò che ci ribelliamo. Ma per far sì che la ribellione diventi organizzazione ed iniziativa concreta occorre anche un programma. In fondo a questo testo ne indicheremo i punti essenziali.

II. Per un programma di opposizione

Evidenti, sul piano politico e istituzionale, i disastri prodotti dall’emergenza Covid in Italia: annichilimento del pensiero critico, terrorismo sanitario, scomparsa di ogni opposizione, verticalizzazione della catena istituzionale di comando (Dpcm) e violazione dello Stato di diritto, militarizzazione del territorio. C’è voluto tempo affinché, vincendo il clima intimidatorio, emergessero voci di dissenso, subito demonizzate dai media come di volta in volta “complottiste”, “negazioniste” e “no mask”. Per quanto non si debbano nascondere i limiti di questo piccolo movimento, bene ha fatto Liberiamo l’Italia a stargli accanto ed, anzi, a tentare di dargli un indirizzo che gli permettesse di radicarsi (vedi Marcia della Liberazione).

Resta, comunque, fondamentale la definizione di un PROGRAMMA capace di aggregare quelle forze che, già oggi, non accettano l’attuale, sciagurata emergenza Covid, con tanti ridotti a mendicare sussidi non potendo più svolgere il proprio lavoro. Un programma definito non dalla fideistica adesione alle considerazioni di qualche esperto od alle realizzazioni di qualche “Stato Guida”, bensì incentrato sull’analisi aperta del dibattito scientifico fuori dai media di regime e sulla disamina di quelle che sono state le scelte (politiche prima ancora che sanitarie) che hanno trascinato l’Italia e molti altri paesi nell’incubo Covid.

III. Come si è arrivati all’attuale situazione.

Nei primi mesi del 2020, mentre le immagini di quello che stava succedendo in Cina troneggiavano su tutte le TV del mondo, il governo italiano non faceva assolutamente nulla per prepararsi all’emergenza: non solo non si preoccupava, come facevano molti altri governi, di procurare – almeno al personale sanitario – efficaci dispositivi di bio-protezione, ma permetteva che ci si baloccasse con iniziative quali #milanononsiferma (che invitavano i cittadini ad affollarsi in negozi e locali).  Il tutto condito da irresponsabili dichiarazioni sull’efficienza del nostro Sistema sanitario (che avrebbe certamente retto ad un eventuale impatto del virus) e, cosa altrettanto grave, rassicurando che tutto era stato predisposto per affrontare quella che, comunque, veniva considerata un’improbabile emergenza sanitaria.  Nulla veniva detto sui tagli che avevano straziato il Sistema sanitario in Italia e che – considerando lo scioglimento del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss (cerniera tra Stato e Regioni alle quali, nel 2015, con la modifica del Titolo quinto della Costituzione, venivano affidati integralmente il monitoraggio e la gestione della Sanità) – non c’era nessun piano anti-pandemico degno di questo nome.

Ben altro veniva fatto in altri paesi. In Germania, ad esempio, ai primi di marzo, Angela Merkel annunciava che il virus Sars-Cov-2 avrebbe contagiato in poche settimane il 70% della popolazione. E attivando le misure che solitamente si prendono in questi casi (sostanzialmente l’uso della mascherina e la sospensione di eventi affollati, per rallentare l’avanzata del contagio ed evitare così un elevato picco epidemico e il conseguente collasso delle strutture ospedaliere) rassicurava, giustamente, spiegando che il Sars-Cov-2, nel 95% dei casi, era asintomatico e che era pericoloso soprattutto per iper-anziani e immunodepressi.

In Italia, intanto, i primi tamponi positivi e i primi “morti per Covid” facevano dissolvere l’ottimismo generale. Si passava, quindi, all’istituzione di “zone rosse” divenute, ben presto, oggetto di mercanteggiamento tra Governo, Regioni e Confindustria incapaci di mettersi d’accordo su quale fosse la percentuale di “positivi” oltre la quale dovesse scattare la quarantena.

Ma qual era la logica che sovrintendeva all’istituzione di “zone rosse”?

Sostanzialmente, la pretesa di evitare la diffusione del contagio nel resto di una nazione che ci si illudeva fosse senza infettati. Ma era verosimile questa ipotesi? Quanti erano, già a marzo, i contagiati da Sars-Cov-2 in Italia? Probabilmente decine di milioni, secondo autorevoli studi.

