1

CONTRO L’ECONOMICISMO di Moreno Pasquinelli

Facendo una ricerca su questo sito, gli articoli dedicati a Draghi, o con Draghi nel titolo, sono più di un centinaio. Dal tempo in cui divenne capo supremo della Bce, fino ai giorni recenti, diventato Presidente del Consiglio.

Dobbiamo tornarci.

Prendiamo come spunto di riflessione un interessante articolo di Domenico Moro dal titolo DRAGHI E IL GRANDE RESET DEL CAPITALISMO.

Riportiamo la tesi che fa da chiave di volta dell’analisi di Moro:

«I Paesi a capitalismo avanzato si caratterizzano per una sovraccumulazione di capitale assoluta, cioè per un eccesso di investimenti in rapporto alla profittabilità, che determina il fenomeno della caduta tendenziale del saggio di profitto. Da questa situazione derivano le crisi che si sono succedute ripetutamente dal 2001 ad oggi, compresa la crisi dei mutui subprime del 2007-2009 e quella dei debiti sovrani del 2011-2012. Anche la crisi del Covid-19, che è la crisi di gran lunga più profonda dagli anni ’30, in realtà si è verificata quando l’economia mondiale e quella europea stavano già imboccando una fase di declino. Da questo punto di vista il Covid-19 rappresenta una occasione preziosa per il capitale nel suo complesso. Infatti, da una parte il Covid-19 permette allo Stato di intervenire a sostegno del capitale con l’erogazione di una massiccia liquidità. Nella UE il Covid-19 ha rappresentato anche la possibilità di sospendere i vincoli alla spesa pubblica contenuti nei trattati. Dall’altra parte, il Covid-19 permette di eliminare una parte del capitale in eccesso, mediante il fallimento delle imprese meno competitive. Non a caso Draghi, nel corso dell’ultimo incontro del Gruppo dei Trenta, ha affermato che gli aiuti pubblici vanno dati alle imprese sane e non alle imprese decotte, da lui definite come “imprese-zombie”. Quindi, il Covid-19 faciliterà la centralizzazione del capitale, un fenomeno che serve a contrastare la caduta del saggio di profitto».

Tesi, come dire, “marxista ortodossa”. Un punto d’analisi giusto che tuttavia ci sembra insufficiente a spiegare il marasma in cui si dimena il capitalismo mondiale, anzitutto quello occidentale. Se mi è consentito, rilevo qui due errori teorici principali.

Il primo errore consiste nella concezione meccanicistica per cui posto un effetto (la crisi) si giunge all’univoca causa (sovraccumulazione assoluta di capitale). A ben vedere, e ciò vale anzitutto per i processi storici: non solo un dato effetto risulta dal concorso di più cause, viceversa un combinato disposto di cause può produrre molteplici effetti, spesso contingenti e imprevedibili.

Il secondo errore dipende dal presupposto economicistico del discorso. Posta la centralità della sfera economica e della caccia al plusvalore come modus essendi del Capitale, non è essa sola che occorre tenere in considerazione per capire le trasformazioni e le crisi della formazione sociale capitalistica. Il capitalismo è un organismo per sua natura costretto a mutare pelle e simili mutazioni hanno spesso cause complesse che afferiscono alla sfera politica (sollevazioni sociali, crisi istituzionali e morali, conflitti statuali e geopolitici, ecc.)

Il difetto dell’economicismo consiste nella reductio ad unum, il suo menomare la complessità storico-sociale. Ogni grande crisi del capitalismo ha la sua radice ultima nella sovraccumulazione di capitale e nella sovrapproduzione di merci, tuttavia da questo presupposto se ne ricava poco o nulla sui suoi eventuali effetti, men che meno per quanto concerne quale debba essere una concreta strategia rivoluzionaria. Tanto per fare un esempio: la Grande Crisi del ’29 colpì tutto il mondo ma negli U.S.A. avemmo il New Deal, in Germania il nazismo, in Spagna la guerra civile. Posta la causa economica generale dello sconquasso, i diversi paesi ne sono usciti in maniere differenti, e ciò dipese dai diversi fattori, ad esempio dalle radici culturali e spirituali del paese, dalla potenza ideologica ed egemonica della classe dominante, da quella delle forze antagoniste (Gramsci docet) .

Prendiamo ad esempio, e Moro ne parla, la pandemia Sars-Cov2, ovvero lo shock per giustificare il Grande Reset. Certo che c’è un nesso stringente tra la sottostante sfera economica e la sovrastante sfera ideologica politica, non c’è tuttavia alcun automatismo che dalla prima derivi di necessità una conseguenza. Non si possono comprendere i nessi reali e il tipo di mutazione in atto (che l’élite mondialista vorrebbe portare a termine), senza considerare i fondamentali e correlati aspetti politici, sociali, istituzionali , ideologici e culturali.

Non è questa la sede per approfondire questo discorso che meriterebbe di essere scandagliato nei suoi molteplici aspetti, filosofici ed anche economici.

Vale segnalare, proprio a  causa del mix di meccanicismo ed economicismo, il grave scivolone in cui Moro inciampa nel giudizio sul governo Draghi e l’impasse in cui si trova l’Italia. Moro scrive:

«Questo, però, non vuol dire che Draghi sia una specie di commissario europeo dell’Italia. Draghi è espressione e garanzia degli interessi del grande capitale italiano, ed è stato, infatti, fortemente voluto dalla Confindustria».

Draghi non sarebbe un commissario europeo?! Sono caduto dalla sedia. E’ un po’ come dire, che so, “la terra è piatta”. Perché mai questa autentica corbelleria? Un’assurdità tanto più grande se pronunciata da un economicista, che si suppone sappia cosa sia l’Unione europea e le ragioni della sua crisi strutturale in quanto organismo geo-economico prima ancora che geopolitico.

Notate che la negazione (Draghi non sarebbe un commissario suggerito e desiderato dall’oligarchia Ue per sottoporre l’Italia ad un regime di ispezione e protettorato) è oppositiva all’affermazione, quella per cui Draghi è espressione del grande capitalismo italiano.

In verità le due cose stanno assieme, combaciano poiché Draghi è le due cose nello stesso tempo. Ma questo lo hanno capito anche i sassi, e ci viene ripetuto un giorno sì e l’altro pure da chi Draghi l’ha invocato e fatto salire al trono. Ogni giorno che passa si sottolinea che il Draghi è il procuratore dell’Unione europea, il garante del rispetto rigoroso dell’attuazione delle “riforme” (“ce lo chiede l’Europa”). L’Italia viene finanziata a tranche dalla Ue e queste saranno erogate solo a patto che il Paese sia rivoltato come un calzino in senso ordoliberista. Per rendersene conto, consiglio la lettura di questo articolo dove si segnala come Draghi stia operando, ovvero come ogni sua decisione presentata in Consiglio dei ministri sia preventivamente decisa con Bruxelles.

Ho un sospetto, che dietro a questa corbelleria ci sia in verità un pregiudizio politico, che sia la copertura cosmetica di un pregiudizio tipico di certa sinistra radicale, quello per cui “Dio ce ne scampi dal rivendicare la sovranità nazionale e… proletari di tutto il mondo unitevi!”.

Pensandoci bene economicismo e estremismo (parolaio) sono sempre andati a braccetto.




VACCINI ANTICOVID: LE VERITÀ NASCOSTE di Loretta Bolgan

Laureata in chimica e tecnologia farmaceutiche, con un dottorato di ricerca in scienze farmaceutiche e una collaborazione come consulente scientifico con Rinascimento Italia sulle problematiche del Covid-19, ci ha colpito per la sua onestà intellettuale e la sua competenza tecnica

* * *

Parliamo di vaccini. Lei ha già detto che ne esistono moltissimi e di tutti i tipi. Quelli che interessano il nostro Paese sono, mi corregga se sbaglio, AstraZeneca, Pfizer e Moderna. Che differenze ci sono tra questi vaccini? Potrebbero essere pericolosi? Come mai vengono spacciati per essere sicuriquando basterebbe andare sul sito di AstraZeneca e di Pfizer per capire che la “fase 3”della sperimentazione siamo noi?

R. Considerando che ci sono delle domande multiple, cominciamo dalla tipologia di vaccini che abbiamo in corso di sperimentazione e da quelli che sono già approvati.

Noi, adesso, abbiamo in commercio questi tre: due vaccini a mRNA (che sono quelli della Pfizer e della Moderna) e poi quello dell’AstraZeneca.

Teniamo conto che sono in corso di autorizzazione anche il Johnson&Johnson e lo Sputnik V, che sono due vaccini a vettore adenovirale.

Inoltre, a tutt’oggi abbiamo circa duecentosessanta vaccini in corso di sperimentazione clinica e ottanta sono in corso di registrazione.

La maggioranza di questi vaccini sono a proteine con adiuvanti. Più o meno  quelli che utilizziamo anche per i bambini.

Una piccola parte sono vaccini di nuova generazione, che contengono come antigene vaccinale il gene della proteina che, in questo caso, è la spike — ovvero la proteina di superficie del virus che gli permette di legarsi al recettore ACE2 presente sulla membrana delle cellule per entrare e infettarle.

Questa proteina è quella che, dopo essere stata attaccata dagli anticorpi per bloccare il virus (e quindi è l’oggetto dei vaccini), forma gli anticorpi vaccinali.

Questi vaccini, quindi, non hanno la proteina, ma il gene che la codifica e quindi sono vaccini ad acidi nucleici: RNA nel caso dei vaccini Pfizer e Moderna, DNA nel caso del vaccino AstraZeneca.

