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CRISI O APOCALISSE: L’ITALIA ALLA PROVA DELLA BCE di Gabriele Guzzi*

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Il 9 giugno 2022 [1] la Bce ha annunciato l’inizio di quel percorso che il governatore Lagarde ha definito “normalizzazione della politica monetaria”. Contraddicendo le previsioni fatte solo a gennaio, la Bce ha deciso un aumento dei tassi d’interesse di 25 punti base a luglio, un rialzo ulteriore – probabilmente di 50 punti base – a settembre, la conclusione del programma di acquisto netto di titoli, il cosiddetto APP, dal 1° luglio. Per quanto riguarda i titoli in scadenza, sia del programma APP che del PEPP – il programma emergenziale avviato a seguito della pandemia – la Bce assicurerà un pieno reinvestimento “for an extended period of time” per il primo, e almeno fino alla fine del 2024 per il secondo. Il riacquisto dei titoli avverrà “con flessibilità”. In parole più chiare: la Bce è disposta a deviare temporalmente dal capital key (acquistando più titoli dei paesi in difficoltà) per tenere sotto controllo gli spread. Basterà questo a tenere a bada i mercati? Sembra proprio di no.

Per comprendere il significato di questa decisione storica, primo aumento dei tassi dopo 10 anni, la si deve inquadrare all’interno delle tre crisi che stiamo attraversando: mondiale, europea, italiana.

A livello mondiale, viviamo un fenomeno di frammentazione finanziaria e geopolitica. Le sanzioni si sommano ai colli di bottiglia che osserviamo sul lato dell’offerta (specialmente in alcuni settori ICT e della logistica) e all’aumento dei prezzi dell’energia. Oltre all’evidente pressione sui costi dell’impresa (e con l’aumento dei tassi anche il finanziamento inciderà) e sui salari reali (non si parli mai di indicizzazione!), il problema è la disgregazione di un ordine che ritenevamo oramai naturale e che era iniziato con la nuova spinta alla globalizzazione degli anni ’90.

Si era tentato, in estrema sintesi, di compattare l’ordine globale attorno alla finanziarizzazione di matrice americana. Con il crollo dell’URSS (1991) e l’entrata della Cina nel WTO (2001), il decennio della globalizzazione trionfante si scontra con la crisi finanziaria del 2007-08. Dopo dieci anni di galleggiamento e di tensioni populiste troppo facilmente sgonfiate, le contraddizioni sono scoppiate con una forza travolgente. La politica zero-covid cinese col conseguente blocco di alcune forniture da settori che l’Occidente aveva stupidamente delocalizzato, e lo scontro Russia-Ucraina (o meglio Russia-Nato) non sono che l’ultima goccia su un vaso che traboccava da anni.

Queste questioni mettono in discussione due caratteristiche fondamentali dello sviluppo della globalizzazione, questa volta soprattutto europea: l’importazione di beni a basso costo (Cina) e l’importazione di energia a basso costo (Russia). Le sanzioni, ora, non fanno che peggiorare la situazione in quanto si favorisce direttamente il consolidamento dell’asse russo-cinese sul piano industriale ed energetico. Già la Cina ha (ancora non per molto data la nostra politica deflattiva) un costo del lavoro più basso, ora avrà anche un costo energetico più basso, in quanto molte delle fonti di energia che prima vendeva a noi ora la Russia le vende scontate alla Cina e anche all’India. Come noi cerchiamo fornitori alternativi (come se alcuni paesi dell’Africa fossero politicamente più stabili della Russia…), anche l’Orso cerca acquirenti alternativi. Avremo cioè molti prodotti “Made in China with Russian energy”[2], con una perdita di competitività delle nostre imprese.

L’insieme di questi mutamenti ci può far realisticamente prevedere un nuovo equilibrio internazionale in cui non sarà più una potenza a (provare a) dettare i ritmi del globo, ma più potenze che si spartiranno l’egemonia finanziaria e militare su aree geografiche diverse. Una “comunità internazionale” che sarà sempre più evidentemente limitata al blocco euro-atlantico e a qualche stato nel Pacifico in funzione anti-cinese, e una serie di altre potenze che produrranno geometrie di collaborazione variabili sia tra loro che con la cosiddetta “comunità internazionale”.

In tale contesto si inserisce la questione europea. La decisione della Bce ha reso lampante che avere un’autorità monetaria per diciannove autorità fiscali ti fa muovere sempre male: cercando di accontentare tutti scontenti sempre tutti. La Bce, infatti, si trovava dinanzi ad un trade-off oggettivo: da una parte garantire la sostenibilità dei debiti pubblici dei paesi del Sud, dall’altra tentare di mitigare il peso dei tassi d’interesse reali negativi che grava sui paesi del Nord, soprattutto nel loro equilibrio finanziario e previdenziale.

Ora, se è vero che l’inflazione che stiamo vivendo non ha nulla a che vedere coi fenomeni monetari, è anche vero che le mosse della Fed dei mesi scorsi (aumento dei tassi, annuncio di ulteriori aumenti e riduzione del proprio bilancio) hanno fatto prevalere la linea dei falchi europei nel cercare di deprimere le aspettative di inflazione e soprattutto tenere a bada il rapporto valutario Euro/Dollaro. Con un aumento internazionale dei costi dell’energia una valuta debole incide infatti negativamente e, data la discesa dell’Euro che abbiamo visto in queste ore, possiamo dedurre che i mercati si aspettavano un approccio ancora più duro.