A questo punto è necessario un inciso per spiegare la particolarità del virus Sars-Cov-2 per il quale, pur di mantenere desto il terrore, è stato necessario oggi enfatizzare la minaccia costituita dalle sue “varianti”.

Ancora oggi, una parte consistente della “comunità scientifica”, pur di tutelare le politiche di un governo che ha garantito ad essa consulenze, privilegi e notorietà, continua, contro ogni diversa evidenza, a sostenere la leggenda di un virus che avrebbe finora colpito una piccola parte della popolazione italiana per cui al 26.01.2021, nel nostro Paese, sarebbero appena 491.630 i “contagiati” e 1,9 milioni i “dimessi/guariti”.

In realtà il virus Sars-Cov-2 – come attestato, in Italia e nel mondo, da numerosi e stimati ricercatori – è, da tempo, ENDEMICO nella popolazione, esistendo diffusamente nel nostro Paese tutte le condizioni adeguate al suo impiantarsi e dispiegarsi su vasta scala; tanto sia a livello socio-ambientale (inquinamento atmosferico ed elettromagnetico, abuso di farmaci, degrado tossico dei suoli, degli alimenti e dei materiali) e sia sul versante socio-comunicativo (promozione dall’alto della paura e dell’insicurezza, disgregazione e procurato isolamento tramite dispositivi tecnologici delle residue reti di solidarietà interpersonale).

Questo virus, quindi, si avvia a diventare  come i virus della varicella (Varicella zoster Vzv) od i rhinovirus del raffreddore che, non provocando un’immunità duratura, si perpetuano nella popolazione umana, aumentando e diminuendo periodicamente la loro carica virale, senza far manifestare sintomi, finché il sistema immunitario dell’organismo che li ospita rimane efficiente.

Ciò comporta che:

1) non sarà possibile schiodare questo virus dalla popolazione con mascherine, distanziamento sociale e lockdown (e, probabilmente, neanche con i vaccini);

2) almeno per decenni, sarà sempre possibile scovare “contagiati” con i quali terrorizzare asintomatici che si ritengono “sani”, soprattutto se si utilizzano tamponi inaffidabili, ottenuti eseguendo il test della RT-PCR con numerosi cicli di amplificazione e usando un solo gene target invece di tre, e cioè in una condizione nella quale è molto alta la possibilità di produrre “falsi positivi”;

3) le indagini sierologiche per identificare gli anticorpi – e, quindi, una provvisoria immunità umorale – daranno un responso inutile dal punto di vista della gestione dell’emergenza.

Il 9 marzo 2020, nell’illusione di “fermare il contagio”, il Governo italiano, contro il parere del Comitato tecnico scientifico che proponeva di continuare con le “zone rosse”, decretò un lockdown nazionale, scimmiottando quello che si era fatto in Cina. E per giustificarlo, ricorse, oltre ad una terroristica informazione, ad una fraudolenta stima: conteggiò come contagiati SOLO coloro risultati “positivi” ai pochissimi tamponi che allora si effettuavano e “morti per Covid” TUTTI coloro nei quali, prima o dopo il decesso, veniva identificata la presenza del virus. Questa frode attestò uno spaventoso tasso di letalità del virus (per capirci, 28 volte quello che veniva registrato in Germania), il quale costrinse, sì, tutta la popolazione a chiudersi in casa per due mesi, ma che fece anche collassare la medicina territoriale, impedendo, ad esempio, ai medici di base di recarsi a casa dei pazienti, i quali, quando i sintomi si aggravavano, venivano mandati a morire in sempre più affollati ospedali, (dove già si registrano, ogni anno in Italia, 50.000 morti per infezioni ospedaliere).

Oggi la fraudolenta sottostima dei contagiati in Italia effettuata nel marzo 2020 è ammessa, disinvoltamente, da molti, quasi come se fosse stata una mera leggerezza. Eppure, allora era tutto un coro di “esperti”, spalleggiati da servili giornalisti, che additavano come “negazionista” chiunque mettesse in dubbio la spaventosa letalità del virus (tra l’altro, come si sa oggi, comparso nel nostro paese almeno nel 2019), e lo facevano solo per giustificare la strategia governativa del lockdown nazionale (imposta, come si sa oggi con la desecretazione dei verbali, contro il parere del Comitato tecnico scientifico).

