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CI VEDIAMO IL 26 SETTEMBRE di Moreno Pasquinelli

«Un cane aveva tra i denti un bell’osso. Ad un certo punto si fermò presso un fiume e osservò il riflesso di se stesso. Il cane scambiò il suo riflesso per un altro cane con un altro osso in bocca. Cercò allora di rubare l’altro osso, ma aprendo la bocca perse il suo». Esopo

La perfezione non è di questo mondo … L’ottimo è nemico del bene … chi si accontenta gode.

Ci sono tanti modi per tirarsi su di morale, altrettanti per giustificare porcherie politiche.

Quello delle cinque liste annunciate in vista delle elezioni del 25 settembre — posto che tutte dichiarano di rappresentare il popolo che si è ribellato al regime di dittatura sanitaria —, è una schifezza politica senza precedenti. Se le cause di questo disastro annunciato non fossero l’irresponsabilità e l’insipienza dei capi di questi “partitini” si dovrebbe sospettare che tutti quanti certi dirigenti siano al soldo del regime. Una cosa infatti è indiscutibile: il regime gongola.

Il giudizio politico sulla vicenda delle cinque liste lo abbiamo espresso. Lasciateci svolgere alcune considerazioni laterali.

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Nell’APPELLO DEI 100 c’è scritto:

«Una tappa importante di questa battaglia [quella per rovesciare l’élite al potere passare dalla resistenza all’attacco, NdR] saranno le elezioni politiche che si svolgeranno all’inizio del 2023 (forse addirittura nell’autunno di quest’anno). Serve fare del Parlamento la nostra trincea avanzata, serve una lista unica nazionale, con un simbolo unico e una piattaforma condivisa, servono candidati combattenti approvati da assemblee territoriali degli attivisti».

Per tempo avevamo dunque segnalato la grande importanza della sfida elettorale — col rischio che si sarebbe potuto votare in autunno; per tempo avevamo messo in guardia dal pericolo di andare divisi. E tutti, ma proprio tutti, sapevamo che la stragrande maggioranza del popolo che ha riempito le piazze, chiedeva unità.

Con l’Appello avevamo indicato cinque punti di senso comune attorno ai quali incardinare l’auspicato fronte unico tra le diverse forze del dissenso,[1] ed anche suggerito un metodo per comporre le liste e scegliere i candidati.

E qui casca l’asino! Secondo noi sarebbe stato non solo fattibile ma vincente, un rapporto di reciprocità tra organizzazioni politiche e movimenti. Si poteva e si doveva trovare un equilibrio virtuoso, un punto d’incontro, tra orizzontalità e verticalità, rispettando sia la richiesta di democraticità e trasparenza che saliva dal basso, sia le legittime istanze di identità e visibilità dei diversi “partitini”. I dirigenti di questi ultimi hanno invece respinto come blasfema l’idea dì sottoporre i candidati di un’eventuale lista unica al vaglio di assemblee popolari territoriali. Hanno prevalso la mentalità di consorteria, il vincolo di parrocchia, la boria di partito, la presunzione élitaria.

Una lista unitaria delle forze del dissenso avrebbe avuto un impatto politico enorme, che avrebbe spianato la strada ad ulteriori successi. Sarebbe stato l’evento veramente nuovo e polarizzante nel panorama italiano — in base ai nostri calcoli avrebbe ottenuto un rotondo 5%, portando a casa una quindicina di deputati e quattro o cinque senatori. Con cinque liste (e vedremo chi riuscirà a davvero a presentarsi e in quanti collegi) è molto probabile che nessuna passi lo sbarramento del 3%.

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Ora che la frittata è fatta non ci resta che assistere, ma non inermi, all’epilogo di questa competizione fratricida dentro una gara elettorale già truccata. Ogni gruppo si è fatto prendere la mano dalla smania di protagonismo, ognuno stregato da miraggio dell’ingresso in Parlamento, ognuno scommettendo sull’insuccesso dell’altro, tutti convinti di essere in vantaggio nell’accalappiare il consenso dei risvegliati. Ma come narrava Esopo: chi troppo vuole niente stringe. Ci vediamo dunque il 26 settembre.

NOTE

[1] 1. Il ripristino di tutti i diritti di libertà cancellati in questi ultimi anni, tra cui la libertà di scelta terapeutica; 2. Il rifiuto dello Stato tecnocratico di polizia e l’abolizione di tutti i dispositivi elettronici di schedatura e sorveglianza; 3. L’abbandono del liberismo per un’economia che assicuri giustizia, lavoro e reddito per tutti, attuando ma aggiornando il modello di economia mista scolpito nella Costituzione del 1948; 4. La piena sovranità politica, economica, alimentare, monetaria dell’Italia, quindi l’uscita dall’euro e dalla Ue; 5. Una politica di neutralità, di pace e fratellanza tra i popoli, quindi di liberazione dalle catene della NATO.