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IL SAPERE, UGUALITARISMO, DIFFERENZA di Paolo Di Remigio e Fausto Di Biase

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UNA RISPOSTA AL PROF. CAPPELLI

L’articolo del prof. Cappelli[1] critica con veemenza la decisione del ministro Bianchi di eliminare anche quest’anno il tema di maturità che «è stato per decenni la prova principale nella scuola italiana». A noi la sua critica sembra giusta ma, nonostante i suoi accenti accorati, impari rispetto allo stato di cose. Di fatto vale per il tema ciò che si può dire dell’esame di maturità e della stessa scuola italiana: non esiste più da un quarto di secolo. Nel trasformare la scuola in un istituto assistenziale e l’esame in una cerimonia di promozione universale, la riforma Berlinguer sostituì il tema, cioè il breve titolo che invitava il candidato ad esporre le sue conoscenze, con una larga fornitura di pattume giornalistico, che il candidato si limitava a parafrasare fingendo di scrivere saggi brevi, articoli di giornale. La formula era coerente con la concezione tuttora vigente per cui la nuova scuola considera zavorra le conoscenze e si guarda bene dal farle apprendere, mirando piuttosto alle pure competenze, al saper fare.

Non è questo il luogo di indagare come mai gli stessi bardi della società della conoscenza abbiano istituito una scuola senza conoscenza. Importa qui determinare i decenni a cui il professore si riferisce. Ipotizziamo che siano quelli del secondo Novecento, quando i licei classici, avendo ereditato il rigore dal padre, da Gentile, ne temperavano l’esclusivismo con l’eredità per parte di madre, ossia della Costituzione democratica, così che «… le differenze di classe si arrestavano sulla soglia di quelle aule austere e disadorne, dove regnava il sapere critico, quello che rende liberi…».

La frase significa, ci sembra, che il liceo del dopoguerra aveva la doppia virtù di perseguire la conoscenza critica e di essere un potente strumento di mobilità sociale – un pensiero che condividiamo. Esso è però espresso con la nozione di «classe», tratta dal repertorio marxista, che rimanda, anziché alla mobilità sociale, all’ideale dell’uguaglianza. Qui si collocano le nostre divergenze. Biasimando il «lavoro di gruppo», il «buonismo feroce», il «totalitarismo del bene», il prof. Cappelli condanna giustamente la neo-didattica, ma trascura di considerare come sua matrice l’ideale ugualitario; e di nuovo lo trascura quando imputa lo smantellamento della scuola solo alla «mentalità distopica di maligni transumanisti» e al «potere finanziario globalizzato».

Noi pensiamo che se non si vince questa reticenza non sia possibile una critica efficace dell’ideologia pedagogica attuale e che i distruttori della scuola continueranno ad esercitare indisturbati la loro egemonia culturale. Finché non ci si congeda dall’ugualitarismo inteso come volontà di distruzione della differenza, finché si assegna alla scuola il compito di ridurre o eliminare la disuguaglianza in un’ottica aggregata, anziché quello di promuovere la mobilità sociale dei singoli, è impossibile recuperarvi la centralità della conoscenza critica ed essa è condannata a restare l’istituto assistenziale per l’infanzia che è già diventata.

È facile infatti mostrare l’incompatibilità tra conoscenza critica e ideale dell’uguaglianza assoluta: la conoscenza prende sul serio ciò che esiste; ma ciò che esiste è sempre determinato, cioè differente, dunque la conoscenza deve per sua natura valorizzare la differenza; invece l’esigenza di uguaglianza assoluta nasce dall’insoddisfazione per ciò che esiste, proprio perché esso è determinato, differente; essa è dunque incompatibile con il presente, in fuga volontaristica verso il futuro. L’odio ugualitario della conoscenza si esprime in molti modi, non solo come disprezzo teologico della ragione per attenersi alla rivelazione, ma anche come insofferenza illuminista della metafisica e della teologia e infine come rifiuto marxista della filosofia. Stretta da tanti giganti, la conoscenza può confidare più sulle cose, che sugli uomini.

La polemica astiosa contro il liceo classico, perché era fondato sul principio della conoscenza critica, è stata portata avanti non solo dal pragmatismo borghese, ma soprattutto dalle ideologie ugualitarie: dai comunisti che gli rinfacciavano il classismo, e dagli illuministi, che gli rinfacciavano il nozionismo e il tradizionalismo. I decreti delegati che hanno inteso democratizzare la scuola sono stati voluti dal PCI. Luigi Berlinguer, che con l’autonomia ha inferto il decisivo colpo d’ariete alla scuola italiana, viene dal PCI e ha goduto il sostegno entusiasta della CGIL, federazione dei lavoratori della conoscenza. Anche Bianchi. Proprio nel momento in cui lasciavano i lavoratori esposti alla pressione neoliberale, gli ex-comunisti lenivano i propri sensi di colpa restando fedeli a sé stessi nell’unico campo in cui era loro consentito. Le buone intenzioni di fare della scuola non più una caserma autoritaria e oppressiva, ma il nido in cui gli insegnanti, scesi dalla cattedra, facessero da animatori della spontaneità già matura di ogni alunno, sono state la pelle d’agnello sotto la quale i lupi dell’ugualitarismo hanno espulso il rigore della conoscenza critica. Così l’aristocratica severità gentiliana si è dissolta e la democrazia matriarcale è divenuta impercettibilmente il principio unico e inderogabile della pedagogia: è perché ogni bambino ha diritto di esprimere la sua ricca spontaneità che essi non sanno più impugnare la penna, e se sanno leggere non capiscono quello che leggono; è la preoccupazione di impedire le disuguaglianze che suggerisce agli insegnanti la rinuncia all’insegnamento, che induce i consigli di classe e le commissioni d’esame alle più sottili psicologie pur di promuovere anche l’ignoranza più beata, indifferenti alle conclusioni che gli alunni ne trarranno – che sia tutto regalato, che non serva impegno, che il successo scolastico sia un diritto naturale come l’amore materno e non occorra meritarlo con l’adempimento dei doveri.