Nasce da qui l’asservimento, pressoché totale, della cosiddetta “Scienza” alla politica del Governo che continua a caratterizzare l’emergenza Covid. Asservimento favorito anche dalla circostanza che in Italia la direzione dell’emergenza sanitaria è affidata, non ad un solo epidemiologo, così come avviene in molti Paesi, ma è demandata ad una pletora di “esperti”, annidati in deresponsabilizzanti comitati e task force. Comitati e task force che, sostanzialmente, servono solo a confermare decisioni governative e a far ergere i governanti al ruolo di “super-partes” tra sempre più screditati “esperti” e una popolazione che implora un ritorno alla normalità.

Si trasforma così ogni allentamento del lockdown, indispensabile a dar respiro all’economia, in una benevola concessione di governanti commossi per le condizioni dei propri sudditi. Ruolo che, tra l’altro, non comporta alcuna assunzione di responsabilità, visto il gran numero di “esperti”, tra i quali si può sempre trovare qualcuno che, pur confusamente, è una voce fuori dal coro. Questo perverso rapporto tra “Scienza” (che si limita a riempire i talk-show) e governo (che continua a gestire l’emergenza per mere esigenze di sopravvivenza) è – insieme alla ormai conclamata perdita di credibilità dell’OMS – la principale causa della tragedia Covid.

Tragedia che, ben presto, si è riproposta in molti paesi. È da evidenziare, a tal proposito, che, a marzo 2020, il lockdown italiano veniva dileggiato sui giornali di mezzo mondo e molti erano allora i paesi (ad esempio Israele, Gran Bretagna, Germania, e Svizzera) che avevano puntato invece sulla “immunità di gregge” e sulla prioritaria protezione delle categorie a rischio, finché non ci si rese conto che il terrore del virus determinava un assolutamente inedito asservimento della popolazione, un rafforzamento del governo e la scomparsa di ogni opposizione. Di conseguenza, il “modello italiano” è stato, ben presto adottato, da tanti altri paesi (ad esempio, in Francia dove, così passava senza problemi la famigerata legge sulle pensioni); modello ora adottato (soprattutto in questi giorni per spianare la strada alle vaccinazioni) in moltissimi Paesi dove, tra l’altro, il lockdown viene legittimato facendo presente che è quello che viene fatto altrove all’estero.

A maggio 2020, con la fine della “prima fase”, cambia la “strategia dei tamponi” (tra l’altro resi ancora più inaffidabili da una circolare del ministero della Salute che permetteva di attestare la positività con la presenza, non più di tre, ma di un solo gene). Illuminante, a tal riguardo, quello che si è verificato in Campania.

A marzo-aprile mentre in regioni come la Lombardia i tamponi erano numerosissimi, con l’unico risultato di scovare innumerevoli positivi asintomatici che venivano subito confinati in altre RSA od in sempre più affollati ospedali, in Campania i tamponi erano pochissimi. Nasce da qui il “miracolo” dell’affollatissima area napoletana quasi immune al Covid. Ma nel successivo mese di maggio le cose cambiano, quando il governatore De Luca decide di moltiplicare i tamponi, facendo credere che dietro ogni “negativo” ci fosse non già un “guarito” (e cioè una persona che aveva temporaneamente neutralizzato il virus senza manifestare alcun sintomo, com’è nel 95% dei casi) bensì una persona che lui aveva “salvato” dal contagio.

In realtà sarebbe bastato effettuare non tamponi ma indagini sierologiche (che attestano la presenza di anticorpi e quindi il raggiungimento di una momentanea immunità) per infrangere il mito di “De Luca Salvatore della Campania”. Non a caso, in Campania non fu fatta nessuna indagine sierologica mentre la campagna nazionale di indagine sierologica fu fatta volutamente fallire (in quanto disertata, dato che volontari trovati con anticorpi sarebbero stati costretti comunque all’isolamento domiciliare).

