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IL GOVERNO DRAGHI E I CITTADINI DEL RIFIUTO di Umberto Spurio

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 Nel 2020 il PIL bruciato è stato di 170 miliardi di Euro, la migliore previsione di crescita per il 2021 è del 4% . Si potrà obiettare che il recovery plan mette a disposizione 209 miliardi e dunque ci sono risorse sufficienti affinché il governo Draghi possa varare misure per far ripartire l’economia.  E’ vero? Il recovery plan contiene 127 mld di euro in prestiti e 82 mld di euro a fondo perduto, per un totale di 209 mld che dovranno essere spesi in 6 anni.

Partiamo dai prestiti: il vantaggio che l’Italia ottiene è dato dalla differenza tra i tassi di interesse europei stabiliti dalla BCE e i tassi di interesse nazionali. Tale risparmio sarà di mezzo miliardo all’anno, cioè nei 6 anni il risparmio sarà di 3 miliardi. Ma sono comunque prestiti da restituire, il che farà aumentare il debito dell’Italia che sarà monitorata e le verrà richiesto di dare prova che riuscirà a restituirli facendo nuovi tagli.

Adesso parliamo degli 82 mld a fondo perduto. Questi devono necessariamente avere una copertura a livello europeo che si ottiene con una tassa creata allo scopo. Al momento non c’è alcuna tassa europea in cantiere tranne quella, ancora ipotetica, sulla plastica. Questo significa che la copertura del prestito a fondo perduto dovrà essere garantita dai contributi dei singoli stati membri. Se verrà applicata la regola europea, ogni stato dovrà contribuire in base al proprio PIL. L’Italia dovrà contribuire al massimo con 40 mld. Se riceviamo 82 mld e ne dobbiamo versare 40, anche un bimbo delle elementari calcola che non riceviamo 82 ma 42.

Ricordiamo il risparmio sugli interessi di 3 miliardi visto prima? Bene, sommiamolo ai 42 mld che riceviamo e avremo come recovery plan 45 miliardi; considerando che il recovery plan va usato in 6 anni, spalmando la cifra in questo periodo avremo che l’aiuto europeo sarà di di 7.5 mld per ogni anno. E non è ancora finita: nei prossimi 7 anni l’Italia è contributore netto per il bilancio europeo con 20 miliardi. Cioè deve versare alle casse europee questa cifra. Quindi 45 meno 20 fa 25. Tenendo conto dei 6 anni, sono 4.16 miliardi di euro all’anno.

Con queste premesse cosa potrà fare il governo Draghi se la base di partenza sono i 170 miliardi di PIL bruciati nel solo 2020, senza considerare le previsioni fosche? E’ all’interno di questo scenario che va inquadrata l’azione di Draghi e lo scenario non è certo dei più promettenti. Che lo stesso Draghi ne sia consapevole lo dimostrano le sue parole nel discorso di insediamento: nel prossimo futuro la politica dovrà decidere quali imprese andranno sostenute e quali no. Intanto, al momento in cui scrivo (fine febbraio 2021) si apre una nuova fase di lock down che comporterà ulteriori danni economici. Ingenuamente potremo chiederci: possibile che un alto funzionario del mondo finanziario non sappia queste cose? Lo avrà di sicuro previsto e avrà l’asso nella manica! Un asso nella manica sarebbe quello di stampare moneta per far partire l’economia, ma qui andiamo a scontrarci con il credo fondamentale dell’Unione europea che si basa sul controllo dei prezzi. Emettere moneta cozza violentemente con le ragioni stesse che reggono l’Ue poiché a molta moneta circolante corrisponde un aumento dei prezzi.

Chi non ha la netta impressione che le classi dominanti siano in un vero e proprio cul de sac, in una strada senza uscita? In realtà l’uscita la tengono, si basa sulla distruzione di una parte dell’economia reale (le imprese che Draghi ha detto che non potranno salvarsi) per favorire altre imprese. Quali? Se il mercato finanziario e le borse speculative sono oggi il motore di ogni decisione, non saranno certo le piccole e medie imprese nazionali che i mercati premieranno ma le multinazionali quotate in borsa, i giganti del commercio on line. E’ immorale? E’ sbagliato? Falsi problemi: accadrà perché questo è il capitalismo neoliberista sotto il comando della finanza speculativa e non può essere diversamente perché se ciò avvenisse sarebbe il crollo del sistema.

I ceti dominanti sono obbligati a distruggere per poter ricostruire, è come una guerra, anzi è una guerra, ma senza sparare colpi di cannone. E per condurre questa guerra senza provocare un eccessivo malcontento tra le masse popolari, le misure come sempre saranno attuate a piccoli passi, usando la politica della rana nella pentola che bolle. Il tutto sostenuto da una campagna che per un verso incute paura nella popolazione e per l’altro santifica smisuratamente il signor Draghi. Ciò che interessa a noi che siamo cittadini del popolo lavoratore è che questo gigantesco resettaggio del sistema economico sta provocando il crollo verticale di molti settori del ceto medio, la chiusura di attività e il licenziamento del personale dipendente.

Le domande sono: fino a che punto il reset sarà digerito dalla popolazione? Fino a che punto i cittadini saranno governati con la paura? Non possiamo saperlo. Ma attendere che la disperazione salga e si formi come un fiume in piena è un errore, prima di tutto perché la storia è piena di insegnamenti in cui il popolo ha accettato ogni peggioramento senza opporsi, poi perché l’abilità dei lestofanti che ci governano è varare misure economiche per dividere l’area del malcontento e spegnerlo.

