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A CHI IMPORTA LA PROPRIETÁ DELLA TERRA? di Aldo Zanchetta

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“Se controlli il petrolio, controlli le nazioni,

se controlli gli alimenti, controlli i popoli”.

Henry Kissinger 

Il problema della terra

In occasione del 500° anniversario della scoperta dell’America nel mondo latinoamericano circolava una storiella sulla ‘conquista’:

«Quando i bianchi arrivarono nelle nostre terre essi avevano in mano la bibbia, e ci insegnarono a pregare chiudendo gli occhi. Quando li riaprimmo noi avevamo in mano la bibbia e loro le nostre terre».

Avantieri 22 aprile si celebrava la Giornata mondiale della terra che è passata, mi sembra, sotto silenzio nei grandi media mentre sul web sono apparsi alcuni articoli degni di interesse anche se non so quanto recepiti. Alcune libere organizzazioni di difesa della terra –ancora alcune esistono e resistono con coraggio (Via Campesina, Grain, ETC …) – continuano a denunciare la gravità della situazione in cui versa la ‘tenenza’ della terra nel mondo. Conoscendo la poca propensione a letture esaustive, a chi vuol rendersi conto dell’essenza del problema oggi segnalo un articolo breve e ben scritto, leggibile in soli 6 minuti, come usa oggi annunciare.[1] Ne riporto un paio di brani:

«Misurata convenzionalmente — contando i proprietari terrieri registrati in relazione alla quantità delle terre private o pubbliche — la disuguaglianza nella distribuzione della terra è diminuita. Tuttavia, uno sguardo più approfondito rivela un quadro assai diverso. Sempre più spesso, soprattutto in Nord America e in Europa, gli agricoltori sono teoricamente proprietari della terra che lavorano e sono considerati agricoltori indipendenti. In realtà, tuttavia, sono legati da contratti a lungo termine con le imprese agroalimentari e dell’industria alimentare e possono continuare a esistere solo come anelli della produzione agricola e delle catene di approvvigionamento. Queste sono dominate da pochi giganti agroalimentari. Coloro che controllano decine di migliaia di piccole e medie aziende agricole possono evitare di rubare o di comprare le terre; nondimeno, ciò continua ad accadere. (…) Ancora oggi, 2,5 miliardi di persone vivono, come piccoli agricoltori, soprattutto in America Latina, Asia e Africa. Nei paesi ricchi del Nord, soprattutto in Europa e in Nord America, le aziende agricole si stanno espandendo e il numero di agricoltori sta diminuendo. La dimensione media delle aziende agricole sta aumentando rapidamente; un numero crescente di agricoltori americani ed europei hanno contratti di fornitura a lungo termine con società di agrobusiness, catene di vendita al dettaglio e, indirettamente, fondi di investimento.

In tutto il mondo, l’espropriazione dei piccoli agricoltori e dei proprietari terrieri collettivi, come ad esempio i popoli indigeni, continua. In molti paesi in via di sviluppo, i loro diritti di proprietà sono inesistenti o contestati, e possono essere facilmente svuotati di ogni contenuto. L’acquisizione della terra gioca un ruolo centrale, e l’accaparramento delle terre (il cosiddetto land grabbing), dichiarato o nascosto, è altrettanto importante».[2]

Bighe

Bighe era un povero ‘trullo’ noto e benvoluto nel paese in cui, bambino, vivevo nel 1942. Era tempo di guerra e in Toscana erano cominciati i lanci delle ‘piastrine’ per incendiare i campi di grano che stavano giungendo a maturazione. In un giorno di mercato, come sempre, Bighe era giunto a piedi dal suo vicino paese per raccattare qualche elemosina per sbarcare il lunario. Bighe era spesso oggetto di battute bonariamente salaci, e una di queste gli fu così indirizzata: “O Bighe, l’hai sentuto, brucino il grano! Come si farà a mangià?”. La risposta fu pronta: “O che mimporta a me! Tanto io il pane lo ‘ompro!”. In casa, anche anni dopo, si ricordava l’episodio rimastomi per questo impresso nella mente.