Intanto, si scatenava la caccia all’untore capitanata da De Luca il quale, annunciando fantomatici “focolai di Covid“, presentandosi come uno “sceriffo”, nemico giurato della movida e protettore dei “sani” stravinte le elezioni regionali inaugurava la stagione dei governatori, oggi capaci di disfare ogni direttiva statale relativa all’emergenza Covid. È ad essi che si deve, infatti, la dissennata e caotica disseminazione di inaffidabili tamponi (fino a 250.mila al giorno) realizzata in autunno del 2020 per attestare una fantomatica “seconda ondata dell’epidemia”, attestata da “nuovi positivi” e “morti per Covid” (la stragrande maggioranza dei quali uccisa da polmoniti non curate, al loro esordio, a domicilio o da gravi patologie che, considerato il collasso del sistema sanitario non potevano essere curate o diagnosticate). Seconda ondata che (al pari delle paventate successive) sarebbe dipesa dal “lassismo” della popolazione che, così colpevolizzata, si guarda bene dal mettere in discussione la gestione dell’emergenza, limitandosi ad una messianica attesa del vaccino.

Va da sé che questa lettura, meramente politica d’una gestione dell’emergenza che comunemente si induce a credere sia dettata solo da esigenze sanitarie, suscita una comprensibile obiezione: “Ma è verosimile che i governanti, tramite inutili lockdown, avrebbero, tra l’altro, penalizzato le economie dei propri Paesi ed imposto immensi sacrifici solo per rafforzare il dominio?

Si potrebbe sbrigativamente rispondere a quest’obiezione ricordando che, da sempre, i governi, per lo stesso motivo, non hanno avuto remore a proclamare guerre. Ma sarebbe una riposta che presupporrebbe un’accurata regia dietro la gestione dell’emergenza Covid. In realtà questa regia esiste anzitutto nella prefigurazione di scenari globali da parte degli strateghi del World Economic Forum sintetizzata nella narrativa del Grande Reset; il che peraltro non esclude, anzi implica, il caotico sovrapporsi di molti paralleli interessi convergenti e primi tra tutti quelli di conglomerati finanziari (tra l’altro, proprietari di media capaci di condizionare l’opinione pubblica) che, verosimilmente, hanno visto nell’emergenza Covid l’occasione per consolidare il proprio dominio.

Comunque sia, la situazione di emergenza inauguratasi nel marzo 2020 è destinata a perpetuarsi soprattutto perché, quando saranno svanite le speranze nei cosiddettivaccini”, se il governo cambiasse la gestione di quella stessa emergenza e, quindi, ammettesse i suoi errori, sarebbe travolto, prima ancora che dalle critiche, da una folla inferocita.

Da qui l’esigenza di procrastinarne sine die la durata col consenso dei milioni di ipocondriaci che la terroristica propaganda mediatica è riuscita a creare.

In proposito, Liberiamo l’Italia denuncia le gravissime responsabilità del governo e dei media ad esso asserviti per avere dolosamente quando ignorato e quando comunque ostacolato le TERAPIE PRECOCI DOMICILIARI, che avrebbero consentito di curare i malati a casa in pochi giorni, evitando così l’intasamento degli ospedali; per avere, di fatto, proibito le autopsie che invece da sempre consentono attraverso l’individuazione della causa di morte di individuare i possibili rimedi per curare i vivi; per aver vietato ai medici di base di visitare i malati sol che fossero sospettati d’essere affetti da covid e per aver costretto questi ultimi a permanenza domiciliare forzata in attesa del tampone o dei suoi esiti e con l’unico consiglio d’assumere paracetamolo e tachipirina; per avere accettato, soggiacendo passivamente ai diktat della lobby farmaceutica, la messa al bando della idrossiclorochina, nonostante la dichiarata falsità di un’unica pubblicazione (The Lancet del 22.05.20) che l’avversava, nonché della cura con plasma iperimmune, di quella con anticorpi monoclonali neutralizzanti e, da ultimo, della adenosina (GOM di Reggio Calabria 21.05.20).

Procrastinare sine die l’emergenza, dunque, anche per affrontare il prossimo esaurimento delle risorse finanziare del Paese che spinge, oltre che all’accettazione del MES, ad un’inedita guerra tra poveri: da una parte il popolo delle partite IVA, costretto a sopravvivere solo con sussidi, e dall’altra stipendiati e pensionati, ai quali verrà imposta una riduzione del reddito per “aiutare” coloro che dovranno vivere di sussidi.

