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AFGHANISTAN, GEOPOLITICA E NEGAZIONISMO

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Malgrado il nostro dissenso su alcuni punti di ricostruzione storica della complessa vicenda afgana — vedi il giudizio sulla frazione Qhalk di Hafizullah Amin protagonista del tentativo rivoluzionario che maturò alla fine degli anni ’70 del secolo scorso —, volentieri pubblichiamo le riflessioni di un nostro lettore, poiché, al fondo, colgono la portata storica della sconfitta americana.

“Questa volta è toccato ai comunisti sovietici. E’ ora arrivato il turno degli oppressori americani” Abdullah Azzam (Peshawar 1989)

Gli americani se ne sono andati dall’Afghanistan. Tre quarti del mondo, forse anche di più, festeggia. Biden, Kamala Harris, Blinken e il Pentagono, pur essendo da mesi in dialettica metodologica, vedono bene da suprematisti, sterminazionisti e razzisti  quali sono, di uccidere sei bambini afgani con missili Hillfire R9X, bomba che non esplode ma trancia il corpo come fulmine. A reti unificate, gli analisti geopolitici di ogni tendenza e colore, tenuti forte a spalla dai complottisti “alternativi” ma anzitutto islamofobi che circolano con licenza di confondere nel Web europeo-americano, si affannano fiato in gola a spiegarci che non è una vittoria militare, quella dei “pezzenti” talebani contro il più grande esercito professionistico della storia umana. Hanno vinto i marines, non i figli del Mullah Omar!

Alcuni, forse in preda a estenuanti e penose sedute notturne di cognac invecchiato male, tentano addirittura di giustificare la più sonora e vergognosa sconfitta della storia americana come una geniale vittoria di Joe Biden in una ipotetica gramsciana “guerra di posizione” contro la Cina di Xi Jinping.

Renzo Guolo, onesto e preparatissimo professore in quel di Padova, islamogo di qualità notevole, spiega con lodevole buonsenso che abbiamo di fronte a noi, viceversa, la fine storica della ipocrita teoria della “supremazia” dei valori occidentali (Suprematismo Imperialista). Non è solo una sconfitta militare, per Guolo, ma politica; di valori e di civiltà. La grande rivoluzione nazionale afgana (1979-2021) è letta dal professore come una ondata storica di annientamento del Marxismo sovietico prima e dell’Americanismo suprematista in seguito, due differenti declinazioni del principio della superiorità storica occidentale o giudaico/cristiana. Il primo basato sull’anelito della giustizia sociale, il secondo sulla potenza militare tecnologica, ma entrambi validi solo per il piccolo e sempre più esiguo spazio occidentale della popolazione globale.

Confucianesimo, Islam, Nazionalismo panrusso, Hindutva sono in marcia verso il nuovo mondo e il nuovo secolo che è arrivato come tempesta dall’estate 2021.

«La “gloriosa” resistenza degli Afghani contro i sovietici negli anni Ottanta era già opposizione a un sistema di governo percepito come occidentale. Così giustamente era interpretato, fuori dalla logica del bipolarismo, il comunismo. Ben lo sapeva Abdullah Azzam, il leader ideologo dei combattenti panislamisti che popolavano i campi di Bin Laden, che teorizzava sin da allora: “Questa volta è toccato ai Comunisti, poi sarà il turno degli Americani”. Pressochè nello stesso periodo la Rivoluzione iraniana era caratterizzata da slogan come “Né Est, né Ovest” inneggianti a una terza via tra le due varianti conflittuali della cultura occidentale di allora. Ma per uscire dal mondo della Mezzaluna, basta guardare alla Cina che, in cerca di una soluzione alla stagnazione economica e per compiere la sua seconda rivoluzione, non si affida al liberismo mercatista ma un capitalismo di stato sorretto più che da un’ideologia occidentale ridotta a mera facciata, il marxismo, all’autorità del partito che assorbe in chiave politica l’eredità confuciana». (1)

