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APOCALITTICI E CONTROFIGURE di Enrico Mascelloni

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Qualche aggiornamento su media e guerra mentre l’esercito ucraino sta entrando a Mosca e Zelinsky tiene in mano la testa mozzata di Putin…

Una delle sintomatologie tipiche della psicosi è il tono austero e declamato di chi si ritiene ascoltato dal mondo intero, esaltato dall’ebrezza di far la morale alla Storia, sapendo con precisione dov’è localizzata la verità in termini secchi di bene e male. La sua figura estrema è lo psicotico che si crede Napoleone. La sua figura ordinaria i rappresentanti dei media, in occasione di conflitti armati che riguardano il sistema di alleanze detto “atlantico”, quando non si limitano a credersi intelligenti ma si sentono investiti da un afflato guerriero. Il sottotitolo di questo testo è il loro paesaggio mentale.

Durante tali eventi non vi è più il conflitto tra opinioni della politica ordinaria, dove in gioco non vi è ormai più nulla di sostanziale, oltre alla distribuzione dei poteri, e delle prebende. Subentra invece la formazione di un ampio e solido pensiero ossessivo. La voce discorde viene facilmente riassorbita dal coro che s’ingrossa e alza il volume, com’è ormai ben noto a tutti dopo quattro decenni d’incessanti guerre americane, ossessivamente supportate dalla grande maggioranza dei media nostrani. E’ il momento in cui i Nostri insorgono come un sol uomo, mettendo in campo poche e scarne regole, ampiamente accolte dalla soglia minima che gli strateghi dell’informazione ritengono essenziale per rendere vincente la tesi dominante: l’80% dell’audience.

Il 20% restante, distribuito tra siti web e qualche raro quotidiano nazionale, viene ritenuto incapace di contraddire l’opinione dominante. La regola più rispettata riguarda il divieto di mostrare le vittime inermi dei bombardamenti alleati; se ne filtra qualche immagine, viene attribuita al nemico o lasciata in un dubbio che il personale di regime sa bene come orientare. E’ mai stata trasmessa da qualche rete italiana l’immagine dei 400 corpi carbonizzati in un bunker di Baghdad da una bomba americana (1991), cioè il maggior massacro di bambini in un bombardamento dopo il 1945? La domanda è retorica. L’esigenza che gli iracheni massacrati o in fuga non intralciassero l’idealismo liberal in azione, è una regola pienamente rispettata nel corso del conflitto iraqueno e rigorosamente messa in opera anche durante le guerre successive.

PERCHE’ L’ESIBIZIONE DELLE VITTIME DEI PROPRI NEMICI E’ IL NODO DI OGNI PROPAGANDA.

La distruzione di Baghdad e lo sterminio di iraqueni inermi furono sostituiti, nei servizi dalla CNN, dalle stelle filanti (bombe) che illuminavano il cielo notturno, senza che arrivasse alcuna immagine significativa di ciò che stava accadendo a terra. La rappresentazione delle sofferenze va dunque diffusa soltanto quando a provocarla sarebbero stati i nemici, e nel caso della guerra russo-ukraina viene infatti distribuita in dosi inedite e con pieno rispetto della regola succitata. Tantoché un massacro di civili avvenuto a Donetsk, dunque in territorio pro-russo, è stato mostrato al pubblico televisivo solo dopo un commento sgangherato che ne ritiene incerta la matrice, lasciando pensare che i russi si bombardino da soli. D’altra parte gli inviati speciali sono ormai un esercito e non si occupano praticamente di altro che dello spettacolo della sofferenza. Dei combattimenti veri e propri arriva qualche immagine dai telefonini dei soldati e il solo giornalista embedded,al seguito dell’armata ukraina, in condizioni di rischio assai maggiore dei colleghi occidentali, che pascolano tra stazioni e bunker a caccia di vittime, è un cinese di cctv. La propaganda russa fa specularmente la stessa cosa, con qualche chance in più di chiudere il cerchio della propaganda. Ma in tale panorama, opporre alla disinformazione russa la libertà d’espressione dei Paesi democratici è semplicemente un’altra figura della propaganda (il meccanismo di ribaltare la propria psicosi sull’avversario è peraltro il sintomo di una fase della malattia che si sta facendo acuta).

