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LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

Preceduta dalle conferenze dei Comitati Popolari Territoriali, si è svolta il 13 e 14 novembre 2021 la II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia. Tra i documenti discussi e approvati LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

LA SITUAZIONE ITALIANA E I COMPITI DI LIBERIAMO L’ITALIA

Approvato all’unanimità dalla II. Conferenza nazionale per delegati di Liberiamo l’Italia 13-14 novembre 2021

1. A due anni dalla sua nascita, Liberiamo l’Italia si trova ad affrontare una situazione del tutto inedita. L’epidemia, e soprattutto la sua gestione emergenzialista, hanno cambiato in profondità l’intero panorama, sociale e politico. Visto che questo cambiamento rende largamente inutilizzabili le mappe analitiche e gli schemi concettuali ante-Covid, diventa sempre più urgente un’elaborazione teorica all’altezza della nuova condizione dell’agire politico. A tale proposito rimandiamo alle Tesi sul Cybercapitalismo approvate dalla nostra Conferenza.

2. Il progetto dell’oligarchia al potere è chiaro: rimodellare la società e gli stessi individui, al fine di ottenere obbedienza, disciplina sociale, sorveglianza sulle anime e sui corpi all’interno di un nuovo regime totalitario ben più sofisticato rispetto agli antecedenti novecenteschi. L’ingrediente fondamentale di questo disegno, che investe ormai ogni ambito sociale a partire dal lavoro, è la paura. E’ in questo nuovo contesto che il ricatto del Green pass, con il quale si punta a scardinare definitivamente lo stato di diritto, ha assunto la sua forma più incisiva ed odiosa.

3. Ma non si cambia la società senza modificare lo stesso sistema politico. Detto in altri termini, non si normalizza l’una senza omologare l’altro. Dopo decenni di tentativi in questo senso, fatti di presidenzialismo crescente, svuotamento dei poteri parlamentari, leggi elettorali maggioritarie e controriforme costituzionali (riuscite e non), siamo ora ad un passaggio decisivo: la costruzione in atto di un regime tecnocratico, autoritario ed oligarchico all’ennesima potenza.

4. Il governo Draghi è la massima espressione di questo progetto. Lo è a livello nazionale, grazie alla larga coalizione ed ai potentati che lo sostengono. Lo è sul piano europeo, dove l’ex presidente della Bce svolge la funzione di Gauleiter della cupola eurista. Lo è a livello mondiale per il ruolo di avanguardia, assunto dall’Italia, nell’implementazione del nuovo sistema di dominio e controllo denominato Grande Reset.

5. Il ruolo di Draghi è dunque centrale. Ed è destinato a restare tale anche nel prossimo futuro, sia che venga eletto Presidente della Repubblica, sia che resti a Palazzo Chigi, magari anche dopo le elezioni previste nel 2023. Nel primo caso, oltre a consentire funzioni di controllo extra ed anticostituzionali su governo e parlamento, sviluppando quanto già introdotto de facto da Napolitano e Mattarella, l’elezione di Draghi servirebbe a traghettare l’Italia verso forme di presidenzialismo alla francese. Nel secondo caso, il prolungato esercizio diretto del potere governativo porterebbe ad una sorta di “draghizzazione” della politica italiana, con un complessivo ridisegno degli attuali schieramenti in campo.

6. Il blocco dominante al potere nel nostro Paese punta tutte le sue carte su Draghi, anche perché ne vede sia il ruolo di fermo ancoraggio all’Unione Europea, sia la sua possibile funzione di “riformatore” dei meccanismi che la governano. L’idea è quella di un’Ue “amica”, quella del Recovery Fund per intenderci: un’Unione tanto forte contro le classi popolari, quanto larga di manica nel rilanciare il processo di accumulazione capitalistica.

7. Quale sarà l’Ue post-Covid è in effetti una partita aperta. La stessa uscita di scena di Angela Merkel, benché avvenuta nel segno della piena continuità delle politiche proposte, contribuisce a creare un quadro di incertezza, in grado di alimentare l’illusione di un’”altra Europa”. In realtà, guardando alle cose in prospettiva, non ci sono veri segnali di un abbandono dell’impostazione ordoliberista, di matrice tedesca, e delle politiche di austerità che ne conseguono.

