LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE di Moreno Pasquinelli

Non c’è bisogno di ricorrere all’empirismo scettico di D. Hume per capire che nella dimensione del divenire storico-sociale non c’è rapporto univoco e lineare tra causa ed effetto. Si può anche essere più assertivi ed affermare senza possibilità di smentita che: (1) posta una causa da questa possono venire multipli e imprevedibili effetti; (2) viceversa, ogni effetto, ogni fenomeno, è il risultato dell’interazione  di diverse cause; (3) così che l’effetto è, per sua natura, più ricco e fecondo di possibilità della causa o del concorso di cause che l’ha prodotto.

Si può discettare a lungo se ci possa essere una filosofia della storia, se, posta l’inattendibilità della aristotelica causa efficiente, valga invece il principio anti-teleologico di W. Wundt della eterogenesi dei fini. Sia come sia, dal momento che la storia ha cacciato il determinismo dalla porta, è bene che non lo si faccia rientrare dalla finestra. Come ebbe a dire uno che di politica è stato grande stratega, la politica è un’arte, non una scienza. Non lo è appunto perché non vale il determinismo. Detto altrimenti: l’azione politica (poiché d’azione finalizzata ad uno scopo qui si parla) deve tener conto di diversi ordini di realtà. Non ci sono solo le leggi economiche, non ci sono solo le costanti geopolitiche, non ci sono solo strutture e sovrastrutture statuali. Se l’azione politica chiama in causa l’intervento attivo delle masse qui entrano in gioco variabili che hanno a che fare con fattori quali la passione, il sentimento, il mito. Fattori che sono quindi destinati a mescolarsi con quelli, in ultima istanza decisivi, quali la ragione e la coscienza.

Vale dunque nel mondo storico-sociale il principio dell’indeterminismo? La risposta è sì, posto che questo principio tira in ballo il rapporto biunivoco tra soggetto e oggetto; e posto che esso non implica né il caos — vedi la storiella secondo cui un battito d’ali di una farfalla in Cina provoca un tornado negli Stati Uniti —, né il dominio metafisico del caso. Vale invece l’idea della contingenza, o l’incontro tra causalità e accidentalità.

Ciò che vale per chi l’ordine di cose esistenti vuole rovesciare, vale a maggior ragione per chi viceversa vuole conservarlo.

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Dopo il crollo dell’URSS e l’11 settembre, l’ambizione di Washington era quella d’imporre e stabilizzare un ordine monopolare — meglio noto come Project for the New American Century. Questa pretesa è fallita per diverse e concomitanti ragioni. Due fattori balzano agli occhi: il risorgimento della Russia come grande potenza militare e la poderosa avanzata cinese. Senza dimenticare che quella brama egemonica si schiantò sui campi di battaglia dell’Iraq e dell’Afghanistan. Il collasso finanziario del 2007-2009, ponendo fine al mito della società opulenta, fece il resto.

E’ venuto così avanti il tanto strombazzato “ordine policentrico o multipolare”. Concetto non solo ambiguo, ma fasullo e deviante. Il concetto farebbe pensare ad un equilibrio, per quanto disarmonico e conflittuale, tra potenze nascenti e declinanti. Concetto fasullo visto che non solo non c’è alcun equilibrio, c’è invece squilibrio, così che dovremmo dire che siamo dentro ad un “disordine multipolare”.

Sì, per chi scrive il mondo sta entrando in quella che per convenzione è stata definita la Trappola di Tucidide: è già in atto tra potenze nascenti e declinanti una competizione dura per la supremazia mondiale e detta competizione ha un’alta probabilità di sfociare in una guerra su larga scala. Allora fu Sparta a scatenare il conflitto per arrestare la crescente egemonia della potenza ateniese. Oggi chi avrebbe interesse a scatenare una nuova devastante guerra globale (ciò non implica che essa sia destinata a sfociare in terza guerra mondiale, visto che potrebbe concentrarsi in un singolo pur grande scacchiere mondiale, e non coinvolgere necessariamente vasti schieramenti internazionali)?

Non è difficile rispondere a questa domanda: sono gli Stati Uniti d’America. Il perché è presto detto. Gli Stati Uniti sono a tutt’oggi la principale potenza mondiale —ovvero prima potenza nei campi militare, economico, finanziario, scientifico e culturale —, ma tutti i dati ci dicono che sono una potenza al tramonto, mentre la Cina, prima o poi, è destinata a prendere il sopravvento. La domanda è d’obbligo: ha mai accettato una grande potenza imperiale o imperialista di consegnare ad un’altra concorrente lo scettro della sua supremazia? La risposta è no.

Chi ha visto nel trumpismo la rinascita della tradizionale corrente isolazionista americana si sbagliava. L’isolazionismo è un lusso che nessun impero può permettersi. Per usare una metafora: il trumpismo era l’imperialismo americano che faceva un passo indietro, prendere la rincorsa, e quindi fare un nuovo balzo in avanti. L’arrivo di Joe Biden, all’insegna dell’aggressivo e urticante slogan America is back!, è espressione della consapevolezza che anche il passo indietro è un’opzione che l’impero non può permettersi; che solo una strategia multilaterale e asimmetrica d’attacco può sbarrare la strada alla Cina. Di qui, nel caso non si riesca ad azzoppare l’Impero di mezzo, la possibilità, per meglio dire, l’alta probabilità, che il Deep State americano stia considerando come inevitabile lo sbocco bellico. Quando questi Dr. Stranamore si proiettano nell’orizzonte dell’inesorabile è certo che essi vogliano tentare di attaccare per primi, poiché ciò darebbe loro il grande vantaggio della sorpresa e di scegliere il campo da gioco.

Manco a dirlo nell’equazione c’è una variabile decisiva, quella russa. La forza d’urto militare ricostruitasi sotto il regno di Putin è talmente poderosa che la sua eventuale discesa in campo a favore dell’uno o dell’altro potrebbe determinare l’esito del conflitto. Non mi pare che Mosca voglia essere trascinata in una guerra su larga scala. Il che significa, di contro a chi esagera la convergenza con Pechino, nemmeno a favore della Cina. Washington, del resto, non può permettersi di combattere una guerra su due fronti, nel Pacifico contro la Cina e in Europa e Medioriente contro la Russia — semmai al Pentagono immaginano una guerra in due tempi. Come ci indicano sia il primo che il secondo conflitto mondiale, si sa come le guerre iniziano, non come finiscono. Nemmeno Stalin voleva entrare in guerra, e per questo siglò un patto con Hitler, sperando che la sua vittoria ad Occidente, l’avrebbe non solo trattenuto dall’aggressione a oriente, ma saziato. Non fu così e l’errore (l’aver abbassato la guardia) fu pagato a carissimo prezzo. Posso dunque immaginare che la Russia, si terrà alla larga dal venire invischiata in un conflitto, e non siglerà alcun patto bilaterale che implichi come tassativo il proprio intervento.

Impostori e sicofanti, ovvero gli italioti, fanno il verso all’élite americana, agitando lo spauracchio cinese, alimentando, chi apertamente e chi a mezza bocca, la guerra di propaganda (che com’è noto anticipa sempre, perché propedeutica, quella militare vera e propria). Tentare di convincerli è tempo perso, che si sono già messi l’elmetto in nome dell’atlantismo. Molti sono gli incerti ed i confusi. Va spiegato loro che se in generale non è mai stata la potenza nascente a cercare il pretesto della guerra, ciò vale ancor più oggi per la Cina. L’élite cinese lavora sui tempi lunghi; non di guerra ma di stabilità ha bisogno, e questo implica guadagnare tempo. E va quindi spiegato agli italiani che per il nostro Paese è più necessario che mai, tanto più con l’arrivo di Biden, sganciarsi dalla NATO, poiché restarci dentro implica essere trascinati in una guerra che non potrà che condurci nell’abisso, sempre meno nazione sovrana, condannati a diventare insignificante e disarmato protettorato coloniale della potenza che dovesse uscire vincente.

Trump non c’è più, è arrivato Biden. Nel nuovo contesto, per quanto il fatto complichi e di molto la nostra battaglia, ciò significa che l’uscita dalla Unione europea chiama in causa, lo si voglia o meno, anche lo sganciamento dalla NATO.

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Cosimo de’ Medici sembra avesse detto a Savonarola che “Gli stati non si governano coi paternoster”. Ci dice il Machiavelli che Savonarola rispose che quel precetto fosse “di tiranni e non di veri principi”. Prima o poi dovremmo lasciarci alle spalle il “momento Polanyi” per entrare nel “momento machiavelliano”. L’Italia, ridotta in cenci, ha bisogno più che mai di un Nuovo Principe, di un gramsciano Partito rivoluzionario, di un profeta armato che chiami il popolo all’azione. Azione che tra tutte le “virtù” Machiavelli considerava la più importante.




UNA BOMBA DI PROFONDITA’ di Filippo Dellepiane

Se ho ammirato un’arma, quella è sempre stata la bomba di profondità: onesta, leale nello scontro con un nemico che non si vuole fare vedere.