Si tratta di vaccini OGM. Contengono acidi nucleici geneticamente modificati.

Quindi, sono degli acidi nucleici praticamente di sintesi, introdotti per la prima volta per la profilassi delle malattie infettive.

Sono già stati sperimentati e utilizzati per la terapia genica oppure per la terapia del tumore.

Però, per la profilassi e la somministrazione alle persone sane, ovvero a scopo preventivo, si tratta della prima volta.

Di conseguenza, è una cosa che ha suscitato una grande preoccupazione.

Sappiamo bene, inoltre, qual è la narrativa per questi nuovi vaccini: che non sono vaccini ma terapie geniche che modificano il nostro DNA in maniera irreversibile.

Fra tutte queste affermazioni, in realtà, ci sono alcune cose vere e altre che non lo sono per niente.

Innanzitutto, lo ripeto, si tratta di vaccini — perché, come attività farmacologica, hanno proprio quella di stimolare il sistema immunitario per la produzione di anticorpi vaccinali teoricamente protettivi — e, inoltre, sono stati ingegnerizzati in modo da non integrarsi nel DNA.

Se lo fanno, è una reazione avversa con un’incidenza che non è nota perché i produttori non hanno fatto alcuno studio specifico.

L’EMA non l’ha richiesto perché sostiene che le persone fanno solo due iniezioni a distanza di venti giorni e il rischio di cancerogenesi, dovuto alla modificazione del nostro genoma, è basso.

Perché avvenga questo fenomeno bisogna che l’uso sia continuativo, cosa che non si verifica quando ci si va a vaccinare.

Questo ragionamento però è teorico e, di conseguenza, dovrebbe essere supportato da dati sperimentali.

Quindi, il rischio teorico che questi vaccini vadano a modificare la nostra genetica c’è, sotto forma di reazione avversa, anche se è molto basso.

Penso che il problema della modificazione della sequenza del DNA — ma non sto dicendo che sia l’ultimo dei problemi —  non sia sicuramente il più grande che ci troviamo oggi a gestire.

Va detto che i vaccini su base genica hanno il vantaggio di non avere le problematiche dei vaccini a proteina perché non utilizzano, ad esempio, adiuvanti molto tossici come l’alluminio e, nel caso del vaccino della Pfizer, non utilizzano nemmeno linee cellulari  su cui far crescere questo virus per ottenere il vaccino.

Sappiamo infatti che, quando si utilizza una linea cellulare (che in questo caso è “fetale umana immortalizzata”), il vaccino può portarsi dietro residui di DNA fetalecancerogeno, e anche virus cancerogeni che sono pericolosi per la salute del vaccinato.

L’AstraZeneca utilizza linee cellulari di questo tipo e, quindi, è a rischio-contaminazione da parte di questo DNA.

Questi vaccini sono stati formulati per avere dei vantaggi rispetto a quelli tradizionali, però portano con sé dei rischi  nuovi.

L’EMA, quando ha concesso l’autorizzazione a procedere con il fast track, ha fatto una valutazione anche in questo senso.

L’ha concessa facendo una valutazione legata al momento, in una fase esponenziale del numero dei contagi e anche dei decessi.

Eravamo nella fase crescente della pandemia e non sapevamo bene come si sarebbe sviluppata. Eravamo allarmati da stime e previsioni con cifre catastrofiche.

Dopo, la questione è stata notevolmente ridimensionata ma il fast track era già stato dato e, quindi, le aziende hanno avuto il mandato — da parte dell’EMA, dell’OMS e della FDA — di partire immediatamente con la produzione, perché i vaccini dovevano essere resi disponibili in tempi brevissimi vista l’emergenza.

Quindi, è ovvio che le industrie abbiano bypassato tutti quei passaggi che normalmente si devono fare per la registrazione di un vaccino.

Nella registrare un vaccino bisogna fare consecutivamente la fase di messa a punto e lo studio in vitro e in vivo sugli animali per vedere la tossicità.

Fatto questo, se i risultati sono positivi, ovvero se il vaccino non è tossico, si passa alla sperimentazione sull’uomo con la fase 1, 2, 3.

Questo percorso comporta circa dieci anni. Sono tempi molto lunghi e costosissimi per l’industria.

Con il fast track, invece, queste fasi sono state fatte tutte contemporaneamente.

Quindi, insieme alla produzione del vaccino ad uso clinico, sono partiti con la fase preclinica sugli animali, la fase sull’uomo e la produzione industriale in modo da essere pronti, quando sarebbero finite le fasi 2 e 3 di sperimentazione, con le confezioni da vendere.

Con questa procedura sono effettivamente riusciti a portare in commercio la Pfizer prima di Natale e, successivamente, Moderna e AstraZeneca.

Diciamo che tutto questo è andato a scapito della sicurezza e dell’efficacia del vaccino, oltre che della sua qualità.

L’EMA ha fatto questa valutazione: ci prendiamo il rischio di avere qualcosa che non sia proprio ottimale perché c’è un’emergenza: bisogna assolutamente cercare di fermare il Covid.

Quindi, si è assunta dei rischi.

È anche ovvio che un vaccino di nuova introduzione, anche dopo un percorso di dieci anni, per cinque anni sarebbe stato comunque, e a tutti gli effetti, in corso di sperimentazione.

L’EMA non ha dichiarato che questi sono vaccini d’emergenza e, quindi, sono stati registrati di fatto come non-sperimentali, con un’autorizzazione condizionata, mentre l’FDA ha dato un’autorizzazione d’emergenza.

Quindi la Pfizer e Moderna in America sono d’emergenza mentre qui, in Europa, no.

Sono registrati con una valutazione positiva del rapporto rischio-beneficio. Quindi, non li possiamo considerare sperimentali dal punto di vista normativo.

Però, come ho detto prima, quando si sperimenta un vaccino questo resta in monitoraggio per cinque anni perché, durante gli studi clinici, si fa una selezione ben precisa dei partecipanti e quindi si vanno di solito ad escludere le persone con patologie predisponenti al danno.

Quando invece si va a somministrare un vaccino a tutta la popolazione, prendiamo anche persone con patologie di vario tipo, con età e predisposizione genetica diverse.

Bisogna sempre fare questa valutazione: stiamo somministrando un farmaco unico per tutta la popolazione, benché questa sia estremamente eterogenea.

Questo è un grosso limite, per tutti i farmaci e anche per tutti gli altri vaccini.

Ogni anno facciamo il vaccino antinfluenzale con una procedura di fatto fast track, che viene sperimentato solo su un numero molto limitato di persone sane, e poi viene messo in commercio.

D. Lei, in un’intervista, ha detto: “Questi vaccini, potrebbe fungere da catalizzatore nella formazione di varianti, sui quali non solo sono inefficaci, ma possono anche avere un profilo di patogenicità diverso. Quindi, potremmo anche avere dei virus più pericolosi dal punto di vista della neurotossicità o dell’immunotossicità”. Questi vaccini, quindi, creano nuovi virus?

R. Sì. Questo fenomeno l’avevo segnalato con grande preoccupazione già a maggio dell’anno scorso perché questo virus, quando si replica, utilizza un enzima che si chiama RNA polimerasi RNA dipendente.

Questa polimerasi non è molto precisa e quindi produce errori quando va a replicare l’RNA, e questo porta alla formazione dei mutanti.

Anzi, alla formazione d’intere popolazioni che si distinguono per delle piccole mutazioni, ma che sono molto ampie.

Quindi, quando la persona s’infetta, in realtà si è infettata con una popolazione di mutanti, non solo con un virus.

Se la persona è vaccinata, ha degli anticorpi che sono selettivi per quei virus che hanno la stessa sequenza della proteina del vaccino.

Quindi, i virus che non vengono colpiti dagli anticorpi vaccinali, avranno modo di essere favoriti nella loro replicazione.

Più sono diversi dalla sequenza del vaccino, più avranno possibilità di replicarsi in modo favorevole e quindi di resistere al vaccino.

Da qui la vaccino-resistenza che non è altro che la formazione di una variante. Quindi, in questo momento, le varianti sono necessariamente selezionate dal vaccino.

Abbiamo avuto varianti anche dal Covid perché, nel corso dell’epidemia, sappiamo che se ne sono progressivamente formate con il passaggio da persona a persona.

Ma, quello che abbiamo visto con queste varianti, è che avevano via via acquisito delle mutazioni che le hanno rese sempre più attenuate.

Quindi, un virus che incontra l’uomo per la prima volta dapprima porta l’epidemia (perché il sistema immunitario non lo riconosce), ma poi attenua la sua capacità d’indurre la malattia e quindi procede verso lo stato endemico.

Ovvero, infetta le persone senza che queste sviluppino i sintomi della malattia.

Dico questo perché, per la Sars del 2003 (per la quale non s’è visto il vaccino, che non è stato prodotto a causa di una reazione avversa molto grave, tipica del virus della Sars), abbiamo visto che l’epidemia c’è stata solo quell’anno. 

D. Nel 2003 hanno provato a fare il vaccino, hanno visto che ci sono state delle reazioni avverse molto gravi e si sono fermati. Adesso, invece, vedono che ci sono delle reazioni avverse … ma continuano.

R. Purtroppo sì.

Con la Sars hanno avuto quest’epidemia importante e hanno cercato di fare tutta una serie di vaccini (molto simili a quelli che ci sono adesso) ma, quando andavano a sperimentare il vaccino sugli animali, vedevano che si manifestava quello che viene chiamato il potenziamento della malattia.

I vaccinati non solo non erano protetti (si infettavano come i non-vaccinati), ma sviluppavano anche una polmonite fatale e quindi andavano incontro a delle complicazioni che i non-vaccinati non avevano.