IV. Che fare 

Finora in Italia – a differenza di altri Paesi – non si è avuto un movimento di massa contro l’emergenza Covid, e il tutto si è ridotto alle proteste o alla mera richiesta di sussidi (da parte di tanti ai quali viene impedito di lavorare), alla protesta contro le limitazioni della sacrosanta libertà personale (che, considerato l’esercito di ipocondriaci che la gestione dell’emergenza è riuscita a creare, viene generalmente vista come l’unica causa del persistere o della ripresa del contagio), od alla richiesta d’una fantomatica “scuola sicura” (che ridiventa “pericolosa” e, quindi da svuotare, ai primi  tamponi che segnalano gli inevitabili positivi).

C’è bisogno, invece, d’un credibile programma di lotta che basandosi s’un approccio di solidarietà collettiva e d’effettiva unità patriottica prefiguri una strategia diversa da quella terroristica e fallimentare finora imposta.

Ecco allora sintetizzati qui di seguito i primi punti di questo Programma.

  • Unica direzione dell’emergenza Covid.

Fine del mercanteggiamento tra “esperti”, consulenti, Regioni, e Governo.

Una deresponsabilizzante situazione che, ad esempio, ha permesso a Conte di decretare il lockdown del 9 marzo 2020 contro il parere del Comitato Tecnico Scientifico. Chiediamo, quindi, un’unica direzione sanitaria dell’emergenza da affidare ad un solo epidemiologo, il quale – individuato rigorosamente al di fuori del novero di coloro i quali abbiano trascorsi o legami di sorta alle dipendenze o comunque al servizio di lobby farmaceutiche e multinazionali (si cfr. tra gli altri il caso Ranieri Guerra già consigliere di amministrazione in Glaxo) – sarà responsabile delle sue indicazioni al capo del governo, ai ministri ed ai direttori dei vari dicasteri.

  • Istituzione di un’affidabile struttura nazionale per il ripristino di un servizio sanitario credibile e dotato di adeguate risorse.

Introduzione del sistema sanitario nazionale pubblico, universalistico e solidale volto a superare gli squilibri territoriali nelle condizioni socio sanitarie del Paese ed a garantire a tutta la popolazione il diritto alla salute assieme alla sostenibilità finanziaria dell’assistenza sanitaria; un sistema che scalzi, dunque, l’attuale gestione della sanità fondata su base regionale ed incentrata su prestazioni di ricovero e di diagnosi rimesse a strutture private e quindi al mercato senza alcuno spazio per la prevenzione.

Inoltre, basta con gli inaffidabili tamponi disseminati arbitrariamente dalle Regioni. Il solo riscontro della “positività” in un soggetto non deve determinare la sua quarantena né la chiusura delle strutture dove svolge la sua attività.

  • Efficaci misure di protezione per le categorie a rischio.

Basta con le onnipresenti “mascherine” chirurgiche che non bloccano certo la circolazione di un virus ormai endemico nella popolazione. Proteggiamo, invece, le categorie a rischio (anziani e immunodepressi), alle quali – senza pretendere che si chiudano in casa e senza imposizioni del tutto incostituzionali – dovranno essere forniti servizi come la distribuzione di efficaci dispositivi di bio-protezione, la consegna domiciliare gratuita della spesa e della pensione, bonus taxi per evitare affollamenti in mezzi pubblici (questi, invece, senz’altro da incrementare) e, soprattutto, assistenza medica domiciliare.

  • Vaccinazioni non obbligatorie (e senza restrizioni per coloro che le rifiutassero).

Incentivare la produzione e la sperimentazione di vaccini da parte di laboratori italiani sottoposti a stretto controllo pubblico dello Stato ed obbligati alla pubblicizzazione sistematica, puntuale ed esaustiva dei risultati raggiunti di fronte al parlamento ed alla collettività.

Promuovere l’effettiva applicazione della normativa (già vigente!) che impone in capo al personale sanitario di informare in maniera completa, corretta e comprensibile tutti coloro i quali fossero potenzialmente interessati alla somministrazione di vaccinazione perché costoro siano resi pienamente edotti e consapevoli dei rischi e dei benefici inerenti alla scelta vaccinale. Attività di informazione che viene da anni sistematicamente elusa o ridotta a mera formalità anche per le vaccinazioni classiche ed in generale per molte scelte terapeutiche.