Che cos’è una bomba di profondità? E’ un’arma di attacco ai sommergibili da parte delle navi di superficie, capace di scovare soprattutto gli U-boat tedeschi durante la seconda guerra mondiale, di far vibrare i fondali marini per ore e giorni. Come d’altronde venne già criticato nell’Orlando Furioso l’archibugio ( “Non volle nulla di tutto il bottino di guerra, se non quell’arma che abbiamo detto essere simile in tutto al fulmine -l’archibugio -. Non lo prese certo perché avesse intenzione di usarlo per difendersi, infatti giudicò sempre di animo vile affrontare un’impresa con un vantaggio. […] O maledetto e orribile ordigno, che fosti fabbricato nel fondo dell’inferno per mano del maligno Belzebù, che pensò di rovinare il mondo per te: ti ricaccio all’inferno da dove sei uscito” ), così ora faccio io con i sottomarini, mezzi temibili e striscianti che mi ricordano i nostri nemici. Per questo motivo, mi sento una bomba di profondità pronta a sconvolgere, sia politicamente che culturalmente, il sistema attuale. E con il nostro sonar dovremo sapere individuare le debolezze del nemico.

Capire, anzitutto, quali sono le nostre forze. Chiamerei noi giovani come la generazione di quelli che «non hanno fatto la maturità». Certo, mi riferisco principalmente alla leva 2001, ma questo evento è soltanto una manifestazione sensibile dell’abisso, tanto per rimanere sempre in ambiente marino, raggiunto negli ultimi anni. La nostra generazione se messa a confronto con quella dei ragazzi del ’99, che morì sul Piave, e che tanto ipocritamente è decantata, ha in comune solo una cosa: l’ignoranza. Quindi nessuna retorica su come quei ragazzi, macellati sull’altare della corona e dell’imperialismo spiccio dei Savoia, fossero stati coraggiosi o valorosi. L’ignoranza ci accomuna.

E perché allora concentrarsi sui giovani? Anzitutto perché, se volessimo veramente seguire un fil rouge storico, dovremmo dire che quei giovani militari della prima guerra mondiale sono quelli che misero a ferro e fuoco l’Europa intera durante quella che si può denominare senza problemi “la guerra civile degli anni 20”, vinta in larga parte dalla Reazione.

Secondariamente perché tutti gli indicatori della natalità e a proposito delle fasce giovanili in Italia (ma anche in Europa) ci descrivono una situazione tragica, da collasso ed inselvatichimento, e non da potenziale fase rivoluzionaria.

Tuttavia il vento della storia sembra aver riiniziato a soffiare, questa almeno è l’impressione che alcuni, fra cui il sottoscritto, hanno. Ahimè qualsiasi formazione che si consideri antagonista (se si hanno dubbi su chi sta da questa parte della barricata meglio rileggere l’articolo sui sinistrati nostrani) è ancora fortemente impreparata. Per questo dobbiamo, anzitutto, passare ad una controffensiva di tipo culturale: non possiamo affrontare il nemico in campo aperto, non solo perché ce lo sconsigliano tutti i libri di storia militare, ma perché sarebbe controproducente ingaggiare una battaglia che assumerebbe la forma del martirio. Ed in questo momento non ci servono i martiri, abbiamo bisogno di persone con l’occhio lungo, attivisti politici e culturali che abbiano, come diceva Weber, lungimiranza (capacità quindi di analizzare con freddezza e razionalità), fedeltà alla causa e senso di responsabilità (assumersi quindi le proprie, di responsabilità, positive o nefaste che siano).

Il nemico ha capito, lo si diceva anche su questo blog qualche giorno fa con un ottimo contributo, che non può basare la sua opera solo sul dominio: è necessaria una forte assuefazione ed egemonia. Credo che questo possa essere il punto su cui stuzzicarli, come una guerriglia d’altronde deve fare contro un esercito regolare. Essere quell’aquila che arrivava ogni giorno strappando un pezzo del fegato di Prometeo e mangiandolo.

Per esempio, la questione dei vaccini, senza entrare nel merito dell’obbligo o meno, su cui alcuni potranno esprimersi meglio di me, è risultato parzialmente un volano per il potere: i problemi sorti negli ultimi giorni, se consideriamo anche la situazione economica attuale, possono essere una spina nel fianco per i piani del nemico. Una possibilità almeno di scompigliare, momentaneamente, i suoi progetti.

Se quindi non ho la forza necessaria per conquistare il quartiere centrale del potere dovremo concentrarsi sui suoi apparati e minarlo in altri punti. Ed i giovani in tutto questo? Tanto tirati in ballo a destra e manca, spetta a loro indubbiamente questo compito storico. Per forza di cose dovrà essere così. Badate non sto negando che andremo probabilmente incontro ad una sconfitta sul piano giovanile, si dovrà vedere se saremo all’altezza, tuttavia se esiste una consuetudine nella storia è la seguente: i periodi di forte agitazione hanno sempre visto coinvolti i giovani da vicino.

In questo paese molto ipocritamente ho sentito dire spesso che siamo capaci di fare una cosa buona al secolo: il Risorgimento e la Resistenza. Nulla di più falso, in realtà il popolo italiano ha fatto anche altre esperienze grandiose. Ad ogni modo, se qualcuno fosse mai persuaso da questa argomentazione, ne tragga due conseguenze :

1) spetta ai giovani compiere questa «cosa buona» ;

2) ve ne sarà almeno una nel secolo XXI.

Tralasciando i luoghi comuni, sono abbastanza convinto che abbiamo una finestra di tempo di 4 – 5 anni per organizzare una prima offensiva. Se non vi fosse questa offensiva temo che qualsiasi speranza di cambiamento deve essere rimandata per 20/30 anni. La dinamica è simile a quella degli alpinisti che, guardando le condizioni atmosferiche, stimano quanto tempo avranno per provare a raggiungere la vetta e per fare ritorno. Chiusasi quella finestra, se sono ancora sulla vetta, rischieranno di morire.

Aggiungo anche una suggestione: molti filosofi e storici marxisti hanno giustamente postulato che con la caduta del muro e del blocco sovietico si dovesse far terminare l’era contemporanea. Io mi trovo assolutamente d’accordo in questa disamina ed aggiungo, inoltre, che dopo circa 20 anni di postmodernità stiamo entrando in un nuovo ciclo: un tempo in cui la scienza proverà ad instaurare il suo governo, con forme tecnocrate e bio-politiche sempre più presenti. Insomma, il ribaltamento del sogno di Platone dei filosofi al potere che si avvera. Non solo, come non rilevare come questo possa essere un fattore aggravante visto che, i miei coetanei, sono nativi digitali e credono che prima del 2000 si girasse ancora in carrozza e non vi fosse civiltà. Non si crea dunque il mito dell’età d’oro precedente, ma si getta la memoria storica assieme a quello che è considerato come non progressista o, comunque vetusto, in un dimenticatoio.

Siamo dunque ad un anno 0: molti studiosi già utilizzano le formule come «before-Covid» e «after-Covid». Vi è dunque una pretesa a cancellare quello che è stato finora ed addirittura, lo dico con fare provocatorio, equiparare questo grande sconvolgimento planetario alla venuta, presunta o meno che sia, di Gesù Cristo.

Una via mondiale ad un post-capitalismo, parafrasando la via italiana al socialismo di Togliatti, si sta mano a mano delineando.

Dunque, tornando a noi: che fare -come direbbe Lenin -? Anzitutto, come monaci del Medioevo, assicurarci di mantenere salde le nostre radici e non dimenticare il nostro patrimonio culturale e filosofico. Attivarsi per riscoprire quel diritto alla ribellione di Locke, padre del pensiero liberale, che non va condannato e/o lasciato nel dimenticatoio, soprattutto perché si sta ripresentando un nuovo feudalesimo alle porte. Infine, riscoprire l’amore e la dedizione nei confronti della politica ben consci che, come lo stesso Socrate ed alcuni passi della Repubblica ci insegnano, le vie più lunghe e lastricate sono spesso quelle che ci portano più vicini ai grandi risultati e alle grandi verità/risposte.

Fonte: La Prima Linea




COVID: NUMERI A VANVERA di Leonardo Mazzei

«Covid, il premier blocca Salvini: “Si decide in base ai contagi”». Questo il titolo de la Repubblica di ieri. Chiaro il messaggio: l’ignorante e pressapochista padano è stato stoppato dallo scientifico ed oggettivo presidente del Consiglio. A decidere sono i “numeri”, come avrebbe alla fine convenuto anche mister “pesce in barile”, al secolo Giancarlo Giorgetti.

In realtà le cose appaiono leggermente più complesse. Sono mesi che, con i loro numeri, giocano settimanalmente a disegnare una folle “Italia a colori”: giallo, arancione e rosso, con sullo sfondo un mitico ed irraggiungibile bianco. Ma ora si sono stancati. A metà marzo hanno così eliminato il giallo: troppo aperturista ed umano, roba non confacente ai tempi nostri. Doveva essere fino a Pasquetta, ma adesso sappiamo che il giallo sarà cancellato almeno fino al 30 aprile.