E’ questo il motivo che ha bloccato la sperimentazione clinica dei vaccini contro la Sars, ma questa sperimentazione non è stata ancora fatta per quelli contro il Sars-cov-2 [Covid].

Dopo un anno, non abbiamo ancora alcun dato che ci permetta di capire se questi vaccini sviluppino o meno il potenziamento della malattia.

D. La narrazione della pandemia e, di conseguenza, la necessità di uno stato emergenziale, si basa sui risultati dei tamponi. Kary Mullis, l’inventore dei tamponi, ha dichiarato che “con un test PCR si può trovare praticamente qualunque cosa in qualsiasi persona perché, se puoi amplificare una singola molecola fino a qualcosa che puoi misurare, sono veramente poche le molecole che il tuo corpo non contiene — e quindi non serve per diagnosticare l’HIV o gli altri 10.000 retrovirus sconosciuti”. Come possiamo fidarci di questo strumento?

R. Il tampone è stato utilizzato in maniera inappropriata.

Mi permetto di dire, comunque, che il test PCR sia uno dei più affidabili per fare diagnosi di laboratorio. Dipende dal virus che dobbiamo analizzare.

Quello che ho sempre detto è che la PCR sia una tecnica altamente specifica e sensibile, ma va utilizzata nel modo corretto.

Quindi, è vero che con la PCR si può vedere qualsiasi cosa.

E’ per questo motivo devo avere dei controlli negativi, positivi, interni ed esterni  e, soprattutto, devo validare la mia metodica contro un test Gold Standard.

Quindi, non si può validare la PCR contro sé stessa, come è stato fatto qui.

Bisognava utilizzare il sequenziamento che va a vedere la sequenza base del mio virus e che vede anche le varianti — cioè vede tutto del mio virus.

D. Quindi, vede anche se il virus è inattivo o è morto?

R. No questo non lo può vedere. Questo si vede solo se si mette il virus in coltura.

D. Lei mi sta dicendo che ci sono tutte le tecniche che potrebbero diagnosticare il virus in modo molto accurato. Quindi, perché non lo stanno facendo?

R. Ho visto che, ultimamente, tutti i Paesi hanno attivato centri di geneticaper sequenziare un numero molto elevato di campioni per vedere le varianti, ovvero come si stanno sviluppando — però potevano attivarli anche l’anno scorso.

Per fare lo studio completo bisognerebbe prendere il campione di una persona, metterlo in coltura e vedere se cresce e quindi se si replica, così sappiamo se siamo di fronte a un virus funzionante — che quindi è in grado di infettare la persona e anche trasmettersi agli altri — e poi fare il sequenziamento.

Con il sequenziamento vedo che virus c’è e quanto ce n’è. Posso anche vedere se è una variante e di che variante si tratta. Quindi, ho il massimo dell’informazione.

Ovviamente, bisogna utilizzare campioni biologici diversi e, quindi, non solo la saliva ma anche l’espettorato bronco alveolare e,  soprattutto, le feci.

Il campione più adatto sarebbe stato proprio quello fecale, perché il virus tende a insediarsi nel microbiota intestinale e restare là anche dei mesi.

Ci sono persone che continuano a eliminare virus anche dopo un anno. È lì la sede principale dell’insediamento del virus, non i polmoni (dove non lo troviamo più di tanto).

Quindi, è sbagliato anche il campione utilizzato, non solo la tecnologia.

Diciamo che la PCR si poteva anche utilizzare, ma andava modificata nel tempo perché, senza il sequenziamento, non si può avere un’idea dei falsi positivi e dei falsi negativi.

Quindi, è mancato questo dato molto importante e, man mano che l’infezione procedeva, si sono formate delle varianti naturali e il test PCR ha cominciato a dare troppi falsi negativi, perché c’è stata una modificazione proprio nella sequenza in cui si andavano ad attaccare i primer — i frammenti di DNA che servivano per amplificare la mia sequenza in modo da poterla leggere.

Quindi, conseguenza dei primer che non si legavano più, abbiamo cominciato ad avere un numero importante di falsi negativi, cioè malati di Covid che non venivano più diagnosticati dai test di laboratorio.

Va detto, però, che la presenza del virus non significa affatto che la persona abbia il Covid.

Per dire che è un caso di Covid bisogna fare una serie di analisi diagnostiche cliniche. Quindi, se una persona è negativa ma ha tutti i sintomi del Covid, bisogna fare per forza tutte le analisi.

Il problema è che il test di laboratorio dovrebbe essere utilizzato solo per orientare meglio il medico a capire se ha di fronte un caso di Covid oppure no. Quindi, decidere se isolare o meno un paziente sospetto fin da subito.

Invece, hanno utilizzato i test PCR anche per andare a vedere gli asintomatici, per determinare la letalità del virus — cioè il numero dei morti rispetto al numero dei contagiati.

Anche in questo caso, se si voleva fare un lavoro che avesse un senso, bisognava utilizzare il sequenziamento, con un costo davvero molto alto.

Di conseguenza, per riuscire a vedere il numero basso di copie che hanno gli asintomatici, sono stati costretti ad aumentare la sensibilità dei test e, quindi, hanno aumentato quello che viene chiamato “numero di cicli”.

Più aumento la sensibilità, più aumento in modo spropositato il numero di falsi positivi e questo è il motivo per cui abbiamo tenuto a casa tante persone sane, falsi positivi.

Adesso che sono usciti i vaccini, l’OMS ha emanato un documento in cui raccomanda di abbassare il numero di cicli.

È ovvio che se io faccio questa cosa, abbiamo una caduta a picco dei casi positivi e questo porterebbe a pensare che il vaccino funzioni.

Il fatto che nei Paesi dove stanno vaccinando sia caduto bruscamente il numero dei casi, potrebbe essere dovuto al fatto, semplicemente, che hanno abbassato il numero di cicli della PCR.

La PCR, per come è fatta adesso, è facilmente manipolabile. Per il Sars-cov-2, che è un virus a RNA che muta continuamente, non è sicuramente il test corretto.

Il modo in cui il test PCR è stato condotto non ci permette di capire quanti casi Covid abbiamo realmente perché, dentro la grande massa dei contagiati, abbiamo falsi positivi, ovvero persone positive al test che non sono morte di Covid (ma come conseguenza di altre patologie), perché il Covid è una patologia con una serie di sintomi specifici.

D. Se il Covid è curabile, come molti medici stanno dicendo praticamente da un anno, e se in Paesi quali Russia, Brasile, Colombia, o parti degli Stati Uniti come la Florida o il Texas, la vita è ripresa, perché continuano a negare i risultati pratici della prassi medica? Perché insistono sulle vaccinazioni? Lei che idea si è fatta?

R. Inizialmente c’è stata una narrativa molto drammatica. Ci hanno detto che questo virus era nuovoe che quindi non si sapeva niente, che non c’erano cure, che la gente moriva e che non si sapeva cosa fare.

Primo errore: si sapeva già molto, se non tutto, perché avevamo già avuto la Sars.

Quindi, si conosceva esattamente la dinamica della malattia, con piccole differenze dovute alla caratteristica del Sars-cov-2 che è molto più contagioso, ma meno mortale, rispetto alla Sars.

C’erano delle differenze cliniche, però si poteva tranquillamente partire dalle conoscenze della Sars per poter fare terapia e anche altro, che poi è quello che hanno fatto in Cina.

I cinesi hanno preso tutti gli studi, quasi ventennali, sulla Sars e li hanno applicati al Sars-cov-2.

Noi, invece, siamo partiti da zero e abbiamo continuato ad affermare che di farmaci non ce n’erano, che solo i vaccini sarebbero stati la grande salvezza per uscire dal Covid … e ancora adesso sentiamo dire che se non facciamo il vaccino non ne usciremo mai.

Sappiamo bene che i trattamenti studiati per la Sars funzionano anche per il Covid.

L’idrossiclorochina, l’azitromicina, il cortisone … terapie che sono diventate di prima scelta per i medici che facevano terapia domiciliare e sono quelle che sono state riproposte anche quest’anno, con le stesse modalità e con delle integrazioni migliorative che le hanno rese ancora più efficaci.

Non si era mai visto prima, per una malattia infettiva unica, ben 260 vaccini. Inoltre, abbiamo centinaia di ditte in corsa tra di loro per mettere in commercio il vaccino.

Teniamo conto che per i vaccini pediatrici, per un esavalente, abbiamo 2 o 3 ditte, non 260.

Quindi, con molta probabilità, non è il Covid l’obiettivo di queste società.

Tutte queste ditte hanno l’obiettivo di farsi autorizzare un nuovo sistema per fare i vaccini e, una volta che sono state autorizzate dall’EMA, questo può essere utilizzato per fare altri tipi di farmaci.

Quindi, hanno visto nel fast track, che permette alle industrie di risparmiare tanti soldi, la possibilità di accelerare notevolmente i tempi per autorizzare questi farmaci di nuova generazione, biotecnologici, che altrimenti non avrebbero potuto commercializzare.

Inoltre, non abbiamo solo 260 vaccini, abbiamo anche più di 500 farmaci sperimentali fast trackcreati per il Sars-cov-2 e, quindi, è ovvio che ci sia una resistenza notevole all’utilizzo di farmaci che sono già in commercio per altre malattie, come ad esempio l’idrossiclorochina.

D. Secondo lei, riusciremo a far passare il concetto che le cure domiciliari siano efficaci? Riusciremo a smetterla di negare l’ovvio e riportare il mondo “a quote più normali”?