A noi, che quasi tutti oggi il pane (e il ‘companatico’) lo compriamo, importa chi possiede le terre, in particolare quelle coltivabili? La filosofia dominante oggi è quella della ‘sicurezza’ alimentare piuttosto che quello della ‘sovranità’ (alimentare, ben inteso), cioè che ci sia pane per (quasi) tutti, non da dove venga né come venga prodotto. Discorso lungo e poco discusso, che non affrontiamo qui.[3]

Chi possiede le terre coltivabili ?

Uno dei tanti problemi del post-Covid che vengono preannunziati, è quello della possibile scarsità di cibo. Problema inesistente, per la narrazione ufficiale, ma non così per i tecno-filantropi, la nuova vera classe dominante. Bill Gates, certamente meno ingenuo di Bighe e più fornito di mezzi, ha pensato che in tempi che ne preannunciano la scarsità il cibo anziché comprarlo sarà più conveniente produrlo e venderlo in situazione di monopolio, e così, nel corso della pandemia, ha messo nel fienile, come suol dirsi, ben 242mila acri di terreni agricoli[4] sparsi in 18 stati statunitensi, diventando il  maggior proprietario terriero degli Usa, come ci racconta Forbes, la rivista di classe dei pluri-miliardari.

I molti Bighe di turno pensano che qualcuno provvederà. In fondo esistono organizzazioni internazionali a ciò premesse. Ad esempio l’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione con sede a Roma, la Fao (Food and Agricolture Organization), organo delle Nazioni Unite. E nella lotta contro la fame da tempo si distingue la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Oggi sono salace e mi torna alla mente il commento che fece un compaesano di passaggio che si era fermato a fare quattro chiacchiere sul cancello di casa mentre poco lontano uno stradino svolgeva, con poca produzione di sudore, il suo lavoro. Ogni tanto il compaesano lanciava uno sguardo verso lo stradino, finché espresse il suo sconsolato commento: <<Il difficile non è trovare il lavoro (erano gli anni del boom), il problema è farlo durare.>>  Spero che la presente allusione all’ONU non sia oscura.

Torniamo dal faceto al serio. Il 17 marzo scorso è apparso in rete il seguente annunzio:

«L’Italia farà da palcoscenico per il Vertice ONU sui sistemi alimentari con tre giorni di eventi che offriranno nuove audaci ambizioni

Le Nazioni Unite e il Governo italiano hanno annunciato oggi che il pre-Summit per il Vertice ONU sui sistemi alimentari 2021 si svolgerà a Roma dal 19 luglio al 21 luglio 2021

Sotto la guida del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres e del Primo Ministro Italiano Mario Draghi, l’evento pre-Summit riunirà gli sforzi e i contributi ad un processo di impegno globale per dare forma all’ambizione di trasformare i sistemi alimentari».

Dopo 10 mila anni circa durante i quali l’homo sapiens ha sviluppato una decina di culture alimentari originali in almeno 10 luoghi diversi del mondo, grazie alle nuove tecniche agricole basate sulle scienze digitali il nuovo homo digitalis farà piazza pulita di questi saperi millenari, come esplicitamente dichiarato nei documenti preparatori? Vedremo sul ‘palcoscenico’ Italia un altro generale in tuta mimetica, per condurre un’altra guerra ai saperi ‘obsoleti’?

Ieri è apparso in rete un annuncio che, in tempi oscuri come questo, apre uno spiraglio di speranza e di resistenza: varie decine di scienziati del settore agricolo e alimentare di diversi paesi del mondo hanno deciso di boicottare questo vertice [5] dichiarandosi solidali con le organizzazioni contadine quali Via Campesina che, escluse di diritto e di fatto dal Pre-vertice, hanno deciso, come già altre volte, di organizzare un loro contro-vertice.

