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COVID: QUESTA E’ LA VERITA’ di Kit Knightly

COVID – I 30 aspetti assolutamente da conoscere – Come Don Chisciotte

Ecco i fatti chiave e le fonti sulla presunta “pandemia,” che vi aiuteranno a capire cosa è successo nel mondo dal gennaio 2020, e vi potranno dare una mano ad “illuminare” i vostri amici ancora intrappolati nelle nebbie della Nuova Normalità

Parte I: “Decessi da Covid” & mortalità

1.Il tasso di sopravvivenza da “Covid” è superiore al 99%. I consulenti medici del governo avevano sottolineato, fin dall’inizio della pandemia, che la stragrande maggioranza della popolazione non è in pericolo di vita per Covid. Quasi tutti gli studi sul rapporto infezione-fatalità (IFR) della Covid hanno dato risultati tra lo 0,04% e lo 0,5%. Ciò significa che il tasso di sopravvivenza Covid è almeno del 99,5%.

  1. Non c’è stato alcun eccesso di mortalità fuori dalla norma. La stampa ha chiamato il 2020 “l’anno più mortale per il Regno Unito dalla Seconda Guerra Mondiale,” ma questa definizione è fuorviante perché ignora il massiccio aumento della popolazione avvenuto nel frattempo. Una misura statistica più significativa della mortalità è il tasso di mortalità standardizzato per età (ASMR): in base a questi dati, il 2020 non è stato assolutamente l’anno con la peggiore mortalità, infatti dal 1943 solo 9 anni sono stati migliori del 2020. Allo stesso modo, negli Stati Uniti, l’ASMR per il 2020 è ai livelli del 2004. Per una ripartizione dettagliata di come la Covid ha influenzato la mortalità in Europa Occidentale e negli Stati Uniti, cliccate qui. Gli aumenti di mortalità che abbiamo visto potrebbero essere attribuibili a cause diverse dalla Covid [punti 7, 9 e 19].
  1. I conteggi delle “morti da Covid” vengono gonfiati artificialmente. I Paesi di tutto il mondo hanno definito una “morte da Covid” come una “morte per qualsiasi causa entro 28/30/60 giorni da un test PCR positivo.” I funzionari sanitari di Italia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Irlanda del Nord e di altri Paesi hanno tutti ammesso questa pratica: rimuovere ogni distinzione tra morire di Covid e morire di qualcos’altro dopo essere risultati positivi a Covid ha portato, naturalmente, ad un numero eccessivo delle “morti da Covid.” Il patologo britannico John Lee, già la scorsa primavera, metteva in guardia su questa “sostanziale sovrastima.” Anche altre fonti mainstreamlo avevano riferito. Considerando l’enorme percentuale di infezioni “asintomatiche” da Covid [punto 14], la ben nota prevalenza di gravi comorbidità [punto 4] e la possibilità di test falsi positivi [punto 18], questo rende i dati delle morti da Covid una statistica estremamente inaffidabile.
  1. La stragrande maggioranza dei morti di covid ha gravi comorbidità.Nel marzo 2020, il governo italiano aveva pubblicato statistiche che mostravano come il 99,2% dei loro “morti di Covid” avesse almeno una grave comorbidità. Queste includevano cancro, malattie cardiache, demenza, Alzheimer, insufficienza renale e diabete (tra le altre cose). Oltre il 50% di questi pazienti aveva tre o più gravi condizioni preesistenti. Questo modello si è mantenuto in tutti gli altri Paesi nel corso della “pandemia.” Una richiesta FOIA dell’ottobre 2020 all’ONS del Regno Unito ha rivelato che, in quel momento, meno del 10% delle morti ufficiali“per Covid” aveva Covid come unica causa di morte.
  2. L’età media delle “morti per Covid” è superiore all’aspettativa di vita media. L’età media di una “morte per Covid” nel Regno Unito è di 82,5 anni. In Italia è di 86. In Germania, 83. In Svizzera, 86. In Canada, 86. Negli Stati Uniti, 78. In Australia, 82. In quasi tutti i casi, l’età media di una “morte da Covid”è superiore all’aspettativa di vita per quella nazione. Come tale, nella maggior parte del mondo, la “pandemia” ha avuto poco o nessun impatto sull’aspettativa di vita. All’opposto dell’influenza spagnola, che, negli Stati Uniti, aveva causato un calo del 28% dell’aspettativa di vita in poco più di un anno [fonte].
  1. La mortalità da Covid segue passo passo la curva della mortalità naturale. Studi statistici del Regno Unito e dell’India hanno dimostrato che la curva dei “decessi da Covid” segue quasi esattamente la curva della mortalità naturale. Il rischio di morte “da Covid” segue, quasi esattamente, il rischio di fondodi morte in generale. Il piccolo aumento per alcuni dei gruppi di età più avanzata può essere spiegato da altri fattori [punti 7, 9 & 19].
  2. 7.C’è stato un massiccio aumento nell’uso di DNR “illegali”. Commissioni di vigilanza e agenzie governative negli ultimi venti mesi hanno riportato un enorme aumento delle direttive di non rianimazione (DNR). Negli Stati Uniti, gli ospedali hanno preso in considerazione “DNR universali” per ogni paziente positivo a Covid, e molti infermieri hanno denunciatoa New York l’abuso del sistema DNR. Nel Regno Unito c’è stato un aumento “senza precedenti” dei DNR “illegali” per i disabili; gli studi medici hanno inviato lettere a pazienti non terminali, raccomandando loro di prefirmare ordini DNR, mentre altri medici hanno firmato “DNR a tappeto” per intere case di riposo. Uno studio dell’Università di Sheffield ha scoperto che oltre un terzo di tutti i “sospetti” pazienti Covid avevano un DNR allegato alla loro cartella clinica entro 24 ore dal ricovero ospedaliero. L’uso generalizzato di ordini DNR forzati o illegali basterebbe, da solo, a spiegare gli aumenti di mortalità nel 2020/21. [Fatti 2 & 6].

Parte II: Lockdown

  1. I lockdown non impediscono la diffusione della malattia. Ci sono poche prove (o nessuna) che i lockdown abbiano un qualche effetto nel limitare le “morti di Covid.” Se si confrontano le regioni che hanno imposto i lockdown con quelle chenon l’hanno fatto, non si vede alcuna differenza.
  1. I lockdown uccidono. Ci sono evidenti prove che i lockdown – producendo danni sociali, economici e di salute pubblica – sono più letali del “virus.”Il dottor David Nabarro, inviato speciale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Covid-19, nell’ottobre 2020 aveva descritto i lockdown come una “catastrofe globale”:“Noi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità non sosteniamo i lockdown come mezzo primario di controllo del virus[…] sembra che potremmo avere un raddoppio della povertà mondiale entro il prossimo anno. Ci potrebbe anche essere un raddoppio della malnutrizione infantile […] Questa è una terribile, spettrale catastrofe globale.” Un rapporto dell’ONU dell’aprile 2020 avvertiva che 100.000 bambiniavrebbero potuto morire per le conseguenze economiche dei lockdown, mentre altre decine di milioni avrebbero probabilmente dovuto affrontare povertà e carestia. Disoccupazione, povertà, suicidi, alcolismo, uso di droghe e altre crisi sanitarie sociali/mentali stanno aumentando in tutto il mondo. Mentre gli interventi chirurgici e gli screening mancati e ritardati causeranno nel prossimo futuro un aumento della mortalità per malattie cardiache, cancro ecc. L’effetto dell’isolamento spiegherebbe i piccoli aumenti della mortalità in eccesso [Punti 2 e 6].
  1. Gli ospedali non sono mai stati più affollati del solito.

L’argomentazione principale a difesa dei lockdown è che “appiattire la curva” impedirebbe un rapido afflusso di casi e proteggerebbe i sistemi sanitari dal collasso. Ma la maggior parte dei sistemi sanitari non è mai stata vicina al collasso. Nel marzo 2020 era stato riferito che gli ospedali in Spagna e in Italia erano strapieni di pazienti, ma questo accade in ogni stagione influenzale. Nel 2017, gli ospedali spagnoli erano al 200% della capacità, e, nel 2015, i pazienti erano arrivati a dormire nei corridoi. Un articolo di JAMA del marzo 2020 faceva notare che gli ospedali italiani “nei mesi invernali tipicamente funzionano all’85-90% della capacità.” Nel Regno Unito, il NHS, durante l’inverno, è regolarmente vicino al punto di rottura. Come parte della sua politica Covid, il NHS, nella primavera del 2020, aveva annunciato che avrebbe “riorganizzato la capacità ospedaliera secondo nuove modalità per trattare separatamente i pazienti Covid e non-Covid” e che “come risultato gli ospedali avrebbero avuto tassi di occupazione globali inferiori a quelli registrati in precedenza.” In questo modo avevano rimosso migliaia di letti. Durante una presunta pandemia mortale, avevano ridotto la disponibilità dei letti di degenza. Nonostante questo, la pressione a cui era stato sottoposto l’NHS non aveva mai superato quella di una tipica stagione influenzale, con, a volte, il quadruplo di letti liberi rispetto al normale. Sia nel Regno Unito che negli Stati Uniti sono stati spesi milioni in ospedali di emergenza temporanei che non sono mai stati utilizzati.

