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SACRIFICI IN ARRIVO PER L’ITALIA di Leonardo Mazzei

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Sacrifici in arrivo per l’Italia

Sacrifici in ogni caso. Ma sacrifici pesanti e concentrati, o sacrifici più leggeri ma spalmati all’infinito nel futuro dell’Italia? Su questo mortifero dilemma discetta Federico Fubini sulle pagine del Corriere della Sera.

Il suo editoriale parte da un dato di fatto. In materia di debito pubblico nell’Ue si confrontano due partiti, quello dei “falchi” e quello delle “colombe”.  Il primo stanziato a nord, il secondo al sud. Partiti che rispecchiano ovviamente le opposte esigenze delle rispettive economie.

Per Fubini la linea dura verrà riproposta, ma essa non sarebbe più egemone a Bruxelles, anche perché difficilmente applicabile nel contesto attuale. Da qui la sua certezza sul fatto che le regole europee verranno riscritte, concetto ripreso direttamente da alcune recenti affermazioni dello stesso Draghi.

Già, verranno riscritte, ma come? Sul punto l’editorialista del Corsera accenna a quella che sarebbe la proposta di revisione del Patto di stabilità del governo italiano. Essa si baserebbe su due pilastri: l’emissione di debito comune nei momenti di crisi; l’impegno ad una spesa pubblica in discesa nelle fasi di crescita. Ovviamente si tratta di uno schema generale, i cui meccanismi andrebbero poi precisati nelle solite estenuanti trattative brussellesi. Laddove, si sa, il diavolo si nasconde sempre nei dettagli.

Detta così la proposta italiana sembrerebbe pure una cosa di buon senso. Spendere per reagire alle recessioni, risparmiare quando ve ne sono le condizioni. Perfino troppo banale, visto che si tratterebbe soltanto del ripristino delle normali politiche anticicliche, che solo la follia monetarista dell’ordoliberismo tedesco ha impedito di applicare nell’ultimo trentennio.

Questa proposta, che peraltro troverà molti oppositori sul fronte UE, è tuttavia molto debole su quello del risultato economico che potrebbe comunque produrre per l’Italia.

In eurolandia il debito comune resta un tabù

Sul lato europeo non è difficile immaginare come entrambi i pilastri della proposta illustrata da Fubini siano destinati a trovare una forte opposizione. Il nuovo meccanismo di modulazione del deficit equivarrebbe alla fine conclamata del Fiscal compact, mentre il tabù del debito comune non è certo stato superato con i meccanismi del Recovery Fund, adesso ridenominato Next Generation Eu (NGEU). Meccanismi che prevedono sì una certa quota di debito comune, ma solo in virtù dell’emergenza sanitaria e soltanto come misura temporanea, dato che (non scordiamolo mai) quei soldi andranno restituiti sia in quanto prestiti, sia con una gigantesca partita di giro tra gli stati “beneficiari” e l’Unione Europea.

E’ vero che il Fiscal compact non ha mai funzionato a regime, per il semplice motivo che così com’è stato congegnato non avrebbe mai potuto funzionare. Ma è altrettanto vero che esso è stato un potentissimo strumento di pressione per costringere comunque gli stati più indebitati a violentissime politiche recessive. La Germania sarà disposta a rinunciarvi? Difficile crederlo.

La cosa più probabile è dunque un’altra. Alcuni stati, tra i quali l’Italia, proveranno ad ottenere qualche risultato, si aprirà una lunga trattativa alla fine della quale tutti canteranno vittoria pur senza aver cambiato granché. E’ questo, da sempre, il modo di procedere dell’UE. Difficile pensare che muti adesso.