Ma per i nostri eroi il compito non è semplice, perchè la società italiana, e in particolare i ceti popolari, sono probabilmente i meno russofobi del consesso europeo. Il radicamento pluridecennale di un vasto fronte filosovietico, competitivo con quello filoatlantico lungo tutto il corso della guerra fredda, ha ancora una sua sotterranea e imprevedibile capacità d’irraggiamento, nonostante l’impegno del PD di sradicare ogni traccia di coraggio conflittuale. In tempi più recenti, quella straordinaria memoria storica è andata irregolarmente a intramarsi con l’esaltazione della figura di Putin da parte delle formazioni populiste. Non è dunque detto che il risultato dell’ offensiva russofoba in corso dia i frutti attesi.

D’altronde il fronte unito è talmente sguaiato e virulento da risultargli difficile, se non proprio creare le condizioni per un’analisi ponderata dei fatti (sarebbe francamente chiedergli troppo), almeno mettere in campo una qualche decenza comunicativa. Un fronte in cui Salvini e Letta, I Giganti del Liscio e Sting urlano la stessa banalità, è già una farsa (non me ne vogliano i Giganti del Liscio). Per il pubblico, il tedio di ascoltare sempre le stesse tesi è compensato dai toni apocalittici con cui vengono esposte. Personaggi della politica del giornalismo e dello spettacolo si accalcano sul palcoscenico mediale con un’autentica sete di vendetta mai prima registrata, ma la bava alla bocca è la stessa che mostravano durante i bombardamenti sulla Jugoslavia, in quel caso sostenendo però i bombardieri.

Nei talk show, giovanni-enrico-billy-milli-paolo-concita-carmen è costretto a tenere a bada i suoi figuranti, che tacciano di cinismo-nazismo-spudorata menzogna chiunque osi criticarne le tesi, in forme talmente sguaiate da far sospettare che la malattia sia ormai in fase delirante. La prima vittima è la logica formale, che pur sembrava costituire uno dei grandi patrimoni del pensiero occidentale: i più indignati possono esaltarsi per la stampa libera, “che in Russia non esiste”, e subito dopo chiedere l’espulsione dall’ordine dei giornalisti di un collega che non la pensa come loro (“Zona bianca” del 20 marzo). Pochi giorni dopo un diplomatico a gettone fustiga il pensiero unico dei media russi, per poi dichiarare indignato che l’Italia è il solo Paese a non aver proibito Russia Today (non ricordo il giorno né la trasmissione né il nome del soggetto, ma a tal livello di omogeneità informativa sarebbe un inutile dettaglio). I figuranti di una “maratona” televisiva che sfiancherebbe persino un elefante (La 7 del 20 Marzo) possono accreditare una frase di Zelinsky alla Knesset — “gli ucraini hanno salvato gli ebrei durante la II Guerra Mondiale”  come un “efficace espediente comunicativo” — senza aggiungere che ha detto una bugia storica madornale. A parte il paragone demenziale, ogni libro appena decente sulla storia [ 1 ] di quei luoghi e di quegli anni ricorda che una parte sensibile della popolazione ukraina collaborò fattivamente con i nazisti, contribuendo allo sterminio degli ebrei. Evento peraltro ben noto a buona parte della popolazione russa e non a caso al centro della retorica putiniana all’insegna della denazificazione dell’Ucraina, che è naturalmente una figura della propaganda russa, sebbene con qualche fondamento storico e persino attualistico, laddove la propaganda atlantica (eguale e contraria), possedendo minor consistenza storica (e non reggendo, in termini semplicemente logici, un qualsiasi dibattito che chiami in causa lo spudorato allargamento della NATO o le logiche americane nelle loro recenti guerre), resta dunque schiacciata, per prosperare, sulla rincorsa all’ultimo massacro: l’assedio di Marioupol, la drammaticità dei bombardamenti, l’esodo di milioni di profughi.

Fatti, questi ultimi, ben reali, ma veicolati nel tipico doppio binario mediale: il vouyuerismo all’insegna della pietà e del raccapriccio, che vende sempre bene (anche in forza di una durata emotiva che va raramente oltre il telegiornale) e la necessità, per i sistemi mediali del fronte atlantico, di tenere costantemente sotto pressione le proprie opinioni pubbliche alimentando il citato spettacolo delle sofferenze. Zelinsky, pur quando dice bestialità madornali come quella alla Knesset, va celebrato come “grande comunicatore”, “incommensurabilmente più attraente di Putin”, come se i due si stessero affrontando a Ballando sotto le stelle o a Amici miei, che restano comunque i riferimenti culturali più prossimi di giovanni-enrico-billy-milli-pietro e paolo-concita-carmen.