Il partito rigorista ha dunque vinto anche stavolta, questa è la chiave di lettura dei commentatori. Nessuno dei quali si chiede però come mai questa linea venga continuamente riproposta nonostante i suoi clamorosi insuccessi. Guardare un po’ più in là del proprio naso potrebbe infatti comportare qualche rischio, meglio tenersi bassi e continuare a disquisire sui numeri.

Nel tripudio dei fautori del governo dei tecnici, sono loro (i numeri) “a decidere”. Questo almeno è quel che ci dicono. In questo modo la vita dei governanti è diventata oltremodo comoda, le loro decisioni indiscutibili.

Dunque, tutto il potere ai numeri! Già, ma quali numeri? Tante le cose da dire in proposito, e molte le abbiamo già affrontate in questo anno, ma oggi vogliamo dedicarci ad un solo aspetto, una questioncella rivelatrice assai. Come vengono calcolati i cosiddetti “casi”? Tutti i giorni leggiamo e sentiamo parlare di nuovi positivi, che vanno ad aggiungersi al totale conteggiato il giorno precedente. Ma i “nuovi casi” sono davvero tutti nuovi? Sembrerebbe proprio di no.

Il caso della Lombardia

Nella pittoresca Italia della controriforma del titolo V della Costituzione del 2001, non è chiaro se ogni Regione adotti criteri propri, oppure no, nemmeno nella rituale conta giornaliera dei casi di Covid 19. Nell’incertezza è bene stare dunque alle dichiarazioni ufficiali. Due in particolare, giunte nelle ultime 48 ore, ci paiono piuttosto interessanti.

La prima ci viene dall’account Twitter ufficiale della Regione Lombardia. Oggi infatti i responsabili politici ed amministrativi non spiegano mai chiaramente ciò che fanno, ma in compenso twittano e postano su Facebook.

«Il numero dei positivi comprende anche quelli che sono risultati positivi ai successivi tamponi». L’italiano è un po’ stentato, ma il succo è chiaro: i positivi che ogni giorno vengono aggiunti al totale non sono tutti “nuovi positivi”, dunque “nuovi casi”. Al contrario, in ogni dato quotidiano si sommano mele e pere, addizionando i veri nuovi casi con le positività di chi positivo lo è già da tempo. Dunque, vi saranno casi che figurano una volta, altri due, tre, eccetera. Che valore abbiano numeri messi insieme in questo modo non sarà difficile da giudicare. Quel che è certo – su questo non sbagliano mai – è che così facendo la statistica non è solo falsa, ma sempre alterata in un’unica direzione: quella dell’ingigantimento dei dati reali.

Questo assurdo metodo di conteggio era già emerso nella primavera del 2020. Si disse allora che era dovuto all’impreparazione ed al caos del momento. Gli ingenui come me ci credettero e non se ne parlò più. Che adesso, dopo 13 mesi (tredici), il sistema sia ancora quello è un fatto che si commenta da solo.

Ho parlato della cosa con un amico medico, per capire se aveva un’interpretazione del tweet di cui sopra diversa dalla mia. In certi casi uno spera sempre di sbagliarsi… Ma questa spiegazione non l’ho avuta: «sai siamo in Lombardia e lì può succedere di tutto».

Purtroppo però la Lombardia non è sola…

La conferma della Toscana

Questo è il post di giovedì scorso del presidente della Toscana, Eugenio Giani. Uno schema non casuale e replicato tutti i giorni.  Nella frase finale – «Il tasso dei nuovi positivi è 6,14% (13,9% sulle prime diagnosi)» – la confessione dei barbari lumbard viene di fatto confermata dai civilissimi toscani. Se non vi fosse l’inganno è chiaro che “nuovi positivi” e “prime diagnosi” dovrebbero coincidere. Ma così non è, perlomeno non nella comunicazione del Giani.

Chiaro dunque che anche qui, come abbiamo già visto in Lombardia, i “nuovi positivi” non sono del tutto nuovi, assommando invece vecchi e nuovi come fossero la stessa cosa. I veri nuovi positivi, coloro che manifestano la positività per la prima volta, corrispondono evidentemente alle “prime diagnosi”, delle quali però si fornisce la percentuale ma – domandiamoci il perché – non il numero.

Il bello è che la Toscana passerà da lunedì prossimo in zona rossa solo per 21 casi. Dopo che le autorità regionali avevano trionfalmente annunciato la permanenza in arancione (quasi fosse il regno di Bengodi!), alla fine è arrivato l’immancabile Iss ad annunciare il rosso. Causa di questo cambio di colore la “scoperta” di 102 casi che si “erano persi” (colpa dei cinesi?) in provincia di Prato.

Ma quanti dei 9.200 casi settimanali registrati nella regione sono dovuti in realtà alla positività dei tamponi di controllo? Stime ultra-prudenti parlano di almeno un 30%, cioè di 2.700 “casi” che si dovrebbero sottrarre al totale. Si aggiungano a questi i falsi positivi, particolarmente elevati nei test rapidi, ed ognuno potrà capire la bestialità di affidarsi unicamente ai numeri. Quantomeno a questi numeri.

Ora, noi siamo assolutamente contrari alla carnevalata dell’Italia a colori. Assurda quanto inutile nel contrasto all’epidemia, essa serve solo a proseguire in altre forme un confinamento che uccide l’economia e falcidia ogni libertà. Ma anche chi questa buffonata la sostiene, dovrebbe almeno riflettere sul sistema di rilevamento dei dati, un’offesa bella e buona all’intelligenza di ognuno.

Conclusioni

Mai avremmo pensato di doverci ritrovare a commentare una simile falsificazione dei dati tredici mesi dopo l’inizio dell’epidemia. La cosa è talmente grave da risultare quasi incredibile. Ed invece è credibilissima. Ad attestarcelo sono proprio le fonti ufficiali che abbiamo citato. Tuttavia qualcuno continuerà a pensare ad una nostra malevola interpretazione. Benissimo, chi è in grado di mettere in discussione quel che abbiamo scritto lo faccia quanto prima. Saremmo felicissimi di essere smentiti, ma ben difficilmente ciò avverrà.

L’assurda metodologia che abbiamo denunciato nel quotidiano rilevamento dei “nuovi” casi (che nuovi sono solo in parte) viene utilizzata solo in Toscana ed in Lombardia? Decisamente improbabile. Chi scrive ha solo accertato un diverso comportamento da parte della Regione Marche. Ma il fatto stesso che esistano metodologie diverse ed opposte tra regioni, che sono poi soggette agli stessi parametri nazionali al fine delle misure di confinamento da adottare, è di una gravità inaudita. Ed altrettanto grave è l’assoluto silenzio dei media su tutto ciò.

E’ questa la tecnica nel tempo in cui tutti ci cantano le virtù di un potere affidato ai tecnici? E’ questa l’applicazione concreta della scienza nell’epoca in cui essa si è fatta religione assoluta? E’ questa la competenza nella stagione del presunto “governo dei competenti”? Ammazzate oh!, come direbbero a Roma.

Infine una considerazione non nuova, ma alla quale siamo costretti ogni dì. Il pressappochismo nella rilevazione dei casi di Covid produce sì statistiche false – e già non è poco – ma produce soprattutto statistiche sempre orientate nello stesso senso: quello dell’ingigantimento dell’epidemia. Errare è umano, ma (fateci caso) mai che avvenga un errore in senso opposto. Il catastrofismo della narrazione ufficiale ha da essere alimentato in tutti i modi. Esso serve a giustificare ogni porcheria, a coprire ogni arbitrio incostituzionale, ad occultare il dramma sociale di una disoccupazione reale ormai alle stelle. Di fronte a tutto ciò, volete che rinuncino alla falsificazione bella e buona dei dati? Sarebbe chieder troppo a lorsignori. Ed infatti quelli che ci vengono forniti sono spesso dei numeri a vanvera, ma che hanno sempre un loro perché. Non scordiamolo mai.

Fonte: Liberiamo l’Italia




LA SCISSIONE DI VOX ITALIA di Sandokan

A poco più di un anno e mezzo dalla sua comparsa, VOX ITALIA ha subito una spaccatura in due gruppi. Il primo, che mantiene lo stesso nome, capeggiato da Giuseppe Sottile e Marco Mori. Il secondo, capeggiato da Diego Fusaro e Francesco Toscano, ha deciso di chiamarsi ANCORA ITALIA.

Perché è accaduta questa scissione? Non sono in grado, né di smentire né di confermare le diverse illazioni, che spesso sfociano nel pettegolezzo. Voglio credere a quanto affermano i protagonisti nelle loro dichiarazioni.