Il degrado della scuola a causa dell’odio ugualitario per la conoscenza non è una novità della nostra epoca, ma il riprodursi di un antico errore. Nella scuola pubblica, creata dall’assolutismo illuminato, la rivoluzione francese scorse uno strumento di educazione civile, vale a dire di preformazione totalitaria dei singoli. Com’è noto, Robespierre raccomandò il progetto di Le Peletier con queste parole: «Chiedo che decretiate che da 5 anni fino a 12 per i ragazzi, fino a 11 per le ragazze, tutti i bambini senza distinzione e senza eccezione siano alunni in comune a spese della Repubblica, e che tutti, sotto la santa legge dell’Uguaglianza, ricevano gli stessi vestiti, lo stesso nutrimento, la stessa istruzione, le stesse cure». Forse è meno noto che la scuola di Le Peletier era in realtà un istituto assistenziale: «Vi sono nutriti i vecchi – scrive Espinas –; non vi sono inservienti: sono i bambini che servono i vecchi e soddisfano tutti i bisogni interni. Di più, la scuola è alimentata dal lavoro degli alunni, ovviamente lavoro agricolo, che impiega quasi tutto il loro tempo». Rifluiti nell’illuminismo come forma originaria del messianismo secolarizzato dopo la loro catastrofe storica, gli ex-comunisti hanno ripreso il sogno giacobino e hanno fatto della scuola un falansterio per l’educazione ideologica, il benessere, l’avviamento professionale dei suoi assistiti, che evita l’odiosa istruzione per timore di affaticarli o frustrarli. Poiché l’ugualitarismo dell’ignoranza non comporta evidenti espropriazioni, anzi compensa con i diletti della pigrizia, solo la saggezza poteva preoccuparsi della decadenza dell’elemento aristocratico dell’istituzione; ma è mancata o le è mancato il coraggio; infatti solo pochi hanno resistito.

La scuola assistenziale finge gli alunni uguali e li lascia uguali. Una scuola pubblica che si rispettasse riconoscerebbe una doppia disuguaglianza: quella iniziale del talento e quella finale della preparazione; dovrebbe dare di più a chi ha avuto meno dalla natura e dal caso: stargli più accanto per abituarlo alla disciplina che quello non sa imporsi da solo, perché raggiunga comunque il livello teoretico necessario al cittadino. Una scuola pubblica che si rispettasse dovrebbe esaltare il talento, anzitutto rispettando ciò che per il talento ha valore: la conoscenza disinteressata, la severità dell’impegno, la finezza del gusto, e poi coltivandolo in modo che giunga al virtuosismo.

[1] Guido Cappelli, C’era una volta la scuola gentiliana, reperibile al seguente indirizzo:  https://www.sollevazione.it/2021/11/cera-una-volta-la-scuola-gentiliana-di-guido-cappelli.html

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2 pensieri su “IL SAPERE, UGUALITARISMO, DIFFERENZA di Paolo Di Remigio e Fausto Di Biase”

  1. Lorenzo dice:

    Quel che dicono gli autori non è sbagliato ma la trasformazione della sQuola in parcheggio garantito a cani e porci e dell’insegnante in assistente sociale sono numerose e profonde. L’emancipazione femminile e l’emancipazione tout court (quella dal senso del dovere e del sacrificio) hanno devastato la famiglia e resa necessaria una circoscrizione sociale dove intrettenere i ragazzi per toglierli dalle strade ed evitare che facciano e si facciano male. L’invasione etracomunitaria ha reso necessario un luogo garantito per alfabetizzarne i bambini ed integrarli (leggi indottrinarli alle costellazioni devozionali occidentali).

    Ma soprattutto la globalizzazione e quindi la delocalizzazione di tecnologia e industria hanno creato una penuria di posti di lavoro ad alto valore aggiunto che rende insensato (per i padroni del vapore) impartire un’istruzione di alto livello. Il risultato sarebbe quello previsto da Toqueville, di creare un esercito di insoddisfatti tanto qualificati quanto costretti a svolgere mansioni dequalificanti, consci dei loro diritti, storicamente e politicamente formati, e quindi pieni di astio e di combattività verso i rapporti sociali esistenti. La sQuola dell’inQlusione punta deliberatamente a formare masse di sciattoni abituati a fare di tutto un po’ e a cavarsela alla giornata, adattissimi ad amalgamarsi in quel proletariato mondiale meticcio che è al centro dei progetti globalisti.

    Meraviglie della repubblica di Yalta, pardon della resistenza, e dell’emancipazione sessantottina.

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