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ABBIATE FEDE di Sandokan

Paolo Mieli passa per essere uno dei maître à penser più ascoltati nelle stanze dei bottoni. Noi siamo suoi affezionatissimi lettori e non ci perdiamo i suoi editoriali, per la semplice ragione che ci aiuta a capire cosa bolle nel pentolone del potere. Certo, occorre sempre compiere un’opera di decodificazione, poiché molto spesso dissimula i concetti affinché capiscano gli ottimati a cui si rivolge.

Il 22 settembre ha fatto un’eccezione. Nel suo editoriale sul Corriere della Sera spara la seguente cannonata:

“E se decidessimo di non votare più? C’è un’Italia che in modo ogni giorno più esplicito auspica un futuro post elezioni politiche con assetti più o meno simili a quello attuale”.

Traduzione: in seno all’élite che conta si va rafforzando la frazione che vorrebbe Draghi a vita e per ottenere il risultato si starebbe attrezzando allo scopo.

Detto tra noi, l’avevamo capito.

La novità è che il nuovo colpo di stato, questo de profundis della Repubblica con tanto di avvento di una monarchia tecnocratica, è annunciato pubblicamente, senza peli sulla lingua.

Si sentono talmente forti, lassù, che non ci lasciano nemmeno il gusto di svelare il complotto.

Non rattristatevi per questo, siate anzi fiduciosi.

Non ci sarebbe speranza di vittoria se il sistema non avesse falle, se il nemico non commettesse gravi errori. Che il sistema abbia falle enormi, non c’è dubbio. Compito dei rivoluzionari è individuare queste falle e lì indirizzare i colpi. Siate fiduciosi poi, che quando il nemico è vittima del delirio di onnipotenza, è proprio in questi momenti che commette errori fatali.

Tuttavia non basta che il sistema grippi e che chi governa commetta gravi errori.

Per approfittarne e aprire nuovi orizzonti, c’è anzitutto bisogno di avere fiducia in sé stessi.

E qui sta il punto, la nuova opposizione è combattiva, vivace, ma attraversata da sfiducia, scetticismo e senso di impotenza,  — di qui certe tendenze a cercare scorciatoie sovversivistiche e/o la fuga dal terreno politico immaginando di costruire comunità appartate e agresti.

La fiducia in sé stessi, chiede anzitutto fede, fede nella possibilità che il popolo si sollevi e che lo stato di cose possa essere davvero cambiato.

Questa fede la storia non la dà a gratis, costa anzi molti sacrifici. Quanti di quelli che oggi protestano, saranno al nostro fianco domani e dopodomani? Pochi, poiché i più vogliono tutto e subito. Ma saranno proprio quei pochi il lievito del cambiamento.




DDL ZAN: MEGLIO COSÌ

Grazie ad uno stratagemma il Senato, con voto segreto, ha affossato il Disegno di Legge Zan.

PD e soci, che sulla carta avevano un vantaggio di un decina di voti, sono invece andati sotto di ben 23 voti.

Come dicono Roma: “‘Na tranvata!”.

Di seguito la risoluzione di LIBERIAMO L’ITALIA sul Ddl Zan.

RESTIAMO UMANI! NO AL DDL ZAN!

La ragione formale con cui i promotori della legge ne chiedono l’approvazione e l’entrata in vigore è la “prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”.

Sono giusti questi propositi? Si lo sono. Da democratici quali siamo, fedeli ai principi di libertà, eguaglianza e fratellanza umana, sosteniamo tutte quelle misure politiche e giuridiche che vanno nella  direzione di una società in cui siano debellate tutte le forme di discriminazione, di sopruso e di ingiustizia. Tuttavia mettiamo in guardia i cittadini dal fatto che la tutela dei diritti civili di piccole minoranze viene utilizzata dall’élite (e questo il caso del Ddl Zan) per occultare le ben più gravi ingiustizie sociali di cui è vittima il popolo lavoratore. Si fa infatti un gran baccano sui diritti civili mentre si tace sulla ben più grave e inesorabile cancellazione di quelli sociali indotta dal sistema neoliberista.

Il “contrasto della discriminazione” di cui parla il Disegno di Legge cosiddetto “Zan” è solo un pretesto, uno specchietto per le allodole. Il vero scopo del Ddl Zan (del resto per esplicita ammissione dei suoi promotori e come ben sottolineato all’Art.1.) è infatti introdurre nel nostro ordinamento giuridico il concetto di “identità di genere”.

Al comma d dell’Art.1. i promotori spiegano cosa essi intendano con il concetto in questione:

«d) per identità di genere si intende l’i­dentificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corri­spondente al sesso, indipendentemente dal­ l’aver concluso un percorso di transizione».

Mai definizione fu più l’aleatoria e controversa. In realtà apparteniamo, a prescindere dal sesso o dal colore della pelle, all’unico genere, all’unica specie, quella umana. Sono lontani i tempi in cui alcune frange del movimento femminista introdussero l’idea che i “generi”, dato il sesso biologico, fossero due, quelli femminile e maschile. Oggigiorno vorrebbe invece prevalere l’idea che non il sesso biologico ma le proprie e più disparate preferenze sessuali costituiscono il criterio fondamentale per definire il “genere”. Ognuno quindi può, nel caravanserraglio dei propri soggettivi orientamenti sessuali, scegliersi il “genere” a cui appartenere e pretendere che ciò sia giuridicamente sancito come dato oggettivo di fatto. E’ l’apoteosi della visione neoliberista dell’essere umano, ovvero l’individualismo spinto alle sue estreme conseguenze. Si aprono così le porte, in nome del “fluid gender” alla follia transumanista della trasmutazione permanente e del passaggio da un “genere” all’altro (fino all’idea dell’ibridazione uomo-macchina, ovviamente grazie ai prodigi della tecnica e dell’ingeneria genetica); il tutto presentato come fosse un percorso di liberazione ed emancipazione.

Che siano le “sinistre” ad abbracciare questa visione distopica ed a proporre questo mostro politico e giuridico, mostra fino a che punto esse abbiano tagliato le loro radici popolari e quanto siano succubi dell’élite oligarchica e mondialista.

Ma non è solo questo l’aspetto inaccettabile del Ddl Zan. Allo scopo di imporre la loro visione dell’uomo e del mondo e di spaventare chiunque contesti la loro pretesa, i paladini del Ddl Zan, intervenendo sulla già liberticida “Legge Mancino”, svelando la loro mentalità manettara, repressiva e anticostituzionale, vorrebbero introdurre un duro inasprimento delle pene non soltanto per chi compia “atti di discriminazione”, anche per coloro che esprimano un pensiero opposto al loro.