R. Ci vuole una presa di coscienzadei singoli, che devono capire da soli che, purtroppo, i vaccini non proteggono dall’infezione e nemmeno dalle complicazioni della malattia.

Perché, il fatto che un vaccinato prenda comunque l’infezione, già da solo dovrebbe farci capire che i vaccini non risolveranno il problema.

Al contrario, lo peggiorano perché portano allo sviluppo di varianti sempre nuove.

Avremo sempre nuove epidemie, che partiranno da ognuna delle varianti che andranno a formarsi.

Le persone devono rendersi conto che le varianti sono dovute alla vaccinazione stessa e che, a differenza di quelle naturali (che tendono progressivamente a far finire l’epidemia), le varianti da vaccino prolungano l’epidemia all’infinito.

Inoltre, si deve prendere coscienza che i danni da vaccino esistono, anche se c’è una struttura che li nega.

Le Agenzie continuano a negare il danno.

Muore qualcuno dopo essersi vaccinato e, in automatico, si sente sempre la stessa risposta: non c’è nessuna correlazione.

Non è possibile che per tutti i casi non ci sia correlazione. Questa è la negazione del danno.

Le persone vanno informate che devono segnalare il danno, assicurarsi che venga recepita la segnalazione  e che venga raccolta per avere un dato il più possibile accurato sulle segnalazioni.

Il rischio è che le Agenzie Regolatorie dicano che il danno non c’è perché non è stato segnalato.

E quindi se il danno non esiste, il vaccino è efficace.

Dall’altra parte abbiamo gli studi clinici forniti dai produttori che stanno indicando un’efficacia troppo alta perché, se le varianti sono da vaccino (e quindi la persona vaccinata può infettarsi con una variante), come può essere considerato efficace al 95%?

Sappiamo che i primi dati che sono stati forniti dalle aziende avevano un’efficacia del 95%, ed è quello che ha permesso alla Pfizer di essere in commercio.

Questo 95% viene fuori da un calcolo matematico, ma bisogna anche andare a vedere la significatività di quel dato.

Posso semplicemente applicare una formula matematica e mi viene fuori il 95%.

Però, devo anche andare a vedere il significato del dato nel contesto in cui viene fatta la misurazione.

Se ho 20.000 persone vaccinate, 20.000 persone non vaccinate e, di queste, 10 si infettano nel gruppo dei non vaccinati e 5 nell’altro gruppo (dico numeri indicativi, non corretti per il calcolo), allora può anche venire fuori il 95% di efficacia, ma la riduzione del rischio è ridicola.

Hanno fatto la valutazione dell’efficacia in un momento in cui l’epidemia non c’era più. Quindi le persone non si sono infettate.

Avrebbero dovuto dire che niente sapevano del rischio-potenziamento e dell’efficacia, perché le persone non si sono infettate.

Però, se non avessero fatto così, non avrebbero potuto commercializzare il prodotto.

Quindi, per vedere la reale efficacia di questi vaccini dovremo aspettare che finisca l’epidemia.

A luglio-agosto sapremo quante persone vaccinate si sono re-infettate.

Adesso sappiamo che c’è un grosso problema: vaccinano persone sane e poi queste diventano positive, sviluppando il Covid che prima non avevano.

In questo caso, quindi, l’efficacia è addirittura negativa.

* Fonte: MITTDOLCINO – Intervista a cura di L’Alessandrino




LEGGE INFAME! LEGGE FASCISTA!

Vi spieghiamo perché

C’è diversa roba nel D.L 44/2021 approvato in via definitiva da una maggioranza che farebbe impallidire i “bulgari”.

Non solo esso esordisce (art.1) aggravando le disposizioni restrittive per le zone gialle (varranno le stesse limitazione agli spostamenti delle zone arancioni, con tanto di pesanti sanzioni per chi violasse le prescrizioni); all’art. 4 il titolo recita testualmente:

«L’obbligo di vaccinazione contro il COVID-19 per il personale sanitario e sociosanitario».

A nulla sono valse le obiezioni di giuristi e costituzionalisti, e nemmeno quelle del garante della privacy. E a niente sono servite le numerose proteste dei lavoratori della sanità.

Nel Dossier emanato dalla Camera dei Deputati vengono inoltre sottolineati i diversi e tremendi commi della Legge.

– Anzitutto che il piano di vaccinazione del personale sanitario deve attuarsi entro e non oltre il 31 dicembre 2021.

– In secondo luogo si stabilisce che l’obbligo è erga omnes, ovvero riguarda tutte le professioni sanitarie ovvero:

«comprende i soggetti iscritti agli albi professionali degli ordini: dei medici-chirurghi e degli odontoiatri; dei veterinari; dei farmacisti; dei biologi; dei fisici e dei chimici; delle professioni infermieristiche; della professione di ostetrica; dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione; degli psicologi».

– In terzo luogo prescrive che l’eventuale “inadempimento” o rifiuto di vaccinazione, comporta, testuale:

«la sospensione del diritto di svolgere prestazioni o mansioni che implichino contatti interpersonali o che comportino, in qualsiasi altra forma, il rischio di diffusione del contagio da COVID-19 (commi da 6 a 9); alla sospensione consegue l’assegnazione ad altre mansioni, anche inferiori, con il riconoscimento della remunerazione ad esse corrispondenti, ovvero, in caso di impossibilità di tale assegnazione, la sospensione dell’attività lavorativa e della relativa remunerazione».

La legge è già di per sé infame, ma il combinato disposto dell’obbligo di vaccinazione per i lavoratori della sanità accompagnato della minaccia di “sospensione dell’attività lavorativa” (modo subdolo per non dire licenziamento!) è di carattere apertamente fascista.

Esagerazione? Per niente!

Cosa accadde infatti sotto il fascismo?

Già dal 1928 il regime mussoliniano sancì che gli iscritti al P.N.F. avrebbero avuto la precedenza nelle liste di collocamento; nel 1937 la tessera divenne obbligatoria per ogni incarico pubblico; quindi nel 1938 la mancanza di iscrizione al partito comportava l’impossibilità di accesso al lavoro e pesanti sanzioni per quegli imprenditori che avessero assunto chi ne era sprovvisto.

La logica sottesa all’obbligo vaccinale è la stessa di quella usata dal regime fascista: se disobbedisci ti punisco privandoti di lavoro  e reddito.

Per adesso vale solo per i sanitari, domani potrebbe valere per tutti.

Allora faceva fede la tessera al partito, oggi al suo posto fa fede la tessera sanitaria.

Ma al peggio non c’è limite. La vaccinazione è o no un trattamento sanitario? Si che lo è! E allora questa legge di fatto sottopone i lavoratori della sanità ad un vero e proprio TSO di massa.

Il corpo viene violato, la Costituzione viene violata, il giuramento d’Ippocrate viene calpestato, lo stato di diritto soppresso.

Il 25 maggio sarà ricordato come un evento funesto e tragico. Un Parlamento di ignobili abusivi ha approvato una legge ingnobile, ha compiuto un altro passo verso il baratro di un regime di tirannia bio-politica.

Oggi lorsignori dicono “Guai ai vinti”.

Verrà il giorno in cui si potrà dire “guai a chi vinse”, e i criminali dovranno subire le pene che meritano.




I COVIDIOTI E NOI di Moreno Pasquinelli

«Vale in questi casi quanto affermò Einstein: “Stupidità significa fare e rifare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.  Questa sinistra “antagonista” al nemico sbagliato, è prima di ogni altra cosa stupida».

In occasione del Vertice sulla sanità del G20 svoltosi a Roma e dedicato al “Covid-19”, 26 scienziati — guidati da Peter Piot, special adviser di Ursula Von der Leyen, e dal presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro — hanno consegnato un report in cui si legge testualmente:

«Gli sforzi attuali per affrontare Covid-19 dovrebbero includere anche investimenti e misure per una prevenzione delle minacce sanitarie poiché il mondo sta probabilmente entrando in UN’ERA DI PANDEMIE».

Malgrado la sua potenza apocalittica questo presagio è passato pressoché inosservato. La ragione è presto detta: l’allarmismo (vedi quello climatico) è il colore dominante del periodo. Il catastrofismo è infatti la regola sin da quando venne ad esaurirsi l’effetto della sbornia del pensiero postmodernista, la cui cifra filosofica era (Leibnitz si rivolta nella tomba): “vivete nel migliore dei mondi possibili, il futuro è radioso, spassatevela e smettete di rompere i coglioni inseguendo utopie”.

Ci dev’essere una ragione, anzi ce ne sono quattro, se oggi, invece, l’opinione pubblica viene stordita da un allucinogeno di segno opposto, quello di un futuro disastroso. In prima battuta è il segno che la classe dominante sente traballare il proprio mondo, che è essa stessa divorata dal timore di non essere più in grado di controllare i suoi propri spiriti selvaggi. In secondo luogo il catastrofismo serve a spaventare le classi subalterne, così da paralizzarle e inchiodarle alla loro attuale impotenza. In terzo luogo il catastrofismo è funzionale a giustificare l’emergenza permanente, anzi lo stato d’eccezione come anticamera di una futuristica dittatura di classe. Serve infine a legittimare la nuova grande narrazione, quella per cui la loro “scienza”, con i suoi miracolosi prodigi, è la soluzione infallibile — gli scienziati essendo i nuovi oracoli preposti non solo alle divinazioni ma a suggerire all’élite politica prescrizioni e a suggerire sanzioni.

