LE TENEBRE DEL PROGRESSO di Moreno Pasquinelli

Gli assatanati del politicamente corretto vanno stendendo l’elenco dei libri e degli autori proibiti. Se va avanti così saremo costretti non solo a leggere di nascosto l’Odissea e la Divina Commedia, le Lettere di San Paolo e il Manifesto di Marx; ci toccherà l’onere di diventare monaci e di proteggere in nuove abbazie i frutti della civiltà e il patrimonio culturale plurimillenario, contro la risorgente barbarie oscurantista.

Si narra che i militari cileni, nelle settimane seguenti al golpe di Pinochet, nell’eseguire l’ordine di sequestrare libri marxisti, si fossero imbattuti in testi sul cubismo; convinti che si trattasse di opere apologetiche della Cuba castrista, li hanno bruciati tutti.

Si trattò di uno degli ultimi esempi di rogo di libri di cui è punteggiata la storia dell’umanità.

Se c’è una cosa che tale pratica indica è questa: è quasi sempre il rito con cui un regime dispotico annuncia il proprio avvento..

Così fece il primo imperatore cinese, che seppellì vivi i suoi oppositori dopo aver distrutto i loro libri. Così fece la dinastia Giulio-Claudia che ordinò la distruzione delle opere dello storico  repubblicano Cremuzio Cordo. Così il generale arabo ‘Amr Ibn-‘As, appena conquistato l’Egitto, distrusse ciò che restava della Biblioteca di Alessandria. Icastica la sua giustificazione:

«In quei libri o ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono cose già presenti nel Corano sono inutili, se non sono presenti allora sono dannose e vanno distrutte».

I cattolici non sono stati da meno. Per ordine del vescovo Diego De Landa gli spagnoli distrussero l’intero patrimonio culturale delle civiltà Maya e Azteca. Negli stessi anni l’Inquisizione redasse un elenco dei libri proibiti, tra cui spiccavano, oltre a quelli di Machiavelli, quelli di Giordano Bruno, che com’è noto venne arso vivo assieme alle sue opere. Su quella scia (nonché quella di Lutero e Calvino) si mossero i nazisti i quali celebrarono l’avvento al potere bruciando libri sovversivi, fossero testi comunisti o di Freud.

Per venire A noi! il regime fascista mise presto all’indice diversi scrittori, attuando una vera e propria opera di bonifica delle biblioteche pubbliche, eliminando tutto il materiale “che potesse esercitare sui lettori dannose influenze per i buoni costumi o che in ogni modo contraddicesse al Regime ed ai suoi fini educativi”. [Circolare n.1984 del 10 maggio 1928]

Anche l’Italia repubblicana (e democristiana) non si fece mancare nulla. Nel 1961, per disposizione legale, vennero gettate tra le fiamme (nel cortile della Procura di Varese!) copie dei racconti del marchese De Sade. Venti anni dopo opuscoli e libri di Toni Negri, vennero fatti sparire dalle librerie e mandati al macero.

Ci risiamo.

Nell’avamposto dell’Occidente, ovvero negli Stati Uniti, vengono di nuovo messi all’indice e proibiti, film, racconti, libri. Questi atti censori, questa volta, sono perpetrati in nome della cultura della tolleranza, dell’anti-razzismo, dell’anti-maschilismo, ovvero della paranoica concezione del mondo politicamente corretta. Due anni fa Disney, a motivo di contenuti razzisti, proibì ai minori di sette anni alcuni dei suoi film più famosi, tra cui Peter Pan. Sempre negli USA, nelle scorse settimane, sono stati messi all’indice sei libri di Theodor Seuss Geisel, uno dei più famosi scrittori per l’infanzia. Veniamo a sapere dal Wall Street Journal che l’High School della città di Lawrence (Massachusetts), ha deciso di rimuovere dalla biblioteca l’Odissea di Omero perché ritenuta “razzista e non abbastanza inclusiva”. “Sono molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum!”, ha dichiarato un’insegnante, la quale, assieme ad altri docenti, ha lanciato l’hashtag #DisruptTexts, un movimento “social” per far fuori testi accusati di contenere messaggi “colonialisti o di supremazia dei bianchi”.

E’ l’ultimo frutto amaro di fenomeni come Mee Too e del Black lives matter, le cui manifestazioni si sono tra l’altro concluse con numerosi abbattimenti di obelischi e statue di personaggi celebri, tra cui quella di Cristoforo Colombo.

La sostanza sembra la stessa di sempre, ma la forma è differente e più insidiosa. E per tre ragioni.

La prima è che la furia censoria non viene decretata dall’alto ma dal basso, avanza sotto la spinta della “società (in)civile”. Sotto i nostri occhi va sorgendo una nuova e informale fonte del diritto: prescrittive norme disciplinari entrano in vigore pur non avendo forza giuridica, pur senza il sigillo dell’autorità politica istituzionale. Ecco a voi, signori, uno degli aspetti della tanto strombazzata (dai demiurghi del Grande Reset) “nuova civiltà” lo stakeholder capitalism.

La seconda ragione è che questa opera non è solo censoria, bensì nasconde una finalità più radicale, tipica dei regimi totalitari: quella di riscrivere d’accapo la storia tracciando e spostando retroattivamente il confine tra il politicamente corretto e il non, tra il giusto e l’ingiusto, tra il lecito e l’illecito,  tra il morale e l’immorale.

La terza ragione che distingue questa nuova inquisizione è che essa non si manifesta come reazionaria o conservatrice, ovvero nel suo contrario, come fenomeno rivoluzionario e progressista. Uno pseudo-filosofo dal nome Bruno Latour (con ogni probabilità di ascendenza foucaultiana) ha definito questo impeto interdittivo come Iconoclash, inneggiando quindi alla “portata rivoluzionaria” di questa distruzione di simboli e immagini.  La damnatio memoriae come atto di catarsi e purificazione dai peccati dell’uomo, tra questi il primo, che essi hanno fatto la storia.

Giambattista Vico, nella sua Scienza Nuova, profetizzava che la modernità cartesiana che avanzava sotto i suoi occhi si sarebbe potuta concludere, se non proprio in un “inselvatichimento” (in un regresso all’era primitiva), in un “progresso barbarico”. Tutto sommato aveva visto giusto. Come avevano visto giusto Horkheimer e Adorno che nella Dialettica dell’Illuminismo denunciarono che “la terra interamente illuminata splendeva oramai all’insegna di trionfale sventura”.

L’avevamo detto che la fase dell’egemonia del pensiero postmodernista (quello che ha accompagnato e camuffato ideologicamente il ciclo storico del neoliberismo) era al tramonto. Al suo posto viene avanti un pensiero neo-illuminista dogmatico e ben più radicale, quello che considera la scienza come autentica potenza salvifica, quello che vuole spingere il sapere tecnico oltre ogni limite, quindi al totale asservimento dell’uomo alle macchine. Ci sarà modo di tornare su questa catastrofe. Preme qui segnalare il connubio letale tra la divinizzazione della scienza come forza prometeica di progresso (promossa dall’élite plutocratica) e l’oscurantismo regressivo sul piano della memoria storica e culturale (promosso dai plebei o nuovi Parabolani).

Mancava solo questa disgrazia alla serie, il sodalizio tra un presunto dio e il vero diavolo.