Il primo gruppo (Sottile-Mori), imputa al secondo gruppo (Fusaro-Toscano) di non agire per l’unità, di essere chiuso in una bolla autoreferenziale, di lavorare sui tempi lunghi, avere una visione culturalista e paralizzante del partito. Cosa dunque propone questo primo gruppo? Sottolineata l’urgenza dell’unità dei diversi raggruppamenti “sovranisti” , posto che l’asse della battaglia è l’uscita dalla Ue, considerato di vita o di morte l’appuntamento delle elezioni parlamentari del 2023, sostiene che occorre unirsi a “ITALEXIT CON PARAGONE”, visto che il gruppo di Paragone è il solo che, data la sua visibilità mediatica, ha chance di successo.

Il secondo gruppo respinge l’accusa di settarismo visto che anch’esso avanza l’esigenza di unire la forze ma… Dopo un anno di terrorismo pandemico e di stato d’emergenza e dopo la defenestrazione di Trump, siamo entrati in un nuovo periodo politico per cui non basta limitarsi a invocare l’Italexit, ma occorre mettere al centro sia la battaglia contro il “regime sanitario” sia quella per l’uscita dalla NATO. Dato che Paragone glissa sulla battaglia contro lo stato d’emergenza e la narrazione terroristica e, peggio ancora, considera l’atlantismo il campo geopolitico in cui si dovrebbe restare, questo secondo gruppo respinge ogni unificazione con “ITALEXIT CON PARAGONE”.

Posto che la mia chiave di lettura sia giusta, mi pare evidente che il gruppo di Fusaro-Toscano abbia ragione nella sostanza, mentre quello di Sottile-Mori abbia torto e, se mi è concesso, torto marcio.

Condivido la tesi che giunti al punto in cui siamo, fondare l’unità o addirittura un partito solo sull’italexit non solo è insufficiente, è sbagliato e conduce ad una sconfitta certa. Quando i poteri forti ci dicono che dopo il Covid “nulla sarà più come prima”, quando essi evocano il “grande reset”; essi non scherzano. Per come la vedo io se ne debbono tirare due conseguenze. Prima conseguenza: occorre sì un partito politico, ma data la nuova drammatica situazione non può più essere di “scopo” (ovvero tutti dentro basta essere d’accordo con l’Italexit) ma deve fondarsi su una visione strategica e su un progetto di alternativa di società. Seconda conseguenza: occorre sì un fronte unico ma, anche qui, non può essere solo basato sull’obbiettivo dell’uscita; la piattaforma dell’eventuale fronte unico deve accogliere le istanze delle categorie sociali gettate sul lastrico (i nuovi “eslcusi”) e quelle dei pezzi di società civile che in questo anno di Covid si sono battuti per difendere i diritti costituzionali di libertà (bollati dal regime come “negazionisti”).

La metto giù così: il gruppo Sottile-Mori va con Paragone perché è affetto da quella sindrome che una volta si chiamava “cretinismo parlamentare” o elettoralismo. Si mettono da parte visioni e divergenze pur di avere un successo elettorale. Di qui l’idea che tutto dipenda dalla “comunicazione”, dalla visibilità mediatica — la comunicazione pirotecnica prima della identità politica e di una seria visione strategica. C’è poi qualcuno che ha già fatto l’esperienza di un avvicinamento a Paragone, parlo di Liberiamo l’Italia. Coloro che oggi vanno a spiaggiarsi farebbero bene a leggere come andò a finire quel tentativo di unificazione.

A sentire Sottile-Mori, Paragone avrebbe capito la lezione, avrebbe rinunciato al suo delirio di onnipotenza e avrebbe capito che da solo non va da nessuna parte e quindi adesso sarebbe disposto a unificare le forze. Fosse vero, sarebbe una bella notizia. Per ora tuttavia è solo l’auspicio con cui essi giustificano la loro manovra. Staremo a vedere.

In questo quadro mi pare importante cosa dica e anzitutto faccia Liberiamo l’Italia. Segnalo il comunicato del 24 febbraio QUESTO E’ IL MOMENTO, in cui, date le numerose consonanze in quanto ad analisi e proposte, si annuncia l’avvio di un confronto serrato con il gruppo di Fusaro e Toscano, confronto che possa fare da apripista ad un più ampio e inclusivo processo costituente per dare vita ad un partito unitario del patriottismo costituzionale. Il gruppo di Fusaro e Toscano, dopo il convegno del 27 febbraio scorso, celebrerà un primo congresso d’organizzazione il 2 e il 3 aprile. Vedremo che verrà fuori.

Qualcuno ora mi chiederà: e in tutto questo dove sta il Fronte Sovranista Italiano di Stefano D’Andrea? Guarda caso anche questo gruppo celebra il suo congresso domani e dopodomani (27 e 28 marzo). Sempre stando a quel che ci dice Liberiamo l’Italia il FSI ha respinto la proposta di far parte di un processo d’unificazione. La cosa non mi stupisce. Mi dicono tuttavia che proprio in vista del congresso si sono manifestate voci interne di dissenso rispetto alla tradizionale linea isolazionista.

Vada come vada, di una cosa si può stare certi: un anno di Covid e di stato d’emergenza non hanno solo sconvolto il quadro sociale e il perimetro politico sistemico (vedi il governo Draghi), stanno terremotando il campo occupato dai “sovranisti”. E’ in atto un assestamento. Fra qualche mese vedremo cosa verrà fuori.




SOVRANISTI O ATLANTISTI? di S. Giordano

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Se c’è una cosa a cui serve la fitta cortina fumogena della “lotta al Covid” è quella di distrarci, di farci dimenticare le ben più gravi e orribili tragedie che avvengono in giro per il mondo. Non si fa che parlare dell’epidemia, dei decessi per l’epidemia. Tutti gli altri, si sarebbe detto un tempo, sono “figli di un Dio minore”. Non trovate notizie sul fatto che mezza Africa è sconquassata da guerre civili, quindi nessuno vi dice che, sotto una bandiera o un’altra, truppe dei paesi NATO sono impegnate nella repressione di rivolte e guerriglie.

Così nessuno da risalto alle stragi che ogni giorno si susseguono nella grande fascia del Sahel — vedi quanto accade in Mali, Niger e Nigeria. E nessuno racconta che è andato a fuco il più grande campo profughi del mondo (un milione di persone della minoranza birmana dei Rohingya in condizioni spaventose), quello di Cox Bazar nel Bangladesh. Così come nessuno ci dice più niente della sanguinosa guerra civile nello Yemen; dei massacri che ancora avvengono in Afghanistan, della catastrofe siriana, del dramma dei palestinesi. E, tanto per dire, nessuna notizia sulla spaventosa crisi economica e sociale in Libano, dove da settimane sono in corso proteste durissime. Anche la Libia è scomparsa dai monitor.

La sola cosa che sfugge alla narrazione tossica del Covid è la cosiddetta “nuova guerra fredda” tra Cina e Russia da una parte e Stati Uniti e Unione Europea dall’altra.

Il cambio di guardia alla Casa Bianca ha subito prodotto i suoi effetti. A motivo del non rispetto dei diritti umani nello Xinjiang, dopo quelle americane sono arrivate le sanzioni europee alla Cina. E queste seguono quelle a danno della Russia per il “Caso Navalny”.

“L’America è tornata”, ha detto Biden. In poche parole Washington, defenestrato Trump, torna alla più aggressiva politica imperialista, che significa rilancio in grande all’atlantismo, ovvero del compattamento e rafforzamento della NATO. Siamo insomma passati dall’America first alla NATO first!

In questo quadro si spiega la partecipazione del segretario di stato USA Antony Blinken alla riunione svoltasi a Bruxelles dei ministri degli esteri della Ue. E, sempre in questo quadro, Joe Biden parteciperà alla riunione del Consiglio europeo — fatto politico di grande importanza visto che l’ultima occasione del genere accadde venti anni fa, nel giugno 2001, proprio ai tempi del’espansione della NATO ad Est, cosa che andava in parallelo (guarda un po’!) all’allargamento dell’Unione europea.

Il segnale che ci giunge è inequivocabile. Gli Stati Uniti vogliono rinsaldare l’asse atlantista e sbarrare la strada ad ogni accordo, anche solo di natura commerciale tra europei da una parte e cinesi e russi dall’altra — vedi l’opposizione americana al gasdotto Nord Stream 2.

Morale? Il grosso dei politicanti europei, Macron e Draghi in testa (vedi il suo discorso di insediamento) accolgono di buon grado la “rivitalizzazione” della NATO, quindi: sì ad una geopolitica aggressiva verso Russia e Cina e sì ad una politica interventista degli alleati nei diversi teatri caldi, in primis il Medio Oriente. Insomma, dal punto di vista della Casa Bianca, l’Unione europea non solo deve andare avanti, ma deve andare avanti come protesi degli USA.

Gettando uno sguardo al panorama politico italiano che vediamo? Vediamo che non si alza nessuna voce contro questo riallineamento sulle posizioni oltranziste di Washington. Tutti per Draghi equivale ad “avanti tutta con la NATO”.