Una stagnazione infinita targata Draghi

Se grandi cambiamenti in sede europea sono da escludere, ancora più importante da sottolineare è la scarsa consistenza dell’ideona prodotta dal governo Draghi. Immaginare di poter uscire da una crisi in atto da 13 anni senza una reale inversione della politica economica è una cosa che non sta in piedi. Pensare di ricominciare ad abbattere la spesa pubblica al primo segnale di crescita del Pil significa adattarsi alla prospettiva di una stagnazione infinita. Mentre ipotizzare di stabilizzare il debito solo con improbabili programmi di “debito comune” equivale ad aggirare il tema della sua necessaria ristrutturazione, a partire dalla cancellazione di quello detenuto dalla Bce tramite Bankitalia.

La narrazione oggi dominante ci parla di una grande ripresa in corso. Peccato sia una balla. Ogni dato economico, frutto dell’inevitabile rimbalzo dopo l’abisso toccato nel 2020, viene enfatizzato in nome del Salvatore Draghi. In realtà le previsioni – peraltro sempre a rischio di nuove chiusure Covid – ci parlano di un ritorno al Pil del 2019 solo a fine 2022. Ma il Pil del 2019 era comunque 4 punti più basso di quello del 2007! Ecco perché insistiamo sul concetto di stagnazione infinita.

Non solo, le stesse previsioni di crescita del governo per gli anni successivi, previsioni che in genere vengono sempre smentite al ribasso, sono piuttosto modeste. E modestissimo il contributo del tanto decantato Next Generation Eu, stimato ad un +0,6% annuo. Una miseria a fronte della quale verranno imposte le famigerate “riforme” volute da Bruxelles, da quella della giustizia a favore delle banche, a quella di un lavoro sempre più precarizzato, fino ad una digitalizzazione spinta al servizio del nuovo regime autoritario che si va costituendo.

Il Fubini, che di questa trappola messa in atto dal Super-Mes denominato NGEU è ben consapevole, si guarda bene dal pronunciar parola su tutto ciò. Egli ci chiede anzi di agire come un sol uomo affinché il Piano di attuazione (PNRR) messo a punto da Draghi venga realizzato senza opposizione o critica alcuna. E questo perché gli italiani, maledetta razza inferiore di fronte ai virtuosi nordici, devono dimostrare di essere “brava gente”, cioè un popolo autolesionisticamente supino ai desiderata altrui. Lo hanno fatto di fronte alla narrazione mainstream sul Covid, lo facciano adesso inginocchiandosi davanti al Dio Europa, affinché esso non si adiri riducendoci in polvere!

La linea tedesca

Fin qui il Fubini-pensiero, mentre come andrà a finire ce lo dirà solo il tempo. Importante è avere chiaro qual è l’obiettivo tedesco. Come abbiamo già scritto più volte, esso non consiste tanto nello strangolamento dell’Italia, quanto piuttosto nel tenere il nostro Paese con l’acqua alla gola. Lo strangolamento potrebbe costringere le classi dirigenti nostrane ad un ripensamento, finendo per mettere in discussione il principale strumento del dominio germanico: l’euro. Ecco perché a Bruxelles e Berlino prediligono la seconda opzione, quella di un’Italia che non affoga alla greca, ma costantemente tenuta con l’acqua alla gola. Un Paese che non deve affondare del tutto, lasciato però senza alcuna possibilità di risollevarsi davvero.

E’ la linea che conduce appunto alla stagnazione infinita. Ed è la linea dello stesso governo Draghi, che non a caso ha collaborato attivamente all’implementazione della trappola del NGEU. Questa linea si avvale anzitutto della politica monetaria della Bce, vera padrona delle sorti del debito pubblico italiano.

Quale alternativa?

Come naturale, i media ci raccontano la leggenda di un Draghi massimo difensore degli interessi nazionali. Eroe unico nel suo genere, da sostenere con ogni mezzo e sacrificio. Intanto tacitando ogni voce critica e dissenziente.