Il comma 1, dell’Art.4 del Ddl è al proposito inquietante.

«1. Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime ri­conducibili al pluralismo delle idee o alla li­bertà delle scelte, purché non idonee a de­terminare il concreto pericolo del compi­ mento di atti discriminatori o violenti».

E’ vero che gran parte delle leggi sfornate dal Parlamento sono scritte coi piedi, ma qui c’è una voluta diabolica e anticostituzionale ambiguità. Un giudice zelante potrebbe, nel rispetto di questo comma, perseguire penalmente non solo per chi compia soprusi o atti concreti di discriminazione, ma anche coloro che contestino, con la parola e lo scritto, la visione che soggiace al Ddl.

No al Ddl Zan!

La libertà di pensiero non si tocca!

Priorità ai diritti sociali!

No al transumanesimo!

Liberiamo l’Italia

12 luglio 2021

Fonte: Liberiamo l’Italia

 




IL DESPOTA di Leonardo Mazzei

«Non si torna indietro». Così parlò Mario Draghi il despota, verso le 20 di un martedì qualunque. Il tema erano le pensioni, sulle quali invece si tornerà indietro eccome, esattamente alla Legge Fornero del 2011. Con tanti saluti a Salvini ed ai sindacati che, sembrerebbe quasi incidentalmente, stavano seduti davanti al suo trono. Seduti, o fors’anche inginocchiati come più gli si addice, ma di certo incapaci di toccar palla. Sta di fatto che all’ora di cena il despota si è annoiato di cotanto cincischiare ed ha lasciato quel tavolo cui tanto tenevano coloro che credevano di poter essere i suoi commensali.

Ma come, avrà pensato Landini, son passati solo 15 giorni dal tenero abbraccio davanti alla sede della Cgil e questo già ci mette alla porta? La verità è che Cgil-Cisl-Uil hanno ottenuto esattamente quel che si meritano. Nel 2018 trovarono la maniera di criticare “Quota 100” perché partorita dall’odiato governo gialloverde, mentre adesso si ritrovano in qualche modo a rimpiangerla senza però poterlo dire. Per il despota chiuderli in un angolo è stato un giochino da ragazzi.

Ma quel che colpisce, e che dovrebbe far riflettere pure i dubbiosi e gli increduli, non è tanto lo scontato risultato di un inesistente “confronto” con altrettanto inesistenti “controparti” sindacali, quanto piuttosto l’aperto atto d’imperio: qui comando io, e siccome non ho tempo da perdere mi alzo e me vado.

Visti i leccapiedi che si trovava davanti, davvero non c’era bisogno di una simile sceneggiata. Ma se il “vile affarista” di cossighiana memoria ha deciso quella mossa una ragione c’è. Chiarire a tutti, urbi et orbi, come funziona il nuovo regime tecno-autoritario alimentato a Covid. Un segnale non tanto per gli occasionali interlocutori, quanto per il parlamento e le esangui forze politiche che lo compongono. Che nessuno si azzardi a tirare la corda sulla Legge di bilancio! Su quella non si scherza, anche perché il despota ha preso chiari impegni davanti al Consiglio europeo della settimana scorsa.

Ora, qualcuno ci critica quando noi parliamo di “dittatura”. E va bene, discutiamone pure. Ma a due condizioni: che si guardino in faccia i dati di fatto; che si comprenda che la moderna dittatura non ha bisogno del manganello e dell’olio di ricino, sostituiti oggi dalla bastonatura mediatica e dal dominio sui corpi garantito dal monopolio della paura.

I dati di fatto sono chiari. Abbiamo un parlamento ridotto a stuoino del conducator. E la stessa cosa vale per un Consiglio dei ministri che qualcuno chiama a ragione “Gran Consiglio del draghismo”. La discussione pubblica si riduce ad un’invocazione a Lui, le principali cariche dello Stato spettano a Lui, e peccato che non possa stare contemporaneamente a Palazzo Chigi ed al Quirinale!

Aggiungiamo a questo la mostruosità del Green pass all’italiana, la discriminazione fatta legge, la sottrazione del diritto al lavoro ed al reddito per milioni di persone. Consideriamo poi uno “Stato d’emergenza” che dura da due anni, l’assoluto controllo dei media, la quotidiana diffamazione del movimento che si batte nelle piazze. Cos’altro ci vuole per poter parlare di dittatura?

Con il suo gesto plateale, Draghi ha messo ieri sera la ciliegina sulla torta. Il despota è lui, ed è lui il centro nevralgico del nuovo regime. Il movimento contro il Green pass ha cominciato a capirlo: il nemico fondamentale da fermare è Draghi. Il despota Mario Draghi.




DRAGHI: OVVERO LA TROIKA È GIÀ QUI di Moreno Pasquinelli

Mario Draghi a capo del governo ha prodotto nei circoli dominanti un vero e proprio stato di estasi collettiva. E’ come fossero convinti di portare in grembo la certezza della rinascita dell’Italia come potenza, quindi la salvezza dell’Unione europea. Sarà vero? O si tratta di una gravidanza isterica?

Morya Longo su Il Sole 24 Ore del 21 ottobre ci da notizia che all’estero, grazie all’arrivo di Draghi, non solo cresce la fiducia di economisti e investitori, ma si parla di un “decennio d’oro” in arrivo.

JP Morgan: “Forte crescita, con Draghi che porta cambiamenti radicali”.

Alfred Kammer, direttore dipartimento europeo del FMI: “La forte ripresa dell’Italia è il successo delle misure adottate da Draghi. Per l’Italia i vaccini sono stati un game changer”.

Financial Times: “L’Italia conosce un boom di investimenti”.

Goldman Sachs: “Col Recovery Fund gli investimenti pubblici tornano ai livelli precedenti al 2007”.

Gli analisti di Deutsche Bank: “E’ impressionante come con Draghi siano state varate riforme tanto velocemente”.

Ma il capo economista dell’OCSE ha espresso il concetto più significativo: “L’Italia è oggi nella posizione di resettare l’economia”.

Una vera e propria glorificazione di Draghi. Tuttavia queste aspettative sono inversamente proporzionali ai risultati effettivi. Altri analisti fanno notare infatti che l’indice considerato rivelatore, lo spread Btp-Bund, è fermo sopra 100 (e ciò grazie  anzitutto alla politica della Bce).  Aggiungiamo, in merito al “copioso” livello degli investimenti fissi, che questi sono sì cresciuti dopo il grande tonfo del 2020, ma non sono tornati al livello pre-pandemia e stanno ben al di sotto degli anni che precedettero il collasso del 2009-2010.