Nel contesto parlamentare non c’è nessuno che alzi la voce contro la rinascita dell’oltranzismo atlantista. Non c’è nessuno che voglia incontrare la grande fascia di opinione pubblica che invece dissente. Nessuno che abbia il coraggio di dire che una politica di supina obbedienza alla politica aggressiva degli USA è assolutamente dannosa per gli interessi nazionali.

La cosa tira in ballo le minoranze cosiddette “sovraniste”. Dato il contesto può esistere un “sovranismo” che sollevi solo la questione dell’uscita dalla Ue ma non quella dell’uscita dalla NATO? La mia risposta è che non può esistere. Aveva dunque ragione chi denunciava l’atlantismo, comunque declinato, come una forma zoppa di “sovranismo”, anzi come un  “sovranismo di sua maestà”.




MANIFESTO CONTRO IL TRANSUMANESIMO

di Johannes Hoff, Sarah Spiekermann, Georg Franck, Charles Ess, Peter Hampson, Mark Coeckelbergh*

Il culto del transumanesimo perseguita l’Europa e il resto del nostro pianeta.

I suoi sacerdoti e famigli vivono in alcuni dei più importanti laboratori di ricerca, università, grandi corporazioni e istituzioni politiche.

Il transumanesimo è una prospettiva negativa sulla natura umana, unita a una visione tecnico-scientifica che immagina il “come” dovremmo migliorare. Questa prospettiva è sostenuta da una credenza superstiziosa nella scienza come salvifica tout court e da un astratto disprezzo per la nostra natura umana: la nostra fragilità, la nostra mortalità, la nostra senzienza, la nostra auto-consapevolezza e il nostro senso incarnato di “chi” siamo (distinto da ‘cosa’ siamo).

I transumanisti coniugano l’emotività con l’irrazionalità, il potenziale dormiente con la stupidità e la disabilità con la discrepanza. E come risultato di questo confuso approccio promuovono e spingono verso un futuro che ciecamente annuncia reti onnipresenti, geneticamente ottimizzate, guidate da computer, in cui esseri umani presumibilmente fallibili sono manipolati e potenziati da un macchinario invisibile, presumibilmente controllabile e ottimizzabile, guidati da robot intesi quali il prossimo stadio di apparente “evoluzione” per l’umanità.

Le visioni dei transumanisti per il nostro futuro rimangono in gran parte incontrastate, perché la loro mentalità è il sintomo di eminenti ideologie scientifiche emerse sulla scia della modernità. Di conseguenza, essi hanno il potere di dettare ciò che intendiamo con il termine “progresso”, e ciò che rispettiamo come “razionale”. Parlano come se sapessero quale sarà il futuro e mostrano una resistenza testarda a qualsiasi critica, anche se ” razionale”, ai loro punti di vista; mostrando così ampie fasce di un’ideologia – a sua volta – ” irrazionale”.

Lo scopo di questo manifesto è di esporre l’irrazionalità e i pericoli del transumanesimo.

Il transumanesimo si basa su varie ipotesi profondamente errate.

Il tipo di transumanesimo che critichiamo qui si fonda sulle seguenti convinzioni:

– La realtà è la totalità dell’informazione.

– Gli esseri umani non sono altro che oggetti di elaborazione delle informazioni.

– L’intelligenza artificiale è “intelligenza” in senso umano.

Su queste tre convinzioni i transumanisti sostengono che:

– il processo decisionale dovrebbe generalmente basarsi sull’informazione e sull’intelligenza artificiale che opera su di esso, poiché questo tipo di processo decisionale porta a scelte migliori e che potrebbero agevolare una fase successiva dell’evoluzione

– l’intelligenza artificiale è più potente dell’intelligenza umana.

Ma, negli errati presupposti del transumanesimo la realtà NON è la totalità delle informazioni.

Noi non pensiamo che la presenza di informazioni sia quella giusta per chiarire la vita nella sua interezza. Troviamo anche ingenuamente inaccettabile l’assunzione e la definizione di “informazioni” come entità essenzialmente quantificabile o misurabile e quindi trattabile come un’ontologia completa o un resoconto di tutta la realtà.

Mentre la nozione di informazione può essere utilizzata come strumento nelle scienze e nella tecnologia, il concetto non è propriamente basilare e quindi insufficiente per considerare tutti gli aspetti della vita umana.

  • L’elaborazione delle informazioni potrebbe essere adatta per discernere elementi funzionali di base della percezione, del pensiero e della azione umana. Altri elementi della nostra vita trans-biologica includono l’intelligenza emotiva, le virtù pratiche come la saggezza o la phronesisasun approccio qualitativo essenziale per il giudizio etico, dimensioni esperienziali e fenomenologiche della percezione, del pensiero e dell’azione, della visione prospettica e così via.
  • Anche la nozione di evoluzione continua di tutta la realtà da informazioni di basso livello è problematica. Questa è l’idea che i dati si fondano per formare informazioni, le informazioni in forma di oggetti di informazione ruotano, gli oggetti interagiscono in scenari più grandi e così via, ma tutti sono fondamentalmente informativi. Ma la fisica e la filosofia contemporanee presentano discordanze alternative circa la formazione della realtà e la sua costituzione.
  • Riassumendo, “l’informazione”, utilizzata soprattutto dalla transumanizzazione, è espressione del desiderio di controllo attraverso il calcolo. L’approccio è limitato a stimolare il mondo grazie a modelli basati su dati adatti per la manipolazione meccanica.

L’informazione non può essere considerata equivalente solo alle “qualità primarie” di Locke, se si ignorano i “qualia”: i valori intrinseci e quegli aspetti del nostro mondo che lo rendono significativo e degno di essere vissuto, la teoria dell’informazione è essenzialmente senza vita.

  • Se, quindi, il termine informazione è inadeguato a rendere conto della vita e dell’umanità, allora, per le stesse ragioni, l’idea che la realtà possa essere la “totalità dell’informazione” è ugualmente errata. Gli esseri umani NON sono oggetti di informazione, ma animali autosignificanti.
  • Vediamo il “significato” come l’aspetto più importante nella vita umana in quanto ci consente di comprendere la realtà, di pensarci ulteriormente e di agire al suo interno.
  • Il significato si disperde quando il nostro intero corpo (compreso il cervello) interagisce con il mondo che genera, o attualizza nuove realtà. Tecnologie e media giocano un ruolo essenziale in questa emergenza di significato. Ma questa mediazione non deve essere confusa con le ipotesi transumaniste, che presuppongono che il significato sia uguale a una somma di informazioni.
  • La tecnologia può modellare ma non riposizionare le nostre relazioni sociali, che determinano in modo cruciale ciò che per noi è significativo.
  • Gli oggetti di informazione come le macchine sono contrassegnati da gradi di determinabilità, oscillanti, nella realtà, tra caso e necessità. Ma nella nostra ricerca di significato, noi esseri umani evitiamo di routine ogni determinabilità. Noi siamo, ognuno di noi, come i “cigni neri” che confutano in un colpo la facile, ma non dimostrabile affermazione: “tutti i cigni sono bianchi”. L’intelligenza artificiale non può MAI essere intelligente in un senso umano.
  • L’intelligenza sta all’informazione come il chiodo sta al martello: se uno ha solo un martello, allora tutto sembra un chiodo: se uno ha solo informazioni, allora tutto sembra intelligente e in grado di elaborare le informazioni.
  • Crediamo che il termine “intelligenza” sia stato gravemente abusato. In questo modo sentiamo il bisogno di disambiguare e quindi delimitare l’uso del termine “intelligenza”.
  • Mentre il termine “intelligenza” può essere usato come uno strumento nelle scienze e nelle pratiche tecnologiche – crediamo che sia più appropriato considerare termini come “intelligenza emotiva”, “nous”, “intellectus” o “sintonizzazione” (“Gefühl” nel senso di Schleiermacher) quando si parla dell’atto del pensiero umano.
  • Il nostro “pensiero e agire in sintonia” (di conseguenza) è il nostro modo unico di essere una specie umana. È una capacità di sperimentare prestando attenzione e quindi attualizzando e trasformando il significato delle cose. Questa forma umana di pensiero e azione non ha valore neutrale. Il pensiero e l’azione sintonizzati sono indispensabili al processo decisionale quotidiano. Catturano i pezzi taciti e essenziali della realtà. Se li sacrifichiamo per un ragionamento calcolante che si presume essere “intelligenza”, la nostra capacità di discernere i giudizi e le decisioni etiche pertinenti e determinanti sarà penalizzata. Sostituiremo la realtà disordinata, ma ricca di significati con un mondo curatissimo, ma alla fine sterile.
  • Riassumendo: l’intelligenza artificiale può effettivamente essere “intelligente” in termini di elaborazione delle informazioni. Ma non ha nè la capacità, nè il modo di manifestarsi che è essenziale nella vita, vale a dire la ‘sintonizzazione’ o la facoltà di incontrare, apprendere e negoziare significati; come fanno gli umani.

