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VACCINI: LA PROPAGANDA E LA REALTA’ di Leonardo Mazzei

Ogni settimana un giro di vite. Ogni giorno che passa una nuova proposta di restringimento delle libertà. Ogni minuto del teatrino della (dis)informazione ufficiale occupato da una caccia alle streghe che sarebbe perfino comica ove non fosse anche tragica. La ragione di questo accanimento è semplice: tanto più cresce l’evidenza del flop della strategia vaccinale, tanto meno la si vuole ammettere. Eccoci così arrivati al paradosso dello scarso funzionamento di un vaccino imputato a chi ha deciso di non farselo! Come ha ben scritto Andrea Zhok, con la costruzione mediatica della figura criminalizzante del “no vax”, i non vaccinati sono diventati il capro espiatorio cui attribuire ogni colpa.

Quando si fermeranno? Siamo ormai così abituati al peggio che questa domanda risuona perfino banale, mal posta e fuori luogo. Non si fermeranno mai, qualora si affermasse la sinistra profezia di Klaus Schwab. Più precisamente, non si fermeranno finché non verranno fermati. Ma la lotta sarà lunga e difficile e, come ha scritto Moreno Pasquinelli: “Per adesso hanno vinto loro”.

Sappiamo bene come le misure governative non abbiano alcuna funzione sanitaria, volendo invece sviluppare un nuovo modello di controllo politico e sociale. Tuttavia, l’ossessione liberticida a cui stiamo assistendo viene giustificata proprio come l’unica via di salvezza per uscire dall’epidemia. La concatenazione logica di questo ragionamento è quanto mai semplice: primo, il virus è un mostro in grado di sterminarci; secondo, solo il vaccino può fermarlo; terzo, solo un lasciapassare sempre più stringente può convincere gli ultimi riottosi alla sacra e risolutrice puntura.

Il Mostro, il Bene e il Male: questi sono i tre ingredienti tipici di una narrazione che vorrebbe essere edificante quanto definitiva. Tralasciando qui ogni considerazione sulla malattia, che esiste ma non è la peste e neppure la Spagnola, è chiaro come questo racconto si regga fondamentalmente sul secondo elemento: il “Bene” rappresentato dal vaccino, unico strumento in grado di sconfiggere il “Mostro”.

Ora, siccome non siamo all’ora zero della campagna di vaccinazione, siccome le dosi aumentano ma i casi di Covid pure, sarà bene andare a verificare la credibilità della narrazione dominante. Certo, che sia fallace lo sappiamo da tempo, come sappiamo che lorsignori possono sempre riadattarla alla bisogna. Tuttavia questa volta si sono infilati in un vicolo che potrebbe non avere vie d’uscita.

Il principale problema del vaccino anti-Covid è che funziona maluccio assai. Come ha detto qualcuno, “funzionicchia”. Non previene il contagio e neppure la malattia, figuriamoci se potrà mai consentirne l’eradicazione! I vaccinomani ci risponderanno che, nonostante i limiti che non possono più negare, il vaccino un po’ il contagio lo previene, che un pochino le forme gravi le riduce, eccetera, eccetera. Peccato che questa narrazione non regga il confronto neppure con i dati ufficiali, quelli che loro stessi si premurano di propinarci ogni dì. Entriamo allora nel merito di alcune tra le questioni più significative.

  1. A dispetto del vaccino, il virus corre come nel 2020

Nella settimana appena terminata (29 novembre – 5 dicembre), la media giornaliera mondiale è stata di 611.489 positivi rilevati, contro i 614.481 della stessa settimana dello scorso anno. Un miserrimo -0,5%, a fronte di 8 miliardi e 176 milioni di dosi inoculate, pari al 104% della popolazione del pianeta. Insomma, per il vaccino un risultato stratosferico!

Va un po’ meglio il dato dei deceduti. In un anno siamo infatti passati da una media giornaliera di 11.258 nel 2020 a quella attuale di 7.122 morti (-36,7%). Questo secondo dato non deve però trarre in inganno. I vaccinomani lo attribuiscono senz’altro al loro siero magico, ma – lo vedremo più avanti – le cose stanno diversamente, visto che è in atto un calo della letalità del virus a prescindere dal vaccino.