Insomma, molto il fumo, ma poco l’arrosto, e gli apologeti che parlano a nome della cupola mondialista lo sanno bene. C’è dunque da chiedersi come mai lorsignori si sbilanciano in tali esaltanti previsioni.

La risposta? E’ duplice. Da una parte si tratta del classico esorcismo, il tentativo di scongiurare il fallimento probabile, dall’altra abbiamo una grossolana e sfrontata operazione politica tendente a blindare Draghi affinché resti a vita al comando del Paese.

Che questa sia la recondita finalità lo confessa proprio chi ha inventato la storiella del “decennio d’oro dell’Italia”. Ecco quanto scrive l’americano istituto13D Research & Strategy:

“Il timore che l’Italia torni in stagnazione nell’impasse politica dopo l’uscita di Draghi dal governo è ingiustificato. Come Presidente della Repubblica, Draghi avrà ancora molto potere: se riuscirà ad implementare le riforme durante la permanenza al Governo, non importa chi verrà dopo di lui perché nessuno potrà più cambiare l’impostazione”.

E’ presto per dire se Draghi salirà davvero al Colle, come effettivamente preferirebbero i poteri forti, o se invece dovranno “accontentarsi” di fargli fare il Presidente del Consiglio anche nella prossima legislatura. E’ chiaro tuttavia il loro obiettivo: servirsene come garante dei loro interessi e come esecutore del disegno di piegare e soggiogare definitivamente l’Italia. Non lo confessano, non possono farlo, ma essi considerano Draghi una Troika sotto mentite spoglie, il “pilota automatico” che deve far sì che lo Stato assecondi la famigerata “distruzione creativa”.

Fu proprio Draghi, nel marzo 2013 (era Presidente Bce e in Italia avevamo Mario Monti) a pronunciare la famosa frase: “L’Italia prosegue con le riforme, poiché c’è il pilota automatico”.

Non gli portò molto bene questo “pilota automatico”, visto che esso portò le forze sistemiche a sbattere nella sconfitta clamorosa delle elezioni del 4 marzo 2018.

Chiare sono dunque la posta in palio e la sfida per chiunque pretenda di rappresentare l’opposizione: evitare che questo disegno si realizzi. Impresa difficile ma non impossibile. Ci si dedichi alla costruzione di questa opposizione che il piano del nemico dovrà fare i conti con enormi difficoltà oggettive.




FACCE DA CULO di Sandokan

Il virus ha ucciso meno dell’influenza. Si moriva non per il covid ma con il covid.

La pandemia è stata una colossale macchinazione politica per giustificare il GRANDE RESET e un regime change globale, la transizione verso un nuovo sistema sociale e politico.

Per averlo detto siamo stati accusati di essere negazionisti fuori di testa. Per averlo detto, anche  amici di lungo corso ci hanno voltato le spalle. Amicizie interrotte, storici legami di solidarietà o vicinanza politica annichiliti.

Che avevamo ragione ora lo afferma nel suo ultimo Rapporto lo stesso ISS (Istituto Superiore di Sanità).

Secondo il campione statistico di cartelle cliniche raccolte dall’istituto, solo il 2,9% dei decessi registrati dalla fine del mese di febbraio 2020 sarebbe dovuto al Covid 19. In termini numerici, vorrebbe dire che dei 120mila decessi registrati solo” 3.783 sarebbero dovuti all’azione diretta del coronavirus. Tutti gli altri, invece, avevano da una a cinque malattie cui si è andata a sommare l’infezione virale.

Secondo l’Iss il 65,8% degli italiani deceduti dopo essere stati infettati dal Covid era malato di ipertensione arteriosa, e cioè aveva la pressione alta. Il 23,5% era anche demente, il 29,3% aggiungeva ai malanni un po’ di diabete, il 24,8% pure fibrillazione atriale.

E non basta: il 17,4% aveva già i polmoni ammalati, il 16,3% aveva avuto un cancro negli ultimi 5 anni; il 15,7% soffriva di scompenso cardiaco, il 28% aveva una cardiopatia ischemica, il 24,8% soffriva di fibrillazione atriale, più di uno ogni dieci era anche obeso, più di uno su dieci aveva avuto un ictus, e altri ancora sia pure in percentuale più ridotta aveva problemi gravi al fegato, dialisi e malattie auto-immuni.

Ripetiamolo: tutto questo è sancito dal rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità.

Si tratta di evidenze epidemiologiche e statistiche inoppugnabili, ma siccome esse danno ragione a noi “negazionisti” e torto ai sicari di regime, non trovate questa notizia sui giornalini, viene nascosta dai Tg, non se ne parla in Parlamento.

Silenzio tombale per continuare a giustificare lo Stato d’emergenza e le misure restrittive dittatoriali adottate, fino al “green pass”. Politici, scienziati, giornalisti, tutta la pletora di servi dell’élite globalista, continuano anzi imperterriti a raccontare le stesse bugie.

Non hanno solo tanto pelo sullo stomaco, hanno la faccia come il culo.




DI QUALE UNITA’ STIAMO PARLANDO? di Riccardo Paccosi

Il movimento di opposizione allo stato d’emergenza permanente, non ha solo problemi esogeni come le manovre d’inflitrazione da parte di settori dello Stato inclini alla strategia della tensione.

Suddette infiltrazioni non troverebbero spazio per insinuarsi, infatti, se gli elementi di freschezza culturale e innovazione propri di questo movimento, non fossero accompagnati anche da una certa mancanza di cultura politica e di memoria storica. Se queste carenze sono anche le ragioni di una certa “purezza” che porta la coscienza collettiva a esprimere potente autonomia rispetto alle falsità manipolative delle narrazioni di destra e sinistra, dall’altra fa sì che istanze spontaneistiche, irrazionalistiche e dunque autolesionistiche, possano facilmente prendere piede.

Va chiarito, innanzitutto, che il trogloditismo politico è qualcosa di molto più ampio del neofascismo: i gruppetti neofascisti trovano in tale ambito un’acqua nella quale nuotare, ma il trogloditismo non può essere semplicemente inquadrabile nell’estrema destra perché, molto semplicemente, quest’ultima sarebbe per esso troppo complessa da assimilare.

Il trogloditismo, nella sua autonomia, lo abbiamo visto manifestarsi qualche anno fa col movimento dei Forconi, poi formalizzarsi coi gilet arancioni del generale Pappalardo e, infine, materializzarsi come espressione minoritaria dell’attuale movimento contro l’emergenza pandemica, ovvero quello che al momento è definito movimento contro il green pass.