Putin si rivolge a un’opinione pubblica russa assai schierata, e in second’ordine a quella anti atlantica (e dunque anti ucraina) di Paesi come Cina-Pakistan-India-Iran…., mentre Zelinsky fa la stessa operazione nei confronti di quella, anch’essa ampiamente schierata, dei Paesi occidentali.

Basterebbe riconoscerlo per evitare ulteriori balle tipo “tutto il mondo sta con l’Ukraina”, e soprattutto ulteriori accuse all’”altro” di propaganda mentre non si fa altro che armare il proprio apparato di propaganda. giovanni-enrico-billy-milli-pietro e paolo-concita-carmen sono evidentemente ancora convinti che l’occidente resti il cuore del mondo, quando ne è ormai solo una sua parte e nemmeno quella con maggior peso in termini di potenza, e neanche, aggiungerei, in termini culturali. Tuttavia il livello di fedeltà al Padrone atlantico assume connotati sempre più …esagerati, un po’ come i personaggi caricaturali di Fritzgerald nei suoi racconti su Holliwood, dove attori e personale cinematografico di secondo piano, per eccesso di adulazione nei confronti dei grandi produttori, s’infervorano sino a danneggiarli. I Nostri si sentono giustamente in guerra. Cosicché La Repubblica del 20 Marzo è lapidaria già in prima pagina “Marioupol cade in mani nemiche”, come un qualsiasi quotidiano italiano del 1917 avrebbe titolato la sorte del Carso dopo Caporetto. Il titolo le è sfuggito per eccesso di passione, o per meglio dire per incontinenza in assenza di pannolone informativo assorbente. Un’uscita del genere ridicolizzerebbe qualsiasi organo di stampa all’insegna di una qualche decenza comunicativa, finanche soltanto formale.

Ma quando si è in guerra, chi sta in prima fila non deve andare tanto per il sottile, e giovanni-enrico-billy-milli-pietro e paolo-concita-carmen deve in primo luogo esser chiaro e lapidario. La veritàva recitata in coro: “vi è un invasore e un invaso, il resto è dettaglio” -urla con l’autorevolezza di chi sa che il dogma è unico e non si discute. Chi non vi si adegua, come lo storico Franco Cardini, può venire interrotto da un ometto saltellante, pronto a ribadire che il suo pubblico non tollera eccessivi excursus storici, perché “la storia la conosciamo e non possiamo risalire sino alle guerre puniche” (In Onda, La 7). Che costui sappia qualcosa dell’affaire ukraina (e delle guerre puniche) ovviamente non ci crede nessuno, ma poco importa. Anche i più sbarellati tra i Nostri debbono fare in modo che la cazzata appena proferita duri sino al momento (in fondo un tempo brevissimo) in cui ne diranno un’altra che farà dimenticare la prima. Da parte loro, i “critici” dell’opinione dominante come Cardini o Cacciari, siano o meno disponibili all’accettazione del dogma, sono comunque assediati dai suoi tutori, tra cui abbondano sciure urlanti e indignate, il cui solo rapporto con l’Ukraina, fino a qualche settimana fa, si limitava allo scarno dialogo con le colf.

Se la fiera vicepresidente ukraina Iryna Vereshchuk conoscesse il reale coraggio e la vera generosità dei suoi sostenitori mediali italiani, rischierebbe di abbandonare i toni marziali e si consegnerebbe al nemico senza combattere. Fuor di paradosso, chi scrive non può che apprezzarne il coraggio e la determinazione da guerriero, ricordando però che non bastano per essere “dalla parte giusta della Storia”, posto che in questa storia ci sia una parte giusta. Precipitassero gli eventi militari, sembrerebbe il personaggio adeguato, non appena terminata la tournée teatrale di Zelinsky nei parlamenti di mezzo mondo, per liquidarlo magari con un colpo di stato, sebbene creerebbe qualche problema alla platea democratica (certo, non cose insuperabile…).