Come ci si sente ad essere umani? Abbiamo affermato sopra che la natura umana è segnata dalla nostra fragilità, dalla nostra senzienza, dalla nostra auto-consapevolezza e dal nostro senso incarnato di “chi” siamo. Queste sono le caratteristiche che ci permettono di essere sensibili al nostro ambiente, di sviluppare una sensibilità della nostra mortalità e di realizzare che ogni istante ha un passato unico che ci rivela un futuro senza precedenti. Sono questi che rendono la nostra esistenza distinta dall’esistenza di artefatti, robot o altre forme di entità non senzienti, perché gli umani percepiscono la sensazione di “esserci”.

I transumanisti negano questa qualità distintiva dell’esistenza umana, riducendo così la nostra natura senziente a quella di un robot. Perciò vogliamo chiarire quanto segue:

  • Noi umani siamo animali autosignificanti.
  • Siamo esseri incantati che apprezzano la nostra esistenza, che – a parte le affermazioni del naturalismo – non è come essere un “cervello in una vasca” (‘brain in a vat’).
  • A differenza delle macchine che semplicemente simulano consapevolezza, siamo originariamente consapevoli e capaci di distinguere tra lo stato di consapevolezza (presenza mentale) e i contenuti di cui siamo consapevoli (intenzionalmente). Nel linguaggio delle macchine (machine terms), questa distinzione sarebbe assurda.
  • La nostra sintonia tra pensiero e azione assicura che la nostra vita non è solo determinata dalla razionalità procedurale formale (“Zweckrationalität”). Alcune delle nostre abilità più importanti sono quelle dipendenti dall’attenzione congiunta.
  • Attraverso la nostra attenzione congiunta influenziamo l’emergere del nostro ambiente; in tal modo da essere co-creatori di tutto ciò che esiste.
  • La natura senziente include l’emotività come principio base dell’autoregolamentazione e dell’auto-orientamento. Le emozioni sono gradevoli o sgradevoli, lussuriose o dolorose. In tal modo le emozioni ci fanno sentire ciò che è buono e ciò che è cattivo.

[Nota del traduttore: La colorazione consapevole è l’atto di colorare illustrazioni pre-disegnate e offre l’opportunità di sospendere il nostro dialogo interiore e impegnarsi in un’attività che trascura il flusso di pensieri].

Colorando il “come ci si sente” l’individuo percepisce se stesso, le emozioni sono ciò su cui si fonda al dunque il nostro senso del bene e del male. Non c’è un tale senso senza o al di fuori della sensibilità.

  • Essendo esseri senzienti siamo attratti dal bene e cerchiamo il nostro e altrui sviluppo (il bene comune), che è convertibile con la ricerca della bellezza, della verità e della piena relazionalità.
  • Non dovremmo mai dimenticare che siamo esseri vulnerabili. Viviamo vite contingenti. I nostri corpi, le nostre menti, le nostre emozioni e la forma generale come persone (le nostre anime) sono soggette a danni e deformazioni; e questo è il caso sia dell’aspetto mentale che fisico. Abbiamo quindi bisogno di proteggerci.

* GLI AUTORI

Prof. Dr. Sarah Spiekermann Professore e presidente dell’Istituto per la gestione dei sistemi informatici presso l’Università di Economia e Commercio di Vienna (WU Vienna, Austria). È nota per il suo lavoro sulla progettazione di sistemi IT etici e per l’attività nel campo della creazione di politiche sulla privacy. È autrice del libro di testo “Ethical IT Innovation – A Value-based Approach”.

Prof. Il Dr. Peter Hampson è ricercatore presso la Blackfriars Hall, Università di Oxford, dove insegna psicologia. È anche professore emerito presso l’Università dell’Inghilterra occidentale, Bristol, Regno Unito, e Professore onorario aggiunto di psicologia presso NUI Maynooth, Irlanda. È noto soprattutto per il suo lavoro sulla psicologia cognitiva e, da ultimo, sul dialogo psicologia-teologia. Di recente ha co-editato il volume “Teologia e letteratura dopo la postmodernità”.

Prof. Dr. Charles M. Ess Professore di Media Studies, Dipartimento di Media e Comunicazione, Università di Oslo. È noto soprattutto per il suo modo di pensare e scrivere sull’applicazione dell’etica della virtù sia nell’Information and Computing Ethics che nei Media and Communication Studies. È l’autore del libro di testo ampiamente utilizzato, “Digital Media Ethics”.

Prof. Dr. Johannes Hoff professore ordinario di Teologia sistematica e filosofica all’Università di Heythrop, Università di Londra. Johannes Hoff è noto soprattutto per questa riflessione sull’ermeneutica culturale contemporanea e sulla teologia filosofica tardo medievale. Il suo modo di pensare è quello di esprimere al meglio il suo recente libro “The Analogical Turn” e il prossimo pezzo “Macchine magiche: antropologia, tecnologia e sacramentalità in un’era post-digitale”.

Dr. Mark Coeckelbergh Docente di Filosofia dei Media e della Tecnologia presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Vienna e più noto per il suo pensiero sulla filosofia della tecnologia, in particolare l’etica della robotica e delle TIC. Ha pubblicato i libri “Crescere relazioni morali” e “Essere umano @ Rischio”.

Prof. Dr. Georg Franck Professore emerito di metodi digitali in architettura e pianificazione spaziale presso l’Università tecnica di Vienna. È noto soprattutto per il suo pensiero su “The Attention Economy” e “Mental Capitalism” su cui ha pubblicato libri con lo stesso nome.

Fonte: academia.edu – pubblicato su megachip. globalist, con la traduzione di Glauco Benigni

 




RISCOPRIRE L’UMANESIMO di Simone Ludovici*

Cari lettori e Care lettrici,

le complessità di questo momento storico ci stanno ponendo innanzi molteplici cambiamenti, sfide e difficoltà di estrema importanza. E’ perciò necessario ripensare e rielaborare la realtà che ci circonda, partendo dagli insegnamenti e dalle conoscenze che la Storia ci mette a disposizione, perché molto spesso, il passato offre delle importanti chiavi di lettura per interpretare l’attualità.

Inoltre, comprendere quali siano gli eventi che stanno agendo nel presente è di fondamentale importanza, perché essi conferiscono la possibilità di immaginare più nitidamente l’avvenire.

Quindi, conoscere, anche solo a grandi linee, quali siano i fenomeni e le peculiarità delle ideologie che organizzano e governano il mondo, aiuta a comprendere quali siano gli effetti positivi e negativi che ne derivano.

Nel caso odierno, per esempio, è giusto parlare di un mondo globalizzato che ha fatto conoscere al genere umano un numero impressionante di cambiamenti sociali, politici, economici ed ambientali in un arco di tempo molto ristretto.

Questo particolare dinamismo, creatosi con il fenomeno della globalizzazione è, attualmente, sostenuto sia dal continuo sviluppo tecnologico, che ha cambiato per sempre il nostro modo di comunicare e fare informazione, sia da ideologie che esaltano e riconoscono come valori principali il profitto, la rendita e la competizione sfrenata, ovvero tutti quei “vizi” che, a lungo andare, hanno causato danni molto gravi come: l’aumento delle disparità sociali, il degrado ambientale e la riduzione della sovranità nazionale.

Inoltre, gli effetti negativi, causati in larga misura, da queste ideologie, che prediligono la tanto celebrata “Crescita economica”, a discapito della sostenibilità e delle qualità della Vita, hanno relegato in una condizione di debolezza ed impotenza i popoli e le loro identità peculiari favorendo, invece, le grandi potenze e le multinazionali che, ormai, detengono il ruolo di assoluti protagonisti in questo “Grande Gioco”.

Diversi intellettuali, tuttavia, riflettendo ed analizzando le caratteristiche dell’epoca odierna, sono persino arrivati a dichiarare che il genere umano, oggigiorno, non sia neanche il protagonista della sua Storia, perché di fronte a questi cambiamenti così rapidi e macroscopici l’essere umano è inetto ed incapace di agire.

Difronte ad una situazione così problematica e preoccupante, diventa fondamentale reinterpretare ed attualizzare gli insegnamenti e le conoscenze che la Storia ci offre, favorendo, di conseguenza, la nascita di un pensiero innovativo che, parafrasando il Manifesto de LA PRIMA LINEA, possa: «Connettere le cose che si sviluppano attorno a noi mediante l’indagine, la ricerca e l’analisi di ogni aspetto della realtà sociale, politica e culturale permettendo, così, una vera e sincera lettura del reale». Elaborando, nel mentre, sia le risorse che le capacità necessarie per cogliere una delle più grandi sfide dell’era globale, ossia: l’elaborazione e lo sviluppo di un pensiero alternativo che possa trasformare i vincoli attuali in una opportunità antropologica e politica incentrata sulla valorizzazione delle culture e delle persone, riconsegnando, così, all’essere umano il ruolo di protagonista della Storia.