Il trogloditismo promuove, innanzitutto, una teoria politica da trogloditi: in essa, esiste “il popolo” inteso senza qualificazione né connotazione, la cui espressione diretta e spontanea sarebbe in contrapposizione alle reti organizzate quali Fronte del Dissenso o No Paura Day; a queste ultime, il trogloditismo imputa la presunta volontà di imbrigliare e limitare la gloriosa spontaneità della massa.

Malgrado l’ostilità verso le organizzazioni, il trogloditismo enuncia altresì il valore della “unità” del movimento – anche in questo caso senza alcuna qualificazione – che andrebbe difesa anche a fronte di gruppi i cui comportamenti generano effetti d’indebolimento, criminalizzazione e repressione indiscriminata.

In secondo luogo, il trogloditismo promuove l’azione con modalità appunto troglodite, ovvero bandendo a priori qualsiasi applicazione della strategia e dunque dell’intelligenza.

Per i trogloditi l’azione dev’essere spontaneistica, totalmente disorganizzata e, soprattutto, deve svolgersi nell’assoluta noncuranza delle eventuali conseguenze di repressione poliziesca e giudiziaria.

Il caso del blocco spontaneistico delle stazioni ferroviarie, promosso per il primo settembre dalla chat anonima Basta Dittatura, è stato il più emblematico: chiunque abbia almeno una volta partecipato a un blocco delle ferrovie, sa bene che si tratta di qualcosa di molto complesso e necessitante preparazione e pianificazione. Quell’appello degli anonimi al blocco spontaneo fu disertato dalle reti organizzate e quindi dal popolo dimostrando, così, che sono le organizzazioni e non i trogloditi ad avere il consenso maggioritario del movimento.

Ma se quell’appello fosse stato seguito, ci sarebbero state cariche e scontri con la polizia molto violenti che – unitamente al fatto che negli stessi giorni Basta Dittatura divulgava la pubblicazione degli indirizzi d’abitazione privata di figure politiche – avrebbero potuto essere prodromo a una repressione giudiziaria su vasta scala con accuse di terrorismo o di associazione sovversiva.

Il problema è che le parole d’ordine e le suggestioni del trogloditismo, trovano terreno fertile in una minoranza delimitata ma diffusa del movimento.

Quante volte, dall’inizio dell’attuale conflitto sociale, abbiamo sentito dire “basta cortei, bisogna passare all’azione?” Ovviamente, in molti casi chi parla di “passare all’azione” e “innalzare il livello dello scontro” non ha mai fabbricato una molotov, mai partecipato a uno scontro con la Celere, mai subito un processo penale per reati legati alla militanza politica.

Nel corso della storia, movimenti d’opposizione ben più organizzati e coesi dell’attuale, seguendo l’ardore soggettivista dell’innalzare il livello dello scontro affidandosi alle dinamiche spontanee di massa, hanno ottenuto solo di schiantarsi contro un muro e di avere i propri esponenti arrestati in massa.

Figuriamoci, allora, cosa potrebbe accadere a un movimento come l’attuale che, per la prima volta nella storia recente, si ritrova ad avere tutte le formazioni politiche dell’arco parlamentare contro, tutte le testate giornalsitiche mainstream contro, nonché un contesto di sospensione delle norme costituzionali e dello stato di diritto.

Se, come sembra, al trogloditismo abituale “di destra” dovesse nei prossimi appuntamenti di piazza associarsi anche quello “di sinistra” dei black bloc, la strada verso il baratro potrebbe dirsi segnata.

Questo significa che, nel movimento, occorre un chiarimento.

Innanzitutto, non c’è un problema di destra e sinistra: che si tratti di Giuliano Castellino o degli anarco-insurrezionalisti, chi promuove l’insorgenza spontaneistica deve farsi le proprie manifestazioni e non imporsi su quelle organizzate da altri.

In secondo luogo, non c’è un problema di violenza e non-violenza: quasi nessuno nega la possibilità e in specifici casi anche l’ineluttabilità di scontri di piazza. Se questi devono avvenire, però, l’impegno organizzativo deve volgere a ridurre il più possibile il numero di feriti e di arrestati.

Inoltre, sarebbe da totali imbecilli andare a un conflitto generalizzato e campale contro le forze dell’ordine proprio nel momento in cui – all’interno di queste ultime, intorno al green pass e intorno alla fedeltà al governo – si stanno aprendo contraddizioni enormi.

Dunque, se il problema non è destra contro sinistra né violenza contro non-violenza, va da sé che l’oggetto del conflitto interno sia invece organizzazione contro spontaneismo.

Bisogna che, nelle mobilitazioni, si separino a riguardo gli ambiti, le piazze, le pratiche.

Va enunciato una volta per tutte che la “unità” che porta verso il baratro, non è un valore ma, al contrario, qualcosa da scongiurare.




DOPO IL 15 OTTOBRE – LA LOTTA CONTINUA di Fronte del Dissenso

DOPO IL 15 OTTOBRE – LA LOTTA CONTINUA

Il Coordinamento nazionale del FRONTE del DISSENSO riunitosi il 18 ottobre, dopo articolata discussione, ha deliberato quanto segue:

– Malgrado le massicce proteste che dalla fine di luglio hanno attraversato il Paese, nonostante la grande giornata di mobilitazione del 15 ottobre, il cosiddetto “green pass” è entrato in vigore. Il governo Draghi ha ottenuto una momentanea vittoria. Il movimento di lotta, per quanto sia più vivo che mai, deve prenderne atto, capire che la lotta è di lungo periodo e si fa più difficile. L’entusiasmo non va disperso ma trasformato in tenacia. E’ necessario individuare forme nuove ed efficaci di protesta, evitando di farsi chiudere in un angolo e di procedere in ordine sparso.

– Si deve dare il massimo sostegno alla lotta dei portuali di Trieste, diventata il simbolo di tutto il movimento contro il Green Pass. Si accoglie l’indicazione giunta dal comitato dei portuali: ognuno al suo posto di combattimento, non sguarnire il proprio territorio, manifestare in ogni città sabato 23 ottobre.

– Va superata la frammentazione dando finalmente vita ad un Coordinamento nazionale del movimento effettivamente rappresentativo che indirizzi e unifichi le prossime battaglie e quindi consolidi una rete capillare territoriale.

– In questa prospettiva, date le difficoltà riscontrate nel mobilitare il grosso dei lavoratori, andrebbe presto convocata una Assemblea nazionale del lavoro contro il green pass, affinché nasca una rete di collegamento dei lavoratori dei diversi comparti (industria, servizi, trasporti, ecc.) e l’obbligo di vaccinazione per il personale sanitario.

