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NÉ U.S.A. NÉ CINA di O. G.

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Riceviamo e pubblichiamo

Ricollegandomi allo scritto di Pasquinelli [ La trappola di Tucidide ], molto interessante, farò brevi annotazioni. Pasquinelli coglie bene i dati fondamentali dell’attuale scontro di civiltà. Tra Cina e Usa egli ben individua nel polo russo l’area culturale e di civilizzazione che potrebbe essere decisiva nel conflitto, per ora, bipolare tra cinesi e statunitensi. Anzitutto, la Russia non è effettivamente da considerare la ruota di scorta della Cina, non avendo interesse nel contribuire a plasmare un nuovo ordine mondiale dove a un imperialismo materialista e globalista declinante (Usa) finisca per sostituirsi un altro imperialismo emergente (Cina), per quanto un po’ meno materialista e un po’ meno globalista.

Di certo i russi, sia le élite sia la gran parte della popolazione, preferiscono la potenza emergente cinese a quella statunitense, ma come sino a oggi hanno saputo mantenere, pur a costo di grandi sacrifici, la propria Indipendenza sovrana dall’Occidente a stelle e strisce, si può esser certi che la manterranno, allo stesso modo, dall’ Oriente con le cinque stelle.

Talune vicende di politica internazionale degli ultimi tempi dovrebbero averlo fatto ormai comprendere. Se Mosca ha sperato sino all’ultimo che The Donald riuscisse nell’impresa disperata di portare a casa il secondo mandato contro il 90% del globalismo capitalistico tecnocratico che gli avrebbe preferito al limite anche Sanders, Pechino viceversa ha fortemente sponsorizzato Joe Biden, con cui ha del resto stretto relazioni decennali e lo ha supportato in ogni modo, non solo sostenendo il Maidan americano (Blm, antifa, fake news mondiali contro i sovranisti) ma anche lasciando sostanzialmente passare le modalità golpista con cui i Democratici e i liberal si sono ripresi la Casa Bianca dopo quattro anni.

Ancora: in Venezuela, la Russia intervenne contro gli Stati Uniti sicuramente, ma di certo non a favore o a fianco di Pechino; lo stesso si può dire di quanto accaduto in Birmania il 1 febbraio 2021, dove la San Suu Kyi è stata accusata dai “nazionalisti rivoluzionari” dell’Esercito, molto vicini a Mosca, di violazione di segreti di stato proprio a vantaggio di Pechino. Sergey Kornev, capo delegazione della società di stato Rostec, alla manifestazione Aero India 2021, ha sostenuto che la Russia si prenderà il compito di modernizzare la flotta e l’esercito dell’India anche con specifici kit tecnologici. L’India è infatti il Paese estero che già annovera il maggior numero di caccia di fabbricazione russa Su-30Mki, dato che sono quasi 300 i caccia russi di cui è stata dotata l’aeronautica di Nuova Dehli. Nel gennaio 2021 specialisti militari in forza al ministero degli Esteri di Dehli sono arrivati in Russia, iniziando l’addestramento all’uso dei sistemi missilistici terra-aria S 400 Триумф (Sam, Surface to air missile).

Al riguardo, l’intelligence militare russa è stata capace di creare, nell’estate 2020, il più avanzato sistema antiaereo di dominio globale: l’S 500 Prometey appartiene infatti alla ultimissima generazione di sistemi missilistici antiaerei terra-aria, è un complesso di intercettazione a estesissimo raggio e alta quota con potenziale di difesa missilistica di gran lunga superiore a tutti i sistemi difensivi esistenti al mondo, inclusi quelli statunitensi. L’S 500 può abbattere non solamente qualsiasi razzo o missile o veicolo aereo, anche qualora uno di questi superi la velocità del suono, ma è anche in grado di abbattere fino a 25 missili balistici e la sua capacità operativa permette di colpire bersagli sui 300 chilometri di altitudine.

L’S 400 sul punto di esser fornito in dotazione all’India nazionalista di Narendra Mohdi è, chiaramente, sulla scala qualitativa ben inferiore al sistema di ultimissima generazione S 500; i quotidiani indiani vicini al BJP (Bharatiya Janata Party) hanno celebrato, con la nascita del sistema russo Prometey, l’edificazione dell’era del dominio militare dell’S 500, ripetendo il cardine della dottrina geopolitica di Mohdi che contempla nello scacchiere planetario la Federazione Russa come “il partner più affidabile e serio dell’India”. In un certo senso i nazionalisti indiani sperano nella mano tesa di Putin, più che in quella di un Trump o di un Biden, nella eventualità, sempre più prossima, di un conflitto caldo con Pechino. Alla luce delle accese e continue controversie sul Kashmir tra Cina e India, si è avuto non a caso nell’estate 2020 lo scontro più violento dal 1962 tra cinesi e indiani, emerge la fondamentale volontà di mediazione geopolitica e inter-nazionale di Vladimir Putin e dei ministri Sergej Lavrov e S.K. Sojgu; il presidente Putin ha precisato in varie occasioni che le esercitazioni militari tra russi e indiani, probabilmente le più approfondite e solidali tra quelle condotte dai militari delle Federazione Russa, non sono però affatto contro la Cina.