  • Ripristino della piena mobilità delle persone, delle attività lavorative autonome e della didattica a tutti i livelli.

Fine di TUTTE le misure di restrizione. Basta con l’illusione di fermare con misure indiscriminate – lockdown, mascherine, distanze di sicurezza – una “infezione” oggi endemica, asintomatica al 95% e che può essere efficacemente affrontata, anche quando colpisce gli anziani, con tempestive cure.

È necessario l’immediato ripristino di tutte le libertà costituzionali e dei diritti inviolabili di cui all’art. 2 della nostra Carta fondamentale ingiustamente e spietatamente sino ad oggi limitati e sacrificati col pretesto di dover fronteggiare generiche esigenze di sicurezza generale; è necessario, pertanto, ristabilire l’equo bilanciamento tra quei diritti fondamentali ed inviolabili, la cui esistenza caratterizza lo stato di diritto ed il rispetto del principio di legalità, anche attraverso il ricorso a criteri precauzionali dettati dalle buone prassi sanitarie e dal buon senso ponendo, a titolo di esempio, particolare cura ad evitare sovraffollamenti in luoghi chiusi od alle norme igieniche ed alla regolare aerazione degli spazi comuni; tutto ciò senza che si traduca nella stabile prosecuzione del blocco indiscriminato delle attività produttive e nella limitazione ad libitum dell’esercizio dei diritti civili e politici del cittadino; in definitiva si tratta di recuperare ed applicare quei principi di equità, proporzionalità e ragionevolezza che il governo ha dimenticato e mortificato.

  • Ripristino e potenziamento della medicina territoriale.

Nell’immediato, riapertura degli ambulatori dei medici di base e, quando questo fosse problematico, identificazione di idonee strutture del demanio dismesse nelle quali far svolgere le attività ambulatoriali. Cancellazione dalla convenzione con il servizio sanitario per i medici di base che rifiutino indispensabili visite a domicilio o che rifiutino l’inserimento nelle USCA (Unità speciali di continuità assistenziale).

  • Completa informazione a disposizione di tutti.

Tutta la documentazione relativa all’emergenza (ad esempio: le cartelle cliniche dei “morti per Covid”, gli studi scientifici che supportano la gestione dell’emergenza, i motivi dell’esclusione / inserimento di farmaci o terapie, o i contratti con aziende farmaceutiche) deve essere messa a disposizione del Parlamento, dei ricercatori e del pubblico.

Basta con il terrorismo mediatico e la censura: sia concesso l’accesso anche a medici e ricercatori finora emarginati, soprattutto alla RAI e su internet.

  • Adeguate misure per le categorie in crisi.

Bisogna impedire che la crisi economica aggravata dalla gestione dell’emergenza Covid continui a favorire l’arricchimento di pochi. Questo può essere ottenuto anche ostacolando, ad esempio, la svendita di esercizi commerciali o l’estensione indiscriminata degli acquisti on line e del telelavoro (che rischia di riproporre per tanti impiegati la sorte toccata agli addetti ai call-center, oggi tutti ubicati in nazioni povere).

Per quanto riguarda i sussidi per i tanti oggi in miseria, questi devono essere finanziati non già tagliando stipendi e pensioni, o incravattandoci con il Recovery Fund od il MES, bensì con l’emissione di titoli di stato (attirando così l’enorme liquidità esistente nel nostro paese) e ritrovando la nostra sovranità monetaria oggi impedita dai vampiri dell’Unione Europea.

Direzione nazionale Liberiamo l’Italia, 11 febbraio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia




MYANMAR: PERCHÉ IL “COLPO DI STATO” di A. Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

L’antiamericanismo preventivo dei generali in Myanmar

Con una azione preventiva e non violenta, definita piuttosto frettolosamente “Golpe” dai media globalisti pro-Biden, i generali a Myanmar hanno impedito una serie di Rivoluzioni colorate asiatiche pianificate dal Segretario di Stato Tony Blinken — come ha spiegato alla televisione russa Leonid Ivashov, generale in pensione e attuale direttore dell’Accademia per i problemi geopolitici di Mosca.

