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LA POLITICA AL POSTO DI COMANDO di Moreno Pasquinelli

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Se ne sentono, riguardo alla missione affidata a Draghi, di tutti i colori. Ce n’è una che le supera tutte, quella secondo cui, con il nostro, ce ne andremmo più facilmente dall’euro. Patetico alibi di quelli che una volta si sarebbero chiamati rinnegati.

Nessuno abbia dubbi che le mosse di Draghi, quali che saranno gli inciampi che troverà sul suo percorso (grandi), si dispiegheranno dentro una ferrea cornice eurista ed atlantista.

Subito dietro, nella classica delle scemenze, c’è l’idea che il governo Draghi sarà un “Monti 2.0”, ovvero attuerà politiche fiscali restrittive e non espansive, ovvero di tagli alla spesa pubblica e forti dosi di ulteriore austerità.

No, il nuovo governo è un nemico ben più insidioso e temibile in quanto, pur sempre proseguendo sul solco del liberismo (l’idea della “crescita” fondata su alti tassi di disoccupazione, quindi bassi salari e alta precarizzazione del lavoro), tenterà di far leva sulla spesa pubblica per tentare di rilanciare la domanda aggregata (spesa in investimenti e consumi dei diversi comparti economici).

Posto che il settore privato non investe ed anzi tende a tesaurizzare usando i profitti decrescenti in rendita finanziaria, non può essere che lo Stato, con spesa in deficit, a tentare di far ripartire il motore economico capitalistico grippato. La qual cosa, sia detto di passata, è la lampante conferma del fallimento del draghiano Quantitative easing, che ha riconfermato la validità della nota “trappola della liquidità” di keynesiana memoria, o se si preferisce la metafora del “cavallo che non beve”.

L’ingente massa monetaria sfornata dalla Bce ha sì salvato l’euro, ma è restata imprigionata nella sfera della speculazione finanziaria — così che l’economia europea è in stagnazione con l’aggravante che la depressione è più grave di ieri visto che sono cresciuti sia l’ammontare del debito privato che quello pubblico.

Vedremo presto, a partire dal discorso con cui Draghi andrà a chiedere la scontata fiducia alle camere, e quindi dalla prova del nove del 31 marzo quando scadrà la proroga del blocco dei licenziamenti, se abbiamo torto o ragione poiché, una volta sciolto il dilemma, l’opposizione dovrà attrezzarsi alla bisogna e indicare linea e modalità della lotta al nuovo governo ed a quello che prenderà il suo posto.

Tuttavia una cosa dev’essere chiara, non si deve cadere nella trappola di un approccio economicista.

«Nata come legislatura populista, Mattarella ha avuto il merito di costringere, con pazienza morotea, Lega e M5S ad appoggiare l’ex presidente della Bce. E’ la conferma della definitiva costituzionalizzazione dei movimenti antisistema italiani. Il Capo dello Stato, dall’alto della sua lunga esperienza, tuttavia sa che la navigazione non sarà agevole né scontata. Quanto durerà questo governo? Almeno un anno, fino all’elezione del prossimo Capo dello Stato, si scommetteva ieri tra gli stucchi del Colle. Nel febbraio 2022 a Mattarella potrebbe succedere Draghi». [Concetto Vecchio, la Repubblica, 14 febbraio 2021]

Il giornalista ha centrato il bersaglio. La funzione di Draghi, al netto di quella che potremmo chiamare “draghinomics”, è anzitutto politica: consacrare l’inclusione — sussunzione per usare un sofisticato sostantivo marxiano — degli ex-populisti nell’alveo sistemico, ovvero disinnescare quella bomba ad orologeria sotto le chiappe dell’Unione che il nostro Paese è stato e continua ad essere.

Un Grande Reset quindi — annullare la spinta sovranista emersa maggioritaria nelle urne del marzo 2018 — alla scopo di riportare l’Italia nei ranghi, e quindi salvare anzitutto l’Unione europea, col che sottrarci gli ultimi brandelli di sovranità per soggiogare il Paese con un “vincolo esterno” rafforzato.