Parte III: Test PCR

  1. I test PCR non sono stati progettati per diagnosticare la malattia. Il test di reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa (RT-PCR) è descritto dai media come il “gold standard” per la diagnosi della Covid. Ma l’inventore del processo, vincitore del premio Nobel, non aveva mai inteso usarlo come strumento diagnostico, e lo aveva detto pubblicamente“La PCR è solo un processo che ti permette di ottenere un sacco di cose da qualcosa. Non ti dice se sei malato o se quello che hai ti danneggerà o cose del genere.”
  1. I test PCR hanno fama di essere imprecisi e inaffidabili.I test PCR “gold standard” per la Covid sono noti per produrre molti risultati falsi positivi, reagendo con materiale genetico (DNA) non specifico del Sars-Cov-2. Uno studio cinese aveva scoperto che lo stesso paziente poteva ottenere due risultati diversi dallo stesso test nello stesso giorno. In Germania, i test sono noti per aver reagito ai comuni virus del raffreddore. Uno studio del 2006 aveva scoperto che i test PCR per un virus rispondevano anche ad altri virus. Nel 2007, l’essersi affidati al test PCR aveva portato ad un “focolaio” di pertosse che, in realtà,non era mai esistito. Negli Stati Uniti, alcuni test avevano persino reagito ai campioni di controllo negativi. Il defunto presidente della Tanzania, John Magufuli, aveva fatto sottoporre a test PCR campioni prelevati da capre, pawpaw e olio per motori, tutti erano risultati positivi al virus. Già nel febbraio del 2020, gli esperti avevano ammesso che il test era inaffidabile. Il dottor Wang Cheng, presidente dell’Accademia cinese delle scienze mediche aveva detto alla televisione di stato cinese: “La precisione dei test è solo del 30-50%.” Il sito web del governo australiano aveva dichiarato: “Esistono scarse prove per valutare la precisione e l’utilità clinica dei test COVID-19 disponibili.” E un tribunale portoghese aveva stabilito che i test PCR erano “inaffidabili” e non avrebbero dovuto essere usati per la diagnosi. Potete leggere le analisi dettagliate dei fallimenti dei test PCR quiqui e qui.
  2. I valori CT dei test PCR sono troppo alti. I test PCR sono eseguiti in cicli [raddoppi successivi], il numero di cicli usati per ottenere il risultato è noto come “soglia di ciclo” o valore CT. Kary Mullis aveva detto: “Se dovete fare più di 40 cicli […] c’è qualcosa di seriamente sbagliato nella vostra PCR.” Le linee guida MIQE PCR sono d’accordo, affermando che: “valori [CT] superiori a 40 sono sospetti a causa della bassa efficienza implicita e, generalmente, non dovrebbero essere riportati,” lo stesso dottor Fauci aveva ammesso che qualsiasi cosa rilevata oltre i 35 cicli non era quasi mai riproducibile in colture di laboratorio. La dottoressa Juliet Morrison, una virologa dell’Università della California, Riverside, aveva detto al New York Times“Qualsiasi test con una soglia di ciclo superiore a 35 è troppo sensibile… Sono scioccata dal fatto che la gente pensi che 40 [cicli] possano rappresentare una positività… Una soglia più ragionevole sarebbe da 30 a 35.″ Nello stesso articolo, il dottor Michael Mina, della Harvard School of Public Health, aveva affernato che il limite dovrebbe essere 30, e l’autore continua a sottolineare che la riduzione del CT da 40 a 30 in alcuni stati avrebbe diminuito i “casi di Covid” almeno del 90%. Gli stessi dati del CDC suggeriscono che nessun campione oltre i 33 cicli potrebbe essere riprodotto tramite coltura, e l’Istituto Robert Koch tedesco sostiene che tutto quello che viene rilevato oltre i 30 cicli è improbabile che sia infettivo. Nonostante questo, è noto che quasi tutti i laboratori negli Stati Uniti eseguono i loro test ad almeno 37 cicli e a volte fino a 45. La “procedura operativa standard” del NHS per i test PCR fissa il limite a 40 cicli. Sulla base di quello che sappiamo sui valori di CT, la maggior parte dei risultati dei test PCR sono, nel migliore dei casi, discutibili.
  1. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (per due volte) ha ammesso che i test PCR producono falsi positivi. Nel dicembre 2020 l’OMS aveva pubblicatouna nota informativasulle modalità di esecuzione della PCR, che istruiva i laboratori a diffidare di alti valori di Ct, proprio perchè causano risultati falsi positivi: “Quando i campioni restituiscono un alto valore Ct, significa che sono stati necessari molti cicli per rilevare il virus. In alcune circostanze, la distinzione tra il rumore di fondo e la presenza effettiva del virus target è difficile da accertare.” Poi, nel gennaio 2021, l’OMS aveva pubblicato un altro promemoria, questa volta avvertendo che i test PCR positivi “asintomatici” dovrebbero essere ritestati perché potrebbero essere falsi positivi: “Quando i risultati del test non corrispondono al quadro clinico, dovrebbe essere prelevato un nuovo campione, che andrebbe ritestato usando la stessa o una diversa tecnologia NAT [nucleic acid test ].”
  1. La base scientifica del test PCR per Covid è discutibile. Il genoma del virus Sars-Cov-2 sarebbe stato sequenziato da scienziati cinesi nel dicembre 2019 e la sequenza pubblicata il 10 gennaio 2020. Meno di due settimane dopo, alcuni virologi tedeschi (Christian Drosten et al.) avevano presumibilmente utilizzato questo genoma per creare i primer per il test PCR. Avevano redatto un documento, Detection of 2019 novel coronavirus (2019-nCoV) by real-time RT-PCR, che era stato presentato per la pubblicazione il 21 gennaio 2020 e poi accettato il 22 gennaio. Questo significa che il documento sarebbe stato sottoposto a revisione paritaria in meno di 24 ore. Un processo che, in genere, richiede settimane. Successivamente, un consorzio di oltre quaranta tra biologi e scienziati aveva presentato una petizione per il ritiro dell’articolo, scrivendo un lungo rapporto che illustrava in dettaglio 10 gravi errorinella metodologia dell’articolo. Avevano anche richiesto la divulgazione del rapporto di peer-review della rivista, come dimostrazione che l’articolo era veramente stato sottoposto a revisione paritaria. La rivista deve ancora rispondere. Il protocollo Corman-Drosten è la base di tutti i test PCR Covid nel mondo. Se il documento è discutibile, anche i test PCR sono discutibili.

Parte IV: “L’infezione asintomatica”

  1. La maggior parte delle infezioni Covid è “asintomatica.”Già nel marzo 2020, studi fatti in Italia mostravano che il 50-75% dei pazienticon test Covid positivo non presentava sintomi. Un altro studio britannico dell’agosto 2020 aveva rilevato che l’86% dei “pazienti Covid” non aveva alcun sintomo [di infezione] virale. È letteralmente impossibile stabilire la differenza tra un “caso asintomatico” e un risultato falso-positivo del test PCR.
  1. Ci sono pochissime prove a sostegno del presunto pericolo rappresentato dalla “trasmissione asintomatica.”Nel giugno 2020, la dottoressa Maria Van Kerkhove, capo dell’unità malattie emergenti e zoonosi dell’OMS, aveva detto“Dai dati in nostro possesso, sembra assai improbabile che una persona asintomatica possa effettivamente trasmettere [il virus] ad un’altra persona.” Una meta-analisi di studi Covid, pubblicata dal Journal of the American Medical Association(JAMA) nel dicembre 2020, aveva trovato che i portatori asintomatici hanno una probabilità inferiore all’1% di infettare le persone all’interno della loro famiglia. Nel 2009, un altro studio sulla comune influenza  aveva trovato“…prove limitate a sostegno dell’importanza della trasmissione [asintomatica]. Il ruolo di individui asintomatici o presintomatici infettati dall’influenza nella trasmissione della malattia può essere stato sovrastimato…” Dati i noti difetti del test PCR, molti “casi asintomatici” potrebbero essere falsi positivi [punto 14].