Sulla base di questo ambizioso obiettivo, l’UMANESIMO può essere posto un solido punto di partenza. L’importanza di questo movimento culturale, nato in Italia negli ultimi anni del XIV secolo e diffusosi in Europa durante il Quattrocento, è data, principalmente, dall’intenso lavoro filologico che portò prima alla riscoperta dei valori classici e poi, a rivalutare sia l’ambito culturale che il ruolo dell’essere umano nel mondo. Questo nuovo modo di ragionare, del tutto fuori dagli schemi, fu in netto contrasto con la visione del mistico e del soprannaturale, vigente in quel periodo. Ripensare il ruolo dell’essere umano, per di più, rappresentò anche una tappa fondamentale per quanto riguarda la vita civile e politica.

Difatti, nell’UMANESIMO si consolidò uno stretto legame fra Cultura e Politica e da ciò, le persone assunsero un ruolo sempre più centrale e decisivo nella vita pubblica.

La relazione fra Cultura e Politica è, ancora oggi, indispensabile sia per ripensare lo status che l’essere umano detiene nel mondo sia per elaborare una visione alternativa dell’uomo. Questo perché la Cultura, detto molto sinteticamente, rappresenta l’insieme delle conoscenze ottenute ed elaborate nel corso del tempo sia attraverso lo studio che l’esperienza. La Politica, invece, rappresenta l’utilizzo effettivo della Cultura acquisita in precedenza che deve, in teoria, favorire la buona organizzazione ed amministrazione della vita pubblica attraverso le decisioni prese per fare il bene della comunità. La solida connessione che si instaurò fra Cultura e Politica favorì la formazione di un forte senso critico sostenuta, senz’altro, dall’assoluta importanza per i doveri politici da parte della Cultura.

L’insieme delle peculiarità brevemente descritte hanno avuto un impatto decisivo sulla Storia, tantoché i modelli di pensiero nati nell’UMANESIMO sono maturati poco tempo dopo in quel significativo periodo storico che è passato alla storia col nome di RINASCIMENTO. Quest’ultima osservazione attribuisce, ancor di più, importanza agli insegnamenti umanistici.

Attualizzare questi importanti insegnamenti nel mondo globalizzato significa, incentivare l’elaborazione di un pensiero alternativo che, possa avvalorare l’originalità delle idee e la creatività del pensiero ossia, quelle peculiarità fondamentali che servono per reinterpretare il passato, comprendere il presente ed immaginare il futuro. Formulare, sviluppare e perfezionare un nuovo pensiero sono necessarie originalità, creatività, innovazione, conoscenze e spirito di gruppo, partendo dal presupposto che bisogna:

«Battere nuovi sentieri e favorire il manifestarsi di alternative sconosciute».

* Fonte: LA PRIMA LINEA




TESSERATI A LIBERIAMO L’ITALIA!

Sostienici e aderisci a Liberiamo l’Italia

La campagna di tesseramento a Liberiamo l’Italia (LIT) è in corso.

Per chi non è già in contatto con i nostri Comitati popolari territoriali (Cpt) è possibile richiedere l’adesione scrivendo a tesseramento@liberiamolitalia.org

Verrete ricontattati al più presto.

Chi invece, pur non intendendo ancora iscriversi a LIT, vuole però dare il suo sostegno economico alla nostra causa, può farlo effettuando un versamento su Paypal.

Sostenere ed aderire a Liberiamo l’Italia è il modo migliore per rafforzare le idee e le battaglie che stiamo conducendo:

  • Per costruire l’opposizione al governo Draghi
  • Per affermare i diritti sociali e le libertà oggi calpestate, dicendo no al regime del Grande Reset
  • Per farla finita col neoliberismo ed applicare la Costituzione del 1948
  • Per uscire dalla gabbia dell’UE e dell’euro
  • Per un forte partito del patriottismo costituzionale

Per tutti questi motivi ti chiediamo di aderire e sostenere Liberiamo l’Italia. Vieni con noi, è il momento di agire.




PAGHERETE CARO, PAGHERETE TUTTO di Sandokan

La lunga fila della foto sopra non è del 1929, quando milioni di americani vennero gettati sul lastrico dopo il crollo di Wall Street. Non ritrae cittadini berlinesi dopo la catastrofica sconfitta del nazismo. Non siamo a Calcutta e nemmeno a Buenos Aires nei giorni della terribile crisi del 2001.

Siamo a Milano, in Viale Toscana, all’ingresso della Onlus “Pane Quotidiano”. La foto di cittadini in attesa di un pasto gratis è di sabato 20 marzo 2021, l’altro ieri.

L’immagine plastica, direte, della profondità della crisi economica e sociale. Sbagliato! Messa così rischia di suonare come un’assoluzione delle classi dominanti e dei loro governi, che ci presentano la tragedia come fosse una catastrofe naturale. La catastrofe non è nemmeno causata da presunte “cieche leggi economiche”. E’ piuttosto il risultato di deliberate decisioni politiche, dell’uso scientemente programmato e pilotato della pandemia, della volontà politica di farne deliberatamente un evento scioccante per chiudere un ciclo storico, per giustificare il passaggio ad un diverso modello sociale. Lo chiamano “grande Reset”. La Grecia fu la cavia per ristrutturare l’Unione europea. L’Italia si presenta oggi, l’abbiamo detto qui e lo ripetiamo, il principale laboratorio occidentale per sperimentare la transizione al nuovo sistema.

La prova? Se lorisgnori volessero, potrebbero ben sforare il deficit non di 12 o 20 ma di 100 o anche 300 miliardi. Non avremmo la fila a Milano, non avremmo i nuovi milioni di poveri, non avremmo il trauma sociale che umilia tanti italiani, e non avremmo la devastante recessione in corso. Chiedetevi la ragione per la quale lorsignori, pur potendo adottare radicali politiche di sostegno al reddito, non lo fanno. Non lo fanno perché il loro disegno deliberato è appunto quello di fabbricare milionate di morti di fame così da avere un esercito di proletari pronti a lavorare come nuovi schiavi per un salario di fame.

In barba al racconto della “fine del lavoro”, ai discorsi sull’automazione per cui staremo tutti in panciolle con un reddito garantito, si scopre che il capitalismo cambia forma ma non la sua essenza.

Riusciranno i dominanti a gestire questo passaggio alla iper-modernità, ovvero il ritorno al capitalismo selvaggio, senza tremende scosse sociali, cioè senza incontrare resistenze?

Non lo sappiamo e nemmeno loro lo sanno, giocano d’azzardo, sperando che l’opera di rincoglionimento delle masse le abbia definitivamente narcotizzate e disarmate.

Sappiamo tuttavia una cosa, anzi due. La prima è che noi si deve lavorare per inceppare la macchina, affinché sia impedita la transizione al nuovo capitalismo della barbarie. La seconda è che la sollevazione popolare, dati i tempi, sarà per sua natura anonima, tremenda e improvvisa, o per dirla con San Paolo:

«Ora, quanto ai tempi e alle stagioni, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva, poiché voi stessi sapete molto bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. Quando infatti diranno: «Pace e sicurezza», allora una subitanea rovina cadrà loro addosso, come le doglie di parto alla donna incinta e non scamperanno affatto». [1 Tessalonicesi, 5,1-11]




DOVE VA LA CINA DI XI JINPING? di Federico Maria Romero

Segue l’articolo precedente: Cina: chiè davvero Xi Jinping?

Dobbiamo tenere in considerazione che il dibattito sul “socialismo in Cina” è tutt’oggi affrontato in Occidente usando categorie concettuali e politiche del tutto estranee allo spirito cinese. Di ciò era del resto consapevole Mao quando, sulla linea di Li Dazhao, con l’intento di superare il marxismo terzinternazionalista e poi il Diamat stalinista, affermò il principio storico della “sinizzazione del socialismo”. La visione del reciproco darsi degli opposti, dell’essere come vuoto e al tempo stesso come essere in relazione a qualcosa o a qualcuno, della conflittualità o contraddizione come motore della storia avviarono la nascita di una visione del mondo organicista, soggettivista, volontaristica e, sul piano prassista, di una forma di Stato contadino e eroico basato sul “blocco delle quattro classi”, ovvero dell’unità nazionalista sotto la guida del partito comunista e del popolo Han.

Tali presupposti storici e filosofici del maoismo ben poco in comune hanno con il pensiero del marxismo occidentale o di quello sovietico al punto che si può affermare che l’apporto maoista nella storia mondiale del socialismo è molto simile a quello fornita dal Conducator Nicolaie Ceausescu in Europa, nel senso che da parte di questi due grandi leader vengono ripudiati su tutta la linea tanto il classismo quanto il materialismo dialettico e al loro posto subentra il motivo principale dell’identità dello spirito nazionale e dell’indipendenza della Nazione. Ne danno testimonianza, d’altra parte, gli aperti conflitti ingaggiati dal Grande timoniere sia con l’Urss, considerata dagli anni ’60 il primo nemico storico della Cina popolare, sia con i vari partiti comunisti o socialisti occidentali, ai quali da un certo punto in avanti Mao iniziò apertamente a preferire esplicitamente le destre nazionaliste o i cristiano-sociali bavaresi.