  1. L’impietoso confronto tra l’Europa vaccinata e l’Asia non vaccinata

I risultati della vaccinazione risultano ancor più negativi se consideriamo che oggi l’epidemia è fortemente concentrata (con circa il 65% dei casi) proprio in Europa, cioè nel continente a massima percentuale di vaccinati con doppia dose (nella UE siamo al 67,5% sul totale degli abitanti). Con meno del 10% della popolazione mondiale, l’Europa ha i due terzi dei casi ufficiali: un successo strepitoso!

Ancora più impietoso è il raffronto con l’Asia. Diversi pennivendoli si sono dedicati all’elogio di alcuni paesi dell’estremo oriente (Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Singapore), attribuendo i risultati ottenuti alla disciplina sociale di quei popoli. Ma l’Asia è enorme e ci offre ben altri esempi. Non disponendo di dati aggregati, ci siamo perciò dedicati ad un raffronto quanto mai istruttivo: quello tra i quattro paesi più popolosi dell’Asia (Cina esclusa) e i loro omologhi europei. Abbiamo escluso volutamente la Cina perché i suoi dati, particolarmente positivi, vengono sempre contestati in occidente.

Il raffronto, fatto sempre sulla media giornaliera della settimana 29 novembre – 5 dicembre, non lascia scampo ai fanatici della punturina “immunizzatrice”.

Partiamo dall’Asia. In India (vaccinazione al 34%) i casi sono passati in un anno da una media giornaliera di 35.927 ad una di 8.675 (-75,9%). In Indonesia (vaccinazione al 35,8%) la diminuzione è stata dai 5.958 casi del 2020 agli attuali 250 (-95,2%). In Pakistan (inoculazioni al 22,7%) si è scesi da 2.977 a 376 positivi al giorno (-87,4%). Risultato del tutto simile a quello del Bangladesh (vaccinati al 22,6%), dove il calo è stato dell’89,2%, con una discesa da 2.180 casi a 237. Come si vede i dati dell’Asia scarsamente vaccinata (dal 22 al 34%) sono decisamente positivi, con un miglioramento della situazione tra il 75 ed il 95%!

Confrontiamo ora questo campione asiatico, ampiamente rappresentativo – i 4 paesi esaminati sommano 2 miliardi e 70 milioni di abitanti, cioè più di un quarto della popolazione del globo – con i 4 corrispettivi europei: Germania, Francia, Gran Bretagna e Russia. Tra questi paesi, la Russia ha un tasso di vaccinazione particolarmente basso, mentre gli altri tre presentano percentuali alte e molto simili tra loro.

Nel confronto sullo scorso anno la Germania (vaccinazione al 68,3%) è passata da 18.304 casi giornalieri agli attuali 56.696 (+309,7%). La Francia del green pass macroniano (vaccinati al 70%) non ha voluto essere da meno, con un incremento da 9.757 positivi a 42.460 (+435,1%). La Gran Bretagna è sì uscita dall’Ue, ma sul Covid è in linea col continente, ed è passata dai 14.267 casi del 2020 ai 45.470 del 2021 (+316,4%). Pur con un elevato numero di decessi (tipico di un est europeo con sistemi sanitari allo sfascio), va meglio la Russia (40% di vaccinati), che ha avuto un incremento dei contagi più contenuto (+22,2%), arrivando quest’anno a 33.034 casi contro i 27.014 del 2020.

Che dire? Stando a questi ufficialissimi dati, se c’è una relazione tra vaccino e diffusione del virus, questa sembrerebbe piuttosto una relazione opposta a quella attesa: più ci si vaccina e più ci si contagia. Ma chi scrive non è affetto da una speculare sindrome burioniana, per cui per il momento non arrivo a tanto, anche se qualche dubbio viene ed una spiegazione potrebbe in effetti esserci. Ma di questo parleremo al punto 4. Quel che possiamo dire in maniera inoppugnabile è che il vaccino il virus non lo ferma neanche un po’. Alla faccia dei ciarlatani che parlano della vaccinazione come “immunizzazione”. Il confronto tra l’Europa iper-vaccinata e l’Asia che non ha fretta di punturarsi è tutto a vantaggio di quest’ultima. Ecco un tema cui dovrebbe dedicarsi l’informazione, se non si fosse ormai totalmente convertita in propaganda.