Non passi inosservato un ulteriore fatto, che quando, pochi giorni prima della “Rivoluzione nazionale birmana” dello scorso febbraio, il ministro Sojgu si stava recando per una già prevista visita diplomatica a Naypyidaw, capitale birmana, gli fu inopinatamente chiuso lo spazio aereo in Bangladesh. Il Bangladesh, geopoliticamente oggi molto vicino alla Cina come del resto lo è il Pakistan, deve però molto del suo processo di unificazione nazionale (1971) alla Russia e le forze del nazionalismo bengalese o dell’Esercito guardano con relativa simpatia, come quelle birmane, anche esse a Mosca ben più che a Pechino o a Washington. Lo stesso, come appena visto, si può dire di una potenza in ascesa come l’India.

La stessa situazione europea è al riguardo molto confusa; sia all’interno del cosiddetto fronte di Visegrad, sia all’interno di quello che era sino a un anno fa circa il polo neo-carolingio sembra essere in atto una tendenza oggettiva che punti a mettere in discussione l’ordine globalista bipolare in cui di fatto ci troviamo di nuovo dopo il Golpe democratico americano dello scorso novembre. La Russia sino a oggi, anche in omaggio al principio della non interferenza, ha di fatto ostacolato la edificazione di un terzo polo globale, preferendo al limite sostenere, senza assolutamente eterodirigerle, le varie tendenze sovranistiche che si sono manifestate negli ultimi quattro anni. Ora questa fase è però terminata.

Ciò non significa che il populismo e il sovranismo siano morti in Occidente, credo anzi il contrario. Ma Mosca sembra ormai puntare, in prospettiva, a una precisa strategia globale fondata su una politica di potenza internazionale, puntando a esasperare le contraddizioni interimperialiste tra Pechino e Washington in ogni fronte. Ciò sta emergendo sempre di più. Mosca si troverà sempre più sotto attacco, anche a costo di rovinare vite, carriere, anni di servizio patriottico, sbattendo more solito il finto mostro in prima pagina come abbiamo visto fare in questi giorni con il caso Biot. Le due potenze, quella emergente (Cina) e quella discendente (Usa), hanno tutto l’interesse a ostacolare e sabotare il cammino, fosse anche di semplice sopravvivenza, di un polo che è ontologicamente antagonista a entrambi i materialismi imperialistici.

La Russia, con i suoi problemi secolari e con la sua solita indolenza, che indica del resto una notevole sopportazione di avversità e prove, è l’unica Ideocrazia; in questo senso non è un reato, sul piano simbolico, culturale e metafisico, simpatizzare da italiani per Mosca Terza Roma. Senza il concetto di individuo passionario (passionarnye osobi) e di Idea russa (Ilyn e Berdjaev) difficilmente potrebbe essere compreso il messaggio che ai nostri giorni il Cremlino rivolge alla storia e ai diversi popoli della terra. Un messaggio strategico che nulla ha a che fare, evidentemente, con presunti avvelenamenti di oppositori o con propagandistiche ma necessarie misure di sicurezza interna contro la Rivoluzione Colorata Globale e la tentata cancellazione della Cultura russa. La Russia ha i suoi idealisti e patrioti che la sostengono e la sosterranno. Il Battaglione Wagner è solo la punta più avanzata di questo schieramento. Questo capitale morale e sociale che la Russia serba in sé è forse più prezioso, e sarà forse più decisivo, del capitalismo politico imperialistico di Pechino e Washinton, che stanno ora disputando sul Destino del mondo.

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Un pensiero su “NÉ U.S.A. NÉ CINA di O. G.”

  1. Francesco dice:

    Sono d’accordo con l’autore quando afferma che Usa e Cina sono di fatto assimilabili per il comune denominatore dell Ultracapitalismo Materialista e per l’Imperialismo.
    Non concordo affatto quando dichiara che la Russia di Putin e’ una “ideocrazia” alternativa al materialismo angloamericano e cinese. La mia impressione (…magari sbagliata, per carita’…) e’ che Putin voglia accreditarsi come “alternativo” SOLO per una questione di opportunismo (…trovare quanti piu’ sostenitori e simpatizzanti possibile…) e che nella realta’ sarebbe ben lieto, se ne avesse la possibilita’, di riallacciare i rapporti proprio con quell’occidente materialista che lo ha preso di mira (dal 2010 in poi) per soddisfare i propri “appetiti” imperialistici. (Vi siete dimenticati quando veniva invitato ai vertici della Nato come ospite d’onore?)

    Francesco F.
    Manduria (Ta)

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