Evidente quale sia il dispositivo psicologico sotteso a tutta questa merda. Non è inedito, è anzi la rimodulazione di un sistema antidiluviano. Ai tempi delle antiche religioni si doveva spaventare le genti con la paura delle eterne pene dell’inferno affinché non commettessero peccato; oggigiorno, per obbligarle a rigare diritto affinché si adattino alla “nuova normalità”, le si deve terrorizzare con la minaccia della fine del mondo. Ecco quindi la scienza che giunge in soccorso per sventare la minaccia e assicurare la salvazione. Lo scientismo non solo è risorto, indossa l’abito talare per imporsi come nuova religione civile globale.

Il positivismo dell’ottocento impallidisce davanti a questo fondamentalismo scientista. Sotto mentite spoglie l’oscurantismo teologico, più che cattolico luterano e calvinista, sembra spazzare via il dubbio cartesiano, stigma della nascente borghesia in lotta contro le pastoie feudali. Di questo passo chi può escludere che nel prossimo futuro vengano eretti templi a Sua santità la scienza o istituite apposite celebrazioni?

L’attendibilità scientifica della profezia di “UN’ERA DI PANDEMIE” è evidentemente prossima allo zero, ma il suo valore politico predittivo è poderoso. “UN’ERA DI PANDEMIE”  è alle porte, tutto verrà giustificato per sventarla, di cui il GRANDE RESET — questa specie di neoliberismo rifondato nella prospettiva di una permanente distruzione creativa.

*   *   *

Ai tempi in cui nella società pulsava contropotere e spirito critico, in pochi avrebbero abboccato a questo colossale inganno ideologico. Si sapeva che la scienza e la medicina non sono né innocenti né neutrali. Allora si potevano ascoltare, di contro agli scienziati di regime, altre campane. Era luogo comune chiedersi: chi c’è dietro a questo gruppo di scienziati? Per quali interessi essi operano? Chi finanzia le loro ricerche? E ove fosse stato palese che si fosse trattato di giganti multinazionali (come accade con le attuali BigPharma), le loro profezie avrebbero suscitato tenace opposizione. A quei tempi non sarebbe sfuggita la strumentale  e strategica dimensione bio-politica della profezia, ed eventuali campagne come quella attuale per la vaccinazione di massa, sarebbe miseramente fallita sul nascere e condannata come una subdola sperimentazione a spese dei cittadini-cavie; respinta in quanto violazione dell’habeas corpus e della libertà terapeutica di scelta. Il solo adombrare l’idea di un passaporto vaccinale col quale dei cittadini sarebbero stati privati di essenziali diritti umani, civili e di libertà,  sarebbe stato considerato come inammissibile e avrebbe scatenato proteste di massa.

Oggi non è così. Assuefatta all’idea che ci sia solo un unico pensiero, quello dominante, ovvero abituata a pensare che there is not alternative, la pubblica opinione è ottenebrata, esanime, priva di anticorpi.

Chi oggi si oppone è così additato al pubblico ludibrio come uno screanzato “negazionista”, ostracizzato come un miserabile “complottista”, associato ai terrapiattisti o ai pittoreschi personaggi che credono siamo dominati dai rettiliani. In pratica viene defraudato di ogni dignità politica, dello stesso diritto di parola e di cittadinanza.

Una volta non era così. Occorre prendere atto che il sipario è già calato sul primo atto dello psicodramma. E’ la vittoria temporanea di chi ha lungamente programmato lo shock pandemico. Gli architetti del GRANDE RESET avevano anticipato e proclamato la nuova periodizzazione storica, come c’è stato un Avanti Cristo e un Dopo Cristo, avremmo avuto un After Covid dopo il Before Covid.

Come questo sia stato possibile, spetterà agli storici indagarlo. Ma noi non siamo storici, tantomeno infettati dal weberiano criterio della avalutatività. Noi siamo qui e siamo partigiani, noi abbiamo fatto una scelta politica e di campo. Abbiamo denunciato l’inganno ideologico. Lo abbiamo fatto mostrando dati ed evidenze, confortati da scienziati e medici che con noi hanno disperatamente raccontato un’altra storia. Abbiamo quindi unito le nostre forze alla minoranza dei cittadini che non solo non ha abboccato, ma che ha resistito e disobbedisce.

*   *   *

Com’è possibile che la sinistra che si dice antagonista (di quella di regime meglio non parlarne) si sia bevuta la narrazione di regime sulla pandemia? Com’è possibile che essa abbia considerato e continui anzi a considerare legittimi stato d’emergenza, confinamenti, coprifuoco, distanziamenti sociali, limitazione dei diritti politici e civili? Com’è possibile che si rifiuti di vedere che la Costituzione è stuprata e la democrazia soppressa? Com’è possibile che questa sinistra abbia accettato come oro colato le terapie omicidiarie imposte dalle autorità sanitarie? Com’è possibile non vedere che queste autorità, Oms in primis, sono ostaggio di Big Pharma e di fondazioni come quella di Bill Gates? Com’è possibile che malgrado le contestazioni di prestigiosi scienziati, abbia creduto all’affidabilità dei tamponi e dei test molecolari, antigenici e sierologici? Com’è possibile che abbia creduto alla bontà delle misure e delle terapie ufficiali anti-Sars quando è di tutta evidenza che sono state un clamoroso fallimento? Com’è possibile che abbia accettato come necessaria la vaccinazione di massa quando è noto che chi si fa inoculare i vaccini non è immune e può continuare a trasmettere il virus? Com’è possibile che si rifiuti di vedere il carattere sperimentale della vaccinazione con cittadini usati come cavie da laboratorio? Com’è possibile che questa sinistra non si senta, almeno, in imbarazzo?

Una simile sconcia capitolazione all’operazione politica dei dominanti non ha precedenti. Una simile omologazione al pensiero unico sanitario non si era mai vista. Il tentativo di smarcamento dal discorso dei dominanti è non solo patetico ma disgustoso: in nome di una pietistica solidarietà sanitaria, sì allo stato d’emergenza, al lockdown, ai distanziamenti, a coprifuoco e alle mascherine obbligatorie, ma più soldi alla sanità pubblica; giusto che tu mi chiuda ma dammi i soldi. Infine: viva i vaccini come.. “bene comune”!

*   *   *

Non che questa sinistra “antagonista” manchi di coerenza. Non solo si è tenuta alla larga dalle numerose proteste sociali contro stato d’emergenza e regime sanitario. Essa è andata ben oltre. Le ha lanciato anatemi, di fatto spalleggiando il regime ha condannato tutte le mobilitazioni che hanno sfidato i governi e contestato le loro misure bio-politiche. Ha stigmatizzato le mobilitazioni della piccola borghesia maciullata e gettata sul lastrico come reazionarie. Peggio ancora: ha scomunicato i movimenti politici dei cittadini in difesa delle libertà e dei diritti costituzionali (di circolazione, di cura, di pensiero e di manifestazione, ecc.) come espressioni di egoismo sociale, di individualismo liberista.

Antagonista questa sinistra in effetti lo è, ma lo è non rispetto al regime, bensì alla nuova e nascente opposizione politica e sociale. Se questo sia un definitivo passaggio di campo oppure solo una terribile sbandata, sarà il tempo a dircelo. Ma ove fosse solo una “sbandata” i suoi effetti saranno letali. Una riconversione, giunti a questo punto, non è per niente facile o indolore, chiede una svolta radicale e molti (molti) ci lasceranno le penne e non riusciranno a mettersi in salvo.

Abbiamo già assistito a questa tragedia della sinistra italiana, era agli inizi degli anni ’20 del secolo scorso. Non comprese la minaccia del fascismo avanzante, considerandolo come un fenomeno da baraccone, al massimo un mero mutamento di superficie del regime liberale. Avvenne così che invece di lottare per strappare l’egemonia a Mussolini, gli si lasciò campo libero, voltando addirittura le spalle alla prima eroica resistenza antifascista, quella degli Arditi del Popolo. Quando comprese cosa esso fosse era oramai troppo tardi — la storia non è infatti come la pellicola di un film, non può essere riavvolta.

Vale in questi casi quanto affermò Einstein: “Stupidità significa fare e rifare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.  Questa sinistra “antagonista” al nemico sbagliato, è prima di ogni altra cosa stupida. Vittima della propria agonia ritiene che davanti allo “sgradevole” nuovo movimento popolare sia preferibile schierarsi (beninteso in nome del progresso tecno-scientifico, del cosmpolitismo, dell’antirazzismo, dell’antifascismo, e dei diritti delle minoranze sessuali) con l’élite globalista, stando alla larga dall’irrequieto e composito campo della nuova opposizione popolare, anzi facendo scongiuri al rischio che si consolidi.

Noi invece vogliamo giocarci questa partita, vogliamo stare nel gorgo. Noi forse ci giochiamo l’osso del collo, sempre meglio di certi amici a cui nessuno in effetti taglierà la testa, visto che l’hanno già perduta.




AVVISO AI LETTORI E UNA PRECISAZIONE

Come chi si è iscritto già sa, per ragioni tecniche, il Corso on line sulla GLOBAL COMMUNICATION tenuto da Glauco Benigni è stato posticipato di una settimana.

La prima lezione si svolgerà quindi domani martedì 25 maggio.

Più sotto la nuova calendarizzazione.

In molti ci hanno segnalato che a causa dell’orario gli è impedito di partecipare.

Il Corso verrà registrato per cui è possibile acquistare al costo di 50€ l’intero pacchetto delle lezioni affinché ognuno possa ascoltarlo o riascoltarlo.