  1. La letalità è in calo indipendentemente dal vaccino

Ed a proposito di propaganda, veniamo adesso ad una questione decisiva. Si è già visto al punto 1 come ad un numero di contagi sostanzialmente uguale a quello dello stesso periodo del 2020, corrisponda a livello globale un calo dei decessi pari al 36,7%. Una diminuzione senz’altro significativa, ma non il potente abbattimento che i piazzisti di Pfizer and company vantano ogni dì. Il punto vero è però un altro: questo miglioramento è tutto da attribuirsi al vaccino?

Chi scrive non ha mai pensato, né pensa oggi, che il vaccino sia del tutto inefficace. Il problema è quello di stabilire in maniera attendibile l’efficacia reale e la sua durata nel tempo, onde poterla confrontare con i rischi di un vaccino che ha già cumulato più vittime e reazioni avverse di tutti quelli precedentemente usati nella storia dell’umanità. Di più, oltre a questo confronto, bisognerebbe chiedersi poi l’effetto generale sull’epidemia della strategia vaccinale adottata, comparandolo a quello ottenuto con la ben più efficace immunizzazione naturale, di cui parleremo al punto 4.

Per cercare di venirne a capo passiamo adesso all’Italia, paese tra i più vaccinati di cui si conoscono maggiori dati di dettaglio. Nel suo aggiornamento del 24 novembre, l’Istituto superiore di sanità (Iss) riconosce candidamente che:

«Dopo sei mesi dal completamento del ciclo vaccinale, scende dal 72% al 40% l’efficacia nel prevenire qualsiasi diagnosi sintomatica o asintomatica di COVID-19 rispetto ai non vaccinati».

Eccoci dunque a due interessantissime confessioni. Non solo si ammette che dopo 6 mesi il tracollo dell’efficacia è verticale, ma si riconosce anche che l’efficacia iniziale è del 72%, ben al di sotto del 90-95% della propaganda che ci ha bombardato per mesi! Se tanto mi dà tanto, questo vuol dire che anche il 40% a 6 mesi va sicuramente rivisto al ribasso. Come si può continuare a sproloquiare di vaccino con dati di questo tipo?

L’Iss ci parla però di un miglior risultato nella prevenzione della malattia severa, un dato che sembrerebbe confermato dal tasso di letalità registrato attualmente in Italia. Nel nostro Paese questo tasso – che ci dice quanti decessi si sono avuti in percentuale sul totale dei positivi – è passato dal 3,55% del 2020 allo 0,51% di quest’anno (valore grezzo calcolato sempre sulla settimana dal 29 novembre al 5 dicembre). Un calo di sette volte, indubbiamente ragguardevole. Un risultato che possiamo riscontrare anche in altri paesi europei, che parrebbe confermare un’efficacia del vaccino quantomeno nel prevenire le forme più gravi della malattia. Ma è davvero così? Assolutamente no.

Vediamo ora i dati dell’Iss relativi al mese di ottobre. In quel mese i positivi sono stati 61.908 tra i non vaccinati e 102.488 tra i vaccinati, mentre i decessi sono stati 449 tra i non vaccinati e 571 tra i vaccinati. Dunque, chi ha detto che attualmente i vaccinati prevalgono sia riguardo al contagio che ai decessi ha detto la verità. Ma è una verità parziale, alla quale la propaganda governativa obietta facilmente parlando di “effetto paradosso”, quello per cui i colpiti tra i vaccinati sono in maggioranza perché la loro percentuale sul totale della popolazione si è fatta ormai molto alta.