Parte V: Ventilatori polmonari

  1. La ventilazione NON è un trattamento per i virus respiratori. La ventilazione meccanica non è, e non è mai stata, un trattamento raccomandato per le infezioni respiratorie di qualsiasi tipo. Nei primi giorni della pandemia, molti medici avevano messo in dubbio l’uso dei ventilatori per trattare la “Covid.” Scrivendo suThe Spectator, il dottor Matt Strauss aveva dichiarato: “I ventilatori non curano nessuna malattia. Possono riempire i polmoni d’aria quando non si è in grado di farlo da soli. Nell’immaginario collettivo vengono associati alle malattie polmonari, ma questa, in realtà, non è la loro applicazione più comune o più appropriata.” Un pneumologo tedesco, il Dr Thomas Voshaar, presidente dell’Associazione delle Cliniche Pneumatologiche aveva detto“Quando abbiamo letto i primi studi e i primi rapporti dalla Cina e dall’Italia, ci siamo subito chiesti perché in quei Paesi la pratica dell’intubazione fosse così comune. Questo contraddiceva la nostra esperienza clinica con la polmonite virale.” Nonostante questo, l’OMS, ilCDC, l’ECDC e l‘NHS hanno tutti “raccomandato” di ventilare i pazienti Covid invece di usare metodi non invasivi. Questa non era una prassi medica studiata per curare al meglio i pazienti, ma, piuttosto, per ridurre l’ipotetica diffusione della Covid, impedendo ai pazienti di esalare goccioline di aerosol.
  1. I ventilatori uccidono la gente. Attaccare ad un ventilatore qualcuno che soffre di influenza, di polmonite, di una malattia polmonare ostruttiva cronica o di qualsiasi altra condizione che limita la respirazione o colpisce i polmoni, non allevierà nessuno di quei sintomi. Infatti, quasi certamente peggiorerà la situazione e ucciderà molti di loro. Le cannule per intubazione sono una fonte di possibile infezione, conosciuta come “polmonite associata al ventilatore,” che, secondo alcuni studi, colpiscefino al 28%di tutti i pazienti sotto ventilazione forzata e uccide il 20-55% di quelli infettati. La ventilazione meccanica è anche dannosa per la struttura fisica dei polmoni, con conseguenti “lesioni polmonari da ventilatore,” che possono avere effetti drammatici sulla qualità della vita, a volte anche mortali. Gli esperti stimano che muoia il 40-50% dei pazienti ventilati, indipendentemente dalla malattia. In tutto il mondo, sono deceduti tra il 66 e l’86% di tutti i “pazienti Covid” ventilati. Secondo questa “infermiera sotto copertura,” a New York i ventilatori venivano usati in modo talmente improprio da distruggere i polmoni dei pazienti. Questa politica era, nel migliore dei casi, negligenza e, nel peggiore, forse anche omicidio volontario. Questo uso improprio dei ventilatori potrebbe spiegare l’aumento della mortalità nel 2020/21 [fatti 2 e 6].

Part VI: Mascherine

  1. Le mascherine non funzionano. Almeno una decina di studi scientifici hanno dimostrato che le mascherine non fanno nulla per arrestare la diffusione dei virus respiratori. Una meta-analisipubblicata dal CDC nel maggio 2020 aveva trovato “nessuna riduzione significativa della trasmissione dell’influenza con l’uso di mascherine per il viso.” Un altro studiosu oltre 8000 soggetti aveva rilevato che le mascherine “non sembrano essere efficaci contro le infezioni respiratorie virali confermate in laboratorio, né contro le infezioni respiratorie cliniche.”

Ce ne sono letteralmente troppi per citarli tutti, ma potete leggerli qui: [1][2][3][4][5][6][7][8][9][10]. O consultare un riassunto su SPR qui.

Sono stati fatti alcuni studi che sosterrebbero l’utilità della mascherina per la Covid, ma sono tutti seriamente difettosi. Uno, per i dati si era basato su sondaggi auto-riferiti. Un altro era così mal progettato che un gruppo di esperti ne aveva chiesto il ritiro. Un terzo era stato depubblicato dopo che le sue previsioni si erano rivelate completamente errate. L’OMS aveva pubblicato una propria meta-analisi su Lancet, ma quello studio si riferiva solo alle mascherine N95 ed esclusivamente in ambito ospedaliero. [Per un resoconto completo sui pessimi dati di questo studio cliccate qui]. A parte le prove scientifiche, c’è l’evidenza del mondo reale a sostegno del fatto che le mascherine non fanno nulla per fermare la diffusione delle malattie. Per esempio, il Nord Dakota e il Sud Dakota hanno avuto un numero di casi quasi identico, nonostante uno avesse imposto l’obbligo della mascherina e l’altro no. In Kansas, le contee senza obbligo di mascherina hanno avuto, in realtà, meno “casi” di Covid rispetto a quelle con in vigore il mandato. E, nonostante le mascherine siano molto comuni in Giappone, nel 2019 il Paese aveva conosciuto la peggiore epidemia di influenza degli ultimi decenni.

  1. Le mascherine fanno male alla salute. Indossare una mascherina per lunghi periodi, indossare la stessa mascherina più di una volta (come altri aspetti delle mascherine in tessuto) può fare male alla salute. Uno studio a lungo termine sugli effetti dannosi derivanti dall’uso delle mascherine è stato recentemente pubblicato dall‘International Journal of Environmental Research and Public Health. Nell’agosto 2020, il dottor James Meehan aveva riferito un aumento di polmoniti batteriche, infezioni fungine, eruzioni cutanee al viso. Le mascherine sono anche note per contenere microfibre di plastica, che danneggiano i polmoni quando vengono inalate e possono essere potenzialmente cancerogene. Nei bambini le mascherine incoraggiano la respirazione con la bocca, che provoca deformazioni facciali. In tutto il mondo, si sono verificati casi di perdita di coscienzain persone che indossavano la mascherina a causa dell’avvelenamento da CO2 e alcuni bambini in Cina hanno persino subito un arresto cardiaco improvviso.
  1. Le mascherine fanno male al pianeta. Da più di un anno, si utilizzano, ogni mese, milioni e milioni di mascherineusa e getta. Un rapporto dell’ONU ha scoperto che, probabilmente, la pandemia di Covid-19 provocherà nei prossimi anniil raddoppio dei rifiuti di materiale plastico, e la maggior parte di questi sono mascherine. Il rapporto continua avvertendo che queste mascherine (e gli altri rifiuti medici) intaseranno le fognature e i sistemi d’irrigazione, e la cosa avrà effetti a catena sulla salute pubblica, l’irrigazione e l’agricoltura. Uno studio dell’Università di Swansea ha scoperto che “quando le mascherine usa e getta vengono immerse nell’acqua rilasciano metalli pesanti e fibre di plastica.” Questi materiali sono tossici sia per le persone che per la fauna selvatica.

Parte VII: Vaccini

  1. I “vaccini” Covid sono assolutamente senza precedenti. Prima del 2020 non era  stato sviluppatocon successo nemmeno un singolo vaccino contro un coronavirus umano. Ora ne avremmo realizzati circa 20 in 18 mesi. Gli scienziati avevano cercato, per anni e con poco successo, di sviluppare un vaccino contro la SARS e la MERS. Alcuni dei vaccini falliti contro la SARS avevano effettivamente causato ipersensibilità al virus della SARS[negli animali da esperimento]. Infatti, i topi vaccinati potevano contrarre la malattia più gravemente di quelli non vaccinati. Un altro tentativo aveva causato danni epatici nei furetti. Mentre i vaccini tradizionali funzionano esponendo l’organismo ad un ceppo indebolito del microrganismo responsabile della malattia, questi nuovi vaccini Covid sono vaccini a mRNA. I vaccini a mRNA (acido ribonucleico messaggero) teoricamente funzionano iniettando nell’organismo mRNA virale, che si replica all’interno delle cellule e induce il sistema immunitario a riconoscere e produrre antigeni per le “proteine spike” virali. Erano stati oggetto di ricerca dagli anni ’90, ma, prima del 2020, nessun vaccino mRNA era mai stato approvato per l’uso.
  1. I vaccini non conferiscono immunità né prevengono la trasmissione. Viene riconosciuto che i “vaccini” Covid non conferiscono immunità dall’infezione e non impediscono di trasmettere la malattia ad altri. In effetti, un articolodel British Medical Journal aveva evidenziato che gli studi sui vaccini non erano stati progettati per valutare se i “vaccini” limitavano la trasmissione. Gli stessi produttori di vaccini, al momento di rilasciare le terapie geniche mRNA non testate, erano stati abbastanza chiari sul fatto che l’”efficacia” dei loro prodotti era basata sulla “riduzione della gravità dei sintomi.
  1. I vaccini sono stati affrettati e hanno effetti a lungo termine sconosciuti. Lo sviluppo dei vaccini è un processo lento e laborioso. Di solito, dallo sviluppo alla sperimentazione e infine all’approvazione per l’uso pubblico passano molti anni. I vaccini Covid sono stati tutti sviluppati e approvati in meno di un anno. Ovviamente, non ci possono essere dati di sicurezza a lungo termine su formulazioni farmaceutiche che hanno meno di un anno. Pfizer stessa lo ha ammesso nel contratto di fornitura, divenuto di dominio pubblico, tra il gigante farmaceutico e il governo dell’Albania [anche su CDC]: “Gli effetti a lungo termine e l’efficacia del vaccino non sono attualmente noti e ci possono essere effetti avversi del vaccino che non sono attualmente conosciuti.” Inoltre, nessuno dei vaccini è stato sottoposto atest adeguati. Molti di essi avevano saltato del tutto gli studi iniziali e gli studi sull’uomo di fase tre non sono stati sottoposti a peer-review, non sono stati divulgati al pubblico, non finiranno prima del 2023sono stati abbandonati dopo “gravi effetti avversi.”
  1. Ai produttori di vaccini è stata concessa l’mmunità legale in caso di lesioni. Il Public Readiness and Emergency Preparedness Act (PREP) degli USA garantisce loro l’immunità almeno fino al 2024. La legislazione dellUE sulle licenze dei prodotti ha fatto la stessa cosa, e ci sono segnalazione di clausole di responsabilità riservatenei contratti che l’UE ha firmato con i produttori di vaccini. Il Regno Unito è andato addirittura oltre, concedendo un’indennità legale permanenteal governo e ai suoi dipendenti, per qualsiasi danno procurato ai pazienti in cura per Covid-19 o “sospetta Covid-19.” Ancora una volta, il contratto albanese divenuto di domino pubblico fa capire che Pfizer aveva, come minimo, reso questa indennità una richiesta standard per le fornitura di vaccini Covid: “L’acquirente accetta di indennizzare, difendere e ritenere indenne Pfizer […] da e contro qualsiasi causa, reclamo, azione, richiesta, perdita, danno, responsabilità, accordo, sanzione, multa, costo e spesa.” 