– Occorre aiutare il sindacato FISI a radicarsi nei luoghi di lavoro.

– Per far fronte alle pratiche discriminatorie conseguenti all’introduzione del green pass è urgente dare vita: ad un fondo di muto soccorso per sostenere i lavoratori privati di lavoro e reddito e ad un organismo legale per tutelare lavoratori, studenti e militanti.

– Auspichiamo che gli Studenti contro il green pass superino l’attuale divisione e diano vita ad un loro proprio Coordinamento nazionale.

– Dato che il movimento popolare contro il green pass è la sola opposizione esistente c’è bisogno di una piattaforma politica e sociale di ampio respiro per coinvolgere nella resistenza tutti gli strati sociali che subiscono le politiche vessatorie del governo.

Per quanto concerne le forme e le modalità delle future lotte, la discussione nel FRONTE è appena iniziata. Sono tuttavia emerse diverse proposte, tra le quali:
1. nei luoghi di lavoro porre in essere ogni forma fattibile di resistenza, dallo sciopero bianco a forme più audaci di sabotaggio;
2. fuori dai luoghi di lavoro dare vita a vere e proprie campagne di protesta attuando forme simboliche contundenti di disobbedienza civile che puntino ad ottenere più ampi consensi: azioni di contestazione verso i poteri politici locali e le questure, volantinaggi e comizi volanti davanti a luoghi di aggregazione di massa, azioni di boicottaggio e disturbo in punti strategici della vita economica e sociale,
3. organizzare e ben preparare una grande giornata di lotta nazionale contro il governo Draghi che unifichi e convogli tutte le forze (da decidere se confluire in un’unica grande manifestazione o se invece svolgere manifestazioni in ogni regione)

Il Coordinamento nazionale del FRONTE del DISSENSO
18 ottobre 2021




ROSSI DI VERGOGNA di Moreno Pasquinelli

Gli uomini non si giudicano da quello che dicono di se stessi ma da quello che fanno e da come giustificano quello che non fanno

Il 15 ottobre è entrata in vigore l’infame legge che ha esteso il “green pass” a tutti i comparti del mondo del lavoro per cui, se non hai la tessera, non varchi i cancelli e vieni privato del salario, e se rimani senza salario, farai la fame. Se non vuoi morire di fame non ti resta che sottoporti a vaccinazione. Un atto di coercizione e di discriminazione che non avviene in nessun’altra parte del mondo e che ha un solo precedente, non a caso italiano: la legge mussoliniana del 1938 per cui, o ti iscrivevi al Partito Nazionale Fascista, o eri buttato fuori dal posto di lavoro.

Contro questa legge ignobile ieri, in concomitanza con l’appello allo sciopero generale lanciato dal piccolo sindacato FISI, e seguendo l’esempio dei portuali di Trieste, si sono svolte in molte città dell’Italia centro-settentrionale belle e combattive manifestazioni, alcune davvero imponenti. La gran parte dei manifestanti erano lavoratrici e lavoratori così come sono stati prodotti dai processi di precarizzazione, frammentazione e polverizzazione post-fordista del tessuto produttivo e sociale del Paese. Tute blu e impiegati, lavoratori a partita Iva e insegnanti, infermieri e medici, ingegneri e badanti, studenti e pensionati, disoccupati e artigiani, commercianti e anche intellettuali. Una polvere d’umanità, un nuovo movimento di massa ribelle che irrompe sulla scena, come un fiore sboccia dal letame di una società impazzita. E’ il popolo dei senza-Qr-Code, gli emarginati del costituendo regime di sicuritarismo sanitario, quelli che il sistema tecno-liberista vorrebbe segregare come fuori-casta, come intoccabili.

Chi ieri era in piazza ha visto i volti di questi oppressi senza vergogna; ha udito il loro grido di guerra; ha condiviso, assieme alla rabbia, la loro sete di libertà e di giustizia sociale; ha percepito la forza di chi, al ricatto di chi sta sopra, oppone il riscatto di chi sta sotto. E’ l’epifania di un’Italia che non t’aspettavi, destinata a dare filo da torcere alle classi dominanti. Lunga e irta di trappole e ostacoli è tuttavia la strada che conduce alla vittoria. Avremo modo di analizzare e decidere il da farsi.

Dobbiamo occuparci però dei morti che stendono la mano sui vivi, di coloro che ieri non c’erano, di quelli che dopo aver proferito bestemmie e contumelie, hanno tramato per il fallimento della protesta. L’élite tecnocratica? Il governo? La Confindustria? I loro pagliacci politici? No, parliamo della sinistra transgenica, in particolare di certi gruppuscoli comunisti che giocano a fare i guardiani della fede ma sono come i preti sorpresi in un campo di nudisti.

Potremmo compilare una triste lista di questi zombi, ce n’è uno che spicca su tutti gli altri, il Fronte della Gioventù Comunista — ce ne eravamo già occupati di passata QUI e QUI.

Una copia macchiettistica degli stalinisti d’antan. Il medesimo tetragono fanatismo, solo trasferito dalla difesa del socialismo reale a quella surrealistica del regime sanitario istituito in Italia e culminato nelle misure draconiane del governo Draghi.

Non si pensi che il vero e proprio odio che questi imbecilli hanno espresso verso la protesta contro green pass e Qr-Code sia frutto di un’acrimonia passeggera, di rivalità tattica, o dell’invidia del gruppo di quattro gatti verso un vivace movimento di massa. No. L’avversione è più che politica, è metafisica — così ci spieghiamo come alcuni di loro siano potuti giungere a tentare patetiche aggressioni ai danni degli Studenti contro il green pass.

Siamo rimasti agghiacciati leggendo la “Risoluzione del Comitato Centrale del Fronte della Gioventù Comunista su pandemia, green pass e vaccinazione” approvata all’unanimità nella data sfigata dell’11 settembre 2021. Lo citiamo perché condensa in forma chimicamente pura, osiamo dire pornografica, le posizioni di tutta l’estrema sinistra italiana.

Sapevamo delle bestialità commesse da questi “compagni”. Sapevamo che davanti alla pandemia essi hanno agito come truppe ausiliarie delle classi dominanti, come agenti ideologici del nemico.

