1

SULLA QUESTIONE DEL PARTITO di Moreno Pasquinelli

Lev Trotsky nella sua memorabile Storia della rivoluzione russa formulò questo concetto: «Senza un’organizzazione dirigente l’energia delle masse si volatilizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Tuttavia il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro a pistone».

Nessun altro poteva condensare in maniera altrettanto efficace una questione tanto complessa come quella della relazione tra un movimento rivoluzionario delle classi subalterne e il partito politico che pretende di portarlo al successo — ove per successo si intende la conquista del potere.

Quelle che leggete sono considerazioni che non pretendono di convincere coloro i quali respingono, assieme alla proposizione (un’organizzazione dirigente è necessaria), la stessa premessa (senza conquista del potere non può attuarsi, alcuna trasformazione rivoluzionaria della società).

Qui vogliamo parlare anzitutto agli amici partitisti, quelli per i quali  la costruzione del partito sta in cima alla gerarchia dei doveri politici. A maggior ragione ci rivolgiamo a coloro i quali ritengono che un partito ce l’hanno già, che quindi esso già esista. Ci rivolgiamo infine a coloro che sono affetti da “boria di partito” (definizione di Antonio Gramsci) e che, a causa di questa “boria” suscitano in molti un sentimento di repulsione che complica le cose non solo a loro ma a chiunque sostenga la necessità di dare vita ad un partito rivoluzionario.

Poniamoci una domanda: quali sono le condizioni di possibilità affinché si possa affermare che una formazione politica merita effettivamente il titolo di essere considerato un partito?

Tra queste condizioni alcune sono imprescindibili. Anzitutto dev’esserci un contesto sociale che “chiede” che un nuovo partito sorga, che cioè esso sia storicamente necessario. Se questa condizione c’è (e secondo noi questa condizione esiste), per dare vita ad un partito (rivoluzionario) occorre una visione del mondo codificata in teoria e programma; occorre, posta la comprensione e le peculiarità del sistema sociale nel quale si opera, indicare quali siano le misure (e quale il loro rango di priorità) in vista della trasformazione della società; occorrono quindi una strategia ed un metodo per ottenere l’egemonia senza i quali nessuna conquista del potere è possibile.

Poniamo che esista un raggruppamento politico con una visione teorica alta e coerente; che abbia un programma politico forte di un’analisi adeguata della realtà e di come essa stia evolvendo; e che sappia infine indicare per quale via si possa ottenere la vittoria. Bastano forse queste condizioni per sostenere che questo raggruppamento è un partito?

Posto che non vediamo in circolazione una forza politica che abbia questi attributi, la nostra risposta è no, non bastano.

Non bastano perché a queste condizioni, oltre all’esistenza di quella che viene chiamata “base sociale” — «Un elemento diffuso di uomini e donne comuni, medi … senza il quale il partito non esisterebbe», [cfr: Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, 14, § 70] — va aggiunto un fattore fondamentale. Qual è questo fattore? Quello umano. Deve esistere un congruo numero di militanti addestrati alla lotta, dotati di forte convinzione politica, capaci di affrontare grandi sacrifici. Uomini e donne che quindi siano disposti a porre gli interessi della propria comunità politica al di sopra dei propri affari personali. Si tratta di quello che Gramsci chiamava “secondo elemento”.

Solo se esiste questa categoria di uomini, dal loro seno, può sorgere «l’elemento principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice… di inventiva e spirito creativo». L’elemento che Gramsci, per analogia, definiva dei “capitani”, quelli che chiameremo lo strato dei “quadri di partito”, quelli che compongono la direzione politica collettiva del partito — posto che per direzione non intendiamo solo un ristretto comitato centrale ma l’insieme degli organismi preposti al comando politico, dal centro alle periferie.