Dopo averne tratteggiato la tifoseria, passiamo all’élite del pensiero dominante, che per capacità d’argomentazione e rango funge da riferimento ideale per tutto il sistema. Ma quando dalla prima linea, e dall’informe plebe intellettuale che vi si accalca intorno in gazzette locali, tv regionali e siti web, si passa a commentatori più riflessivi (in genere le star del sistema) la sostanza non cambia. Naturalmente, rispetto a giovanni-enrico-billy-milli-pietro e paolo-concita-carmen, devono fare i conti con una qualche profondità storica dell’evento. L’approccio va dunque corredato da un armamentario meno convulso di quello operato nei talk show.

Chi si avventura senza rete nella savana storica e logica delle guerre recenti è l’autorevole editorialista del Sole 24ore Sergio Fabbrini, che all’insegna di una democraticissima sospensione degli interessi nazionali titola un suo editoriale (20 Marzo) “la sicurezza russa non vale più di quella ukraina”. Cosa di più condivisibile, se almeno una volta nella Storia tale parità di esigenze avesse avuto corso! Disponendo di un arsenale culturale un po’ più attrezzato di giovanni-enrico-billy-milli-concita-carmen, è costretto a dichiarare che gli interessi delle grandi potenze esistono e funzionano, aggiungendo però subito, perché non ci siano equivoci, che non hanno pari legittimità.

Coloro che si azzardano a ritenere “alla pari” le guerre americane e la guerra russa all’Ukraina, vengono dunque definiti “mezzi-realisti”. Andiamo però con ordine: trattandosi di un oltranzista degli aspetti formali, Fabbrini evoca il trattato in cui la Russia riconosceva la Sovranità dell’Ukraina (cosiddetto Protocollo di Budapest), sottolinenandone la trasgressione con l’annessione della Crimea. Naturalmente non dà alcuna importanza alle promesse americane di non allargare la NATO a est, in quanto non sarebbero state scritte in bella calligrafia ma semplicemente ripetute una decina di volte in occasione di incontri ai massimi livelli tra russi e americani. Nè ricorda il costante invio di armi americane all’Ukraina e le massicce esercitazioni congiunte a pochi kilometri dal confine russo (ambedue eventi decisivi per accelerare un’invasione comunque inevitabile, almeno alle attuali condizioni di empatia antirussa tra ukraini e americani, chiunque fosse lo Tzar in sella).

La mezza-logica che Fabbrini mette in campo gli fa dimenticare anche di prevedere il comportamento degli USA nel caso un contendente filo russo gli piazzasse qualche missile in prossimità del suo confine (fosse Messico o Guatemala, per citare due Paesi non propriamente amici, senza voler ricordare l’affaire dei missili sovietici a Cuba). E tuttavia la mezza-logica di Fabbrini non può evitare, quasi fosse un giovanni-enrico-billy-milli-concita-carmen qualsiasi, di considerare i comportamenti americani nelle guerre che li hanno visti invadere in sequenza Afghanistan e Iraq. Dovendo dimostrare che i massacri americani sono diversi da quelli russi e che le decisioni d’invadere e distruggere un Paese nemico sono lecite in un caso e illecite nell’altro, il nostro si supera: “quelle decisioni sono emerse in modo diverso (nella segretezza a Mosca, in un infuocato dibattito pubblico a Washington D.C.)”. La differenza si ridurrebbe dunque a un’ulteriore questione formale, oltretutto sballata, persino se il discrimine tra segretezza e evidenza pubblica delle procedure fosse vero (Fabbrini potrebbe in tal caso chiedere agli iracheni che hanno visto 800.000 mila concittadini massacrati dalle bombe americane, se gli sono sembrate politicamente corrette perchè sganciate dopo un “dibattito pubblico”).

Se è ben nota la segretezza russa delle procedure, quella americana è ben altro che trasparente, data l’attività delle sue agenzie governative (la CIA è soltanto la più romanzogenica) nella costruzione del casus belli. Che nel caso della seconda Guerra del Golfo ha visto in azione la decisiva bufala delle “armi batteriologiche in mano a Saddam”, con conseguente fialetta di concentrato batteriologico agitata da Powell in diretta televisiva – in effetti quanto di più pubblico, e di più americano, per non dire di più holliwoodiano del Segretario di Stato che agita in faccia al mondo la fialetta mortale, come Superman mostra la teca piena di kriptonite verde che potrebbe ucciderlo! La prova fatidica era com’è noto completamente falsa e è stata confezionata “nella segretezza” non meno delle balle propagandistiche russe. E poichè il Nostro ama accreditare le sue tesi sconclusionate con riferimenti tra parentesi a qualche libro, e avendo il sospetto che li legga come i rapinatori sfogliano le banconote che hanno appena rubato, gliene suggeriamo qualcuno anche noi (Aresu, Le potenze del capitalismo politico).

