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COSA MUORE E COSA VIVE IN AFGHANISTAN di Moreno Pasquinelli

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Si è molto scritto sulla ritirata strategica delle truppe imperialiste d’occupazione e sul catastrofico collasso dell’esercito di ascari che gli stessi imperialisti avevano messo su nella speranza che esso sarebbe riuscito ad impedire quella che è, a tutti gli effetti, la piena vittoria della composita alleanza della resistenza afghana e di cui i nuovi talibani costituiscono la spina dorsale.

Si è scritto, e molto ancora si scriverà, sulla doppia umiliazione, politica e militare, di quella che, con squilli di tromba, s’era messa in marcia come la più temibile coalizione militare d’ogni tempo.

In verità c’è un aspetto di questa sconfitta di cui non si parla, che è ancor più significativo e pieno di implicazioni anche per noi che siamo prigionieri in quest’Occidente che dorato fu.

Cade, con la vittoria della resistenza afghana, un tabù, ciò che a ben vedere costituisce il sostrato ultimo, oso dire metafisico, che ha sospinto la coalizione a guida yankee: l’idea della superiorità dell’Occidente in quanto incarnazione di progresso e modernità, di qui l’insolente pretesa che tutto ciò che ad esso si oppone in nome della tradizione è condannato ad essere spazzato via come un’anticaglia, zavorra oscurantista. L’assioma è noto: il retrogrado è destinato a lasciare il posto all’evoluto, il sottosviluppato allo sviluppato. E se non bastassero le buone ed i tempi lunghi della storia, giustificate sono le cattive con cui certi legni storti vanno raddrizzati.

Il crollo di questa fede profana è tanto più fragoroso visti i tempi, i tempi in cui il capitalismo mondiale, dell’Ovest e dell’Est, promette un radioso futuro cibernetico dove tutto sarà affidato al calcolo infallibile dell’intelligenza artificiale. La tomba degli imperi non è solo un ossario di mercenari, è diventato il primo sepolcro dove l’anomalia seppelisce l’arroganza futurista. L’epicureo clinamen, la deviazione inattesa, si prende una rivincita sul fatalismo determinista.

Quella afghana è per l’Occidente come la freccia di Paride che colpì Achille nel suo tallone.

E’ una lezione, quella afghana, anzitutto per noi, per tutti noi qui in Occidente, noi che davanti al Leviatano ci sentiamo impotenti, disarmati, condannati alla sconfitta e alla segregazione. Gli afghani ci mostrano che il Leviatano non è infallibile, che la sua pretesa di addomesticare, narcotizzare e opprimere i popoli è destinata a naufragare a patto, e qui sta il punto, che noi si resti uomini, dotati non solo di ragione ma di volontà, indisponibili a sopravvivere da schiavi.

Nel millenario codice dei pasthun, oltre al Nyaw aw Badal (la vendetta contro chi ha fatto del male), c’è il Turah, il coraggio: un pasthun è tenuto a difendere con ogni mezzo la sua terra e la sua famiglia dai suoi nemici e deve sempre combattere con audacia contro la tirannia.

Avessimo anche solo la metà della fede, del coraggio e della tenacia dei guerrieri pashtun, la facessimo finita di piangersi addosso, decidessimo di pensare, lottare e organizzarci, daremmo un’altra direzione e un nuovo senso alla nostra storia.

E per concludere, ove tenessimo fede all’idea della storia come luogo di inveramento della libertà e della dignità, che c’è più progresso e modernità in un guerriero barbuto, in ciabatte e kalashnikov, che in mille mercenari occidentali educati a West Point e dotati dei più sofisticati dispositivi elettronici.

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6 pensieri su “COSA MUORE E COSA VIVE IN AFGHANISTAN di Moreno Pasquinelli”

  1. Fabrizio dice:

    Non puoi fare questi accostamenti “vittoria” dei Talebani, incapacità in occidente di opporsi alla narrazione pandemica. Sono contesti diversi. A te piacerebbe fare “la rivoluzione” con i soldi dell’Arabia Saudita o con i proventi della vendita della droga? Ad ogni modo sull’Afghanistan hai una lettura molto simile a quella della sinistra sinistrata. Il discorso antimperialista va maggiormente articolato.

    1. Francesco dice:

      Mi permetto di farLe notare che la produzione di oppio in Afghanistan e’ arrivata ai minimi storici proprio durante il primo governo dei Talebani alla fine degli anni ’90… e questo perche’ i Talebani, considerando CONTRARIA alla Legge Coranica la produzione e la diffusione delle droghe, estirparono le piantagioni di papavero.
      Poi la produzione di oppio e’ NETTAMENTE risalita in coincidenza con l’occupazione occidentale.

      Francesco F.
      Manduria (Ta)

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  4. Francesco dice:

    “Avessimo anche solo la metà della fede, del coraggio e della tenacia dei guerrieri Pashtun”… il punto e’ proprio questo: la maggior parte di noi… Intesi come Italiani ma piu’ in generale come occidentali… Non ce l’ha quella fede quel coraggio e quella tenacia.
    Ha ragione Massimo Fini quando dice che l’uomo occidentale e’ diventato un rammollito a causa del benessere in cui vive da decenni.
    E questo vale ancora di piu’ per le nuove generazioni cresciute sin da subito nell’ ideologia narcisistica_edonistica.
    Io vivo a poche centinaia di metri da un hub per le vaccinazioni (…una palestra di un liceo adibita allo scopo…): da quando e’ entrato in vigore il greenpass ho avuto modo di vedere come la granparte dei “vaccinandi” sia costituita da under30. Ho avuto modo anche di parlarci con costoro: hanno un livello di istruzione medioalto e non si fanno vaccinare perche’ hanno paura del virus ma perche’ senza il greenpass non possono andare in palestra, allo stadio, in vacanza.
    Questi non sanno neppure cosa significhi la parola CORAGGIO: basta che si vedano negata la “dose” quotidiana di piacere personale (di qualunque natura sia) e sono pronti a calare le brache senza fiatare pur di ottenerla nuovamente. (“Io me lo merito” e’ questa la loro massima)
    Se e’ vero che di norma le Rivoluzioni le fanno i giovani e non i vecchi, le classi dominanti possono dormire sonni tranquilli.. ahimè!
    Possiamo solo sperare che almeno stavolta ci sia una eccezione alla norma.

    Francesco F.
    Manduria (Ta)

  5. Lucrezio dice:

    Sì ma in due righe avete tirato fuori il clinamen di Lucrezio e la freccia di Paride ad Achille
    Scrivete per esprimere concetti, non per fare esibizioni personali di nozionismo

  6. redazione dice:

    – Lucrezio (non vale in questo caso Nomen Omen pare): sai la differenza tra metafore, per ciò stesso simbolico evocative e “nozioni”?

    – Fabrizio: come dice l’adagio: inutile spiegare la musica ai sordi, i colori ai ciechi… e la crisi di civiltà ai post-sinistrati

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