Parte VIII: Inganno e preveggenza

  1. L’UE stava preparando i “passaporti vaccinali” almeno un ANNO prima dell’inizio della pandemia. Le proposte di contromisure COVID, presentate al pubblico come misure di emergenza improvvisate,esistevano già da prima della comparsa della malattia. Due documenti dell’UE, pubblicati nel 2018, il 2018 State of Vaccine Confidencee una relazione tecnica intitolata “Designing and implementing an immunisation information system”” avevano analizzato la plausibilità, a livello di UE, di un sistema di monitoraggio delle vaccinazioni. Questi documenti erano stati unificati nella “Vaccination Roadmap” del 2019, che (tra le altre cose) aveva ribadito la necessità di uno “studio di fattibilità” sui passaporti vaccinali da iniziare nel 2019 e terminare nel 2021. Le conclusioni finali di questo rapporto erano state diffuse al pubblico nel settembre 2019, appena un mese prima di Event 201 (vedi sotto).
  1. Una simulazione aveva previsto la pandemia poche settimane prima del suo inizio. Nell’ottobre 2019, il World Economic Forum e la Johns Hopkins University avevano ospitato Event 201. Si trattava di un esercizio di simulazione imperniato su un coronavirus zoonotico che scatenava una pandemia mondiale. L’esercizio era stato sponsorizzato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates e da GAVI l’ente di cooperazione mondiale per i vaccini. Event 20, nel novembre 2019, aveva pubblicato i suoi risultati e le sue raccomandazioni come una “chiamata all’azione.” Un mese dopo, la Cina registrava il suo primo caso di “Covid.”
  1. Dall’inizio del 2020, l’influenza è “scomparsa.”Negli Stati Uniti, dal febbraio 2020, i casi di influenza sarebbero diminuiti dioltre il 98% E non solo negli Stati Uniti, a livello globale l’influenza sembrerebbe quasi completamente scomparsa. Nel frattempo, una nuova malattia chiamata “Covid,” che ha sintomi identici e un tasso di mortalità simile a quello dell’influenza, sta apparentemente colpendo tutte le persone che, di solito, si ammalano di influenza.
  1. L’élite ha guadagnato una fortuna durante la pandemia.Dall’inizio dei lockdown le persone più ricche sono diventate ancora più ricche. Forbesha riferito che, “combattendo il coronavirus, ” sono stati creati 40 nuovi miliardari e che 9 di loro sono produttori di vaccini. Business Insider ha riportato che “i miliardari hanno visto il loro patrimonio netto aumentare di mezzo trilione di dollari” dall’ottobre 2020.

Ovviamente, ora questa cifra sarà molto più alta.

Kit Knightly

Fonte: off-guardian.org

Link: https://off-guardian.org/2021/09/22/30-facts-you-need-to-know-your-covid-cribsheet/#iii

** pubblicato in Italia da comedonchisciotte.org




LABORATORIO ITALIA di Leonardo Mazzei

Ormai l’hanno capito tutti: nella narrazione sul Covid, così come nell’adozione delle misure che ne sono derivate, l’Italia è un Paese speciale. La vicenda della moderna Tessera del Fascio, denominata Green Pass, è lì a dimostrarlo.

La tabella qui sotto è inequivocabile. Pur essendo uno dei paesi con il più alto tasso di vaccinazione, l’Italia è nettamente prima nella speciale classifica delle leggi liberticide messe in campo. Segue, ma a grande distanza, la Francia macroniana. Gli altri sono tutti staccatissimi.

Tra le altre cose brilla la sequela di NO della Danimarca, laddove troviamo invece l’infinita serie di SI’ ad ogni obbligo possibile e immaginabile del nostro Paese. Se, shakespearianamente, un tempo il marcio risiedeva in Danimarca, oggi sembra essersi spostato a Roma, laboratorio prescelto di un imbroglio e di un esperimento sociale planetario a danno dei popoli.

Perché l’Italia ha assunto questo ruolo? Ecco un punto che bisogna cercare di comprendere bene. A mio avviso le ragioni sono tre, ovviamente collegate tra loro.

Se, come pensiamo, il progetto globale è quello della transizione ad un mondo ademocratico, popolato da regimi autoritari basati sul potere di una tecnocrazia ormai liberatasi dalle stesse regole della democrazia liberale, l’Italia è il paese perfetto per fare da apripista a questo disegno. E lo è tanto più dopo che il simbolo vivente di questa tecnocrazia globalista e ferocemente antipopolare, Mario Draghi, ha preso le redini del comando.

Se l’ex presidente della Bce è la prima e decisiva ragione della disgrazia che è toccata al nostro Paese, ciò è dovuto però ad altri due motivi: la straordinaria crisi della politica e delle istituzioni che si trascina oramai da un trentennio; la condizione di Paese eternamente ricattato via debito dentro i micidiali meccanismi della gabbia dell’euro.

Senza una politica ridotta al lumicino, e senza il perenne ricatto del debito, alimentato dalla cupola oligarchica che governa un’Unione Europea che è parte decisiva del progetto del Grande reset, la tecnocrazia non avrebbe potuto imporsi. Di sicuro non in questa misura.

Queste semplici considerazioni ci portano a due conclusioni.

La prima è che la lotta che conduciamo in Italia ha una straordinaria importanza. Se il nostro Paese è il laboratorio avanzato delle mostruosità non solo antipopolari, ma financo anti-umane messe in campo dal blocco dominante, il suo esito avrà conseguenze che andranno ben oltre i confini nazionali.

La seconda è che dobbiamo sempre nominare il nemico. Il dissenso deve dunque diventare opposizione. In primo luogo opposizione al nuovo regime ed al suo massimo rappresentante Mario Draghi.

L’attuale presidente del Consiglio non solo ricopre infatti una posizione centrale e difficilmente sostituibile, ma gode pure di un notevole consenso. Il consenso è però merce volatile assai, e potrebbe anche indebolirsi ben prima del previsto. Proprio per questo bisogna alzare sia il livello della mobilitazione che quello della consapevolezza politica.

La lotta sarà dura, ma non impossibile. L’autoritario “Laboratorio Italia” deve fallire. La libertà, il diritto al lavoro, la democrazia deve trionfare. E’ stato questo il senso della grande manifestazione del 25 settembre. Andiamo avanti!




MEDIA: SINFONIA MUTA di Sandokan

C’è un paragone che fa capire molte cose.

L’anno scorso la manifestazione promossa da Marcia della Liberazione (10 ottobre 2020) fu letteralmente “massacrata” dai media di regime. Il giorno dopo tutti i Tg, tutti i quotidiani, ed anche i talk show, si diedero al linciaggio dei promotori e dei manifestanti.

Quest’anno, nonostante la presenza di centomila persone, la manifestazione del 25 settembre è stata letteralmente oscurata. Peggio: chi ne ha parlato l’ha ridimensionata a poche centinaia di partecipanti, oppure l’ha infangata parlando di collusione con i teppisti di Forza Nuova.

Non che media e giornalisti non fossero presenti in piazza, c’erano eccome! Decine di giornalisti accreditati in rappresentanza di quotidiani (anche esteri) e delle principali emittenti televisive.

L’indignazione, per questa operazione di censura, è più che giustificata.