CALENDARIO DELLE LEZIONI 

Prima lezione: martedì 25 maggio, ore 18:00-19:30

Seconda lezione: giovedì 27 maggio, ore 18:00-19:30

Terza lezione: sabato 29 maggio, ore 18:00-19:30

Quarta lezione: martedì 2 giugno, ore 18:00-19:30

Quinta lezione: giovedì 3 giugno, ore 18:00-19:30

Sesta lezione: sabato 5 giugno, ore 18:00-19:30

Settima e ultima lezione: martedì 8 giugno, ore 18:00-19:30

Per parteciparvi è necessario iscriversi per tempo (i posti sono limitati) e versare una quota di 50€ via PayPal sul conto di Liberiamo l’Italia.

Questo il link per il versamento: https://www.paypal.com/pools/c/8zr4Tej4nC

Per informazioni e prenotazione scrivete a info@liberiamolitalia.org.

*  *  * 

DA GUTENBERG A ZUCKERBERG

Controllo e distrazione di massa

Contenuti, reti e modelli di feedback

7 lezioni da 45 minuti sulla Global Communication

Prima lezione

Il Triangolo “magico” della Global Communication 

I triangoli “uno e Trino” – Le equazioni madre dell’elettrologia e dell’energia applicate alla Comunicazione/ le Norme e la Deregulation/ Le Istituzioni Internazionali (ITU e ICANN) – Le Autorità nazionali

Seconda lezione

Il ruolo “storico” della Comunicazione. La Casta degli Scriba.  

Global advertising – IAA

Global Media – i cartelli e i Conglomerati degli Editori

Global Marketing – L’organizzazione dei consumi e degli acquisti

Global network – Le Società del trasporto segnale”

La Cubatura dei Contenuti Globali – Bacini linguistici

Terza lezione

Dall’Era dell’ Analogico limitato a quella del Digitale senza limiti 

Cambio delle variabili: Spazio, Tempo, Velocità, Gravità

I “tempi” di: a) ideazione/produzione; b) distribuzione/diffusione; c) accesso e fruizione (da immediata a consultazione memorie); d) effetto, misurazione e feedback (stimolo al consumo e siti di petizioni Avaaz – Change Org, etc…) – Motori di ricerca – e-commerce (Paypal garanzia transazione) – Big data e fake news – Bipolo libertà/controllo

Quarta lezione

I Contenuti di massa e di nicchia

Le idee e il Talento – la Produzione – I Generi – Il fenomeno dei bloggers e il “Copyright Act 1998” – il pericolo delle Idee e degli entusiasmi – la Pubblicità quale forma di contenuto molto particolare e privilegiato – i Mercati di Contenuti Internazionali

Quinta lezione

Le Reti (The network)

Identificazione delle audiences – Le reti distribuzione (B2B) e diffusione (B2C) – Strutture materiche e digitali – Stampa-Radio- Tv – Internet – Sat-cavi /Tralicci – Antenne e Decoder – La copertura di rete – La tradizione dell’etere e della telefonia  – WiMax/Wi-Fi  – Gli standard di organizzazione e trasporto segnali – Ottimizzazione dello spettro elettromagnetico – I Costruttori di strutture e devices  – Sat, cable, PC, la rivoluzione degli smart phones, etc…

Sesta lezione

Modelli di ritorno (feedback) 

Consenso/Dissenso – Educational e Volontariato  – Profitti / In  pari (Balanced) / In perdita

A pagamento (Pay Basic, per view, on demand) – Storico (box office, edicole, videoshop, etc…) – Sottoscrizioni – Donazioni  – Sostenuto da pubblicità (Advertised supported) – 80% del totale  – Controllo dei media da parte dei mercanti (traders) – Da sponsorship – Il costo-contatto / misurazione audience – Denaro Pubblico – Da canone/tassa  – Da sostegno e finanziamento da bandi  – Da mercati Finanziari – Il fenomeno “.com” – La moltiplicazione del valore di scambio in Borsa  – Il Modello Misto – L’ingegneria delle risorse – Il modello “prepagato”.

Settima lezione

I Media Mainstream e il Consenso su scala planetaria

Il cambio di paradigma storico dell’UGC – Contenuti Generati dagli Utenti – Lo strapotere dei Social Media – L’alleanza Social Media – GAFAM – I Fondi Comuni di Investimento

Glauco Benigni è analista ed esperto di global media, giornalista e scrittore. Ha lavorato venti anni a “La Repubblica” e quindici anni in Rai. È stato autore-conduttore di programmi TV e consulente di grandi aziende italiane (Eutelsat, Rai Trade, Sipra). Tra i suoi libri: Re Media (1989), Apocalypse Murdoch (2003), YouTube – La storia (2008), Gli angeli custodi del Papa (2004) e Web nostrum. Lettera aperta ai nativi digitali (2015), una quadrilogia dedicata a Internet . Attualmente è Editore e Conduttore della Web tc “Homo Sapiens”. Tra i fondatori del Patto Julian Assange.




TASSE, SINISTRA E “POTERE PREDITTIVO” di Thomas Fazi

Da un paio di giorni è salita alla ribalta la proposta del neo-segretario del PD Letta di istituire una tassa sulla successione per i patrimoni oltre il milione, così da “aiutare i giovani”.

Una mossa furbetta e ingannatrice del segretario piddino: si vuol dare una verniciata di sinistra al liberismo del suo partito  mascherando il bieco europeismo.

Ci vuole poco a capirlo, tuttavia in diversi sono caduti nella trappola. Tra questi anche l’amico Marco Veronese Passarella. Questi scrive nella sulla sua pagina facebook:

«La discussione sulla tassa di successione ha il grande merito di rivelare immediatamente la collocazione politica di ciascuno: chi è favore, è un liberale (centro); chi è contro, è un conservatore (destra); chi è a favore, ma pensa che non basti a garantire una distribuzione equa, è un socialista (sinistra). Nessun’altra informazione conferisce un potere predittivo così forte».

Il discorso sembra non fare una piega… Invece (altro che “forte potere predittivo”!) è fallace da cima a fondo.

Perché sia così ce lo spiega, con argomento impeccabile, Thomas Fazi:

«La questione sulla “patrimoniale” o sulla “tassazione dei ricchi” è piuttosto semplice.

Se questa viene presentata come misura per “finanziare cose” — che siano politiche sociali, riduzione delle tasse per altre fasce della popolazione ecc. — vuol dire che si è saldamente ancorati nella logica dell’austerità e della “coperta corta”, per cui se si vuole aumentare la spesa di qua o ridurre le tasse di là, bisogna “prendere i soldi” da qualche altra parte.

Che si tratti di un approccio del tutto autolesionista — dalla prospettiva di chi spera di migliorare le condizioni materiali dei ceti medio-bassi — lo si evince dal fatto che, accettando questa logica, indirettamente si accetta anche che, se la proposta in questione non dovesse passare — come nel caso della tassa di successione proposta di Letta, bocciata sul nascere —, si dovrà necessariamente rinunciare alle misure che la tassa in questione avrebbe dovuto finanziare.

Della serie «c’abbiamo provato, sarebbe bello, ma purtroppo non si può fare perché non ci sono i soldi». Insomma, l’unico obiettivo raggiunto sarà quello di aver convinto la gente dell’impossibilità di finanziare quelle misure. Un bel successo, non c’è che dire!

L’approccio va completamente ribaltato: qualunque misura atta a migliorare le condizioni materiali della popolazione va finanziata nell’unico modo in cui si finanziano *tutte* le politiche di bilancio nei moderni regimi monetari (che si tratti di aumenti della spesa pubblica o di riduzione delle tasse), cioè attraverso l’emissione di base monetaria. La tassazione e/o l’emissione di titoli, infatti, avviene *sempre* in un secondo momento. E nessuno meglio di Draghi capisce queste cose, sebbene si guardi bene dal dirlo.

Questo almeno nei regimi che detengono la sovranità monetaria, dove le politiche di bilancio avvengono sempre in un regime di cooperazione “automatica” tra banca centrale e governo, laddove il secondo non è mai tenuto a chiedere il “permesso” al primo, che si limita a facilitare le decisioni di bilancio del governo.

Da noi la situazione è più complicata, visto che le politiche di bilancio richiedono il “consenso” della BCE. Ma allora ci si aspetterebbe che una sinistra degna di questo nome parli di questo, che è il vero nodo della questione (irrisolvibile nella cornice dell’eurozona).

E invece non c’è niente da fare: la sinistra non riesce a uscire dalle stesse proposte fallimentari di sempre, riflesso di una comprensione del tutto fallace di come funzionano i moderni sistemi monetari.

Ma d’altronde stiamo parlando di una proposta di Letta. Il che già suona come un ossimoro».




VAE VICTIS di Giorgio Bianchi

L’Italia e la Germania hanno perso la guerra. Negli ultimi settant’anni ogni tanto si sono presi la briga di ricordarcelo, ma non hanno potuto calcare troppo la mano altrimenti si sarebbe potuta spezzare la corda.

Ci hanno fatto vivere al di sopra delle nostre possibilità perchè era il modo più intelligente per controllarci e perchè dovevamo fungere da vetrinetta per far schiattare d’invidia i cittadini del Patto di Varsavia e facilitare l’inoculazione di quel sentimento anti-russo che tanto utile sta tornando in questi tempi per tenere lontana l’Europa Occidentale dall’unica possibilità che ha per affrancarsi dal giogo imperiale: un’alleanza strategica con la Russia (il nostro posto nel frattempo è stato preso dai Polacchi, dai Baltici, dai Cechi, che ora vivono nell’illusione che ha caratterizzato i nostri anni più belli).

