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IL MONDO VISTO DALLA RUSSIA di O.G.

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Che significano le mobilitazioni russe?

Macron contro la NATO

Il Presidente della Repubblica Federale Tedesca Frank-Walter Steinmeier dice in relazione ai fatti ucraini che il concetto storico e politico di Occidente è morto. Sappiamo come dietro a questa dichiarazione vi possa anche stare la privilegiata declinazione verso Oriente (Cina, Giappone, India) della grande industria tedesca. Il Presidente francese Macron dice addirittura che la NATO non ha più motivo di esistere, che l’Ue vuole la stanza privilegiata con la Russia e che gli europei devono costruire “un nuovo ordine di sicurezza” senza la NATO. Gli inglesi, i cui più importanti quotidiani ormai dichiarano pubblicamente che Biden sarebbe “demente”, Harris “una favolosa incompetente”, Obama una “disgrazia mondiale”, sono rientrati nella fase di “potenza globale” e provocano Putin sperando di poterlo trascinare in un conflitto caldo.

Isolazionismo e elite “nazionale”

La Russia ha reagito alle provocazioni anglosassoni in Ucraina con un notevole dispiegamento di forze militari, segnalato oltre ogni ragionevole criterio di buon senso dalla stampa anglosassone, di seguito da quella americana ed europea. Le fazioni del Pentagono e della Cia più vicine a Londra segnalano da settimane questa possibile invasione di Putin in Ucraina, in realtà stanno giocando una guerra psicologica sperando che i russi cadano nel tranello. Le implicazioni geopolitiche di un simile azzardo russo per Londra e per il Pentagono dovrebbero essere l’isolamento assoluto del Cremlino e una politica mirata e globale di sanzioni che riporterebbe la Russia alla fame degli anni ’90 o peggio a quella della guerra civile. Il grande obiettivo strategico di Londra e dei Rothschild rimane – come abbiamo sempre tentato di specificare in passato – la nuova Yalta tra Usa e Cina con la conseguente spartizione del grande continente russo e dunque dell’intera Europa.  Ora, però, stupisce che gli strateghi anglosassoni non abbiano chiaro un elemento fondamentale: Putin, in concerto con lui l’elite “nazionale” russa, ha impostato da almeno sette anni una strategia “isolazionistica” sia sul piano militare sia su quello economico. La Russia è dunque pronta sia psicologicamente sia militarmente ad affrontare le prove con cui i militari britannici e il Pentagono, almeno nelle fazioni che rispondono ai Rothschild, la vorrebbero definitivamente umiliare ed affossare. Da anni l’elite nazionale- i cosiddetti “guardiani della Grande Russia”- ha via via esteso il proprio potere interno emarginando sempre di più i lobbisti economicisti e gli ex comunisti eurasiani che vorrebbero un blocco militare con Pechino. Per lo più militari o vicini all’Intelligenza offensiva militare, i “nazionalisti” sono però i più lontani da facili e improvvisate opzioni militariste. Rappresentano la fazione più Identitaria e nazionale grande-russa ma anche la più politica. Di qui l’intesa privilegiata con il Presidente russo. Possibilmente vorrebbero una Russia attivamente e storicamente collaborativa con l’Europa, ma non con l’Ue globalista, tecnocratica e gender, al limite con un’Europa gollista; vogliono soprattutto una relazione forte con il grande nazionalismo indiano dell’Hindutva, storicamente vicino a Mosca in funzione anti-britannica. Nel settembre 2021, ad esempio, lo Stato Maggiore russo ha rifiutato la partnership strategica proposta dalla forza omologa del Partito Comunista Cinese e ha di contro approfondito la relazione con l’India di Narendra Modi. “L’isolazionismo nazionale” russo rimanda chiaramente alla visione sociale e politica di Alexander Solzenicyn, che bocciò sia la esperienza storica zarista sia quella bolscevica in quanto basate sulla visione imperiale universalistica a danno della “gloria” nazionale patriottica e a danno del “mito russo”. Il messianismo basato sul sogno della “Terza Roma” era infatti per lo scrittore di “Una giornata di Ivan Denisovic” utopico e quanto di più distante vi fosse dall’idea nazionale russa. La salvezza russa sarebbe venuta invece, contro ogni impossibile utopismo universalistico, dalla riscoperta nazionale identitaria forte, incardinata sul discorso del Nord-Est interno. Guarda caso quanto sta facendo da due anni il min. della Difesa Shoigu.