Tuttavia è necessario chiedersi le ragioni di questo mutismo sinfonico programmato. Solo deliberata censura? Secondo me c’è di più.

Le consorterie giornalistiche sono state colte di sorpresa, doppiamente spiazzate dalla manifestazione. Ammettere un tanto grande successo di partecipazione avrebbe smentito come fallace la tradizionale narrazione per cui le proteste sono animate da sparute minoranze.

In secondo luogo nelle redazioni si sono resi conto (visti il profilo politico e l’ottima organizzazione) di avere a che fare con un fenomeno politico serio, che non si poteva liquidare con le consuete bubbole.

Di più, la manifestazione ha messo in imbarazzo anche gli ambienti governativi.

Ne è prova la vicenda della vice questore di Roma Nunzia Alessandra Schilirò, che dal palco ha espresso la sua opposizione al green pass a nome di tanti colleghi delle forze dell’ordine.

Dopo un giorno di silenzio tombale, un fracasso mediatico assordante.

Un elogio doveroso agli organizzatori della manifestazione i quali, invitando la Schilirò, sono certo sapessero che sarebbe stato un finimondo.

Non solo hanno obbligato i media, che ben altra tattica avevano scelto, a parlare della grande manifestazione; hanno creato una grana non da poco al governo Draghi portando allo scoperto il malessere e la frattura addirittura in seno alle forze di polizia.

Per questo dico che Sabato 25 settembre è una data che difficilmente potrà essere dimenticata.




LA NUOVA RESISTENZA C’E’ di Fronte del Dissenso

COMUNICATO STAMPA
26 settembre 2021
FRONTE DEL DISSENSO
LA NUOVA RESISTENZA C’E’
ROMA – Sentivamo che sarebbe stato un grande successo, siamo stati comunque sorpresi noi stessi dalle sue reali dimensioni. Ieri 100 mila persone hanno riempito Piazza San Giovanni in Laterano per dire no al green pass e per chiedere Lavoro e Libertà.
Una manifestazione enorme che nessun altro sarebbe in grado di organizzare.
Questa imponente manifestazione segna un tornante.
Il governo Draghi e i poteri forti che esso rappresenta, non hanno più di fronte solo una legittima e diffusa protesta contro lo stato d’emergenza e l’uso autoritario della pandemia. D’ora in poi dovranno fare i conti con un movimento di massa di cittadini consapevoli che tutte le prescrizioni repressive adottate con il pretesto della pandemia, sono mezzi per spianare la strada ad un nuovo tipo di regime e alla società del grande reset.
Un regime che sarà segnato da ancor più profonde ingiustizie sociali, dalla scomparsa dei diritti democratici e civili, dallo strapotere delle grandi multinazionali e della finanza predatoria. A questa società del tecnoliberismo corrisponderà quindi un regime autoritario che servendosi delle nuove tecnologie potrà spiare e sorvegliare i cittadini, quindi prevenire e punire ogni resistenza.
I poteri forti e gli abusivi al loro servizio hanno cavalcato l’onda del SARS-CoV 2 con uno stato d’emergenza senza fine, e la storia insegna che ogni emergenza è stato l’inizio di un totalitarismo, e ci hanno avvertito che: «nulla sarà come prima». Messaggio ricevuto. Neanche per loro nulla sarà più come prima.
La protesta si sta trasformando in un’opposizione politica a tutto campo che sa riconoscere il proprio nemico e i suoi pagliacci politici. Sappiamo che questa nuova resistenza troverà sul suo percorso molti ostacoli, ma ogni marcia comincia da un primo passo nella giusta direzione, e questa giusta direzione è stata tracciata dalla manifestazione di ieri a Roma: massima unità e massima convergenza sul piano ideale e sui metodi e le forme di resistenza.
Non servono azioni velleitarie e minoritarie, bensì una battaglia di massa fatta di azioni mirate e ben organizzate che sappiano conquistare appoggio e consenso anche da parte dei tanti cittadini che hanno accettato di rinunciare a fondamentali diritti di libertà in cambio di una presunta sicurezza sanitaria.
La grande manifestazione di Roma del 25 settembre dà forza a questa nuova consapevole resistenza, premia il metodo seguito dal Fronte del Dissenso: perseguire la massima unità nella chiarezza di contenuti e nella coerenza degli atteggiamenti.
Ci scusiamo con i tanti amici che avrebbero voluto anche loro prendere la parola. C’è posto per tutti nella nuova resistenza, a condizione che l’adesione non sia fittizia e che ognuno sia sinceramente disposto a lavorare mano nella mano con gli altri, mettendo da parte egoismi di bandiera.
Non ci stupiamo che i media di regime abbiano scientemente oscurato la nostra manifestazione o distorto vergognosamente i fatti, il che dimostra il loro imbarazzo: Piazza San Giovanni ha clamorosamente smentito la narrazione di un movimento di protesta minoritario e pittoresco.
Invitiamo dunque tutti i cittadini disobbedienti a fare proprio l’appello che è giunto dalla piazza: la vittoria è possibile se sapremo rafforzare l’unità, resistere senza fare alcun passo indietro.



NESSUN CRIMINE RESTERÀ IMPUNITO di Moreno Pasquinelli

Nonostante ci sia stato impedito, a causa delle interdizioni del “green pass” di far partire nostri autobus o di salire sui treni; domani (oggi per chi legge) a Roma si svolgerà una manifestazione che si prevede imponente, certamente la più grande degli ultimi tempi.

E’ stata indetta dalle forze associative e politiche (Fronte del Dissenso e Marcia della Liberazione intesta) che in questo annus horribilis hanno promosso e guidato le mobilitazioni contro lo stato d’emergenza, che hanno disobbedito a coprifuochi e confinamenti, e che, da fine luglio, hanno contribuito alla nascita del movimento di massa contro il passaporto sanitario e l’obbligo vaccinale mascherato.

Una manifestazione che segnerà un tornante, un prima e un dopo.

Chi pensa che si tratti di una protesta circoscritta alla contestazione della “dittatura sanitaria” si sbaglia di grosso. Sta nascendo un’opposizione sociale e politica a tutto campo. Ne fa fede l’Appello sottoscritto dai promotori, ne farà fede la manifestazione di domani e quello che certamente l’onda metterà in moto.

Non sfugge affatto, a chi riempirà Piazza San Giovanni, che la panoplia di prescrizioni repressive, così come passaporti sanitari e TSO mascherati da multiple vaccinazioni, non sono fini a se stessi, ma mezzi in vista di uno scopo, pezzi di un disegno in vista di una ristrutturazione profonda di un sistema che altrimenti andrebbe ramengo. A questa trasformazione hanno dato un nome infausto che è tuttavia un programma: “grande reset”. Vogliono portarci in un sistema di austerità permanente per il popolo lavoratore segnato da ingiustizie sociali inimmaginabili solo pochi anni fa. E per questo serve ai dominanti uno stato autoritario, in grado, grazie alla potenza delle nuove tecnologie, di spiare e sorvegliare, quindi prevenire sul nascere e punire ogni resistenza. Un capitalismo distopico che ho chiamato Cybercapitalismo. Cambieranno i rapporti sociali, cambierà il modo di lavorare, di ottenere reddito. Cambierà la vita, cambierà tutto. Un inferno per le masse, un paradiso per i plutocrati.

Dentro il piano dell’élite mondialista il nostro Paese è un Paese cavia, un banco di prova per testare il loro progetto strategico. Qui sta la sfida che siamo costretti ad accettare. A chi vuole fare dell’Italia apripista del “capitalismo della sorveglianza” dobbiamo rispondere con un’opposizione della disobbedienza. Il successo della manifestazione di Roma può contribuire alla nascita di questa nuova e combattiva opposizione, sapendo che la guerra sociale è di lunga durata, che potremo perdere diverse battaglie che “La vittoria strategica”, come disse Mao, “è il risultato di numerose sconfitte tattiche”. Non servono quindi centometristi ma maratoneti, non servono fughe in avanti velleitarie bensì azioni di massa mirate, contundenti, ben organizzate, esemplari e controegemoniche.

Il teatrino di ieri alla kermesse della Confidustria ci dice molte cose che ci riguardano. Bonomi ha chiamato tutti a sottoscrivere un “patto per lo sviluppo”. I padroni del vapore si sentono oggi fortissimi, con Draghi Presidente del consiglio hanno le vertigini del successo. Con tracotanza Confindustria chiede pace sociale, a Draghi “mano ferma” per porre fine di ogni antagonismo (testuale), ai partiti rispetto dei vincoli europei e applicazione pedissequa del Pnrr. E dunque Draghi, “l’uomo della necessità”, ovvero il loro uomo, incoronato Re dagli astanti, che lo vorrebbero dictator a vita.

E’ la solita infame borghesia italiana, elitista, opportunista, servile verso i poteri forti stranieri, pronta a svendere e spacchettare il Paese alla finanza predatoria in cambio di quattro spicci, pronta a tutto pur di non perdere i propri privilegi di classe.