Ci sono amici e compatrioti i quali, sulla scia dell’oligarchia dominante, deducono, dal passaggio di M5S e Lega nel campo euro-oligarchico, la fine del “momento populista”, dal che concludono un mesto ritorno a casa, immaginando che sia oggi plausibile e necessario rilanciare l’idea di un soggetto politico “di classe”, cioè una forza che, posto il  proletariato come forza rivoluzionaria in sé, faccia del marxismo (con il suo dogma che la lotta di classe tutto spiega e tutto può)  la propria cifra ideologica. Deduzione sbagliata, conclusione inverosimile. La verità è che né il proletariato possiede genetiche capacità rivoluzionarie, né si dovrebbe predicare un ritorno al marxismo “autentico”.

Chi non ha elaborato il lutto del ‘900, chi si dedica al culto dei morti, è destinato ad autoescludersi dal prossimo campo di battaglia. Il populismo, piaccia o meno, non è morto, è un fiume carsico, che per adesso scorre sottotraccia. Esso riemergerà presto, solo in forme differenti da quelle passate. Chi vuole stare in partita è a dargli forma che si deve attrezzare. Una cosa è certa, esso sarà più radicale di quelli che abbiamo conosciuto. E se è così potrà prendere, mutatis mutandis, solo due forme, che semplificando possono essere o neo-socialista o fascistoide.

Col “momento Draghi” il nemico ha il vento in poppa. Non durerà a lungo. Posto che l’oligarchia ha avuto successo nell’addomesticare i populismi, data la natura organica della crisi sistemica, quella affidata a Draghi (far uscire il Paese dal marasma), è una “missione impossibile” — impossibile date le vere cause della depressione economica (ci torneremo su). Bisogna quindi prepararsi ad incontrare il vento quando cambierà, mai dimenticando che quel momento giungerà “come un ladro di notte”. Che sia il nemico ad essere colto di sorpresa, non noi.

Giorni addietro esortavamo, contro l’ultimo travestimento del nemico, a dare vita ad un grande FRONTE DEL RIFIUTO. Immaginiamo che dovremo indire degli Stati Generali dell’opposizione sociale e politica. Un fronte per un’alternativa di società, basato su un nuovo progetto di Paese opposto a quello dei dominanti (il regime biopolitico fondato sull’emergenza permanente, il liberismo economico rimodellato come sistema della sorveglianza e della punizione). Un fronte che non potrà quindi essere né sindacalistico, né corporativo, la cui forza sovversiva sarà inversamente proporzionale al ribellismo spontaneista.

Chi riuscirà ad unire le prime forze di questo fronte si sarà guadagnato la prima linea, e solo chi avrà occupato quella prima linea potrà pretendere di fondare il Partito della Rivoluzione Italiana.

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6 pensieri su “LA POLITICA AL POSTO DI COMANDO di Moreno Pasquinelli”

  1. Cittadino dice:

    date le vere cause della depressione economica (ci torneremo su)

    Quando ci tornerete su sarebbe bene collegare il tutto alle tensioni internazionali. Non dimentichiamoci che Renzi ha silurato il governo Conte praticamente in sincronia con l’insediamento di Biden dopo il lungo scontro con Trump. Probabilmente la configurazione del governo Conte non era ritenuta forte sufficienza per portare a compimento il reset di lorsignori.

    Una variabile importante è quindi il come e quanto durerà il tentativo di Biden di puntellare l’ordine esistente, tentativo che ritengo destinato al fallimento, e cosa accadrà dopo. Perché Draghi, che ricordiamolo è stato lodato anche da Trump, è garanzia di continuità anche nell’eventualità di una transizione post fallimento Biden che comporti il superamento dell’UE.

    Certo la storia non è lineare ma è bene tenere presente tutto.