Hanno abboccato come allocchi alla narrazione ufficiale delle élite dominanti di una pestilenza catastrofica globale —“Siamo in guerra, nulla sarà come prima”; hanno quindi negato l’uso politico e strategico della pandemia come mezzo per giustificare il “grande reset” e il passaggio ad un regime tecno-liberista totalitario; hanno sostenuto di conseguenza lo Stato d’emergenza e le misure “sanitarie” di contrasto come il lockdown, il coprifuoco, le mascherine, il distanziamento sociale, l’uso di dispositivi digitali di tracciamento e spionaggio dei cittadini, smart working e la didattica a distanza.

Il documento di cui sopra, lungi dal contenere elementi di autocritica, aggrava la situazione e trasforma le bestialità precedenti in veri e propri crimini.

Quattro in sostanza le proposizioni contenute: (1) i vaccini, compresi quelli genetici a mRNA sfornati dai laboratori di manipolazione biotecnologica di Big Pharma, malgrado i rischi gravi ammessi da prestigiosi scienziati e dalle stesse aziende produttrici, sono ritenuti “strumenti fondamentali nella lotta contro la pandemia”; (2) il green pass è considerato “una foglia di fico”, poiché “si dovrebbe istituire l’obbligo vaccinale universale”, e poco importa se tale obbligo è palesemente incostituzionale, e cristallizzerebbe un dispositivo di segregazione sociale; (3) tutte le critiche sulla pericolosità del vaccino ed in nome della libertà di scelta terapeutica sono bollate come “antiscientifiche, cospirazioniste e reazionarie”, proprio come sostengono gli stregoni e i media di regime; (4) le proteste sviluppatesi contro le prescrizioni liberticide e anticostituzionali dei governi, nonostante da fine luglio siano partecipate anzitutto da lavoratori salariati, sono condannate come “piccolo borghesi e contro la collettività”.

Raccapricciante!

Potremmo buttarla in filosofia, smontando l’infantile scientismo positivista che sta alla base di certe posizioni politiche, ricordando un secolo e mezzo di critica dello scientismo tecnocratico, da Husserl alla Scuola di Francoforte passando per Heidegger, discettando di epistemologia popperiana e post-popperiana. Non servirebbe vista la rozzezza politica e culturale degli interlocutori.

Dati i momenti critici che viviamo, perdere tempo è un lusso che non possiamo permetterci. Il deposito culturale e teorico che abbiamo, se davvero lo abbiamo, preferiamo custodirlo e semmai attingervi per mettere le sue armi a disposizione del movimento nascente che certo ha molti limiti, ma non quello di intelligenza col nemico.




ROMA 9 0TTOBRE: RIFLESSIONI di Juan A. Guerrero     

Sottoponiamo alla vostra attenzione questo documento di riflessione riguardo ai recenti fatti di Roma accaduti dopo la manifestazione di Piazza del Popolo del 9 scorso.

Se è vero che sul palco degli organizzatori c’erano gli esponenti di FN, già questa cosa, di per sé, la dice lunga sulla natura ambigua dei promotori della manifestazione, in particolare quella del giudice (o ex giudice) Angelo Giorgianni.

Quello che è successo poi sembra seguire un vecchio copione ben collaudato degli anni ’70, dei tempi di Cossiga per intenderci.

Un gruppo di estrema destra che costituisce, oggi come ieri, una creatura per li rami degli arcana imperii del Viminale (come lo fu ad es. a suo tempo Avanguardia nazionale di Delle Chiaie), viene usato dal Ministero dell’interno per dare l’assalto ad una sede della CGIL (sede vuota e chiusa, molto distante da Piazza del Popolo): per chi legge la cosa con lenti non offuscate è chiaro che Castellino e c. sono stati fatti arrivare fin lì di proposito da parte di Questura, Prefetto e Capo della polizia, dopo che già intorno alle 16.30 l’azione era stata preannunciata a chiare lettere dal palco. L’obiettivo del Governo era confezionare il casus belli per poter poi far gridare ai quattro venti, da parte di tutti quanti (stampa, sindacati ecc.) che si tratta di  “squadrismo fascista”, di aggressione al mondo del lavoro ecc.

L’episodio, come sempre organizzato by design per fini molteplici, viene allora usato come un randello per poter “demonizzare” il dissenso, strillare contro le piazze “no vax” ingestibili e potenzialmente violente, dare addosso a chi si ribella a questo governo di scellerati e provare a disinnescare la carica contestataria che sta montando nelle piazze e in tutto il paese. Tutto calcolato e coordinato, come da copione.

Si è fornita poi l’occasione a Draghi, sempre sulla scia del vecchio modello di Cossiga, di fare la sua processione laica presso la sede della CGIL, sua complice e partner in tutto l’affaire, come si può intuire. Il vile affarista di Palazzo Chigi va poi a deprecare l’accaduto di fronte ai media, offrendo una nuova vetrina politica ad usum delphini proprio a chi, in ultima analisi, ha orchestrato tutto quanto. Il che ha poi messo il governo nella condizione di promettere nuove pesanti restrizioni alla libertà di manifestazione. Risalta così ancora meglio tutta l’ambiguità e il gioco di ruolo di un personaggio di natura profondamente cetopolichese (di matrice togata, per giunta) come Angelo Giorgianni, così come emerge alla luce del sole la natura perversa e strumentale del suo rapporto con le piazze, ovvero con le ignare persone che si sono mobilitate in Piazza del Popolo e che costui ha pensato di usare come massa di manovra per gli scopi della sua agenda, affidandosi tuttavia per la gestione della manifestazione a Castellino e ai suoi scherani.

La prova provata di tutta questa sottile organizzazione dell’affaire e della sua più intima natura di operazione false flag (una prassi più che rodata nei decenni postbellici nel nostro paese), ci è data poi dai numerosi video che mostrano alcuni poliziotti travestiti da manifestanti (esattamente come a suo tempo quelli di Cossiga) dare l’assalto ad alcune camionette della polizia per poi presentarsi di nuovo sulla scena, sempre con gli stessi abiti civili più mascherina, per picchiare in modo brutale alcuni manifestanti (probabilmente gente in buona fede) e arrestarli: il tutto circondati da altri agenti che osservano e lasciano fare.

Anche i sindacati, per conto loro, collusi come sono col governo, puntano ad incassare una parte del “bottino” politico, giacché facendo leva sull’aggressione alla sede romana della CGIL possono di nuovo resuscitare il loro antifascismo di facciata (dietro cui hanno sempre occultato la loro complicità col Viminale e la strategia della tensione) e per un po’ piangere sull’attacco subito di fronte ad un mondo del lavoro che non rappresentano più ormai da decenni. Tentano così di spartirsi anch’essi le spoglie politiche di un’operazione gestita dall’alto dal potere politico, di cui sono divenuti da tempo un apparato incastonato nel mondo dei salariati, pubblici e privati. Non solo.