A questa borghesia di ascari, ai suoi fantocci politici, al suo governo, domani mandiamo un avviso: non scherzate col fuoco! Qui nasce la nuova resistenza popolare! Nessun crimine resterà impunito!




UNA COMUNITÀ NELLA SOCIETÀ di Giorgio Agamben

L’Italia, come laboratorio politico dell’Occidente, in cui si elaborano in anticipo nella loro forma estrema le strategie dei poteri dominanti, è oggi un paese umanamente e politicamente in sfacelo, in cui una tirannide senza scrupoli e decisa a tutto si è alleata con una massa in preda a un terrore pseudoreligioso, pronta a sacrificare non soltanto quelle che si chiamavano un tempo libertà costituzionali, ma persino ogni calore nelle relazioni umane.

Credere infatti che il greenpass significhi il ritorno alla normalità è davvero ingenuo. Così come si impone già un terzo vaccino, se ne imporranno dei nuovi e si dichiareranno nuove situazioni di emergenza e nuove zone rosse finché il governo e i poteri che esso esprime lo giudicherà utile. E a farne le spese saranno in primis proprio coloro che hanno incautamente obbedito.

In queste condizioni, senza deporre ogni possibile strumento di resistenza immediata, occorre che i dissidenti pensino a creare qualcosa come una società nella società, una comunità degli amici e dei vicini dentro la società dell’inimicizia e della distanza. Le forme di questa nuova clandestinità, che dovrà rendersi il più possibile autonoma dalle istituzioni, andranno di volta in volta meditate e sperimentate, ma solo esse potranno garantire l’umana sopravvivenza in un mondo che si è votato a una più o meno consapevole autodistruzione.

* Font: Quodlibet




RUSSIA: DOPO LE ELEZIONI di Maurizio Vezzosi

Per gentile concessione dell’autore volentieri pubblichiamo

Ben pochi erano i dubbi che alla vigilia delle elezioni della Duma (il Parlamento della Federazione Russa) si potevano avanzare riguardo la conferma di Edinaja Rossija (in italiano: Russia unita) come primo partito del panorama politico russo. Nonostante la possibilità del voto elettronico, l’affluenza alle urne si è attestata sui livelli delle precedenti elezioni parlamentari del 2016, ossia poco al di sotto della soglia del 50% degli aventi diritto al voto: un dato che conferma l’atteggiamento di disinteresse, sfiducia e disincanto di metà degli elettori. L’assenza di osservatori provenienti dall’Europa occidentale o dagli Stati Uniti ‒ già registratasi in occasione delle ultime presidenziali – ha peraltro reso plateale il disinteresse del Cremlino rispetto al giudizio dell’opinione pubblica occidentale.

Con un’affluenza simile a quella della precedente tornata elettorale, Russia unita si è confermata la principale forza politica del Paese, anche se con una perdita di voti di circa il 4-5%, e ciò nonostante i brogli denunciati dalle opposizioni ed una serie di misure ‒ anche di iniziativa presidenziale – con cui a ridosso del voto sono stati assegnati per decreto a forze di polizia e militari “premi” tra i 10.000 ed i 15.000 rubli. Al netto di tutto ciò, permane il dato che vede ancora Russia unita godere di un largo consenso, in larga misura riconducibile alla popolarità di Vladimir Putin.

Interessante è il dato che riguarda il Partito comunista della Federazione Russa (KPRF, Kommunisticeskaya Partija Rossijskoi Federatsii) di Gennadij Zjuganov, che esce notevolmente rafforzato dalle urne, ottenendo il 20% circa dei consensi: uno dei suoi migliori risultati – il secondo, dopo quello del 1996 ‒ nella storia post-sovietica. Lo stesso segretario Gennadij Zjuganov, tradizionalmente molto prudente e restio ad alzare i toni della polemica politica, ha tuonato contro «le falsificazioni e i furti» che hanno penalizzato il partito. All’indomani del voto i sostenitori del KPRF si sono radunati nella centralissima piazza Pushkin di Mosca per protestare contro i brogli e le macchinazioni elettorali. Oltre a questo, il KPRF ha annunciato di non riconoscere l’esito del voto elettronico nelle circoscrizioni di Mosca: le conseguenze e gli sviluppi di questa presa di posizione, nient’affatto scontata, potranno essere misurati nelle prossime settimane.

In termini generali il voto fotografa gli umori diffusi in seno alla società russa. Umori che si sono fatti più consistenti in particolare nel corso delle proteste degli ultimi anni contro l’aumento dell’IVA e dell’età pensionabile. A questi provvedimenti impopolari si devono aggiungere il calo del potere d’acquisto e le conseguenze economiche della pandemia, tutt’altro che irrilevanti.

Attribuire il rafforzamento ed il (relativo) successo dell’KPRF allo strumento anti-Russia unita ideato dal blogger Alexei Navalny appare in questo quadro questo poco realistico. Ben pochi sono infatti i voti raccolti dal partito di Gennadij Zjuganov grazie agli algoritmi pensati per far confluire su base locale i voti dell’elettorato avverso a Russia unita sui candidati con maggiore possibilità di insidiarne il primato, non fosse altro che per il fatto che le autorità russe sono riuscite a bloccarli in buona misura. La ragione fondamentale per la quale il KPRF ha potuto attestarsi sulla soglia del 20% dei consensi va ricercata altrove, soprattutto nella capacità del KPRF di attrarre giovani, rinnovare la propria dirigenza e svecchiare l’immagine percepita dalla società russa, oltre che di costruire un’alleanza con il Levij front (in italiano: Fronte di Sinistra) di Sergei Udaltsov. Al contempo, dei limiti di Russia unita sembrano ben consapevoli, oltre che una quota ampia della società russa, sia la dirigenza del partito sia lo stato profondo. Sulla base di questa consapevolezza anche Russia unita ha investito moltissimo sui giovani e sulla formazione dei propri quadri.

Nonostante il generale rafforzamento del KPRF ed una serie di successi su base locale ‒ circoscrizioni, città, regioni – l’attuale assetto politico non sembra correre rischi: il sistema elettorale della Federazione Russa prevede infatti un ampio premio di maggioranza per la forza politica con maggiore consenso, blindando così un Parlamento già fortemente limitato nelle sue competenze effettive. Il risultato, dati alla mano, assegna a Russia unita ben 324 seggi della Duma, che garantiscono al partito la maggioranza assoluta e quindi la possibilità di modificare la costituzione senza bisogno del voto di altri partiti.

Dal risultato delle elezioni della Duma emerge quindi lo spaccato di un Paese con un asse politico spostato verso sinistra: se da una parte ciò potrebbe innescare alcuni contrasti nelle vicende interne della Federazione Russa, dall’altra potrebbe convincere il Cremlino della necessità di una maggiore attenzione alle politiche sociali, alla lotta alla povertà ed alle difficoltà con cui ampi territori e milioni di cittadini russi fanno tutt’ora i conti. I segnali che il voto porta con sé potrebbero inoltre suggerire al Cremlino un atteggiamento più prudente nei confronti del passato sovietico e del suo retaggio.

Restano intanto aperte le incognite su cosa avverrà a ridosso della conclusione del quarto mandato di Vladimir Putin e le modalità con cui questo delicatissimo passaggio verrà gestito.

* Fonte: Treccani




INCHIESTA SUL LAVORO POST-COVID

Ecco come vanno le cose e come cresceranno ingiustizia e rabbia sociale.

Ieri, 20 settembre, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’Istat, l’Inps, l’Inail e l’Anpal, hanno pubblicato la “Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione” nel secondo trimestre 2021.

Ne emerge uno spaccato terribile sull’evoluzione del mercato dei lavori. La precaria “ripresa” in corso dopo crisi pandemica indotta, vede accentuarsi la tendenza liberista: più sfruttamento dei lavoratori e zero diritti. Si consolida il modello della Gig economy, basato su lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, finti lavoratori autonomi a partita Iva, nessun vincolo per le aziende, quando va bene lavoratori non assunti dalle aziende, ma prestati da altre aziende (capolarato legalizzato). Lavori sottopagati, salari quindi sempre più bassi.

A indicare quale sia la tendenza che si va affermando c’è un dato fondamentale: viene smentita una “legge” sacra agli economisti liberisti, quella per cui più i salari scendono più aumentano i posti di lavoro. *

Riportiamo alcuni passaggi della “Nota trimestrale”.

«L’occupazione sale alla velocità del Pil. Ma volano i contratti a tempo. Nel secondo trimestre il 35% di questi ha una durata inferiore ai 30 giorni, il 37% tra 2 e 6 mesi, solo lo 0,6% supera l’anno.

Si scopre così che tra aprile e giugno i contrattini con durate brevi sono già tornati al pre-pandemia, gli occupati no.