    Giovanni

  2. RobertoG dice:

    Ricapitolando:
    Renzi vola negli Stati Uniti. Torna e fa cadere l’esecutivo. Dopo un po’ di teatro le forze politiche tutte si uniscono per dare vita al governo Draghi. Resta fuori soltanto FDI perchè uno che svolga il ruolo dell’oppositore in modo da acchiappare i voti degli scontenti per sterilizzarli in seguito ci vuole sempre.
    Che farà il governo Draghi? Probabilmente ha ragione Pasquinelli per quel che mi riguarda mi limito come al mio solito ai dati di fatto: a parte i confermati del governo precedente ed i soliti piddini che sono una sicurezza sono stati aggiunti i tecnici come Marta Cartabia, Vittorio Colao, Daniele Franco, Roberto Cingolani, Enrico Giovannini, Patrizio Bianchi, Cristina Messa. Tutte persone che, a parte Giovannini, hanno studiato o si sono perfezionate o hanno svolto attività di ricerca o avuto incarichi importanti presso università od istituti inglesi e/o statunitensi. Se aggiungiamo il leghista Giorgietti che è uomo della NATO ed i soliti forzitalioti come Brunetta e Gelmini di provata fede atlantica questo è un governo coloniale in piena regola, molto più del precedente. Agirà quindi di conseguenza.
    Sono 75 anni che andiamo avanti così e più passa il tempo più la nostra dipendenza anzichè diminuire peggiora. Per noi la guerra non è mai finita, abbiamo ancora lo status di potenza sconfitta ed occupata totalmente priva di una sua dignità politica e che si limita ad eseguire gli ordini dell’occupante.
    Cha fare quindi? Occorre uscire dal torpore, svegliarsi dall’incantesimo, rendersi conto di quella che è la realtà. Bisogna cacciare gli amerikani dall’Italia e dall’Europa se si vuole tornare ad essere liberi di affrontare da soli, come persone adulte e non come bambocci i nostri problemi. Impresa certamente difficilissima e molto dolorosa, ma che è anche l’unica che ci può far tornare ad essere davvero arbitri del nostro destino.

  3. Piero dice:

    ” la cui forza sovversiva sarà inversamente proporzionale al ribellismo spontaneità” infatti dovrà accreditarsi tra le forze sociali che maggiormente soffrono la crisi ormai irreversibile dell’attuale modello di sviluppo, come possibile e realistica alternativa di sistema. In effetti le possibilità in campo di uscita dallo sfacelo del sistema sono tre: una più una e una. Mi spiego. Nel campo del potere le opzioni sono due: si preferisce e si lavora per grande reset “Davos” e, in subordine, rimane una soluzione “fascistoide”, dall’altra c’è solo la possibilità di una transizione di sistema. ‘”Transizione” perché deve essere governato come processo, come una serie di fasi che come esito finale portino ad un radicale cambiamento di sistema socioeconomico. Faccio solo un esempio: una radicale riduzione dell’orario di lavoro che non porti solo alla piena occupazione ma, insieme, ad una riduzione nella e della produzione, non più semplicemente merci, bensì prodotti per soddisfare le esigenze umane, materiali e immateriali. Questo come cambio di paradigma rispetto alla presente società dei consumi. Cioè degli sprechi e degli scarti. Sprechi e scarti materiali e immateriali. Qui mi fermo.

  4. Alessandro Chiavacci dice:

    Il partito della Rivoluzione Italiana potrà nascere quando tu avrai smesso di paventare rischi “fascistoidi”. Più fascisti di così, con clausura, disoccupazione di massa, massacro di imprese indotto, dittatura sanitaria, massacri degli anziani con terapie sbagliate o per assenza di cure, cosa temi…? Anzi, nazisti, perché il fascismo non ha mai avuto questi caratteri distruttivi. L’antifascismo di regime (dalla legge di iniziativa popolare dell’ Anpi fino alle aggressioni torinesi dei centri sociali a Fdi, che (guardacaso) è l’unica opposizione in parlamento) ha il solo fine di seminare diffidenza e suscitare divisioni fra chi si oppone alla dittatura. Subendo quell’anatema sarà impossibile costruire una opposizione realmente vincente. Perché “tu” sei abbastanza antifascista, va bene. ma i tuoi amici…? E gli amici dei tuoi amici…??? In questa ottica solamente chi ha un pedigree di sinistra potrebbe avere i titoli per opporsi. Peccato che la sinistra, nella sua schiacciante maggioranza, sia allineata alle forze antiitaliane. Dunque non è un caso che proprio oggi, mentre subiamo politiche autoritarie senza precedenti, il sistema lanci slogan antifascisti. E’ il loro ultimo espediente per non morire. Seppelliamoli.

    A.C.

  5. Anarchica animalista dice:

    Bravo Alessandro, Pasquinelli vede i fascisti dappertutto tranne dove sono (i suoi amici populisti i russofili i filocinesi ecc)

    Marilena

  6. Moreno Pasquinelli dice:

    E’ davvero disarmante leggere commenti come quelli della “Anarchica animalista” e del Chiavacci. Le cazzate non meritano risposta. La redazione non dovrebbe permettere che questo luogo dei commenti diventi una discarica di spazzatura indifferenziata.

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