8. La cosa più probabile è che, passata la bufera del Covid, si torni nella sostanza alle regole attualmente sospese. Certo, pena conseguenze economiche insostenibili, questo non potrà avvenire nel 2022. Ma è sicuro, ed ufficialmente annunciato, che già nel prossimo anno verrà decisa la reintroduzione del cosiddetto “Patto di stabilità” a partire dal 2023. Se, in generale, resta tutta da scoprire la compatibilità tra l’ordoliberismo e le esigenze “rivoluzionarie” del Grande Reset, l’orientamento della cupola eurista non pare in discussione. Nella trattativa che si svolgerà sulla “riforma” del “Patto di stabilità” è probabile che alcuni aspetti vengano modificati, ma senza mettere in discussione l’impostazione di fondo. Ne va della stessa sostenibilità dell’euro.

9. Ma non ci sono soltanto le regole di bilancio. In questi due anni l’Ue ha retto soprattutto grazie alle scelte della Bce, costituite da una consistente emissione monetaria e dalla politica dei tassi a zero. Tutto ciò non potrà continuare a lungo. Le recenti spinte inflazionistiche, particolarmente forti in Germania, non potranno che dare forza al partito rigorista (alimentato anche dalle vecchie sentenze della Corte costituzionale tedesca) all’interno dell’Unione. La conseguenza non potrà che essere quella di un raffreddamento della “ripresa” (in realtà soltanto un rimbalzo) in corso.

10. E’ in questo quadro che va vista la stessa politica di bilancio del nostro Paese. Nella recente Nota di aggiornamento del Def il governo italiano, mentre conferma una scelta espansiva per il 2022, già annuncia il ritorno delle politiche di rigore finanziario negli anni successivi. Una tendenza che potrà trovare prime applicazioni pratiche sia in materia pensionistica che fiscale, senza dimenticare la probabile “riforma” del Reddito di cittadinanza.

11. Dentro la partita dell’Ue post-Covid c’è pure il tentativo di chi vuole spingere maggiormente verso una soluzione federale. Si tratta di una spinta che trae alimento anche dalla presa d’atto di una maggiore distanza dagli Usa, un dato che la vittoria di Biden non ha certo sanato. L’idea di un primo embrione di esercito europeo vorrebbe andare in questa direzione, ma il rapporto di sudditanza esistente all’interno di una Nato che gli Stati uniti continuano ad usare come strumento della loro egemonia strategica, rende questo progetto velleitario e poco credibile. Come dimostra anche il recente scontro con la Polonia, la cui Corte costituzionale ha dichiarato la prevalenza del diritto nazionale su quello europeo, l’Europa federale non pare proprio alle porte, ed i suoi sostenitori non sembrano avere le forze e le condizioni per imporre una simile svolta.

12. Sulla base di quanto sin qui sostenuto, possiamo attenderci una fine della legislatura caratterizzata dalla prosecuzione di una politica presa in mano, sia per gli aspetti economici che per quelli sanitari, dalla nuova casta di “tecnici” al servizio delle oligarchie finanziarie. Una politica sempre più elitaria, sottratta ad ogni vincolo democratico, impermeabile ad ogni rivendicazione popolare, libera da ogni retaggio costituzionale. Questo nuovo regime ha vissuto il suo passaggio fondamentale nella raffica di decreti che hanno progressivamente introdotto il Green pass. La lotta contro questo lasciapassare di stampo medievale è perciò lotta politica nel senso più pieno del termine.

13. Così come il Green pass ci viene presentato come un sacrificio a fin di bene, la stessa cosa avverrà (e già avviene) per la miriade di controriforme legate all’attuazione del Pnrr, la cui funzione è invece quella di rinchiudere per sempre l’Italia nella mortifera gabbia dell’euro. Un’opposizione degna di questo nome dovrà dunque saper denunciare la politica antipopolare che si cela dietro quello che ci viene mostrato come un regalo, legando sempre la questione democratica, e dell’attacco alle libertà, alla questione sociale.