Guerra liminale e Wagnerismo

Tale elite nazionale russa, rielaborando – come spiegò anni fa il gen.Valery Gerasimov – i presupposti strategici di Alexander Svechin brutalmente ucciso nel 1938 dagli sgherri stalinisti, stratega sconosciuto in Occidente, ha concepito come adatto a questo odierno contesto di civiltà il concetto di “Guerra Liminale”. Gli analisti occidentali errano a definire questa opzione russa “guerra ibrida”. Il concetto di “Guerra Liminale” ha il fulcro della propria strategia proprio nella tattica della “fase di transizione” la quale è per l’avversario la preparazione all’azione ma per i Russi costituisce invece il principio decisionistico liminale, che è molto più importante dello stesso inizio del conflitto e della stessa azione conflittuale che potrebbe, come si suol dire, dare fuoco alle polveri. Se dunque sia il concetto strategico cinese di “guerra senza limiti” sia quello occidentale di “guerra ibrida” tradiscono una impostazione militaristica  “bonapartistica” di fondo, il presupposto dell’elite “nazionale” di Mosca è assolutamente antitetico, è politico più che militarista. Vittoria e sconfitta sono perciò nel campo della politica, l’elemento politico è decisivo ben più di quello militare. La Russia è consapevole di essere su questo piano di pensiero strategico molto avanti sia rispetto alla Cina sia rispetto all’Occidente, per quanto sia economicamente più indietro. La cultura materialistica del benessere, la ossessione del Welfare, la logica utopica dei diritti assolutistici individuali sopra la Nazione (quest’ultimo almeno il caso di Ue e Occidente), finiscono per emarginare l’essenza identitaria, il più grande capitale dello spirito nazionale. E’ difficile, se non impossibile, continuare a fare guerre se già dopo i primi morti le società civili interne si ribellano e rivogliono i propri soldati a casa. Le guerre tramite droni e intelligenze artificiali, tramite laser e missili ipersonici sono sì importanti ma hanno un valore limitato se al primo posto non vi sarà, come sempre è stato, il “sacrificio nazionale” dei singoli individui e reparti. La straordinaria ed epica vittoria del Nazionalismo afghano Pashtun sul globalismo imperialista statunitense e anglosassone ha confermato la visione dello Stato Maggiore di Mosca su tutta la linea. La Cina, per ora, ha trasceso questo ostacolo decisivo vincendo una battaglia economica e sociale dopo l’altra, ma i russi sono convinti che prima o poi anche i cinesi dovranno lasciare il sangue dei propri giovani nelle trincee. Allora in quel momento si vedrà se Pechino, con il suo tessuto comunitario, potrà esser la prima potenza mondiale, dato che per ora lo è ma solo in potenza.

Queste mobilitazioni militari russe di cui si parla sono dunque fondamentali in particolare per la psicologia nazionale interna; è del tutto secondario per Putin e per l’elite “nazionale” se ciò significherà conflitto militare o meno. La Russia non cadrà nel tranello ma è comunque pronta a qualsiasi opzione. Si consideri infatti che su questo piano, la motivazione di settori molto ampi di giovani russi è di gran lunga superiore e ben più “idealistica” a quella dei loro coetanei cinesi e americani. Lo dimostra la fortuna “sociale” che stanno ottenendo da un lato i volontari della Wagner, dall’altro gli hacker patriottici che si distinguono, secondo la solita retorica del Cremlino, in “azioni di difesa nazionale”. Ciò denota la evidente presenza di una Intelligenza politica, più che militarista, capace di affermare l’identitarismo nazionale e l’interesse patriottico sopra a tutto il resto. Pochi giorni dopo le sanzioni dell’Ue, un documentario serbo ha rivelato al pubblico la storia del “Gruppo Wagner” di cui tanto si parla. Questo Gruppo sarebbe nato nella Repubblica serba bosniaca anni fa come “Corpo slavo nazionalista” o “Corpo di difesa slavo” per gli uomini politici di Banja Luka minacciati di morte e talvolta colpiti dal terrorismo jihadista e dall’ultranazionalismo croato, vi erano con serbi e russi anche europei di altre nazionalità (greci, italiani, spagnoli). Con la Siria (2013) e con il Donbass (2014) sarebbe arrivata la specializzazione wagneriana sul piano della “Guerra Liminale”.  Veri o meno che siano questi elementi di storiografia interna di un battaglione militare, Wagner rimarrebbe un nome simbolico fine a se stesso e inconsistente se non vi fosse alla base un’azione politica concreta il cui fine è avere punti di pressione nelle opportune sedi diplomatiche, dalla politica energetica allo stato d’emergenza internazionale e geopolitico. La “Crisi liminale”, di conseguenza, è il territorio privilegiato per la politica nazionale e antiglobalista del Cremlino. Anche perché finisce per mettere gradualmente fuori gioco le “democrazie oligarchiche” occidentali più ostili a Mosca, che non riescono a comprendere la strategia dell’elite nazionale russa e perdono sempre più terreno sul piano della politica internazionale.

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8 pensieri su “IL MONDO VISTO DALLA RUSSIA di O.G.”

  1. Andrea dice:

    Interessante scritto. Ma vorrei una chiarificazione sulla presenza di italiani e greci nella nascita del “Gruppo Wagner” , se è possibile.

    Grazie Andrea Brenbi

  2. stefano grimaldi dice:

    L’articolo m’è piaciuto poco o niente! Premesso che non ho ben capito in cosa consisterebbe la “Guerra Liminale”, all’elite politica strategica russa mi piacerebbe chiedere una cosa molto semplice: se e come reagirebbero nel caso in cui il nazismo ucraino dovesse attaccare di nuovo le repubbliche del Donbass oppure se la nato piazzasse i suoi missili in ucraina! Non cadrebbero nella “trappola” di intervenire in ucraina e neppure reagirebbero all’installazione dei missili Nato? Ah! proprio bella questa “guerra liminale”!!

  3. valy dice:

    Ottimo articolo, veramente ben fatto.

  4. Davide P. dice:

    Non sono affatto d’accordo con l’articolo: l’autocoscienza russa è invece proprio “messianica” e “imperiale”, come sostiene Dugin, e non “nazionale” (il concetto di stato-nazione è nato in Occidente ed è del tutto estraneo al pensiero tradizionale russo): lascerei poi perdere Solgenitsin, uno che sosteneva la tesi ridicola secondo cui il bolscevismo era solo il frutto di un pensiero intellettuale d’importazione tedesca (ed ebraica) e quindi era del tutto estraneo alla storia russa (tesi che sembra fin troppo simile a quella, altrettanto ridicola, di Benedetto Croce secondo cui il Fascismo era stato una semplice “parentesi” e “invasione degli Hyksos” nella storia italiana)…

  5. claudy dice:

    Eccellente articolo.

    Bravo amico caro OG!

  6. Nello dice:

    Io continuo a chiedere ancora in che consiste il rapporto simbolico tra Wagner e il nazionalismo slavo. ”E una denominazione causale o c’è un rapporto col musicista tedesco? ‘E importante, grazie.

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