Ma andiamo avanti: sebbene entrato in un labirinto in cui la sua mezza-logica è già ridotta a Ľ di logica, il Nostro non si può fermare: più procede e più la riduce ancora, sino a proporla a chiazze, un po’ come la sua memoria. Dopo essersi incartato sulla “segretezza delle procedure”, ci fa notare che il discrimine tra la prassi diabolica dei russi e quella generosa degli americani sta nel fatto che ”diversa è la reazione ai loro effetti”, cosě esponendola: “La sconfitta americana in Iraq fu sconfitta prima a casa che sul campo, portando alla Casa Bianca nel 2008 il primo leader afroamericano nella storia del Paese (strenuo oppositore di quell’invasione), mentre la critica all’aggressione russa all’Ukraina può portare a 15 anni di galera”.

La relazione tra le conseguenze delle rispettive guerre dimostra che il povero Fabbrini ormai parla a vanvera: la sequenza logica della comparazione dovrebbe semmai prendere in esame l’eventuale destituzione di Putin in caso d’impasse bellico in Ukraina, come contraltare alla sconfitta di Bush e dei neocon (e relativa elezione di Obama) come conseguenza del loro impasse irachno, e non i 15 anni di galera che sono semplicemente evocati come gadget antirusso, senza che entrino per nulla nella logica (ormai quasi azzerata) delle sue argomentazioni. Inoltre, e più importante, la sconfitta in Iraq fu provocata dalla resistenza irachena, dall’accorta politica iraniana, e dal fallimento radicale del progetto di suscitare nella popolazione una qualche simpatia, e non certo dall’opposizione in terra americana (o europea) [ 2 ].

I grandi cortei antibellicisti di quegli anni non spostarono di una virgola la decisione di aggredire l’Iraq, né prima né durante l’occupazione, quando per altro si diradarono sino a sparire. L’elezione di Obama ha avuto cause multiple, tra cui c’è sicuramente anche la conseguenza di quella guerra, ma la mezza-logica (e mezza memoria storica) di Fabbrini gli impedisce di ricordare che l’avversione di Obama alla guerra in Iraq era fondamentalmente motivata dall’esigenza di concentrare tutti gli sforzi sulla guerra in Afghanistan, come infatti avvenne e con i risultati ben noti, che per Fabbrini sono in effetti dettagli da glissare. Ci sarebbe infine da chiedersi quale motivo abbia spinto un membro della crème giornalistica, non dunque un giovanni-enrico-billy-milli-concita-carmen qualsiasi, a pubblicare un editoriale di sconclusionata propaganda. Utilizzando alcune sue categorie potremmo interrogarci su tre opzioni: per proamericanismo, per antirussismo o semplicemente perché stultorum mater sempiter gravida?

NOTE

  1. Persino Hanna Arendt ricorda, nel celeberrimo La banalità del male, il collaborazionismo delle popolazioni est-europee nello sterminio degli ebrei. I campi di sterminio portarono a compimento un genocidio ampiamente supportato dalle popolazioni locali, Quella ucraina, in specie nella parte occidentale del Paese, fu tra le più solerti. Ancor prima, quando si parla della ricorrenza dei pogrom nell’mpero russo, va ricordato che avvennero soprattutto nell’attuale ukraina, dove l’antisemitismo era radicato da secoli: lo si veda nei grandi giudizi universali dei Monasteri della Bukovina (attualmente divisa tra Romania e Ucraina) dove gli ebrei, tra i dannati, sono quelli sottoposti alle violenze più efferate.

2. nonché da una forma inedita di terrorismo (ISIS), interamente prodotta dall’occupazione americana e alleata, eppoi dilagata in varie aree.

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Un pensiero su “APOCALITTICI E CONTROFIGURE di Enrico Mascelloni”

  1. Loredana Nichetti dice:

    Condivido in pieno l’analisi di Mascelloni.
    Rimane l’atrocità della guerra, insensata, esecrabile sempre e comunque, a qualsiasi latitudine.

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