14. Il panorama lasciatoci dal Covid ci propone una brutale ridefinizione delle classi e, ancor più, dei blocchi sociali. I due principi di fondo che muovono l’azione dei dominanti sono quelli della precarizzazione del lavoro da un lato, della distruzione massiccia di quote imponenti di lavoro autonomo, onde favorire la concentrazione della produzione e dei capitali, dall’altro. Il blocco dominante cercherà di attrarre a sé non solo la quota di piccola borghesia che residuerà, ma pure i settori meglio protetti del lavoro dipendente. Per contro, esso tenterà di disperdere in mille rivoli le tante categorie del lavoro autonomo destinate a saltare, riservando alla crescente quota di lavoratori precari uno sfruttamento sempre più forte.

15. Compito di chi vuole opporsi e costruire un’alternativa politica è quello di lavorare esattamente nella direzione opposta, sviluppando l’unità di tutte quelle che potremmo definire come le vittime, presenti e future, del Grande Reset. Non è questa una cosa ovvia come potrebbe sembrare. La spaccatura della società, operata con la violenta azione del regime dispiegatasi con tutta la sua forza in questi ultimi mesi, non è uno scherzo. Ed uno dei suoi effetti può essere quello di uno spezzettamento dell’area del dissenso, funzionale a bloccare sul nascere ogni tentativo di ricomposizione di una vera opposizione.

16. A tal fine, ferma restando la netta opposizione all’obbligo vaccinale, va respinta la manovra che vorrebbe rinchiuderci ed isolarci dentro la gabbia dei “non vaccinati”. Nell’opposizione alla dispotica imposizione del vaccino non va dunque mai persa la capacità di collegare il particolare al generale, facendo emergere qual è il vero obiettivo dei dominanti. Che non è tanto il vaccino in sé, quanto piuttosto la sua imposizione come simbolo di un dominio potenzialmente illimitato. La vaccinazione è il mezzo; il dominio, l’annichilimento degli individui, il massimo sfruttamento dei lavoratori è il fine.

17. La sfida della costruzione di un blocco sociale alternativo compete al movimento che si è sviluppato contro il Green Pass, ma ancora di più alle componenti politiche che lo costituiscono. Tra queste Liberiamo l’Italia, sia autonomamente che all’interno del Fronte del Dissenso, ha una responsabilità particolare. La scelta, compiuta fin dalla primavera 2020, di schierarci risolutamente contro la narrazione sul Covid e sull’insieme delle misure liberticide che ne discendevano, si è rivelata assolutamente giusta. Senza nulla voler togliere ad altri fronti di lotta (dall’Alitalia alla Gkn, tanto per citare quelli più importanti), oggi l’opposizione realmente esistente coincide di fatto con il movimento contro il Green pass. Tutto ciò è tanto più vero dopo la cruciale giornata del 15 ottobre che, pur con le prevedibili difficoltà dello sciopero, ha mostrato la grande forza di un movimento che cresce e vuole andare avanti, includendo sempre più la partecipazione ed il protagonismo di decine di migliaia di lavoratori.

18. Se questo movimento non ci fosse l’opposizione sarebbe del tutto inconsistente, ma ciò non deve impedirci di vedere la sua complessa natura e la sua attuale cornice sociale. Al suo interno rileviamo fra l’altro l’esistenza di un’articolata tendenza alla “fuga” da un’idea di partecipazione politica, al rinchiudersi in piccole comunità e, almeno in questa fase, a rinunciare alla battaglia politica vista come inevitabilmente controproducente. Una siffatta propensione porta con sé altre implicazioni fra cui, in alcuni casi, la rinuncia alla lotta ed all’iniziativa per costruire spazi di condivisione di idee e prassi collettiva, insieme ad una certa sottovalutazione degli aspetti economici e sociali insiti nell’iniziativa del nemico. La presenza di questa tendenza “fughista” – frutto peraltro di un lungo periodo di letargia sociale – è oggi un fatto ineliminabile, sebbene non maggioritario. Il nostro compito è quello di confrontarsi con questi orientamenti (e con le relative esperienze che ne conseguono), nella convinzione che possano svilupparsi non solo come positive forme di resistenza ma anche verso la riconquista di una nuova coscienza politica profondamente rinnovata.

