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GUERRA E PANDEMIA STESSA STRATEGIA di Alceste De Ambris

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Prendo spunto dall’articolo di Pasquale Cicalese, secondo cui “C’è del metodo nella follia delle cancellerie occidentali”.

Le gravi sanzioni economiche e finanziarie alla Russia, in particolare il divieto di utilizzare per i pagamenti il sistema di transazione interbancario Swift e il congelamento delle riserve depositate dalla Banca centrale russa presso le altre Banche centrali, da una parte appaiono esorbitanti e sproporzionate, e d’altra parte sembrano danneggiare di rimbalzo le stesse economie europee. Tale atteggiamento bellicoso delle cancellerie occidentali (compreso l’invio di armi), per nulla orientato a trovare a una soluzione diplomatica al conflitto, fa sospettare che nasconda un’intenzione non dichiarata. Lo stesso si può dire per l’atteggiamento apparentemente “suicida” del governo ucraino, evidentemente eterodiretto, che sembra porsi l’obbiettivo di prolungare e rendere il conflitto più cruento, coinvolgendo i civili, così da suscitare una reazione emotiva anti-russa.

E il piano perseguito, secondo Cicalese, sarebbe appunto quello di “staccare l’Europa dalla Russia” in modo definitivo, e costruire una “cortina di ferro economica” che divida il mondo il due blocchi: il capitalismo occidentale da una parte, e il tutto resto dall’altra parte. In questa seconda categoria individuo (nell’incertezza su come si collocheranno America latina e Africa) soprattutto il “blocco asiatico”: Russia, Cina, Iran e paesi alleati/satelliti di questi (riuniti nella S.C.O.). La strategia perseguita, implicante una sostanziale de-globalizzazione, metterebbe al riparo i paesi occidentali dalla concorrenza, economica ma anche ideologica e politica, del blocco asiatico. Tale blocco è ora in procinto di acquisire il primato mondiale a livello tecnologico e militare, ma, costretto all’isolamento, perderebbe gran parte del proprio slancio.

L’intuizione mi pare buona. La guerra in Ucraina, se è vero che l’iniziativa è apparentemente russa, d’altra parte è l’effetto di una serie di provocazioni della Nato e del governo ucraino, che rendevano prevedibile, prima o poi, un qualche intervento armato. La “guerra preventiva” è certamente contraria al diritto internazionale (e come tale va condannata), ma non è un’invenzione russa: è stata teorizzata e praticata proprio dagli Stato Uniti (e da Israele).

Vi è qualche legame tra questo piano e “l’operazione Covid”, che ha imperversato negli ultimi due anni, per poi arrestarsi improvvisamente (non sappiamo se sia stata abbandonata o sia solo “in pausa”), proprio in concomitanza con la crisi ucraina? A mio parere si può notare una certa analogia tra le due situazioni, entrambe guidate da campagne mediatiche martellanti e unidirezionali, chiaramente dirette a uno scopo. Nel 2020 si trattava di porre le fondamenta della medesima “cortina di ferro”, ma nei confronti dell’altro nemico, la Cina; una barriera economica (blocchi delle fabbriche, delle catene di approvvigionamento, dei trasporti ecc.) e ideologica (sentimento anti-cinese pompato ai massimi livelli). Già in precedenza si era cercato in ogni modo di ostacolare l’integrazione tra il continente europeo e quello asiatico, boicottando la Nuova via della seta, bloccando la costruzione di gasdotti ecc.

Si trattava inoltre di usare la pandemia come pretesto per introdurre un’involuzione autoritaria nei paesi occidentali, sperimentando una serie di tecniche di controllo sociale (stato di emergenza, arresti domiciliari di massa, confinamenti, coprifuoco, censura, apartheid ecc.), che si suppone rimarranno, anche se dovesse terminare la pandemia, con altri pretesti (crisi energetiche, climatiche ecc.).

La mia teoria è che le Oligarchie finanziarie, che controllano il “blocco atlantista”, considerano i territori asiatici e medio-orientali come ormai “persi” (si veda il ritiro dall’Afghanistan, e l’abbandono della strategia di destabilizzazione dei paesi ostili tramite il finanziamento di movimenti islamisti). Impossibilitati a impossessarsi delle materie prime e dei mercati di questi territori, hanno deciso di “ripiegare” verso l’interno, aumentando il tasso di sfruttamento e di accumulazione nei paesi occidentali sotto il proprio controllo. È una logica da colonialismo: se una colonia non rende più, sarà un’altra a dover compensare le perdite.

Di per sé una minore globalizzazione (intesa come limitazioni alla libertà di movimento dei capitali) sarebbe  un vantaggio per le classi lavoratrici, che possono recuperare “potere contrattuale”; ma è proprio ciò che si vuole evitare. Il progetto è semmai di continuare con il modello liberista nella versione finanziaria e oligopolistica: austerità, tagli della spesa sociale, disoccupazione e precariato, privatizzazioni, tassazione elevata (da cui sono esentati, un po’ come i nobili dell’ancient regime, solo le élite multimiliardarie), “distruzione creativa” della piccola impresa a vantaggio delle multinazionali straniere (magari con pretesti ecologici), Stati deboli e indebitati ecc.

Questo progetto incontra naturalmente l’ostilità delle popolazioni occidentali, in particolare della classe media, in quanto detentrice di patrimoni, accumulati durante i decenni di economia keynesiana, di cui le Oligarchie intendono impossessarsi. Per sedare questa potenziale opposizione, che tipicamente prende la forma di movimenti e partiti “populisti” (in assenza di partiti socialisti che assumano l’egemonia) sono stati messi in campo la strategia della paura e i dispositivi pseudo-sanitari di cui si è detto.