Trump e Putin potrebbero essere allora considerati l’ultimo tentativo storico di ridare fiato alla logica bipolare internazionale di Yalta? Se così fosse, ipotesi da tenere presente, ancora una volta l’invitta trincea afghana ha spezzato i sogni di gloria dei potenti del mondo di ogni razza ideologia e religione. Il Gran Moghul Akbar diceva, nel XVI sec., che nessuno si può ritenere padrone dell’India se non ha in mano Kabul. I secoli successivi mostreranno addirittura, come accennava genialmente Trotsky in un passo affrettato e mai più elaborato, che nessuno si potrà ritenere padrone del mondo se non possiede la chiave del Khyber Pass. Quando l’Impero Britannico egemonizzava il mondo, la culla del movimento insurrezionale che si proiettava nel cuore dell’Impero, l’India, la troveremo proprio nella zona storicamente più calda esistente, nella provincia di Nangarhar a sud est di Kabul. Negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale, gli sforzi dei fascisti italiani di egemonizzare il “Cuore del Mondo” si scontrarono contro il geloso Neutralismo pathan dell’illuminato sovranista Mohammed Nadir Shah, ucciso nel 1933 da un militante di etnia hazara, che intendeva così protestare contro il nazionalismo pashtun a cui si ispirava Nadir, padre dell’Afghanistan.

Così negli anni a cavallo del conflitto mondiale, se sovietici e inglesi si tennero a debita distanza dall’Afghanistan (il patto di Sa’dabad del luglio 1937 ebbe nei fatti esclusivo valore formale, ripudiato dall’elite combattentistica di Kabul), fascisti e nazisti, spenta ogni ipotesi di egemonia, poterono utilizzare l’Afghanistan esclusivamente come retroterra strategico in sostegno del nazionalismo indiano o islamico anti-britannico. L’incapacità del fascismo di penetrare a fondo il movimento nazionale afgano, disse profeticamente l’orientalista Tucci che non era di certo un negazionista come gli odierni analisti ma un buon realista che definiva sconfitta una sconfitta e vittoria una vittoria,  avrebbe preluso alla catastrofe militare del regime italiano.

Arrivando ai nostri giorni, in seguito al rovesciamento della monarchia operato da Mohammed Daud Khan nel 1973, fallisce il tentativo di modernizzazione politica neutralista su base repubblicana, né filosovietica né filoamericana, a causa dell’offensiva marxista messa in moto dal Partito democratico popolare dell’Afghanistan. Il marxismo afgano era frazionato in due linee, l’una che possiamo considerare “kemalista”, nazionale e, nei fatti, antisovietica che faceva riferimento a Hafizullah Amin (fazione Khalq) (2), l’altra collaborazionista, internazionalista e filosovietica che faceva riferimento a Nur Mohammad Taraki e Babrak Karmal (fazione Parcham). Entrambe le linee, a parte la dialettica metodologica, esprimevano la tendenza storica della “rivoluzione democratico-borghese” in quanto non raccolsero mai il consenso delle classi contadine e più povere, per le quali modernizzazione non doveva significare kemalismo o marxismo ma, viceversa, “nazionalizzazione islamica”.

In realtà la fazione Khalq si poneva se non altro il problema della socializzazione politica delle masse contadine, ma il secolarismo di scuola progressista e occidentale con cui avanzava era la peggior carta da visita che potesse esibire ai contadini dei villaggi. Dopo l’inizio della guerra civile afgana tra il governo Karmal, che fece poi fuori la fazione Khalq, e gli insorti islamici dalla fine del 1979, più di un quarto della popolazione, ben sei milioni di afgani, in larghissima parte dei casi contadini o braccianti, fuggirono in Pakistan e nell’Iran dell’imam Khomeyni per organizzare la resistenza.