19. Ma c’è un secondo limite da segnalare. Come tutti i nuovi movimenti, anche quello attuale ha al suo interno un’anima fortemente spontaneista. Nel nostro caso, questo spontaneismo consiste di fatto in un “tuttosubitismo” che non fa i conti con il sofisticato piano del nemico, con i concreti rapporti di forza e con la necessità di modificarli. E’ proprio sfruttando questa pur comprensibile tendenza, che alcune forze si sono inserite per proporre forme di lotta avanguardiste e visioni ultimatiste del tipo: “o vinciamo entro la data x o tutto è perduto”. Se il 9 ottobre la provocazione di Forza Nuova ha potuto avere successo, ciò è dipeso anche dalla consistenza di questa tendenza. Anche questo limite può essere però contrastato con efficacia, come si è visto nella giornata del 15 ottobre.

20. Recentemente, vedi la manifestazione del 25 settembre, abbiamo condensato il legame tra questione democratica e questione sociale nello slogan “lavoro e libertà”, ed è a partire da questo legame che Lit dovrà operare con costanza nella direzione di un fronte unico di lotta contro Draghi e le sue politiche. Ma anche questo non basta. E’ giunto infatti il momento di affrontare di petto alcune questioni politiche: quella della costruzione di una soggettività adeguata allo scontro in atto, quella dell’organizzazione e della rappresentanza di un’area di dissenso e di opposizione oggi priva dell’una e dell’altra.

21. Le recenti elezioni amministrative hanno riproposto all’attenzione di tutti queste problematiche. Mentre i risultati ci consegnano un quadro contraddittorio, caratterizzato sì dal rafforzamento delle forze sistemiche ma nell’ambito di un crescente distacco popolare dalle vicende politiche (basti pensare alla crescita dell’astensionismo), è assai pericoloso che tale distacco non trovi oggi un’espressione politica in grado di trasformare la rabbia in coscienza e il dissenso in progetto alternativo. Se questa situazione non verrà invertita, il semplice distacco da una politica vissuta come mero esercizio del potere potrebbe alla fine risultare addirittura funzionale al progetto dei dominanti, i quali non vogliono la partecipazione, ma semplicemente l’adesione acritica da un lato e la marginalizzazione di chi non si adegua dall’altro.

22. Le elezioni amministrative ci forniscono anche altre indicazioni. Se concentriamo l’analisi sul nostro mondo, quello a noi più vicino, quello con cui cooperiamo nel movimento in corso, dobbiamo prendere atto di alcune cose. La prima è che il grosso del dissenso (definiamolo così per comodità) si è tradotto in una significativa crescita dell’astensione. Ciò (che non deve stupire) è avvenuto anche perché complessivamente l’offerta alternativa alle forze sistemiche era troppo debole e frastagliata. Mentre l’idea di un’opposizione civica in grado di raccogliere il meglio del vecchio M5s (vedi Roma) si è rivelata assolutamente perdente, tre sono stati i risultati più significativi: quello della lista capeggiata da Ugo Mattei a Torino (2,4%), quello di Paragone a Milano (2,9%), quello del Movimento 3V in alcune città minori (Trieste, Rimini e Ravenna), oscillanti tra il 2,9 ed il 4,6%.

23. Questi risultati, pur nelle evidenti differenze tra queste liste, mostrano l’esistenza di una sorta di “zoccolo duro potenziale” dell’area di opposizione di cui facciamo parte. Se in potenza il bacino largo di possibile consenso di quest’area è infatti stimabile oggi intorno al 30%, la traduzione di questa possibilità in consenso effettivo è evidentemente tutt’altra cosa. Avere come base di questo eventuale e virtuoso processo un 3-5% non è un fatto trascurabile, anzi. Chiamiamo questa base “zoccolo duro potenziale”, perché da un lato (vista l’assenza di un’identità generale sufficientemente forte) è chiaro che siamo di fronte ad una sorta di “zoccolo duro”, ma dall’altro esso è ancora solo potenziale, dato che soltanto in presenza di determinate condizioni (leader mediaticamente già conosciuti o particolari situazioni locali di insediamento) esso si è tradotto in effettivo consenso elettorale.