Caduto il Muro, hanno polverizzato un’intera classe dirigente ambigua (per loro) e fatto avanzare le quinte colonne storiche (Napolitano in primis) e le seconde linee preventivamente indottrinate all’atlantismo, al neoliberismo, al carrierismo (in Germania con la Baerbock addirittura stanno per promuovere le seste linee: ma è gggiovane, è donna, è “green”, cosa si può voler di più dalla vita ? Forse si accorgeranno tra una decina d’anni del calibro che hanno usato per spararsi nelle mutande; del resto noi ancora non l’abbiamo capito).

Nel momento stesso in cui hanno rimosso la minaccia del socialismo reale, hanno iniziato a richiedere indietro, un poco alla volta, tutti i fringe benefit che avevano concesso per rammollire la popolazione, nascondere lo status di Paesi occupati, disinnescare la resistenza e per marcare la differenza con l’Impero del Male (diritti sociali, garanzie costituzionali, standard di vita tra i più alti al mondo) e sono gradualmente passati, modello rana bollita, dal soft power (cit. Joseph Samuel Nye) allo hard power che stiamo vivendo in questi giorni.

Questo cambio di paradigma nei Paesi sotto occupazione mascherata è estremamente pericoloso visto che non può essere indolore e pertanto necessita di provvedimenti da Paese sotto controllo militare: sistemi di sorveglianza di massa, coprifuoco, Stato di polizia, chiusura delle frontiere, check point, pass sul modello dell’ahnenpass nazista, amministrazione controllata dell’economia con particolare riferimento alla libera impresa, normalizzazione dell’autoritarismo a partire dalle scuole, criminalizzazione del dissenso, propaganda sfrenata, promozione sociale dei collaborazionisti, apartheid

Il passaggio dal soft allo hard power richiede un periodo di transizione, necessario per riprogrammare attraverso la propaganda e la manipolazione occulta le menti dei popoli sotto occupazione e per costruire le infrastrutture necessarie per l’esercizio del governo autoritario.

E questo è esattamente il momento che stiamo vivendo: il Sistema sta velocemente abbandonando la vecchia pelle democratica, ormai troppo stretta e lacerata, e sta consolidando all’aria la nuova, più robusta e adatta a contenere un corpo sociale non ancora pronto per la svolta autoritaria.

Questa è l’ultima occasione che abbiamo, dobbiamo agire mentre sono in muta, è l’unico momento di vulnerabilità del Sistema; una volta cambiata la pelle, inizierà l’epoca della repressione manu militari del dissenso oppure, in caso estremo, la guerra civile.

E’ chiaro che per uscirne non c’è altra via che una guerra di liberazione, prima ce ne rendiamo conto, meglio sarà per tutti.

Bisogna spiegarlo anche ai nostri fratelli oltre le Alpi e oltre cortina sanitaria, perchè una cosa sola è certa, da soli non ne usciremo liberi.

* Fonte: BYEBYEUNCLESAM




SE LI CONOSCI LI EVITI di Sandokan

«I soldi del Recovery Plan? Due terzi sono a prestito, da rendicontare entro il 2026, da restituire entro il 2056. Ma per averli il Regolamento impone di rispettare le regole dell’austerità, quelle che l’Europa ha sospeso per combattere il Covid. (…) Quando le regole torneranno in vigore, l’Europa potrà imporci le solite politiche: azzeramento di Quota 100 e aumento dell’età per andare in pensione; riforma del catasto e aumento delle tasse sugli immobili e sulla casa; rimodulazione e aumento dell’Iva e delle bollette; patrimoniale sui risparmi privati. Insomma, il ritorno all’austerità che in questo anno maledetto di Covid tutti hanno rinnegato. Dato che il Regolamento per l’utilizzo dei fondi del Recovery Plan espone a questo rischio (soldi in prestito in cambio di tagli, chiusure e nuove tasse) la Lega a Bruxelles non voterà a favore ma si asterrà».

Questa la dichiarazione che rilasciarono all’Adnkronos il 10 gennaio scorso Alberto Bagnai (responsabile Economia della Lega) e gli europarlamentari Marco Zanni (capogruppo di Identità e democrazia a Bruxelles), e Marco Campomenosi (capodelegazione della Lega al Parlamento europeo).

Buffa dichiarazione: coerenza vorrebbe che data la sostanziale bocciatura del Recovery Plan il voto sarebbe dovuto essere contrario… Invece, magie del politicantismo, si annunciava l’astensione.

Ma il salto mortale era solo l’apripista di quello doppio, avvenuto in Parlamento tre mesi dopo, per la precisione il 26 aprile, quando il Recovery Plan (PNRR) veniva approvato alla Camera con 442 voti favorevoli 19 contrari (il gruppo di Alternativa c’è capeggiato da Cabras) e 51 astenuti (Fratelli d’Italia).

Tra i favorevoli tutti i deputati leghisti, compreso Claudio Borghi Aquilini il quale, davanti alla pioggia di critiche ricevute, si giustificava sostenendo (sic!), che “il Parlamento ha votato semplicemente il piano per l’utilizzo dei fondi”.

Stesso copione il giorno dopo al Senato. Il Recovery Plan veniva approvato con 224 voti a favore, 16 contrari e 21 astenuti. Tra i favorevoli anche Alberto Bagnai.

A causa di questo voltafaccia una pioggia di accuse, spesso pesanti, intasavano l’account twitter di Bagnai il quale, miseramente smascherati i suoi tentativi di giustificazione, non solo confermava la sua obbedienza al tandem Salvini-Giorgetti, ma procedeva a bannare i contestatori, la gran parte dei quali suoi sostenitori ed estimatori di lunga data, quelli che avevano creduto fosse il campione della lotta contro l’euro.

Della serie: chi si illude finisce per disilludersi.

Corre l’obbligo di dimostrare ai disullusi che il passaggio del Rubicone era clamorosamente già avvenuto due mesi prima, col voto favorevole da parte della Lega (Bagnai e Borghi compresi) all’incoronamento di Draghi come Presidente del consiglio (17 febbraio).

Morale della favola: dal No euro al Sì euro, ovvero il passaggio dal campo amico a quello nemico.




I GIOVANI E L’UNIONE EUROPEA di Filippo Dellepiane

Ecco un argomento di cui certo non è facile parlare. Proviamoci, tuttavia, con l’ausilio dei dati. Chiaramente -necessaria puntualizzazione – a differenza dei nostri nemici li utilizzeremo soltanto come rampa di lancio per una trattazione che si spera più approfondita, né banale né semplificante.

Secondo una ricerca condotta da EP-Eurobarometer – poco più del 40% dei giovani italiani ha un’opinione positiva sull’Unione Europea. A fronte, dunque, di un 60% scarso che ha un’opinione più o meno negativa sull’Europa politica. I dati sono anche soggetti alle fluttuazioni relative alla pandemia, che ha avuto il “pregio” di mostrare a fasi alterne il vero volto diabolico dell’Ue.

Visto che i dati vanno però interpretati devo subito rilevare alcune incongruenze, dalle quali possiamo iniziare un’analisi che pretende di essere un minimo dettagliata.

Anzitutto, quelle percentuali non possono essere prese troppo seriamente per alcuni motivi molto semplici: in primo luogo, la qualità del campione ed il dove -cioè in che area del continente e del nostro paese nel caso specifico – sono state condotte queste interviste. A Milano ci sarà tendenzialmente un’opinione piuttosto positiva dell’UE e dell’Eurozona. In alcune zone del Sud troveremo, in linea di massima, un’opinione negativa, in primis verso lo stato italiano e poi verso l’Ue.

Anche all’interno della stessa città possiamo talvolta trovare, dicendo il lapalissiano, alcune contraddizioni: il pariolino avrà espresso un’opinione diametralmente opposta rispetto al ragazzo inacidito di borgata. La questione è, in questo caso, economica e non certamente ideologica: scovare giovani che si schierino contro l’Ue e l’euro per questioni di altro tipo è possibile soltanto in ambienti fortemente politicizzati, dunque in una sparuta minoranza.

Brevemente? In alcuni settori della sinistra radicale e, ben più spesso, nelle aree di destra “dura”(a dimostrazione, checché se ne dica, che almeno fra i giovani esiste ancora la contrapposizione destra sinistra). Un discorso, quello della polarizzazione della critica all’Europa, comunque valido anche per i più adulti fino a poco tempo fa.

Anche negli ambienti ultra-europeisti giovanili (VOLT) viene condotta una critica serrata all’Ue per non essere abbastanza radicale e per l’“eccessivo” spazio dato agli stati nazionali.

Qual è però il dato più preoccupante? Esso consiste nel fatto che mentre il blocco degli “euroinomani” è forte e saldo sulle proprie posizioni, l’ala più “euroscettica” (chiamiamola così d’ora in poi) non ha motivazioni valide per schierarsi contro la gabbia europea: sia perché non vuole porsi il problema -ed è quindi come una persona al cospetto di una costruzione troppo più grande e potente, dentro alla quale si sente piccola ed indifesa- sia perché ha assorbito come una spugna tutto il veleno della propaganda.

E’ certamente il secondo problema ad essere il più preoccupante, perché il potere ha messo una spunta con su scritto “fatto!” accanto ai giovani. Nella lista della spesa i ragazzi sono stati certamente i più facili da trovare negli scaffali e da convincere. Come invertire questa tendenza? Credo che solo un aggravamento della situazione economica, con un relativo sconforto anzitutto dei genitori, possa scalfire almeno un minimo questo muro e portare un po’ di coscienza. Pensate, per darvi la misura della sconfitta, che la narrazione europeista si è ben infiltrata anche fra le compagini più acculturate della politica giovanile che si definiscono “anticapitalista” o “antiglobalista”. Tuttavia, una volta che nel proprio corpo è entrata la tossina, solo uno studio costante e finalizzato ad una vera comprensione della realtà può fermare la malattia.