Un’organizzazione politica può pretendere di definirsi partito se dispone di questi “capitani” e se, grazie ad essi, riesce a svolgere sia la funzione di catalizzatore dell’antagonismo sociale, sia ad essere scuola o palestra per educare dei militanti politici siano essi ottimi agitatori, ottimi propagandisti o ottimi organizzatori.

Noi ci pare esista, non diciamo un partito, nemmeno una simile organizzazione politica.

Dopo decenni di analfabetismo culturale, di degrado morale, di logoramento antropologico, di corruzione neoliberista, di narcisismo di massa, uomini e donne di cui sopra si fa fatica a trovarli, e quelli che esistono sono dispersi e, quel che molto pesa, anagraficamente al tramonto — per dire che senza una consistente forza propulsiva giovanile si fa doppia e tripla fatica a fungere da credibile soggetto rivoluzionario catalizzatore.

Noi invitiamo a guardare in faccia alla realtà: la costruzione di un partito è, salvo accelerazioni non prevedibili, opera di lungo corso; sarà il risultato di un lavoro faticoso. Costruire un partito significa, oggigiorno che la società consegna semilavorati inadeguati, non solo fare teoria, non solo essere interni alle lotte popolari, implica appunto forgiare donne e uomini nuovi. Chi vuole bruciare le tappe, chi si fa prendere dalla frenesia partitista rischia di fare pasticci, per non dire grossi danni. Ne abbiamo visti di questi tentativi abborracciati e falliti, che come conseguenza, tra le altre cose, hanno lasciato sul terreno tanti generosi attivisti.

Qualcuno potrebbe dire che stiamo descrivendo un partito di “vecchio conio”, novecentesco. In sostanza sì, poiché riteniamo che quella “forma partito”, al netto di necessari adattamenti, si rivelerà indispensabile.

Indispensabile a meno che non si abbia in mente qualcos’altro, a meno che non si abbia in mente un partito di tipo populista, con un “eroe carismatico” alla sua testa, di un grande leader che stabilisce un rapporto diretto e non mediato con il popolo. Era, sulla scia di Weber, la tesi sostenuta da Robert Michels (che infatti finì per aderire al fascismo); una tesi che sempre Gramsci contestò come “nebulosa e incoerente”[cfr. Quaderni 2 e 11].

Non stiamo dicendo che ogni populismo equivale a fascismo, per niente. Chi ci segue da anni sa che abbiamo, anni addietro, caldeggiato l’avanzata dei populismi di sinistra come quelli di Podemos in Spagna, o di France Insoumise in Francia. Erano gli anni della clamorosa affermazione in Italia dei due populismi del Movimento 5 stelle e della Lega salviniana. Tranne il caso di Mélenchon (che per come è fatto il sistema politico francese non ha potuto accedere al potere), in tutti i casi in cui questi populisti sono saliti al potere, si sono integrati come funzionari nel sistema delle classi dominanti. Il bilancio di queste esperienze è sotto gli occhi di tutti: un fallimento memorabile. Un fallimento che pare dar ragione a Vilfredo Pareto e alla sua tesi della circolazione delle élite per cui ogni élite politica, comprese quelle che sorgono da spinte sociali eversive, è destinata a diventare un’oligarchia, semplicemente sostituendosi a quella precedente.

Il discorso si farebbe lungo e invece vogliamo chiudere. Si tratta di stabilire, dopo il miserabile fallimento dei populismi sorti nell’ultimo periodo, se si sia ancora in quello che è stato definito “momento populista”. Probabilmente sì, ancora siamo in quel “momento” ma… posto che non può sorgere un partito populista senza un capo eroico e carismatico (e noi non lo vediamo in circolazione), la questione è se occorra attendere l’epifania di un simile eroe o se non valga invece la pena di concentrarsi sulla costruzione di un autentico partito politico.

Concentriamoci sulla costruzione del partito che poi, se quest’eroe dovesse semmai saltar fuori, avremo lo strumento per incorporarlo impedendo che faccia la fine ingloriosa di tutti quelli che lo hanno preceduto.