24. Sulla questione elettorale, e dell’assenza di ogni soggetto “autosufficente”, così scrivevamo (risoluzione della Direzione nazionale di Lit del 18 giugno 2021) qualche mese fa: «Sbaglia chi dice che le elezioni non ci interessano, sbaglierebbe ancor di più chi pensasse soltanto a piantare la propria bandierina. Nessuno, da solo, è in grado di offrire una prospettiva sufficientemente credibile. Dobbiamo invece unirci, affinché la quantità diventi qualità ed un’alternativa inizi a farsi strada». Come noto, quel nostro documento non era pensato per le elezioni amministrative, bensì per le prossime politiche, sulla cui rilevanza così ci esprimevamo: «Il rischio è che non si capisca a fondo l’importanza del passaggio elettorale, oppure che lo si comprenda troppo tardi. Quel passaggio sarà invece un momento topico della definitiva trasformazione, in senso tecnocratico ed antidemocratico, dell’intero sistema politico. Possiamo permetterci di non essere presenti su quel fronte di battaglia? Noi pensiamo di no». La proposta di giugno non ha avuto sviluppi concreti, ma il ragionamento che ci aveva portato a formularla è oggi ancor più valido di ieri.

25. La sostanza di quella proposta stava nell’obiettivo «dell’unità di tutte le forze del sovranismo costituzionale insieme a quelle che si stanno battendo contro l’emergenzialismo e per la difesa delle libertà individuali e collettive». Questa proposta era contestuale a quella della federazione delle forze patriottiche democratiche. L’idea era quella di un ampio blocco politico ed elettorale guidato dalle forze più consapevoli della necessità di liberarsi dalla gabbia europea. I fatti di questi ultimi mesi – dall’escalation autoritaria messa in campo dal governo Draghi, alle dimensioni di massa raggiunte dal movimento contro il Green Pass – se da un lato rendono ancora più urgente la nostra iniziativa, dall’altro ci impongono una sua parziale ridefinizione.

26. Il primo elemento di questa ridefinizione sta nell’assoluta necessità di far emergere una proposta che raccolga e coinvolga quantomeno le parti più coscienti ed avanzate del movimento contro il Green Pass. Sta qui, infatti, la massa critica necessaria di ogni progetto. Pur con tutte le sue inevitabili difficoltà, la costruzione del Fronte del Dissenso rappresenta già un primo fondamentale passo nella giusta direzione. Si tratta ora di andare avanti, lavorando in primo luogo su due elementi positivi presenti nell’insieme del movimento: la forte spinta unitaria, la consapevolezza del salto politico da compiere. Posta l’esistenza di una sufficiente base politico-programmatica, il punto più delicato resta quello della forma da dare al progetto. E’ questo un aspetto su cui lavorare con particolare attenzione fin nei dettagli, ma l’idea di fondo da cui partire resta quella della federazione.

27. Tre sono i pilastri fondamentali su cui fondare la costruzione di un blocco politico capace di misurarsi anche sul terreno elettorale. In primo luogo, questo blocco dovrà essere l’espressione della capacità del movimento attuale di autorappresentarsi politicamente. In secondo luogo, esso dovrà nascere nello spirito di un nuovo Cln, proteso all’obiettivo della liberazione nazionale. In terzo luogo, chiara dovrà essere la totale alternatività di questa alleanza rispetto ai due poli intercambiabili, di centrosinistra e di centrodestra, in cui si struttura l’attuale regime. E’ sulla base di questi tre pilastri che Lit svilupperà la propria iniziativa nei prossimi mesi.

Fonte: www.liberiamolitalia.org