Deng Xiaoping ruppe il paradigma maoista nel senso che sostituì all’orizzonte soggettivista contadino e tradizionalista quello evoluzionista e scientifico, ma il motivo dell’identità nazionale Han rimase egualmente prioritario. “Il socialismo con caratteristiche nazionali cinesi” o “il socialismo nazionale di mercato” di Deng Xiaoping cercò di salvare il 70% del pensiero maoista liquidando però l’avversione maoista verso la scienza occidentale. Il recupero di Deng dei tre principi del popolo del padre della Nazione Sun Yat Sen si sviluppò quindi, di seguito, nella prassi politica.

Sia Mao sia Deng consideravano, al di fuori della retorica diplomatica, i cinesi superiori agli occidentali, per storia, cultura e tradizione spirituale e volevano superare velocemente il gap successivo alla rivoluzione industriale azzerando la “grande divergenza” tra l’Impero di mezzo e l’Occidente. Il soggettivismo volontaristico di Mao riteneva fosse possibile colmare il divario grazie alla nobile saggezza tradizionalista e organicista cinese; Deng Xiaoping viceversa sosteneva che fosse necessario importare la scienza e la tecnologia occidentali, con una élite politica nazionalista capace di cavalcarle e dirigerle dove “l’egemonia cinese” volesse guidarle.

Il progetto di Deng non è perciò tanto “Sud verso Sud” o terzomondista (come sostengono Arrighi o Samir Amin) ma proprio quello dell’egemonia imperiale cinese in un multipolarismo diffuso. Per comprendere il pensiero di Deng, spiega Vogel che è il più grande biografo del successore di Mao, è necessario capire che Deng vedeva nel corporativismo modernizzatore nipponico un modello sociale di primissimo piano. Scienza occidentale al servizio dell’eroismo nazionale asiatico con uno Stato centrale organico che sapesse guidare il processo storico, questo percorso del Giappone del Rinnovamento Meiji (senza dimenticare l’esempio di Singapore) fu l’esplicito riferimento nella nuova via riformatrice di Deng. Quest’ultimo non rifiutò l’apertura a zone controllate di capitalismo in quanto riteneva che la molla dell’incentivo materiale fosse un elemento progressistico nel processo di specializzazione del lavoro e delle competenze scientifiche di cui la Cina non poteva fare a meno nella “guerra di civiltà” con il nemico occidentale. Mao, viceversa, aveva messo al centro della vita sociale l’incentivo morale, nel tentativo di raggiungere la piena modernizzazione mediante la via di un “socialismo spartano”; se agli inizi del Grande balzo in avanti il Grande timoniere aveva promesso al popolo cinese che con pochi anni di sacrifici la Cina avrebbe superato la Gran Bretagna avvicinandosi all’evoluzione modernista americana, i risultati furono poi ben inferiori alle premesse.

Parlare della NEP riguardo al riformismo autoritario di Deng può essere fuorviante in quanto la NEP leninista fu una necessaria ritirata tattica nell’orizzonte della rivoluzione “proletaria” mondiale e internazionalista, mentre Deng non pensò mai a una rivoluzione mondiale di classe, dato che fu sempre, anzitutto, un nazionalista grande-cinese, come del resto Mao che su questo punto non è di certo assimilabile, come abbiamo visto sopra, all’internazionalismo strategico di Lenin e della tradizione sovietica.

La Nep di Deng, per chiarire, è ben più vicina al corporativismo nazionalistico giapponese degli Anni trenta piuttosto che al “marxismo leninismo” occidentale. Oggi, gli analisti liberali anglosassoni o americani amano descrivere Xi Jinping come il “nuovo Mao”, come il “nuovo timoniere rosso ultrasocialista” che vorrebbe trasformare il paradigma di Deng basato sulla modernizzazione scientifica nazionalista e evoluzionista in una nuova ideologia maoista. Questi analisti prendono a riferimento la preminenza accordata da Xi al concetto guojin mintui (“lo Stato avanza, il settore privato declina”).

Nel caso specifico potrebbero avere ragione, ma ciò è in definitiva una ulteriore falsificazione del quadro interno cinese. Intendiamoci: è vero che nella lotta di frazioni (di cui ho già tentato di parlare nel primo articolo), i denghisti storici — tra i quali annovero Deng Pufang, figlio maggiore di Xiaoping, e Chen Xiaolu, figlio del leggendario maresciallo Chen Yi, molto vicino a Deng e morto per un normale infarto, subito classificato come “misterioso” (chissà perché?) —sono storicamente affini alla “Shangai Gang”. Come è vero che Xi sta realmente mettendo in pratica due principi fondamentali del maoismo, il primo quello che “Il potere nasce dalla canna del fucile”, il secondo quello che la Cina potrà avere il primato globale solo realizzando all’interno una Democrazia nazionalistica e organicista basata sulla “Linea di Massa”.

Abbiamo motivo di ritenere che si illude chi crede che alla élite della frazione Xi Jinping stia oggi massimamente a cuore la realizzazione integrale del socialismo in Cina. Su questo elemento, che, come vedo, è centrale nell’odierno dibattito tra i marxisti italiani, Xi Jinping è, a mio avviso, un continuatore ortodosso di Deng. E’ certamente un fatto che Deng nella Strategia dei 24 caratteri, scrisse: «Nascondi la tua Forza, aspetta il tuo momento, non prendere mai il Comando” mentre Xi nella Strategia dei 36 caratteri ha sostenuto: “Per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo realizzare la via cinese, per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo far avanzare lo spirito cinese, per realizzare il Sogno Cinese dobbiamo consolidare il potere mondiale cinese».

Ma la contrapposizione è solo apparente. La Cina di Deng era ancora troppo debole, economicamente e militarmente, per lanciare apertamente l’assalto al potere mondiale. Deng pose però i primi mattoni dell’egemonia mondiale di Pechino. Xi teorizza esplicitamente il potere mondiale perché è proprio ciò che Deng voleva. Ed era, a mio modo di vedere, anche ciò che l’ultimo Mao voleva. Xi Jinping è perciò più denghiano dei vecchi riformisti compagni di Deng che non compresero il veridico programma strategico del grande leader successore di Mao: il potere mondiale non occidentale come assoluta realizzazione del “Sogno Cinese”, come priorità strategica.

Xi, come Deng, riprende il principale problema della civilizzazione cinese: l’epoca storica in cui la scienza e la tecnologia dell’Impero di mezzo, alla fine della dinastia Ming e agli inizi della dinastia Qing, sono restate indietro. Scienziati e creatori di tecnologia, secondo Xi, fedele discepolo di Deng, sono le autentiche avanguardie militari della armoniosa nazione cinese, un sistema aperto e organico egemone a livello planetario [Xi Jinping, Governare la Cina, Giunti Editore 2016, pp. 147-161]. Lo statista cinese si riferisce a scienziati e tecnologi, non a caso, rappresentandoli come vere e proprie truppe militari. Elitismo pragmatista machiavellico e grande nazionalismo, modernista tecnologico e imperiale, degli Han sono gli elementi che unificano il progetto di Deng a quello di Xi.

Che ciò sia anche socialismo, che ciò sia lo stadio primordiale del socialismo o semplice capitalismo politico di potenza o un modello corporativista neo-prussiano, diviene a questo punto, almeno a mio avviso, secondario e irrilevante.

Lo sconvolgimento rivoluzionario che un simile processo storico porta con sé, come peraltro abbiamo iniziato a sperimentare, non può trovarci a discutere sul sesso degli angeli e chiunque intenda porsi sulla scena mondiale come alfiere del patriottismo italiano (come Lit, Ancora Italia ecc.) non può ignorarlo, giocherellare da poco attenti allievi della democristiana Piazza del Gesù nei vari campi non è più possibile dopo il 2020, significherebbe del resto voler rimanere sudditi americani a vita. Pena sarebbe dunque, per il patriottismo  italiano, l’essere spazzato via dal divenire storico senza indulgenza alcuna nella micidiale lotta tra le tre superpotenze mondiali (Russia, Cina, Usa), micidiale lotta che stiamo del resto sperimentando sulla pelle e nell’anima.

Una Nuova Era è ormai sorta, con il 2020. Occorre un balzo in avanti del movimento patriottico italiano per comprendere a fondo la nuova fase storico-spirituale. E agire di conseguenza. L’imperialismo occidentale  potrà tentare di annientare la Nuova Era, armoniosa e multipolare, solo con una guerra mondiale, gli stimoli fiscali neo-keynesiani e le divertenti sparate da Al Capone del nazionalista occidentale bianco Joe Biden indicano l’isteria di impotenza di un Occidente che nulla, per il resto, può ormai fare per fermare l’autarchia tecnologica verso cui marcia la Cina di Xi Jinping o quella militare già da anni pienamente raggiunta dalla Russia di Vladimir Putin. Nulla appunto se non una vera e propria guerra mondiale, che nel mondo, grazie a Dio, nessuno si augura. A parte il Deep State angloamericano.