Pochi giorni prima dell’azione preventiva e antiamericanista dei generali di Yangon, il ministro della Difesa russa, Sergej Soygu, era appositamente volato in loco; come è noto il ministero della Difesa di Mosca è il maggior fornitore dell’esercito birmano. Singapore e Pechino sono invece da anni i massimi investitori in Myanmar. Con l’approvazione di alcune misure di liberalizzazione, l’apertura agli investimenti diretti esteri (IDE) e la temporanea sospensione delle sanzioni internazionali, Yangon intendeva, dopo l’insediamento del nuovo governo nel 2016 guidato dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Ky, abbandonare l’autarchia del passato, eredità residuale del Governo nazionalsocialista e filosovietico del generale Ne Win (1962-1988), un coraggioso e illuminato statista che non fu mai suddito né di Washington né di Pechino. Ne Win fu il padre storico del nazionalismo antimperialista di Yangon e i generali si ispirano devotamente al suo testamento storico.

Si poneva in programma, dal 2016, la transizione da uno stato di belligeranza tra il Tatamdaw Kyi (le forze armate) e le organizzazioni combattenti etniche, circa 18, alla sottoscrizione di un cessate il fuoco nazionale che fosse una via di mezzo tra il nazionalismo birmano dei militari e la volontà di pacificazione di Aung San Suu Ky. La transizione andò in porto, nonostante le traumatiche contraddizioni delle aree periferiche del Paese,  soprattutto grazie al potere di veto dei militari che hanno reso il Governo una “democrazia armata nazionalista” ostaggio del loro stesso potere sulle transazioni dell’economia e della finanza, sebbene la costituzione riservi agli uomini in divisa non più del 25 % dei seggi.

Il Consiglio Supremo della Difesa, l’organismo giuridico militare, si è sempre battuto perché il partito di Auung San Suu Ky operasse in modo intransigente ma dentro l’architettura costituzionale, dato che il rischio principale in Myanmar è rappresentato dalla guerra civile e etnica. La San Suu Ky, grazie alla mediazione dei militari nazionalisti, avviò la pratica dei governi regionali monocolore, che non ebbero un effetto destabilizzante nella vita civile birmana ma iniziarono anzi a  avviare l’integrazione di minoranze etniche nel governo del Paese. Va anche considerato che la maggior parte dei vari raggruppamenti fondati sul separatismo etnico continua a non vedere di buon occhio la leader della Lega Nazionale per la Democrazia non solo per il suo legame con i militari ma per il suo criptonazionalismo birmano. A più riprese, l’eroina birmana ha definito l’esercito il suo fiore all’occhiello, anche in virtù del ruolo rivestito in passato dal padre nelle forze armate di Yangon e ha riabilitato storicamente il nazionalsocialismo birmano di Ne Win.

Il legame tra la donna politica birmana e l’esercito si è spezzato però nel novembre 2020; esponenti di punta dell’elite nazionalistica di Myanmar hanno denunciato da subito un flusso consistente di brogli nel corso delle più recenti elezioni e l’azione di presunti agenti britannici e americani, che avrebbero voluto far precipitare la Birmania nella guerra civile. L’eroina birmana non si mostrava all’altezza del suo compito, voleva mediare con l’Occidente, invece che denunciare il tentativo di golpe e la destabilizzazione su base etnica; per i militari era giustamente troppo.

Sono così passati all’azione per salvare la Birmania dalla guerra civile. Guarda caso, negli stessi giorni assistevamo negli USA a uno scenario simile. Il golpe dello Stato Profondo e delle intelligence in USA andava in porto e Trump fermava l’insurrezione populista e anarcoliberista del Campidoglio. In Birmania hanno preso invece l’egemonia i nazionalisti antioccidentali dal 1 febbraio. I media globalisti liberali e della Silicon Valley parlavano di golpe. Cina e Russia di “democrazia sovrana” tutelata.

Che cosa è in ballo in Myanmar?

Per quanto possa apparire uno scenario marginale e secondario, a Myanmar si sta viceversa giocando una partita decisiva nel destino geopolitico globale. Yangon, importante snodo della BREI cinese, garantisce gli accessi all’Oceano Indiano da un lato, al sud est asiatico dall’altro. La linea geoeconomica Bangladesh-Cina-Pakistan-Myanmar diviene così anche una via geopolitica, la cui importanza non è proprio secondaria se consideriamo il recente accordo – Regional Comprehensive  Economic Partnership – stabilito tra i dieci Paesi ASEAN (tra cui Myanmar) più Giappone, Cina, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Australia.

