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RAVE NELLA TUSCIA: “SIAMO ANCORA VIVI” di Ireneo Corbacci

Alla fine hanno fatto defluire le genti, gli animali e i mezzi al seguito. Il rave si è sciolto – pare – senza ulteriori incidenti. I commentatori ferragostani, colti di sorpresa dall’evento, hanno fatto sfoggio di bieca comprensione sociologica. I più acuti e tremebondi hanno accostato questo assemblamento a quelli, indotti e poi censurati, per la vittoria della nazionale italiana agli europei di calcio. Sociologicamente parlando, fenomeni di questo tipo possono senz’altro avere più d’una comunanza fra loro. 
 
Ma restiamo sempre sulla superficie della sociologia delle moltitudini zombificate ed eterodirette da segmenti del Potere. Occorrerebbe scavare più a fondo, ma il pensiero corrente non lo contempla.
 
Mi prendo allora la scabrosa responsabilità di avvicinare le motivazioni reali dei ragazzi del rave nella Tuscia a quelle delle decine di migliaia di tutte le età che da mesi, in crescendo, stanno scendendo in piazza avendo sentito qualcosa nell’aria della novella dittatura. 
Orrore magno agli occhi dei semicolti e dei residui “intellettuali” che calcano i palcoscenici delle reti liquide… 
Non vorrai mica mettere sullo stesso piano i ravers strafatti di un’Europa scalcagnata e i patrioti resistenti di una nascente, nuovissima opposizione sociale alla dittatura più sofisticata e feroce che la storia abbia coniato?
Certo che no. Lungi da me…
 
Ma c’è qualcosa che rimane, che ronza nelle orecchie… S’astengano in coro i commentatori superficiali e saccenti.
Due giorni fa ho mandato un amico più giovane di me a curiosare intorno al lago di Mezzano, senza telecamera e microfono. Gli ho chiesto di fare a ciascuno dei partecipanti al raduno che avesse avuto la fortuna di incrociare un’unica, secca  domanda: perché sei qui?
Le risposte che mi ha riferito sono state le più varie, ma quasi tutte si sono soffermate su un nodo: normalmente non ci fanno vivere e noi ci sentiamo ancora vivi, ci vogliamo incontrare per questo, quindi siamo qui…
Appunto: loro sono andati lì e noi siamo andati (e andremo) in piazza. 
 
La questione non è che loro non hanno capito e noi invece sì. Loro hanno capito quanto noi. Forse anche meglio di noi.
La questione è che non sono ancora venuti in piazza con noi. Non ci verranno mai? Non si può dire.
Dipende da come matureranno le prossime mosse della dittatura e da come evolveremo noi, in piazza e fuori, nei luoghi di lavoro e per le strade del mondo… 
 
Il Potere questo lo sa e, intanto, ci osserva. Un incontro sulle piazze tra questi segmenti di moltitudine così incommensurabili provocherebbe qualche reale disagio ai suoi funzionari di alto livello, a cominciare da quelli che in Occidente stanno portando avanti l’Operazione Covid + Vaccinazione di massa.
 
Lascio lo sgomento e gli strali da animabella agli occhiuti censori dell’universo mediatico. Viste le motivazioni reali e comuni, in prospettiva questo incontro si potrebbe fare davvero. Anzi, io dico che s’avrebbe da fare, vista la carenza relativa di giovani dentro le nostre recenti manifestazioni.
 
Il mio inviato al rave – da pesce nella sua acqua – mi ha detto: «È solo questione di tempo. Lavoreranno ancora sui social e nelle chat, poi verranno anche loro in piazza con noi».
Intanto, chi fra noi è capace lavori insieme a loro a formare il fiume che serve
 
Son nel mio bosco che aspetto. Appena vedrò la loro colonna di furgoni e camper scendere su Roma o Milano insieme a noi saprò cosa fare.