La loro dichiarazione inizia così:

«In risposta alle crisi della fame, dell’obesità e dei sistemi alimentari insostenibili, il Vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari del 2021 è stato ampiamente annunciato come un’opportunità per presentare i “principi per guidare i governi e le altre parti interessate (gli ‘stekeholders famosi oggetto del Grande Reset, nds) che cercano di fare leva sui loro sistemi alimentari per sostenere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals) (L’amore delle formule vuote di reale significato, nds).  Ma fin dall’inizio, questo Vertice è stato profondamente compromesso dall’esclusione decisa dall’alto di molti attori dei sistemi alimentari e da una visione impoverita dei problemi del sistema alimentare la cui conoscenza è importante. (…) Questo approccio esclusivo sottovaluta il lavoro continuo di agricoltori, lavoratori agricoli e lavoratori dell’alimentare in tutto il mondo per far avanzare le transizioni verso la giustizia e la sostenibilità.

Per questo motivo, scriviamo come ricercatori, membri della facoltà ed educatori che lavorano nell’agricoltura e nei sistemi alimentari in tutte le discipline, per annunciare il nostro boicottaggio del Vertice dei sistemi alimentari delle Nazioni Unite. Invitiamo te, i nostri colleghi, collaboratori, studenti e mentori, a considerare di fare lo stesso». (grassetto nell’originale).

Il poco tempo disponibile non mi consente di tradurre ora l’intera dichiarazione, sperando che qualcuno mi anticipi (e forse qualcuno lo avrà già fatto e vorrà condividerlo), ma ritengo essenziale per capire chi sono i capintesta di questa manovra di riportare anche quest’altro brano:

«Diamo solo un breve riassunto del motivo per cui gli scienziati delle scienze alimentari dovrebbero prestare attenzione a questo dibattito e del motivo per cui è importante rifiutare un processo che afferma problematicamente di essere radicato nell’inclusività, nella fiducia e nella complessità.

In primo luogo, le tempistica dei contenuti nell’organizzazione del Vertice indica che i risultati del Vertice sono stati ampiamente predeterminati. Sebbene alcune persone di colore, organizzazioni comunitarie e scienziati di tutte le discipline siano ora cordialmente invitati al tavolo, più di un anno fa, l’agenda e i temi del vertice sono stati definiti dal World Economic Forum[6], dalla Bill and Melinda Gates Foundation come anche la scelta di alcuni scienziati ed economisti che hanno avviato il processo.

I “diritti umani” come tematica inclusa sono stati aggiunti solo mesi dopo l’inizio (dei lavori) del Vertice. L’aggiunta di diverse prospettive, conoscenze ed esperienze in questa fase tardiva sfrutta solo il multiculturalismo per oscurare un processo esclusivo in cui la priorità sono state in gran parte fissate in anticipo. In secondo luogo, l’agricoltura ad alta intensità di conoscenza come l’agroecologia è stata finora ampiamente esclusa dalle discussioni al vertice». (Neretto nostro, nds)

Chi scrive non è specificatamente un esperto agricolo anche se segue da anni le vicende politiche e sociali del mondo contadino — quello latinoamericano in particolare — e il difficile affermarsi dell’agroecologia [7] nonché le contraddizioni della FAO su questa. Vuole però contribuire a richiamare con urgenza l’attenzione su questo vertice che fra meno di due mesi si terrà a Roma e sul quale sembra messa la sordina e a diffondere l’appello al sabotaggio del vertice lanciato da eminenti scienziati del mondo agricolo.

[1] Michael Krätke, Gli speculatori alla conquista delle terre,  antoniomoscato.altervista.org/id=3194:gli-speculatori-

[1] Segnaliamo sul tema un articolo più esaustivo anch’esso apparso in questi giorni, Transnational Institute, The Global Land Grab, www.tni.org/files/landgrabbingprimer-feb2013

[3] Sicurezza alimentare versus sovranità … – Critico. Sistema www.sistemacritico.it/Economia

[4] 1 acro = 4046,87 metri quadrati.

[5] Scientists Boycott the 2021 UN Food Systems Summit … by Arc,

[6]  Sugli interessi specifici del Mundial Economic Forum sull’agricoltura vedi ad es.: https://www.transcend.org/tms/2020/11/world-economic-forums-great-reset-plan-for-big-food-benefits-industry-not-people/

[6] Vedi la pubblicazione in Italia del libro Conoscere l’agroecologia, a cura di Silvia Pérez-Vitoria e Eduardo Sevilla Guzmán, Museodei by Hermatena (Riola, BO).

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