Il punto, però, non è questo. La questione vera è che la propaganda vorrebbe farci credere che la riduzione della letalità, che è poi il dato di maggior interesse, dipenda al 100% dai vaccini, il che è invece del tutto falso. Calcolando il tasso di letalità in base ai dati di ottobre dell’Iss, abbiamo che esso è pari allo 0,55% per i vaccinati, allo 0,72% per i non vaccinati. Dunque, i primi hanno un valore più basso dell’11% rispetto al tasso medio (0,62%), i secondi un incremento del 14% sempre rispetto alla media. Tutto qui? Tutto qui. La differenza tra vaccinati e non è davvero minima. La letalità sta dunque calando per tutti, e senza siero magico quella dei non vaccinati è passata in un anno dal 3,55% allo 0,72%. Ognuno tragga le sue conclusioni.

  1. L’immunità naturale: quella sì che funziona

Qualcosa sta dunque cambiando nell’epidemia. E sta probabilmente cambiando seguendo le solite vie naturali già conosciute in passato. Da questo punto di vista non c’è solo la diminuzione del tasso di letalità, ma pure un certo effetto che comincia a manifestarsi dell’immunità naturale.

Prendiamo il caso della Svezia. Questo paese è stato criminalizzato per un anno intero per il suo rifiuto del lockdown e delle tante forme di chiusura e distanziamento. Quello svedese è stato un esempio di gestione alternativa dell’epidemia, opposto all’emergenzialismo trionfante in larga parte del continente. Ebbene, questa politica, probabilmente proprio perché ha fatto circolare maggiormente il virus, aumentando così l’immunità naturale, ha dato i suoi risultati. Nello stesso periodo che abbiamo già preso in considerazione per gli altri paesi, la situazione svedese ha avuto un miglioramento impressionante. I contagi medi giornalieri sono passati da 5.398 a 1.234 (-77,1%), mentre i decessi sono passati da 64 a 1 (-98,4%). Già, dirà qualcuno, ma quanti morti ha provocato la linea svedese prima di arrivare agli ottimi risultati di oggi? Ne ha provocati – se così si può dire – molti meno della linea emergenzialista. Il tasso della mortalità complessiva ufficialmente attribuito al Covid (calcolato a partire dal febbraio 2020) risulta pari allo 0,14% in Svezia, contro lo 0,18% della Francia, lo 0,21% della Gran Bretagna e lo 0,22% della “virtuosissima” Italia draghiana. Se la linea svedese è stata criminale, come dovremmo qualificare quella degli altri paesi citati?

Si dirà che la Svezia è un paese tutto sommato periferico e poco popolato. Vero, ma conferme ancora più importanti sul ruolo dell’immunità naturale ci giungono da popolatissime nazioni asiatiche. Abbiamo già parlato dell’India e dell’Indonesia, ma dobbiamo tornarci sopra. Questi paesi hanno due caratteristiche precise. La prima è che sono estremamente popolosi, con metropoli affollate e con pessime condizioni igieniche che hanno reso praticamente inutili le misure di contenimento adottate dai rispettivi governi. La seconda è che essi hanno prima registrato un picco molto alto di contagi – in India nel maggio scorso, in Indonesia a luglio – dopo di che la curva ha preso ad appiattirsi senza soluzione di continuità. Per la precisione, dopo quei picchi l’India ha abbattuto il contagio del 98%, l’Indonesia del 99,5%!

Ora, può darsi che il futuro smentisca questo ragionamento, ma quanto sta avvenendo è comunque interessante rispetto al ruolo dell’immunità naturale. Già all’inizio del 2020 il caso indiano era finito sulla stampa internazionale e ce ne eravamo occupati con un apposito articolo. Ecco cosa scriveva Il Fatto Quotidiano del 2 febbraio scorso, riprendendo il Financial Times del 29 gennaio:

«Un calo progressivo e sistematico di morti e contagi da inizio anno, così come di ricoveri in terapia intensiva. Il trend della pandemia in India – paese da 1,3 miliardi di abitanti secondo solo agli Stati Uniti per numero di casi, a oggi più di 10,8 milioni – suggerisce che alcune aree del Paese stiano andando verso l’immunità di gregge».