E’ questo un frutto del regime totalitario alimentato a Covid. In realtà non sarà con Draghi che usciremo dalla crisi e dalla trappola del debito. Per provare ad uscire dalla crisi servirebbe anzitutto una Shock economy al contrario. Opposta cioè a quella teorizzata e praticata dal neoliberismo. Una Shock economy fondata stavolta sui principi costituzionali. Sull’affermazione del diritto al lavoro e ad un reddito dignitoso per tutti, come vincolo dal quale diramare ogni scelta.

Tra queste scelte, imprescindibile è quella di una consistente riduzione del debito pubblico, non da ottenersi con nuovi sacrifici per i ceti popolari, bensì con una ristrutturazione capace di colpire la speculazione, ed in particolare quella delle banche e dei fondi esteri. Di questo tema ci siamo occupati tante volte in passato e non ci torniamo sopra qui.

A tutto ciò va aggiunta un’altra e decisiva misura, alla quale abbiamo già accennato. A seguito dei vari programmi di acquisto messi in campo dalla Bce, alla fine del 2020 ben 556 miliardi del debito pubblico italiano (pari al 21,6%) era detenuto da Bankitalia. Ma poiché oggi Bankitalia è sostanzialmente una succursale della Bce, quella massa di denaro è ancora controllata da Francoforte.

Si tratta di denaro creato dal nulla, che non si vede proprio perché non dovrebbe tornare nel nulla. Chiedere l’integrale cancellazione di questo debito è perciò il minimo da fare. Ma quando, nel maggio 2018, una prima bozza di programma del nascente governo gialloverde lo propose, fu il finimondo. La bozza venne riscritta, Savona venne bloccato da Mattarella ed all’Economia andò la quinta colonna quirinalizia corrispondente al nome di Giovanni Tria.

Tutto questo solo per dire che le alternative vi sarebbero eccome, altro che pietire un po’ di “debito comune” una tantum in nome di future emergenze! Ma queste alternative sono un tabù non solo per gli occhiuti controllori della Commissione UE, ma pure per i loro sodali e complici che siedono nel Consiglio dei ministri a partire da Draghi.

Solo un governo deciso ad invertire la rotta, passando dalla difesa degli interessi dei pochi, all’affermazione di quelli della stragrande maggioranza del popolo italiano, potrebbe avere la forza di scontrarsi davvero con la cupola eurista, ponendo un chiaro ultimatum: o la fine delle politiche austeritarie o l’uscita dall’euro e dall’Unione. Chi scrive non ha dubbi sul fatto che proprio l’Italexit sarebbe lo sbocco da cui ripartire per rifondare in profondità l’Italia, lo Stato e le sue istituzioni. Unica possibilità per uscire dal tunnel della crisi e dell’impoverimento in cui sono state gettate milioni di persone.

Inutile dire che questo governo di svolta non è certo vicino. Ma proprio per questo bisogna lottare contro quello presente e per la costruzione dell’alternativa. Sarà una lotta lunga quanto necessaria, alla quale chiamare anzitutto chi si è mobilitato in questi mesi contro l’attacco al lavoro ed alla libertà.

Nel frattempo lorsignori chiederanno nuovi sacrifici. Magari non quelli immaginati dai “falchi” nord-europei, ma certo quelli desiderati dalle finte colombe alla Fubini. L’abbiamo detto all’inizio, l’unica opzione che vorrebbero lasciarci è quella tra sacrifici pesanti e concentrati, o sacrifici più leggeri ma spalmati all’infinito. Una possibilità peggiore dell’altra, con l’unica certezza in entrambi i casi di nuovi pesanti attacchi alle condizioni di vita di milioni di persone.

A tutto ciò bisognerà rispondere con un no chiaro e forte già nelle prossime mobilitazioni dell’autunno. Un no a difesa degli interessi popolari, ma anche un no che guarda ad un’alternativa fondata sull’uscita dalla gabbia europea e dal neoliberismo e ad una svolta politica, economica e sociale basata sui principi della Costituzione del 1948.

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