In ogni caso, il punto è che nell’area Euro, dopo il trauma del 2011 e la crisi greca, e nonostante sette anni di Quantitative Easing, ancora non si è riusciti a “passare” ai mercati l’idea che i debiti dei paesi del Sud siano del tutto sicuri. E se non si è riusciti a passarla, significa che non c’è: gli spiriti animali dei mercati su questo sono molto più realisti di molti politici italiani… Non appena la Banca Centrale ha intrapreso questo percorso di normalizzazione, i mercati hanno incominciato a prezzare nel Btp tutti i rischi connessi al nostro debito pubblico, compreso un eventuale haircut (ristrutturazione del debito). Certamente, un QE infinito crea distorsioni e disuguaglianze non indifferenti (creando bolle finanziarie che avvantaggiano pochi), ma nell’attuale quadro europeo esso è l’unico modo per garantire la sostenibilità finanziaria di molti paesi, tra cui il terzo e il quarto per importanza economica.

In queste due crisi, si inserisce la situazione italiana. Su questo, non c’è molto da dire: viviamo un trentennio di sostanziale stagnazione, aumento della disoccupazione e disuguaglianza, modifica strutturale del settore produttivo verso impieghi a basso valore aggiunto, precarietà e bassi salari. Ciò crea una domanda debole che influisce negativamente sulle performance di produttività, spingendo le aziende, come in un circolo vizioso, a puntare su settori labor-intensive piuttosto che su quelli ad alto impiego di capitale e tecnologie. Bassi salari che causano bassa produttività che crea bassi salari.

L’insieme di queste tre crisi genera ciò che ho chiamato apocalisse finanziaria. Ora, il termine apocalisse non va inteso tanto come “fine” ma come “rivelazione”. Le contraddizioni che animavano la globalizzazione finanziaria, l’area Euro e l’Italia vengono a galla. La frammentazione geostrategica, la perdita di competitività a seguito delle sanzioni e dell’appiattimento dell’Europa sulla posizione atlantica, le incertezze di una Banca Centrale Europea in balia di posizioni sempre più inconciliabili, un’unione monetaria che non riesce (perché forse non può) farsi politica, un’Italia che subisce processi più grandi di lei aggrappandosi ad un vincolo esterno sempre più insostenibile. Tutti questi processi erano tenuti a bada da un quadro politico quasi di sonnolenza, che garantiva un equilibrio fragilissimo, che costava molto in termini sociali ma veniva silenziato sotto una coltre di micro-problemi e una comunicazione di massa di pura distrazione.

L’apocalisse è perciò anche un momento propizio. Se le cose vengono a rivelazione significa che il dibattitto pubblico può prenderne consapevolezza, agendo di conseguenza. Molte delle problematiche di questi tempi derivano infatti dalla cecità delle nostre classi dirigenti, da un misto di ipocrisia e cattiva fede, pigrizia intellettuale e carrierismo. Si è scelto di non guardare, perché sarebbe costato tanto, e di comprare tempo, di portare la palla in avanti, anche se questo comportava la sofferenza umana (e a volte la morte, pensiamo alla Grecia) di milioni di persone.

Oggi, ci viene portato il conto. Ma questo conto non è tanto la fine delle politiche accomodanti della Bce, come se dovessimo “pagare il nostro debito” (la sostenibilità di un debito pubblico si valuta dalla sua “rinnovabilità” e non dalla sua “pagabilità”). Le contraddizioni che abbiamo voluto non vedere ora escono allo scoperto, con più forza e violenza di quanto sarebbe stato se le avessimo affrontate una alla volta e a tempo debito.

Cosa possiamo dunque fare? Cosa dovrebbe fare l’Italia? Nel breve, una nuova forma di garanzia della Bce potrebbe certamente aiutare (il cosiddetto scudo anti-spread che andrebbe non solo annunciato ma anche spiegato), insieme a quel debito comune chiesto da Draghi per diminuire il costo dell’indebitamento (un sorta di “modello Sure”) ammesso che questo avvenga a zero condizionalità (cosa assai difficile nell’attuale quadro europeo). Ciò che andrebbe evitato ad ogni costo è invece il sentiero scosceso che porta al Mes, su cui certamente si intensificheranno le pressioni e le voci dei tifosi, soprattutto interni, che non vedono l’ora di rafforzare il controllo macroeconomico sull’Italia. Tale rischio sarà più alto, probabilmente, subito prima e subito dopo le elezioni del nuovo Parlamento, con allarmi di perdite di credibilità se dovesse vincere questo o quell’altro partito… la democrazia ai tempi della Bce…

L’impressione di chi scrive è che anche le prime manovre avrebbero scarsissimi effetti, e ci porterebbero nel migliore dei casi di qualche mese più avanti con le stesse questioni da affrontare. Le tre crisi di cui abbiamo parlato richiedono invece un cambio di prospettiva radicale su tutti i livelli: economico, sociale, politico, e italiano, europeo, mondiale. Richiederebbe la fine della ideologia mercatista che ha posto una ristretta oligarchia al vertice di una piramide sempre più schiacciata verso il basso. Tale ideologia, incentrata sull’estremizzazione dello stesso paradigma capitalistico e predatorio di sempre, sull’alienazione e lo sfruttamento divenuti unica frontiera delle attività umane, va confuta, contraddetta, e infine abbandonata. Non ci sono alternative per la crescita sociale dei nostri paesi, e forse sulla sopravvivenza dei nostri sistemi democratici.

Solo da una presa di coscienza dell’apocalitticità del momento presente, si potrà aprire una finestra di opportunità, rompendo nella circolarità di una temporalità tecnocratica autoreferenziale un attimo di libertà e forse di piccolo ma reale cambiamento.

* Fonte: La Fionda

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