Ad assumere sono soprattutto le piccole imprese tra zero e 9 dipendenti: la metà dei 677 mila contratti del trimestre avviene qui (ad un lavoratore può corrispondere più di un contratto…)

Crescono del 38% i disoccupati over 50 – dato non confortante – e quelli che vivono nelle Regioni centrali (+43%).

Se gli inattivi calano di oltre 1,2 milioni, lievitano di 523 mila unità gli occupati e di 514 mila i disoccupati. Il fermento c’è, dopo la stasi tra lockdown e coprifuoco. Ma la stabilità no, visto che i lavoratori in somministrazione avanzano del 39% e quelli a chiamata o intermittenti del 64%, con in media solo 10,6 giornate lavorate al mese.

Nel frattempo la giungla dei contratti collettivi nazionali di lavoro esistenti in Italia – ben 985 registrati a giugno dal Cnel, l’80% in più nell’arco di un decennio – riflettono un mercato del lavoro frammentato e dove proliferano accordi pirata firmati da sindacati o associazioni di impresa sconosciuti.

E il dumping salariale è la molla che nutre la bolla dei contratti pirata, soprattutto in territori del Paese meno produttivi, con alta disoccupazione o nelle imprese più fragili: si offre un contratto, ma si impone un livello di salari più basso (l’8% in media) del minimo applicato nel settore, sapendo che sarà accettato pur di lavorare.

* [“Uno studio di Garnero e di Claudio Lucifora, docente all’università Cattolica di Milano, dimostra che la scontata correlazione inversa tra minimi salariali e occupazione è in realtà modesta. In altri termini, è vero che all’aumentare dei minimi l’occupazione scende. Ma, al contrario, un aumento del 10% di lavoratori sottopagati produce un aumento dell’occupazione di appena il 2%. E anzi, se la percentuale di sottopagati è ampia, l’occupazione non solo non sale, ma scende: quindi la relazione cambia di segno”].




“TUTTO È COMPIUTO” di Sandokan

Dato che in Francia Macron dichiara di voler fare marcia indietro, l’Italia è il solo paese al mondo in cui si impone per legge l’obbligo vaccinale universale. Nient’altro che un infame Trattamento Sanitario Obbligatorio erga omnes, nessuno escluso (tra poche settimane anche i bambini).

Un atto di forza sbalorditivo, a conferma che col pretesto dell’emergenza sanitaria siamo piombati in un regime nuovo, in uno Stato d’eccezione appunto, che se non viene presto rovesciato, sarà ricordato come anticamera  di una vera e propria dittatura.

Atto di forza che sarebbe stato inimmaginabile solo due anni fa. L’italietta colabrodo, l’italietta dei governi deboli e dell’instabilità permanente è invece diventata, in fatto di sperimentazione del nuovo ordine biopolitico e tecnocratico, capofila dell’Occidente, anzi avanguardia mondiale.

La domanda che alcuni si fanno è: come è stato possibile? Domanda che tradisce un pregiudizio, che anzi contiene una premessa, quella per cui la nostra sarebbe un’italietta legno storto, pasticciona, italietta colabrodo con classi dirigenti incompetenti e corrotte. Certa nostrana élite liberale ha avuto un ruolo decisivo nel costruire e propalare questa leggenda. Italiani brutti, sporchi, cattivi e sempre indietro sui tempi della storia, alla rincorsa dei campioni, sempre stranieri, del progresso e della modernità. E’ la stessa élite che ha accettato nel dopoguerra la sudditanza agli USA e poi invocato il vincolo esterno euro-tedesco.

Ma le cose non sono mai state davvero così. L’Italia è sempre stata un importante laboratorio politico che ha spesso indicato per prima la strada che altri paesi hanno seguito dopo. Così è anche questa volta: Italia apripista, Italia banco di prova, Italia agnello sacrificale eventualmente.

Colpiscono la fermezza e la postura irremovibile di Draghi e dei suoi sodali della maggioranza di governo. Da dove viene questa sicumera? Questa certezza di vittoria? Viene certo dal sostegno che gli assicura la grande borghesia italiana, l’élite eurocratica, i poteri forti mondiali. Ultimo ma non meno importante: viene dal fatto che la politica psico-sicuritaria è egemonica, ha consenso maggioritario tra i cittadini.

C’è tuttavia dell’altro, a me pare, dietro a questi consecutivi e brutali atti di forza del governo. Mosse non solo tattiche ma strategiche altamente rischiose me le spiego solo a patto di considerare una malcelata ambizione da parte dell’élite italiana, la pretesa di mettersi a capo del “grande reset”, a guida del mutamento sistemico occidentale. Aleggia insomma, nei romani palazzi del potere, così come nei cenacoli dell’industria e del mondo bancario, uno stato di trance e di esaltazione politica, come si fosse in preda ad un improvviso delirio di onnipotenza. Di qui la vera e propria cieca fiducia in Mario Draghi, celebrato  addirittura come messia e redentore di atavici peccati.

Tutto sembra filare liscio per lorsignori. Debbono invece stare molto attenti, non solo perché le vertigini del successo inducono quasi sempre a commettere errori. L’Italia è questo strano paese che si affida al salvatore della Patria, ma fa altrettanto presto a gettarlo nella polvere.




L’AFGHANISTAN E IL DESTINO DEL MONDO

Proseguiamo il dibattito sulla débâcle americana. Riceviamo e volentieri pubblichiamo da parte di un lettore

* Nella foto: Kabul, 12 settembre, manifestazione di donne. Nei cartelli si legge tra l’altro: “Le donne che lasciano l’Afghanistan non sono afghane”

Fake news e menzogne di ogni tipo, complottismo negazionista e islamofobia imperante assalgono i lettori di casa nostra che timidamente vorrebbero iniziare a occuparsi, dopo il crollo dell’ordine americano, di questioni geopolitiche.

L’Afghanistan nazionalista e antioccidentale taliban ha visto dal 15 agosto 2021 decine di manifestazioni di donne pashtun in festa per la liberazione dall’invasore, le varie Lucia Goracci, Cecilia Sala o i vari Pietro Del Re in teoria presenti sul campo stranamente non ce lo dicono. I cultori dell’ordine morto e defunto, quell’ordine democratico occidentale dei droni precisi e mirati del Nobel per la Pace Barack Obama su donne e bambini dell’invincibile popolo afgano, non hanno effettivamente più molta voce in capitolo sull’Afghanistan dopo il 15 agosto 2021. Le loro cronache ricordano quelle di pochi anni fa, quando ci raccontavano che tutto andava per il verso giusto per “i costruttori di nazioni” arrivati con le armi più moderne da Oltreoceano.

Indubbiamente in Afghanistan vi è fermento. Chi lo può negare? Nella stessa Jalalabad, culla del nazionalismo taliban pathan, vi sono state nei giorni scorsi proteste a causa della poco trasparente procedura di assegnazione di case a miliziani. I regolamenti di conto vi sono e spesso sfuggono al controllo delle maglie della sicurezza talebana. Molte altre donne afgane, addirittura più tradizionaliste dei taliban, hanno lanciato la campagna online con tanto di abiti assolutamente afgani: “Non toccate i nostri abiti tradizionali”, e le donne “progressiste” occidentali hanno a torto creduto che queste fossero sul loro stesso fronte, non capendo che sono un pochino più “a destra” di loro.

Abbiamo poi proteste contro Kabul da parte degli hazarà sciiti e l’arcinota insurrezione nella Valle dei “Leoni del Panshir”. Si guardano bene però i nostri giornalisti dal dire che tutto in Afghanistan si svolge preceduto dal takbir: Dio è grande! La democrazia occidentale è il male! L’Afghanistan multinazionale e multiforme non vuole perciò il nichilismo necrofilo occidentale. Questo è l’unico dato certo che gli inviati di casa nostra non ci dicono e dovrebbero invece mettere a premessa di ogni loro pezzo. Fulvio Grimaldi, uno dei rarissimi inviati che nel corso negli anni non si sono venduti al Pentagono, afferma oggi con il buonsenso realistico e l’intelligenza che sempre lo hanno contraddistinto che il “breve secolo americano” è finito, i complottisti e i negazionisti di destra e sinistra continuano invece la medesima narrazione, con rappresentazioni diverse, del mensile geopolitico “Limes” (cordata Rothschild), secondo il quale l’americanismo è invincibile, l’Islam sunnita delle varie Fratellanze è fascista e l’11 settembre è una data come le altre. Non è perciò questione di taliban o antitaliban in Afghanistan, la questione è secondaria, il dato centrale è oggi quello dell’Islam politico che apre con sue pesanti fazioni (Iran, Qatar, Taliban, Riad, Islamabad) al potere globale Confuciano.