Ad ogni modo il problema è l’attrattività: l’Unione Europea è certamente una ghiotta vasca di dolci. Dolci che, se mangiati in quantità, fanno però star male. Paragonate questo esempio triviale al classico scenario, valido fino a prima della Brexit ma che qui ci torna utile, del “lavapiatti in Inghilterra”: è stato attratto dalla City di Londra, dall’esperienza dell’Erasmus e dalle belle ragazze che si incontrano all’estero. È finito sfruttato, moralmente a pezzi o, nel peggiore dei casi, è diventato uno schiavo felice, caso in realtà molto frequente dietro al quale ci si nasconde con frasi quali “resilienza” o “la via del successo è impervia e va percorsa tutta”.

Una prospettiva euroscettica può mai essere attraente? Se mi pongo come estraneo che non conosce i meccanismi europei vi dico, senza l’ombra di dubbio, che la prospettiva di rimanere nel mio paese non è certo allettante. La strategia è stata dunque duplice: rendere arido il nostro paese, preservando solamente alcune zone produttive utili allo sviluppo dell’Eurozona, così da rendere obbligata la scelta fra la povertà qui o la fuga all’estero. Ironia della sorte? La povertà la si incontra anche all’estero, al più tardi subito dopo l’università, ma almeno sarò morto vedendo Parigi e Berlino, parafrasando la famosa frase di Goethe su Napoli.

Insomma, la contraddizione più lampante è che la maggioranza dei giovani europeisti (almeno all’apparenza) abbia validi motivi per preferire un accentramento del potere a livello europeo, mentre chi ha un’opinione negativa al progetto dell’Unione oltre a trovarsi in minoranza non sembra avere ragioni che possano sfondare e fare breccia fra i più, ma soltanto un passivo e sterile disaffezionamento per ogni tipo di ente statuario o istituzione. Quest’energia non è utile come combustile, ma al caso per costruirsi la propria torre d’avorio.

Dal grafico inoltre constatiamo come i paesi più in crisi economica abbiano, a quanto pare, fasce giovanili non certamente entusiaste dell’Unione Europea. In realtà vi sono varie eccezioni, come quello della Spagna (sic!), che ha sofferto moltissimo per colpa della recente e mai terminata crisi economica.

Come è possibile allora che questo paese si trovi fra i primi posti dei paladini dell’europeismo? Azzardo che sia dovuto principalmente al processo di terziarizzazione e turisticizzazione che avviene ormai da anni nei paesi mediterranei che fa sembrare ottima la prospettiva di un’area comune europea in cui vi sia libero scambio di persone e capitali. Un processo a cui in realtà assistiamo anche in Italia e che il grafico solo parzialmente sconfessa, poiché la realtà fattuale (e non “i dati”) ci dimostrano che il Bel Paese potrebbe essere benissimo appaiato ai primi posti, secondo il modestissimo parere del sottoscritto.

Ad ogni modo, il segnale più grave è che le colpe non sono mai imputate all’Europa dai giovani: costoro, tartassati dalle notizie dei media che denunciano proprio questo atteggiamento del “eh ma è colpa dell’Europa”, tentando di distinguersi dalla massa “degli adulti che ci hanno lasciato un mondo orribile”( cit. Greta*), con una becera, nonché qualunquista, posizione si scagliano contro le istituzioni nazionali, tirando fuori dal cappello mirabili esempi di paesi votati al progresso in altre zone dell’Unione che aderirebbero a chissà quali valori dell’Europa. Quali, di preciso, non si sa. Questo atteggiamento è in realtà frutto di una dottrina filosofica impartitaci fin da piccoli, che in piccole dosi probabilmente non sarebbe neanche nociva, secondo la quale se qualcosa non va per il verso giusto dev’essere sempre colpa nostra, dimenticando così che nella nostra vita (ma soprattutto nei rapporti fra stati) vi sono fattori oggettivi che scendono in campo e determinano situazioni ben precise. Condiamo poi il tutto con un’abbondante spruzzata di autocommiserazione, disinteresse per il proprio territorio e per la propria terra e arriviamo alla situazione odierna.

Semplice, no? Sono bastati solo quindici anni perché si garantissero potenzialmente degli “Ultras” europeisti per almeno altri quaranta.

*un’osservazione: l’utilizzo strumentale della patologia del ragazzo di Fano, la stessa di Greta Thunberg, per screditare ciò che diceva è la rappresentazione più lampante di quanto e cosa possa arrivare a fare una struttura politica.

Fonte: laprimalinea.blogspot




MALEDETTI VOI! di Moreno Pasquinelli

Gatta ci cova, suona l’adagio.

L’élite globalista, usando tutta la sua enorme potenza di fuoco, bombarda le teste degli inermi cittadini, con l’obbiettivo di indurli a vaccinarsi in massa, con la promessa della “immunità di gregge”. La parola chiave non è il sostantivo bensì l’aggettivo: “gregge”. Gli imbecilli (la cui madre come suol dirsi è sempre gravida) trattano la questione come fosse una mera questione sanitaria. Si rifiutano di ammettere che invece si tratta di una questione politica per eccellenza. Per la precisione: una dirimente questione politica spacciata come sanitaria. Trasformare i popoli in greggi obbedienti e sottomesse è l’obbiettivo strategico dell’élite, che così tenta di ribadire il suo intangibile predominio. Dopo aver ostentato lo spauracchio del mortale nemico invisibile ecco la visibile e magica pozione, il toccasana, il balsamo miracoloso che offre la vita. Il vaccino appunto.

Ma… c’è un problema. Gli stessi pastori che ci hanno chiuso per un anno nella stalla a motivo che fuori c’era la morte, ammettono che il vaccino non immunizza davvero. Tanto si evince dal fatto che le pecore, pur vaccinate, dovranno mantenere il distanziamento di almeno un metro, e che potranno uscire dall’ovile scaglionati e con rigoroso obbligo di mascherina. Vengono altresì confermate meticolose prescrizioni come il coprifuoco, su come non ci si deve abbracciare, su come non si deve viaggiare e guidare in auto, su come non fare festa, su come non si deve invitare più di tot amici a casa, su come si deve entrare, stare e uscire dai locali pubblici, su come è vietato manifestare il proprio dissenso. In poche parole, vaccino o non vaccino, restano in piedi tutti i divieti e le proibizioni.

Pur tuttavia lorsignori vogliono istituire il passaporto sanitario, altrimenti detto “green pass” (art.9 del decreto legge 52-2021). Le pecore che lo otterranno godranno di miserabili privilegi ma anzitutto di diritti umani e democratici, quelli che no, ne saranno invece privati: non potranno viaggiare, non potranno partecipare ad eventi culturali o sportivi, né a cerimonie civili e religiose. Sarà infine loro proibito riunirsi e/o di partecipare a convegni o congressi.

La sostanza è nazista, ma la modalità è capovolta. Le vittime che vennero marchiate con la Stella di Davide furono precipitate nell’inferno della esclusione e della emarginazione sociale. Qui avviene il contrario: i marchiati che accettano di inocularsi il veleno vengono innalzati, se non al cielo al purgatorio, premiati per il loro atto di sottomissione.

In una società che più che liquida è liquidata, in una comunità frantumata e attraversata da molteplici divisioni (sociali, culturali e politiche), col passaporto sanitario l’élite introduce così un nuovo micidiale criterio di ripartizione sociale: i mansueti da un lato e i renitenti dall’altro, i docili  qui e i trasgressori di là. In ultima istanza i buoni da una parte ed i cattivi dall’altra (doppiamente bollati come “negazionisti” e come untori).

Non solo la divisione quindi, ma una colossale schedatura politica. L’élite tecno-capitalistica nella sua fuga verso un sistema della bio-sorveglianza, istituisce un meccanismo preventivo e capillare di individuazione degli anomali e dei devianti (poiché questo noi siamo per loro) che avrebbe fatto invidia anche ai più crudeli dittatori. Beninteso, come ogni hobbesiano Leviatano, esso compie il suo crimine per un buon fine e la pubblica salute.

Disgraziati, anzi maledetti siano tutti coloro che pur vedendo il mostro che avanza, tacciono e si voltano dall’altra parte.

Non basta resistere. Dobbiamo unirci e organizzarci affinché la nostra resistenza abbia speranza di successo, quindi evitando di chiuderci nel recinto dei devianti — che è proprio l’errore politico che il potere auspica che noi si commetta. Non basta più protestare, occorre darsi una strategia. Il piano del nemico è lungi dall’essere perfetto. Anche il pelide Achille non era invulnerabile. Se lo fosse non avremmo scampo. Il nemico ha già commesso errori e ne commetterà di più gravi. Dovremo saperlo colpire al momento giusto e nel suo punto più debole. Certo che dobbiamo opporci al regime sanitario, ma non sta qui il suo tallone. Il suo tallone è la protervia con cui vorrà celebrare la piena ricostituzione della sua dittatura di classe, con cui vorrà strappare anima e  cuore al popolo lavoratore. La “distruzione” non sarà infatti “creativa”. Sarà al contrario una distruzione sociale che spingerà il Paese verso l’abisso e la gran parte di coloro che stanno sotto ad una vita di stenti e di nuova schiavitù. Verrà inesorabile il momento della rottura sociale e del grande e tremendo risveglio. Chi ne dubita, chi non ha fede nel riscatto della moltitudine e degli umili, non avrà la forza di resistere e combattere. Ma per i molti che si perderanno per strada molti di più si aggiungeranno.