Le letture che poi saranno date della “Resistenza afgana” nella letteratura occidentale saranno fuorvianti e penose. Si faceva credere, nella gran parte dei casi, che i militanti islamici combatterono e morirono per la gloria di Ronald Reagan e del Partito repubblicano statunitense. Ma l’imperialismo statunitense è fuggito da Kabul, ora fuggirà dall’Irak e da tutto il Medio Oriente, i nazionalisti afgani e i credenti islamici sono ancora lì e lì rimarranno. Possiamo quindi affermare, in base al pur minimo realismo storico, che quel metodo di analisi che ancora imperversa è fallace, pericoloso, unilaterale, fondamentalmente americanistico e eurocentrico. Cioè ottocentesco o al massimo novecentesco. Del mondo che è crollato. Il pezzente, anche se martire, anche se dona il sangue, anche se contadino astuto che sa leggere i ritmi del cielo e della terra, rimane per questi analisti un pezzente che non può farsi gioco di un progressista marine lgtbq di San Francisco o di un generale, anch’egli arcobalenato, del Pentagono. Siamo di fronte a un negazionismo geopolitico che nega la realtà e la sconfitta anche quando è ormai palese e evidente.

La storia la scrivono i vincitori. Gli americani ci hanno raccontato la storia del Novecento e il romanzo delle cioccolate agli sciuscià ai bassifondi e degli indomiti bombardamenti di milioni di civili per esportare le democrazie. E’ molto difficile, allo stato attuale, che possano raccontarci anche la storia di questo secolo, divisi come sono ormai nella contrapposizione interna di civiltà tra conservatori sovranisti e progressisti woke transgender, al punto che l’ideocratica “democrazia di Dio” – che non si capisce più ormai cosa sia da almeno un decennio se non prima– va lasciando ogni giorno di più spazio all’armonia differenzialista e non invasiva confuciana. Prescindendo qui dal fatto che i talebani nacquero negli anni ’90 in totale opposizione proprio ai signori della guerra dell’Alleanza della Nord – ci riferiamo al Jabha-yi Muttahid-i Islami-yi Milli bara-yi Nijat-i Afghanistan, Fronte islamico unito per la salvezza dell’Afghanistan sostenuto militarmente dal Pentagono -, prescindendo inoltre dal fatto che i talebani, per la prima volta nella storia contemporanea dei governi afgani, misero al bando la coltivazione delle droghe, consentendone in taluni casi solo il passaggio tra le frontiere, noi oggi riteniamo di poter leggere la grande vittoria storica del Movimento afgano come una vittoria di quell’identità nazionale e culturale che si è sempre più rivelata – negli ultimi due secoli almeno – la “sentinella della terra”.

Torneremo nei prossimi giorni eventualmente sulla guerra politica e di civiltà che si apre tra il futuro governo nazionalista talebano, che tratterà da ora con la Cia e con il Pentagono da pari a pari in una normale relazione di stati sovrani, e il globalista “Stato islamico” o sulla ricomparsa a Kandahar del “principi dei credenti”, la guida suprema Haibutallah, che l’intelligence americana aveva dato erroneamente per morto.

Qui si voleva specificare come il negazionismo geopolitico che imperversa nelle tv e nel Web sia in realtà, consapevole o meno, uno strumento della guerra psicologica e di civiltà del Pentagono stesso. Gli Usa sono stati sconfitti. Il mito della “grande democrazia di Dio” statunitense e della invincibilità del Pentagono è frantumato sulla trincea afgana.

Nel 1562 Abu Fadil disse: “Quello dei grandi Stati d’Europa che riuscirà a possedere il territorio afgano, sarà dominatore di tutta la parte del globo che va dal Mar Caspio e dal Golfo Persico fino all’Oceano Indiano e al Mar Giallo”.

Historia magistra vitae. Geopolitica uguale negazionismo.

NOTE

  • Guolo, La lezione di Kabul alla nostra superiorità, “L’Espresso” 29 agosto 2021, p. 19.
  • Va considerato che Amin, che diventò marxista nelle università americane, era un fanatico islamofobo e disprezzava il codice Pashtun ancor più del marxista medio afgano.
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