Un nuovo blocco geopolitico egemonico, che esclude le economie occidentali e che è ormai in grado di abolire il dollaro come moneta internazionale di scambio, affermando una serie di controvalori finanziari e monetari alternativi. Nell’ultimo anno, il sistema SWIFT, il più grande circuito di pagamenti al mondo, ha visto una riduzione esponenziale del dollaro come moneta transnazionale di riferimento e lo stesso fenomeno si sarebbe verificato negli asset delle principali Banche centrali al mondo.

Un altro fenomeno che attesta la egemonia globale del nazionalismo rivoluzionario e del Confucianesimo di stato dell’Impero di Mezzo lo abbiamo con la vittoria sull’attacco americano a base di dazi e sanzioni e con l’autonomia produttiva e strategica dei colossi cinesi nella dimensione dei microchip e dei semiconduttori. Abbiamo già definito, in diversi casi, il 2020 l’anno della Rivoluzione Mondiale Covid 19 e della definitiva egemonia internazionale del nazionalismo han cinese. Il banco di prova Myanmar lo ha ben mostrato. La serie di Sovversioni colorate asiatiche di Blinken e dello Stato profondo sono state fermate ancor prima che vedessero la luce.

Infine, Zeng Guang, capo epidemiologo del CDC cinese, accusa i laboratori inglesi, americani, francesi di essere alla base della diffusione anticinese del Covid-19, essendo nota l’esperienza dei colonialisti d’Occidente nello scatenamento di guerre biochimiche. (vedi QUI)

I risultati dell’OMS hanno infatti in questi giorni completamente scagionato la Cina dalla ipotesi propagandistica angloamericana che la voleva all’origine del virus. Abbiamo così il mandarinato nazionalistico dell’Impero di Mezzo il quale, con la voce del ministro degli Esteri Weng Wenbin, si permette di parlare apertamente di “virus liberale anglosassone” o “virus imperialista angloamericano” (vedi QUI e QUI). Wang Wenbin è un pezzo da novanta del fronte nazionalpatriottico confuciano di Xi Jinping; il Partito nazionalpopolare egemone di Xi nella guerra di fazioni ha definitivamente  messo ai margini il gruppo riformista socialdemocratico di Shangai (tendenzialmente filobritannico come lo può però essere un partito han) superando la durissima prova di Hong Kong e ha ormai dalla propria parte la fazione, marginale alla base del Partito ma influente nel mandarinato, neomaoista e propriamente “comunista“.

Non sta a noi fare gli epidemiologi e indagare le cause scatenanti del virus. Abbiamo provato a ricostruire la guerra globale dei vaccini (vedi QUI). Vediamo però, dopo la Rivoluzione Mondiale 2020, un nuovo universo in marcia. Il nuovo universo multipolare sarà di nuovo fondato su identità nazionali e patriottiche prima di ogni altro elemento sociologico come il presidente Putin ha affermato nel corso del suo intervento da remoto a Davos. E’ la guerra imperialista di civiltà a mandare in frantumi i tre decenni fondati sull’ alienante utopismo liberale. Cina, Russia, Turchia sono perciò all’avanguardia storica. Xi Jinping, Putin, Erdogan dettano le nuove regole.

Un’azione politica come quella dei generali di Yangon ridisegna le catene globali del valori come o addirittura più di varie azioni coperte di Wall Street. Joe Biden e il sionismo globalista stanno rincorrendo sul piano del nazionalismo i tre paesi multipolaristi di avanguardia ma ripartono chiaramente con anni di ritardo. Si consideri infine che il grande nazionalista sociale e imperiale Xi Jinping, il profeta storico politico del “sogno mondiale cinese”, nonostante le terribili prove di Hong Kong e del “virus liberale sovvertitore”, non ha ancora sfoderato il suo asso nella manica: la mobilitazione imperiale e universale delle infinite comunità huaren sparse in tutto il mondo. Molti analisti sostengono che quel momento arriverà quando il “Risorgimento” han sarà realizzato: con l’unificazione storica con Taiwan, momento che la Cina continentale sta attendendo dal 1997.