E ancora:

«A dare un’indicazione importante sull’ipotesi dell’immunità di gregge sono i test sierologici effettuati a Delhi, Mumbai e Pune, città da milioni di abitanti, da cui è emerso che “più della metà dei residenti è già stata esposta al virus”. Addirittura, aggiunge Ft, nello stato del Karnataka che ha oltre 60 milioni di abitanti, ad agosto 2020 i contagi erano stati in tutto 31 milioni: colpita dal virus il 44% della popolazione rurale e il 54% di quella urbana».

Certo, nel frattempo è passato quasi un anno e nel mezzo c’è stata l’ondata di casi più forte. Un’ondata importante, ma pur sempre inferiore alla metà di quella che registrano oggi i vaccinatissimi e chiusuristi paesi europei. Sta di fatto che, dopo quell’ondata, in India l’azione del virus sembra adesso spegnersi, ed i dati dei test sierologi (che oggi darebbero risultati ancora più alti) lasciano immaginare un ruolo decisivo dell’immunità naturale.

Ma che questa immunità sia ben più potente di quella con la scadenza a tempo dei vaccini, ci viene confermato anche da un dato italiano sul quale nessuno riflette.

Se noi chiedessimo ad un lettore qualsiasi qual è la provincia italiana simbolo del Covid, senza dubbio quasi tutti risponderebbero Bergamo. E sarebbe una risposta giusta, dato che quella provincia è stata realmente la più colpita in assoluto.

Eppure i dati ufficiali ci raccontano un’altra storia. Mentre non conosciamo quelli sulle vittime, dato che vengono aggregati solo regionalmente, vengono invece aggiornati quotidianamente quelli sui casi complessivi delle singole province da inizio epidemia. In questa speciale classifica (calcolata in base alla percentuale dei contagiati sulla popolazione) uno si aspetterebbe di trovare Bergamo al primo, o comunque nei primissimi posti. E invece? Invece, su 107 province italiane, Bergamo è solo al 95° posto, mentre tra le 47 del Nord la provincia di Bergamo è addirittura l’ultima.

Come si spiega questo paradosso? A me pare che possa spiegarsi in un solo modo. Quando l’epidemia è iniziata, Bergamo è stata effettivamente la realtà di gran lunga più colpita. Ma allora si facevano pochi tamponi, per cui il numero dei positivi rilevati era solo una minuscola frazione di quelli reali. Successivamente il numero di tamponi è cresciuto sempre più, ed in maniera sostanzialmente omogenea sul territorio nazionale. Da quel momento in avanti è chiaro che Bergamo ha avuto molti meno casi che altrove, all’ingrosso la metà di quelli delle altre province lombarde. Come spiegare questo effetto “isola felice” se non con una maggiore immunizzazione naturale ottenuta nella prima parte dell’epidemia?

Ecco allora che si torna sempre lì. Mentre l’immunizzazione da vaccino è parziale e limitatissima nel tempo, quella naturale funziona eccome! Prenderne atto una buona volta sarebbe quel che si dovrebbe fare, ma un regime costruito sull’emergenzialismo, la paura e la nuova religione vaccinale mai e poi mai lo ammetterà.

Conclusioni

Se sciocca sarebbe la pretesa di avere capito tutto, ancor più stupido sarebbe mettere la testa sotto la sabbia per non vedere il grande inganno dell’«Operazione Covid». Questa operazione ha un suo perché negli obiettivi politici, economici e sociali dell’oligarchia dominante. E’ dentro questo progetto che si inserisce la strategia vaccinale con i suoi dispositivi coercitivi e violenti. Siamo perciò ben consapevoli del fatto che contro la totalitaria narrazione attuale la razionalità vale ben poco.

Tuttavia, anche quel poco può però essere utile: oggi per contrastare le panzane che ci vengono propinate, domani per chiederne conto alla cupola di criminali al potere.

Ovviamente il tema del vaccino anti-Covid è pressoché inesauribile, ma i quattro temi qui sviluppati ci mostrano quanto la propaganda sia distante dalla realtà.

In questo buio momento, in cui si obbligano le persone ad inocularsi un vaccino insicuro ed inefficace pena la perdita del posto di lavoro, la verità sembra essersi perduta per sempre. Ma siamo certi che non andrà così. Viceversa sarebbe la fine. Non per noi, ma per l’essere umano così come l’abbiamo conosciuto finora.