I sindacati avranno anche la possibilità, in sintonia di nuovo con Draghi e le sue nuove misure restrittive, di organizzare una loro manifestazione a ridosso del prossimo sciopero nazionale (l’hanno infatti indetta per sabato 16), allo scopo di dividere nuovamente e approfondire la spaccatura tra le varie anime della popolazione italiana in rivolta, contrapponendo le loro “masse di manovra” a tutti gli altri cittadini che protestano contro questo governo di criminali, tentando per la via di recuperare anche un po’ di consenso (di nuovo occultando dietro la loro finta “protesta” contro il presunto “neofascismo” di FN, di per sé una mistificazione del resto, la loro connivenza con l’esecutivo). C’è anche da temere che possano riuscirci, il che sarebbe un altro scopo perseguito dalla messa in scena andata in onda sabato scorso (non a caso censurata dai media e fatta sparire dagli schermi del mainstream soltanto per la parte che riguarda i video degli agenti in borghese che prima attaccano la polizia e poi, sempre loro, malmenano i manifestanti in Corso Italia).

Una orchestrazione di questo tipo ha il fine di occultare la vera natura delle cose e soprattutto l’autentica natura di Fiore, Castellino & Co., facendo così sparire dalla scena la longa manus del Viminale e del governo dietro l’esistenza e le gesta di questo gruppo. In altre parole, si vuole rendere impossibile capire il vero carattere di FN, fare il gioco di Draghi e portare acqua al mulino di coloro che stanno facendo di tutto per dividere l’opposizione sociale a questo governo di farabutti.

Come è possibile che gli organizzatori della manifestazione di Roma non fossero a conoscenza dei potenziali esiti politici, poi puntualmente verificatisi, di quelle presenze sul loro palco? Possiamo davvero pensare che persone navigate come quelle ignorassero la cosa? Dobbiamo davvero crederli così ingenui? O abbiamo invece a che fare con un classico “doppio gioco” politico?

D’altronde, il trucco è vecchio come il mondo ed è stato sperimentato della CGIL e attuato a lungo in Italia. Un apparente dissenso democratico nei confronti del governo, congegnato in modo da apparire verosimile (e che a prima vista si distingue dalle altre componenti dell’opposizione invece di favorire la loro unificazione), ospita nel suo seno degli “agenti politici” sotto copertura dello stesso esecutivo, che così li può usare sia contro gli stessi organizzatori della piazza di Roma, sia contro tutta quella parte della popolazione che si riconosce nel “Fronte del dissenso” (nel quale peraltro lo stesso Giorgianni col suo L’Eretico aveva tentato di entrare, almeno all’inizio).

Pensiamo che si possa e si debba trarre qualche lezione politica dagli avvenimenti di Roma, quanto meno una più chiara analisi delle vere forze in campo e dei loro metodi, se effettivamente, come tutto lascia credere, le circostanze reali fossero corrispondenti alle nostre impressioni. Non si possono tacere le corrispondenze rivelatrici che emergono dall’osservazione di questi fatti più recenti e del loro strettissimo rapporto con la storia d’Italia del dopoguerra. Della serie: va bene senz’altro l’ottimismo della volontà contro il pessimismo dell’intelligenza, ma, oggi più di ieri, il primo non può fare a meno di un sano e intelligente realismo politico che sappia sempre distinguere il grano dal loglio pur dovendo noi calpestare politicamente questa subdola via.

Aggiungiamo alcune altre brevi considerazioni.

Da un lato, tutte le maggiori forze di governo, PD e 5 Stalle sostanzialmente, appoggiati dai nuovi/vecchi apparati di stato che sono i sindacati, segnatamente la CGIL e il suo segretario (passato dall’originaria tuta blu alle auto blu odierne, come tutta la sua casta del resto), invocano misure draconiane contro il presunto “neofascismo” per tre scopi:

  • sia per attaccare politicamente e magari mettere in prospettiva fuori gioco, dal punto di vista elettorale quanto meno, le forze che fanno loro concorrenza presso l’opinione pubblica moderata e di “destra” del paese (Lega e FdI, in sostanza);
  • sia soprattutto per occultare dietro quella cortina fumogena quanto già detto in merito alla simbiosi storica tra FN (e gruppi neofascisti più in generale) e apparati di sicurezza dello Stato, facendo sparire dalla scena così il fatto che è precisamente il potere politico ad orchestrare, dietro le quinte, tutto quanto, a creare il contesto funzionale ai proprio scopi (come nel caso della cosiddetta “emergenza sanitaria”, altra creatura del ceto politico nostrano e degli apparati di Stato);
  • sia poter introdurre nuove misure restrittive delle libertà politiche, garantite dalla Costituzione, con la scusa di prevenire nuovi disordini e garantire così la “sicurezza delle città”, approdo paradossale senz’altro visto che sono stati proprio gli apparati di Stato, in primis il Viminale, a creare le condizioni perché potessero verificarsi.

Si noti la logica circolare di tutto l’affaire. Il potere politico, tramite FN che è una sua creatura e i suoi agents provocateurs nelle vesti della polizia di Stato, organizza tafferugli e disordini nel centro di Roma:

  • tanto per poter stigmatizzare ed esporre al pubblico ludibrio, tramite i media da esso stesso pagati per farlo, la piazza e le decine di migliaia di persone che la gremivano, bollandoli come violenti “no vax”, facendo credere che sia in atto una “radicalizzazione” delle loro presunte “frange estremiste”;
  • quanto per poter poi invocare l’adozione di provvedimenti atti a contrastare e prevenire presunti disordini e violenze che esso stesso ha organizzato e mandato ad effetto, perché creassero precisamente le precondizioni di un suo intervento. Proprio come l’industria degli armamenti crea le guerre per poter esitare i suoi prodotti bellici (la produzione di tali merci si crea il proprio mercato), così lo Stato si crea da solo, pianificandole e orchestrandole in anticipo, le condizioni al contorno che poi possano permettergli di disciplinare e ingabbiare a suo arbitrio, di norma contro la Carta costituzionale del paese, la società complessiva (il dissenso, le opposizioni sociali alle sue misure politiche ecc.).

A tutto questo si deve poi aggiungere il fatto che la “destra” istituzionale odierna semina di suo  nuovo fumo ancora sull’intero panorama, dichiarando per bocca dei suoi esponenti attuali (vedi ad es. Ignazio La Russa sulla stampa) che il fascismo in Italia è tramontato sin dai tempi di Almirante (lo fa per disinnescare politicamente “l’antifascismo” dei suoi alleati al governo), nel mentre sappiamo benissimo che gruppi neofascisti, clandestini e ufficiali (vale a dire dentro l’MSI), persino sin da prima della fine della guerra erano stati cooptati dentro gli apparati della nascente e poi neonata Repubblica, nonché in seguito della NATO.

