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VERSO IL CYBERCAPITALISMO di Moreno Pasquinelli

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Appunti sulla grande trasformazione

«Nel capitale vien posta la perennità del valore … la perennità è posta nell’unica forma che può assumere: caducità che passa, processo, vita. Ma questa capacità il capitale l’ottiene soltanto succhiando di continuo l’anima del lavoro vivo, come un vampiro». [1]

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Nel breve saggio IL PIANO STRATEGICO DEL NEMICO abbiamo tentato di svelare i principali  aspetti politici della grande trasformazione in atto del sistema capitalistico (occidentale ma non solo) che va sotto il nome di Grande Reset. Abbiamo sostenuto che la tendenza dominante è quella che vedrà la definitiva sostituzione della forma politica democratica con una “liberal-fascista” — un Leviatano a tre gambe: neo-corporativismo sociale, totalitarismo tecnocratico e stato di psico-polizia. Abbiamo infine segnalato come questa profana trinità avanzi con la maschera di un eversivo feticismo tecno-scientico la cui cifra è un fanatico progressismo.

Come ogni altra metamorfosi sistemica del capitalismo, essa, mentre matura come risposta all’accumulo insostenibile di fattori di crisi, quindi come sforzo per disinnescarli stabilendo un nuovo ordine sistemico, richiede l’esistenza di determinate condizioni di possibilità.

In estrema sintesi: il modello neoliberista, da fattore propulsivo, è diventato un ostacolo alla sopravvivenza del capitalismo.

Si tratta ora, posta la scorza politico-statuale, di svelare quale sarà il nocciolo che essa è preposta a difendere, altrimenti detto di che pasta sarà fatto il capitalismo di ultima generazione.

Opera di disvelamento che dovrà aiutarci quindi a individuare le contraddizioni intrinseche del nascente sistema ovvero i fattori che consentiranno il suo storico trapasso.

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Sin dalle sue origini il capitalismo è cresciuto grazie alla simbiosi strettissima con scienza e tecnica. Ogni rivoluzione industriale è stata concausa di relative profonde trasformazioni sistemiche. Ricordiamo le tre che ci lasciamo alle spalle: 1776, la macchina a vapore consente la meccanizzazione della produzione; 1870, la diffusione dell’elettricità e la trasformazione chimica del petrolio, quindi l’avvento del motore a scoppio, scatenano le forze della produzione di massa; 1960-70, la cibernetica e l’informatica consentono la realizzazione di dispositivi elettronici e macchine capaci di simulare la mente umana facendo compiere alla produzione e allo scambio un salto gigantesco. Ad ogni tappa di questo sviluppo della forza produttiva del capitale hanno corrisposto mutamenti delle forma politica, delle relazioni sociali, del rango delle potenze.

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Con l’avvento della computerizzazione dispiegata siamo già dentro la Quarta Rivoluzione Industriale. Questa provoca una mutazione che per dimensioni e velocità rischia di superare tutte e tre le precedenti messe assieme. Si tratta di un cambiamento che ha un impatto epocale, induce una vera e propria svolta di civiltà. Se già da tempo in molti luoghi di produzione sono adoperati robot programmati semoventi non legati ad una postazione fissa (Mobile Robotics), entro pochi anni è previsto l’utilizzo massiccio di Machine Learning  Techonology, ovvero di macchine dotate di intelligenza artificiale munite di un software e di algoritmi che rendono le macchine predittive, capaci di ottenere risultati che non sono stati programmati ex ante da umani. Per di più con la cosiddetta Internet delle Cose (IOT) saranno operative macchine completamente interconnesse fra loro, che dialogano le une con le altre ed effettuano autodiagnostica e manutenzione preventiva. I profeti di questo Cybercapitalismo prevedono che queste macchine supereranno presto per qualità, capacità e velocità quelle degli esseri umani. In poche parole il Cybercapitalismo porta scritta in fronte la sua utopia, l’automazione totale.

Il vecchio interrogativo — “lavoreremo tutti per una macchina intelligente o sarà quella macchina ad essere usata da persone intelligenti?” [2] — ha una risposta: nel Cybercapitalismo “lavoreremo (quasi) tutti per una macchina intelligente”.

Molte sono le indagini sull’industria del futuro, sull’impatto che avrà l’automazione sulla divisione del lavoro. Esse convergono tutte nel pronosticare che la Machine Learning  Techonology, ovvero la piena gestione macchinica dei processi produttivi (del lavoro morto sul lavoro vivo direbbe Marx) causerà la scomparsa delle figure professionali con alte qualifiche e quelle addette al comando e al controllo dei lavoratori (di cui l’industria avrà pur sempre bisogno) ai quali, dovendo essi ubbidire come automi alle macchine, non sarà chiesta abilità alcuna se non l’erogazione di forza lavoro pura e semplice. Al combinato disposto tra demansionamento e la piena flessibilità in entrata ed uscita dai luoghi di lavoro corrispondono di necessità bassi salari e privazione di diritti.

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Dovendo indicare in estrema sintesi le trasformazioni nella sfera economica abbiamo: (a) Il profitto, proprio grazie alle tecnologie digitali che consentono di monitorare e scandagliare i movimenti ed i bisogni di ognuno, verrà estratto, oltre che con lo sfruttamento diretto, da ogni aspetto della vita. Tutte le sfere dell’umano sono messe a valore. (b) In forza della  potenza di calcolo degli algoritmi le aziende possono compiere un’analisi predittiva del mercato, così da determinare ex ante la domanda e pianificare l’offerta riducendo al minimo il grado di incertezza — si tratta, a ben vedere, del tentativo di attuare la tanto vituperata pianificazione.  (c) Prevarranno rapporti sociali di produzione di tipo neo-feudale (uberizzazione), i nuovi servi della gleba dovranno fornire alle aziende lavoro gratuito nella forma di una tangente sul proprio guadagno. (d) Come prevede il più ponderoso studio sin qui compiuto [3] con l’automazione di ultima generazione saranno eliminati centinaia di milioni di posti di lavoro e intere professioni, solo negli U.S.A. il 50%.

[continua]

NOTE

[1] Karl Marx. Grundrisse, In Opere Complete, Volume XXX, p.34

[2] Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, Luiss, p.13

[3] Carl Benedikt Frey and Michael A.Osborne, The future of employmen: how susceptible are job sto computerisation

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