Il grande Risveglio Islamico, annunciato da Sayyd Qutb (1906-1966) e concretizzato da quel Machiavelli iraniano che fu l’Imam Khomeini, ha sconvolto equilibri che sembravano eterni e indissolubili. Faccia tesoro, la Cina all’offensiva, di questa immensa ed impareggiabile lezione storica e politica che il Medio Oriente ci ha fornito negli ultimi quarant’anni. Al crollo repentino dell’Unione Sovietica seguirà appena tre decenni dopo la morte dell’ordine americano che sembrava perennemente egemone. Al nazionalismo pashtun si potranno forse contrapporre a breve, chi lo sa?, il nazionalismo tagiko (filopersiano) o l’autonomismo sciita hazarà (filopersiano anche questo), ma nessuno in Medio Oriente – nemmeno in Marocco – guarda più alla Washington dei transgender o alla Bruxelles con l’arcobaleno egemone come modelli di civilizzazione. Ahmad Shad Mas’ud, il Leone del Panshir consacrato in questi giorni dai suoi nemici taliban e pashtun nella dimensione di “Eroe nazionale afgano” per la sua passata lotta antisovietica, per quanto storicamente filopersiano e filokhomeinista guardò nell’ultima fase della vita alla nascente Unione Europea come possibile alleata nella battaglia finale contro i Taliban; oggi è però assai improbabile che i resistenti del Panshir possano considerare interlocutori seri e affidabili europei o americani. Possono usare i vari Bernard Henry Levy del caso alla bisogna per motivi di comunicazione propagandistica globale per poi prontamente scaricarli subito dopo. Gli ideologi del genderismo e del progressismo occidentale sono usati come carne da macello dagli opinion maker della cultura islamica, come sostiene giustamente Kamel Daoud, noto per aver scritto nel 2015 che l’Arabia Saudita è un Isis che ce l’ha fatta. Quindi, la politica concreta e la storia di questi tempi ci dicono che l’Islam nelle sue varie manifestazioni è irriducibile alla democrazia genderiana occidentale.

Soleimani e la rinascita del movimento nazionalista taliban

I lettori di questo blog sanno che da anni i tre curatori della pagina geopolitica, pur da posizioni diverse, erano accomunati dalla tendenza a vedere nel Mediterraneo e nel Medio Oriente il centro della guerra di civiltà dei nostri tempi. Le stesse guerre mondiali del secolo scorso, Asia Nipponica contro l’Occidente, si caratterizzavano per il madornale errore strategico-politico tedesco che lasciando totalmente scoperto il centrale fronte mediterraneo scaricava tutto il peso della guerra di civiltà nell’Estremo Oriente. Vedevamo poi in talune tendenze centrali della politica persiana una spia di accensione delle guerre di faglia nelle frontiere dell’Islam insanguinato. Antonio Giustozzi (Newlines Institute for Strategy and Policy) ben ha specificato come fu lo stratega iraniano Qassem Soleimani, subito dopo l’invasione americana dell’Afghanistan, ad avviare un dialogo politico con i Talebani iniziando a rafforzare di nuovo la comunità nazionalistica pashtun militarmente e logisticamente, nonostante le persecuzioni del precedente Governo taliban contro gli sciiti afgani. Soleimani comprese che il destino della terra si giocava in quel momento proprio in Afghanistan più che nel generico Medio Oriente allargato e che solo i nazionalisti pashtun, momentaneamente sconfitti e declassati dall’invasione occidentale, avrebbero potuto guidare un nuovo processo di liberazione antiamericana del Paese. Il pragmatismo e il realismo politico del generale iraniano fu notevole e denota l’impronta del genio strategico se si pensa che dagli anni ’80 per ordine personale dell’Imam Khomeini l’intelligence iraniana dovesse appoggiare nella lotta contro l’Urss il leader tagiko Ahmad Shah Mas’ud, considerato in quel contesto il più fedele e leale alleato della Rivoluzione Islamica di Tehran.

Soleimani ribaltò d’un tratto la stessa politica afgana dell’Imam Khomeini. Si chiamano appunto strateghi quegli uomini politici i quali, anche se uccisi o apparentemente sconfitti, continuano a operare e agire storicamente. La imprevista e non calcolata – dal Pentagono – decisione strategica di Qassem Soleimani provocò il classico effetto farfalla. Non solo i Talebani si rialzarono velocemente. Iraq, Siria, Yemen, Libano avrebbero quindi sancito sul campo la morte dell’ordine americano, che dal 2008 si trascinava avanti in stato canceroso per cedere finalmente le armi il 15 agosto 2021. Inevitabilmente, nella medesima fase storica, si apriva una lotta di fazioni a Tehran, tutta interna al nazionalismo persiano e di cui si è avuta definitiva contezza solamente negli ultimi tempi. La fazione Ahmadinejad (Basiji più piccoli commercianti della provincia e di Meshad) si differenziava con forza dall’interventismo militare della linea Soleimani (intelligence militare più grandi Fondazioni sociali con cuore a Tehran). Già da presidente, Ahmadinejad prendeva platealmente le aperte distanze sia dai Talebani che dal Baath siriano guardando anche tiepidamente il tradizionale alleato libanese dell’Hezbollah. Ahmadinejad arrivava a rivendicare una sorta di unicità imperiale “persiana-occidentale” nel caos mediorientale, si considerava più figlio del “pagano” Ciro che del martire Hossein e di Karbala, i suoi consiglieri rivedevano con una luce positiva la passata gestione monarchica aprendo addirittura a una possibile pacificazione con Israele (“Noi siamo amici del popolo israeliano” disse ad esempio Ramin Mashaei il 19.07.08). Ahmadinejad criticava poi direttamente il Generale Soleimani, ormai un eroe nazionale per l’intero popolo iraniano, con una lettera pubblica (gennaio 2019).

Nel luglio 2020 l’ex presidente contestava quindi con termini accesi, in Parlamento (Majles), l’accordo tra l’Iran e la Cina, che prevede 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi e la presenza di 5000 soldati cinesi di stanza in Iran. La fazione Ahmadinejad, nonostante la retorica populista e ultraradicale, si definiva sempre di più come la storica corrente filo-occidentale e kemalista del nazionalismo persiano. La linea Soleimani, viceversa, fu capace di promuovere all’interno un nazionalismo modernizzatore basato sulle Fondazioni sociali ma antioccidentale, contemplando sul piano delle Relazioni Internazionali la necessità tattica dell’offensiva militare quale unica, e più veloce, possibilità per un balzo in avanti dell’Iran ancora gravato dal peso della Jang-e-Tahmili “Guerra imposta” (1980-1988) ma anche umiliato e scosso da anni di sanzioni occidentali dirette ai punti vitali della società civile. La martirizzazione di Qassem Soleimani e del suo luogotenente iracheno costringeva l’Iran a una nuova fase gradualistica ma la vittoria del rivoluzionario nazionalista Raisi mostrava nel 2021 che la linea Soleimani rimaneva egemone a Tehran.

L’Iran nei nuovi fronti  

Il leader indiano Narendra Mohdi ha annunciato in questi giorni un grande successo, ovvero di aver invitato a Dehli il nuovo ministro degli esteri iraniano, Hossein Amirabdollahian, considerato ultraconservatore dagli analisti occidentali. Quando questi ultimi parlano di “ultraconservatore” iraniano significa che il politico iraniano appartiene alla linea anti/occidentale, quando parlano di riformisti il contrario, con l’eccezione del partito di Ahmadinejad, il quale come abbiamo detto è conservatore ma filo/occidentale. Lo stesso ministro degli esteri di Tehran ha protestato nei giorni recenti per la repressione taliban antitagika nella Valle del Panshir ma ha precisato che il futuro dell’Afghanistan appartiene esclusivamente a élite e popolo dell’Afghanistan, dunque se la volontà degli afgani è di seguire il Nazionalismo pathan che lo seguano pure, purché il nazionalismo pathan non significhi repressione antisciita.

Il nuovo ordine mondiale, egemonizzato dalla Cina nella forma di un Asse Confuciano-Islamico, prevede per evidenti motivi geosociali e geopolitici la stabilità del Pakistan e dell’Iran. Dopo la martirizzazione di Soleimani, abbiamo assistito a una serie di pesanti ritiri tattici da parte della Repubblica Islamica; si tratta probabilmente di un occultamento degli obiettivi strategici (ketman o taqiyya) in una fase di particolare debolezza. Per quanto l’Iran abbia optato per il fronte di civiltà Confuciano-Islamico noi riteniamo che il crocevia afgano in particolare, vicino-orientale in generale, sarà decisivo nella nuova spartizione e per la definitiva formazione di un nuovo ordine globale. Abbiamo già scritto che la Grande India Nazionalista, di recente attaccata in vari giornali israeliani come “Haaretz” in quanto “nazista” e antiebraica, non resterà a guardare gli altri spartirsi il bottino in questa guerra di civiltà tutt’altro che fredda, come testimoniano le continue e misteriose morti di ambasciatori; per moderare o eventualmente, per puntellare le posizioni revisionistiche e revansciste di Dehli, Tehran sarà fondamentale.