In pratica, li hanno subito incorporati nelle strutture dei servizi e dell’Arma in funzione antipopolare. Per cui dire che il fascismo è finito negli anni 70 o “è stato sdoganato” con la cosiddetta seconda repubblica è solo un’altra, l’ennesima, impostura interessata a occultare anch’essa l’effettiva realtà dei fatti. Precisamente come fa adesso l’”antifascismo” di cartapesta, falso come una gamba di legno, delle istituzioni e dei sindacati attuali.

Paradossalmente, alle stesse fuorvianti sponde è approdato anche chi, dentro il marxismo del passato e la sinistra di un tempo, sosteneva che in Italia si parlasse inutilmente di fascismo in “assenza di fascismo”, come se quest’ultimo fosse sparito dalla scena nazionale ormai da tempo e non contasse più nulla: altro clamoroso fraintendimento del reale stato delle cose, la cui natura più intima è rimasta sostanzialmente ignota a tutti questi personaggi (filosofi, politologi, storici ecc.).

Inutile dire che tutti questi soggetti han finito con l’occultare anch’essi quanto invece prendeva forma, in segreto, dentro gli apparati di Stato, in cui neofascisti e monarchici venivano reclutati al servizio del potere politico dell’epoca e degli Usa per dare vita ad un terrorismo di Stato avente come proprio bersaglio sia la popolazione civile di allora, sia i partiti dei lavoratori e le loro organizzazioni di categoria.

Mutatis mutandis, la stessa tattica viene utilizzata oggi per dividere l’opposizione sociale e la rivolta contro le politiche dell’attuale governo, coadiuvato in questo dai diversi soggetti attualmente in campo che invece di progettare e partecipare all’unificazione della protesta la frammentano ulteriormente, depistano e fanno il gioco, scientemente verrebbe da dire, dell’odierno esecutivo: e gli facciamo un encomio sostenendolo, visto che in caso contrario li si dovrebbe ritenere degli sprovveduti, se non degli avventuristi che si rivelano agenti di fatto e forse di diritto di quest’ultimo (proprio come nella tattica dell’infiltrazione di vecchia memoria novecentesca, in cui agenti addestrati a combattere un’ideologia, un partito ecc. ne vestivano i panni per poterlo poi meglio affossare dall’interno.

Ci tocca ancora una volta citare un maestro a suo modo in tale arte di Stato:




AUTUNNO CALDO di Moreno Pasquinelli

Mai come nel caso dell’infame passaporto sanitario vale l’adagio “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”.

In preda ad un vero e proprio delirio di onnipotenza, la casta al potere pare aver perso ogni contatto con la realtà. Prigioniera della concezione élitaria e classista secondo cui il popolo è un bue, si era convinta che coll’infame ricatto avrebbe ottenuto un boom di vaccinazioni, quindi una vittoria politica schiacciante.

Ma questa cantonata della casta ha altre cause. Lassù si erano autoconvinti che assieme alla lotta di classe fosse scomparso il proletariato, inghiottito nella melassa della “società liquida”, dissolto e neutralizzato nella “cetomedizzazione sociale”.

Scoprono invece che un nuovo proletariato sta sorgendo, che esso è anzi il lievito di una nuova opposizione sociale. Scoprono che proprio chi sta più in basso nella loro scala sociale non ha abboccato alla grande campagna di terrore pandemico e di addomesticamento sociale. Scoprono che l’operazione Draghi, dopo il fallimento dei “populisti” e successivo loro arruolamento come vassalli, ha i piedi di argilla.

Che Draghi si fosse cacciato in un guaio, lo avevamo detto subito dopo che a fine luglio annunciò tracotante l’estensione a tutto il mondo del lavoro del “green pass”. Grazie alla sua goffa conferenza stampa, ma anzitutto per l’evidente attacco ai diritti di milioni di lavoratori, la protesta iniziò a dilagare in gran parte del Paese.

Alle porte del fatidico 15 ottobre politicanti e tecnocrati di regime, come pugili suonati, scoprono che ben tre milioni e mezzo di lavoratori, in barba alla più invasiva campagna di propaganda, nonostante il ricatto «se non ti vaccini non lavori!», hanno detto signor No! Si tratta di un clamoroso atto politico di disobbedienza civile, simboleggiato dalla vera e propria ribellione dei portuali di Trieste. Un vento di rivolta che va alimentato affinché diventi contagioso. Per questo si deve sostenere lo sciopero generale ad oltranza proclamato dal FISI con inizio venerdì 15 ottobre.

La “concessione” fatta dal governo ai portuali di Trieste dimostra che solo con la lotta si possono  ottenere risultati. I portuali hanno risposto giustamente picche: non gli interessa il tampone gratuito, il 15 entreranno in sciopero ad oltranza affinché sia ritirato il decreto legge che istituisce il green pass obbligatorio. Per l’intanto si sono aperte crepe nel fronte nemico, il governo Draghi è per la prima volta in seria difficoltà, anche perché la sua “concessione” sta facendo arrabbiare milionate di lavoratori e potrebbe rivelarsi un boomerang.

Il fronte che si va mobilitando per far fallire questo sciopero politico è comunque potente, guai a sottovalutarlo. Comprende il governo, la Confindustria, i partiti e i sindacati di regime. Ahinoi comprende anche i cosiddetti “sindacati di base” che accampano le più risibili ragioni per giustificare la loro ignavia.

Draghi e il suo governo tremano anche perché lo stesso fronte degli industriali si va mettendo di traverso. Interi reparti e settori dell’economia rischiano la paralisi, le linee produttive potrebbero incepparsi a causa dell’applicazione del “green pass”, chiedono proroghe e deroghe.

Troppo tardi per metterci un pezza. Oramai i giochi sono fatti. Il governo è in un vicolo cieco, non vuole e non può tornare sui suoi passi. Se lo facesse, non solo perderebbe la faccia, contribuirebbe ad alimentare il vento della rivolta. A maggior ragione occorre colpirlo adesso, senza esitazioni.

Sia chiaro che il 15/10 non è il Giorno del Giudizio. Lo sciopero non paralizzerà il Paese, né farà cadere il governo. Molta è la strada da percorrere per ottenere la vittoria. Il 15/10 è un altro passo verso la giusta direzione. E sarà giusta, la direzione.