In questa nuova “guerra fredda” va notata un’asimmetria, che sfugge a certe analisi geopolitiche tese a inquadrare ogni scontro in termini nazionali o di civiltà (magari nella forma “terra contro mare”), trascurando il fattore “lotta di classe”. Il blocco asiatico è composto da Stati-nazione tradizionali, che in qualche modo rispondono a propri cittadini, dei cui interessi devono più o meno tenere conto.

In occidente invece gli Stati sono di fatto tenuti in ostaggio da Poteri transnazionali, tramite una serie di meccanismi (soggezione all’Unione europea, ricatto dei “mercati” nel finanziamento del debito pubblico, controllo dei media e quindi dell’opinione pubblica, “stato profondo” occupato dalle oligarchie ecc.). I governi applicano i piani stabiliti dall’esterno, e i parlamenti ratificano ciò che è deciso dai governi (il caso italiano è emblematico). I politici sono tendenzialmente burattini del Sistema, attori che volenti o nolenti devono recitare lo stesso copione. Ciò implica una sostanziale indifferenza dei decisori politici per il benessere dei cittadini: crisi economiche, carenze energetiche, misure liberticide, guerre ecc., se utili, verranno consentite, in quanto gli unici a risentirne sono le popolazioni locali. Il coraggio di prendere decisioni impopolari è anzi considerato segno di maturità degli esponenti politici, sempre pronti ad accettare con eroismo i “sacrifici necessari”, visto che questi sacrifici ricadono sulla gente comune e non sui propri mandanti.

Se Kennedy è riuscito a risolvere la crisi dei missili a Cuba, senza provocare la terza guerra mondiale, è perché aveva a cuore, in qualche modo, la sorte degli Americani. Chi potrebbe dire lo stesso di Draghi o di altri? Per questi motivi occorre che l’Italia mantenga una posizione neutrale nel conflitto, senza farsi trascinare in pericolose avventure dai propri irresponsabili rappresentanti.

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2 pensieri su “GUERRA E PANDEMIA STESSA STRATEGIA di Alceste De Ambris”

  1. RobertoG dice:

    Concordo con Alceste De Ambris, tcca solo ribadire che i sedicenti poteri trasnazionali altro non siano che lo stato-imperialista Stati Uniti d’America con la sua appendice europea Inghilterra. Il Potere, quello vero, nasce infatti , come aveva efficacemente sentenziato il Presidente Mao Tse Tung, “dalla canna del fucile” e tutto il resto viene di conseguenza. Il nocciolo duro del loro mondo (spesso definito in modo enfatico “comunità internazionale”, “occidente”, “mondo libero” ecc.) è infatti costituito dai cosiddetti cinque occhi (essi stessi, Inghilterra, Canada, Australia, Nuova Zelanda) che hanno un legame storico, culturale e linguistico più l’Europa ed il Giappone che sono i territori da essi sottomessi in seguito all’ultimo conflitto mondiale e che sono oggi tenuti militarmente in ostaggio attraverso la NATO e/o l’occupazione diretta. Il problema di base, resta quindi fondamentalmente quello: liberarsi dell’occupazione USA. Non di semplice soluzione e assai difficilmente ottenibile (per non dire impossibile) con metodi pacifici o senza avvenimenti internazionali di portata simile a quelli che ci hanno portati a questa dipendenza.

  2. Truman dice:

    L’idea che gli avvenimenti siano pilotati ad occidente da un “blocco atlantista” non spiega i motivi per cui gli europei hanno la bava alla bocca dei cani idrofobi, mentre le dichiarazioni degli USA sono solitamente moderate. A parte numerose dichiarazioni poco bellicose di Biden, è di oggi la notizia che il Pentagono non conferma il cosiddetto “massacro di Bucha”, che equivale a buttare acqua sul fuoco.
    Insomma, è almeno da un mese che noto questa differenza di prese di posizione.
    Va poi detto che la “pandemia” Covid è una recita globale che ha attecchito anche in Cina (anzi qui è nata), ha avuto qualche effetto anche in Russia (in particolare dopo il meeting Biden – Putin di giugno 2021) ed è stata presa molto sul serio in parecchi Paesi.
    Potremmo supporre che la pandemia, pensata per un dominio globale, si stia ripiegando per mantenere almeno il controllo dell’Occidente. Detta così mi sembra aver maggiore senso. Epperò vuol dire anche che i grandi strateghi del capitale navigano un po’ alla giornata.
    Nel merito poi va detto che si sta delineando una situazione in cui l’Europa si allontana dalla Russia, ma la saldatura tra Russia e Cina, che esiste almeno da 20 anni (a giudicare dalle votazioni ONU), si rinforza ed aggiunge elementi di peso come l’India, il Brasile e forse il Pakistan.
    Insomma si sta creando una situazione in cui da una parte stanno i popoli e le risorse, dall’altra il denaro e lo spettacolo. Una situazione di questo tipo tende a finire come la scenetta in cui Indiana Jones incontra un assatanato armato di scimitarra: un colpo di pistola e basta.
    E quindi tenderei a pensare, si: ci sono elementi comuni tra pandemia e guerra in Ucraina, ma da un ripiego della strategia si potrebbe andare a una sconfitta. Ma questo rende la consorteria (insomma la mafia) atlantica ancora più pericolosa.

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