A questo punto entra in gioco il ruolo dei cittadini più attivi e consapevoli che si collocano nell’area del rifiuto di tutto questo, che non lo accettano passivamente. Ho il sospetto fondato che fino a quando il reset non sarà portato compiutamente a termine, investendo solo nelle imprese che fanno fare soldi ai mercati, la pandemia sarà gestita politicamente per mantenere lo stato di soggezione attuale e per far si che siano gli stessi cittadini a chiedere misure più dure, a dividere la popolazione, a criminalizzare coloro che protesteranno. Tuttavia se lo scenario è quello delineato, il malcontento tenderà ad aumentare almeno fino al 2023, anno che la Commissione europea considera quello in cui potrebbe esserci una ripresa, ma il condizionale è d’obbligo e la ripresa potrebbe venire persino al di là di quell’anno.

Non è immaginabile dunque una società pacificata, ma al più solo repressa, distratta e frantumata. Il reset non sarà un pranzo di gala e mieterà vittime oltre a quelle già mietute fino ad oggi. Le categorie più colpite sono e saranno i dipendenti di quei settori privati che hanno subìto blocchi dai lock down al pari dei titolari delle stesse imprese che già oggi si indebitano o hanno chiuso; in un economia fortemente globalizzata gli effetti sono a catena e non possiamo escludere che categorie professionali e produttive, per ora risparmiate, saranno in futuro coinvolte. Penso soltanto ai piccoli corrieri che a causa dell’accordo tra Amazon e Poste Italiane stanno subendo un drastico calo del fatturato. Oppure, sempre restando su Amazon, al progetto di fornitura di cibo da asporto ordinato on line, basato molto probabilmente su accordi con un produttore locale di pietanze, cosa che colpirà duramente il settore della ristorazione.

Dunque almeno per i prossimi due anni assisteremo ad un aumento della conflittualità sociale. Se il governo agirà nello scenario delineato non ci saranno misure adeguate a spegnere il malcontento. L’appiattimento di quasi tutto l’arco parlamentare sul governo Draghi porterà allo scollamento tra i partiti ed i loro elettori colpiti dalla crisi poiché non si vedranno tutelati dai loro referenti politici. Lo stesso vale per i sindacati, ormai proni al pensiero liberista.

Già oggi esistono diverse forze nel campo del rifiuto al governo Draghi e possiamo immaginare la formazione di un fronte del rifiuto composto dalle forze politiche e dai singoli cittadini che per ragioni oggettive, o per scelta politica, si collocano contro il governo delle forze neoliberiste, il governo del partito unico del PIL.

Al momento in cui scrivo si sta consumando la frattura nel M5S proprio sulla scelta di appoggiare o meno il governo; l’Italexit di Paragone, Vox Italia (il prossimo 27 febbraio si darà una nuova organizzazione), il PC con a capo Rizzo, Liberiamo l’Italia, il Fronte Sovranista e la galassia di altre sigle contro il neoliberismo, contrarie all’Ue, per la costruzione del socialismo, sono al momento le forze non ancora unite ma che possono fare da catalizzatore a tutti gli scontenti coalizzandosi in un fronte unitario.

Ma immaginare la formazione di un nuovo soggetto politico che agisca solo in termini elettorali è un errore. Ci attende una lunga marcia, occorre essere presenti sui territori, occorre saldarsi alle frange di popolazione scontenta, partecipare alle vertenze del mondo del lavoro dipendente e autonomo. E’ necessario unire tra loro i cittadini più attivi, coscienti, di buona volontà che hanno chiaro che il nemico è il neoliberismo impersonificato dal governo Draghi e che, al pari dei gilet gialli francesi, mettano da parte differenze ideali ed eventuali tessere di partito per impegnarsi nella costruzione di un fronte del rifiuto che si oppone all’economia al servizio dei mercati e si batte per costruire un economia al servizio del popolo applicando la Costituzione italiana. Dobbiamo immaginare gruppi di cittadini attivi sul territorio che si riuniscono con cadenza fissa per stabilire come agire nel proprio ambito locale facendo vivere la questione generale (il mercato che domina sulla politica); dobbiamo immaginare cittadini riconosciuti dalla popolazione per integrità morale e coerenza, dobbiamo immaginare che questo sarà un cammino non breve che richiede spirito di sacrificio e che se funzionerà a dovere sarà inevitabilmente attaccato con ogni mezzo.

Se pensiamo che questa è la proposizione di una nuova formazione politica che possa andare in parlamento senza una corrispondente forza sociale che le fa da sponda – e la controlla – sui territori stiamo facendo un errore grave. Al contrario i comitati popolari devono vigilare sugli eletti costantemente ed essere pronti a togliere loro la fiducia non appena si profila la perdita degli obiettivi per i quali sono stati eletti. Dobbiamo immaginare che questo processo possa approdare alla formazione di una forma di potere diffuso tra le masse popolari e che può essere la forza per giungere persino ad un governo popolare di emergenza che agendo sui territori e con la sua rappresentanza in parlamento crei le maggiori difficoltà ai nemici del popolo e ne ostacoli i piani.

Umberto Spurio, 21/02/2021

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Un pensiero su “IL GOVERNO DRAGHI E I CITTADINI DEL RIFIUTO di Umberto Spurio”

  1. Francesco dice:

    A mio avviso bisognerebbe “puntare”molto sui parlamentari del M5S che hanno avuto il coraggio di votare CONTRO il governo Draghi pur sapendo che cio’ avrebbe comportato l’ espulsione dal movimento.
    Essi hanno dimostrato di essere COERENTI con certi principi e quindi a mio avviso possono essere una risorsa molto importante in chiave futura, nell’ottica della battaglia che dovremo affrontare.

    Francesco F.
    Manduria (Ta)

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