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L’INGLORIOSA RESA DEL BATTAGLIONE AZOV di Enrico Mascelloni

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Riassumiamo i fatti salienti della “battaglia di Mariupol”: dopo aver preso atto che la sconfitta sul campo di una città devastata da combattimenti feroci era certa, intorno alla metà di Aprile una parte delle milizie ukraine si è asserragliata nell’enorme Azovstal mentre altri soldati dell’esercito ukraino, a loro volta barricati nella vicina area del porto e in altri complessi industriali, si arrendevano (la stima varia da alcune centinaia a più di mille) alle milizie del Donbass, venendo ampiamente ripresi dalle telecamere con le mani alzate mentre venivano fatti salire su camion e condotti come prigionieri di guerra in zone sotto controllo dei filorussi. 

A quel punto partiva il serial dell’eroica resistenza nei sotterranei della fabbrica, andato quotidianamente in onda su tutti i media occidentali (quelli del resto del mondo se ne fregavano) per oltre un mese: alle dichiarazioni del regime ukraino che “gli eroi dell’Azovstal non si arrenderanno mai”, gli “eroi” sfumavano il concetto in un più elastico “non ci arrenderemo mai ai russi”, aprendo a fantasiose alternative eroiche tipo “ci consegneremo a un Paese terzo che ci evacquerà nel suo territorio lasciandoci uscire dall’Azovstal con le nostre armi” o anche un pò meno eroiche come “ci consegneremo a un Paese terzo, pronti a garantire che non torneremo a combattere in questa guerra”, quest’ultima dichiarazione persino imbarazzante in quanto a disfattismo, e infatti rapidamente abbandonata (non dal battaglione Azov, che vi ha creduto fino in fondo, ma dai media filoatlantici per i quali l’eroismo della difesa di Mariupol è ingrediente centrale della propria propaganda). 

Assediati e bombardati, i nostri eroi hanno però cominciato a prendersela con il governo di Kyev “che ci ha abbandonato”, che “non ha provato a imbastire una manovra militare che ci avrebbe liberato”, mentre arrivavano a invocare Elon Musk come mediatore (magari venendo “evacuati” da un suo razzo che li avrebbe portati su Marte) o al Papa, da cui spedivano un gruppo di mogli, che alternavano il Santo Padre a vari talk show. 

Zalensky, da parte sua, dichiarava almeno tre volte al giorno “gli eroi dell’Azovstal verranno massacrati ma non si arrenderanno”, e lo ha ripetuto sino a qualche ora prima di trasformarlo in un esilarante (se ci fosse da ridere) “i nostri eroi ci servono vivi”. Tutto ciò mentre i “loro eroi” chiarivano ancor meglio il concetto, e pur lasciando intendere che avrebbero preferito morire per la Patria e per l’onore, singhiozzavano “siamo soldati e rispettiamo gli ordini dei nostri comandanti e in specie del nostro presidente”, che in realtà non hanno mai rispettato, com’è ben evidente negli aspri rimproveri che gli facevano quotidianamente e che in un contesto di accettabile disciplina militare, in stato di guerra, non sarebbe lontana dall’insubordinazione, dal disfattismo, dalla diserzione. Che infatti è avvenuta, ma con l’avallo del Presidente, caso pressoché unico in una guerra. Perché tutto lascia pensare che non sia stato il Presidente a ordinare la resa, ma il battaglione Azov ad aver ordinato al Presidente di dichiararla, altrimenti sarebbe avvenuta comunque, come stava infatti accadendo poche ore prima delle dichiarazioni ufficiali, quando alcune decine di soldati ukraini (tanto del battaglione Azov quanto dei marines) si consegnavano alle milizie del Donbass alzando bandiera bianca. 

Diserzioni immediatamente smentite dal regime ukraino ma riprese in diretta dai combattenti del Donbass e comunque sufficienti per chiarire che bisognava rapidamente salvare il salvabile dichiarando che la resa disordinata era in realtà un ordine della suprema autorità del Paese, smentendo dunque quello che aveva dichiarato Zelensky fino a poche ore prima, ma accogliendo ciò che stavano dichiarando i capi del battaglione Azov e i fanti di marina da vari giorni, seppur nelle loro tipiche formulazioni contorte, dove doveva convivere l’esaltazione del proprio eroismo con la meno eroica propensione a salvare la pelle costi quel che costi.

Ogni dichiarazione degli “eroi dell’Azovstal” da quando erano asserragliati nella fabbrica lasciava intendere con chiarezza che una priorità su tutte le altre ce l’avevano chiara: non intendevano affatto morire. E men che meno per le fantasie eroiche di Biden di Zelensky o magari di Giuliano Ferrara. 

Le varianti creative di cui sopra, in un ordine temporale sempre meno eroico, parlavano da sole e essendo appunto fantasiose attendevano soltanto di escludere l’arrivo di Musk con il suo razzo (i soli razzi che arrivavano erano quelli russi) per fare ciò che minacciavano da un paio di settimane: arrendersi al nemico. Verbo riflessivo, “arrendersi”, coniugato alla terza persona plurale, “si arrendono” (perchè non sono uno e nemmeno cinquanta ma varie centinaia se non migliaia) è impronunciabile tanto per gli “eroi” che per i loro hooligans politici e mediali. Infatti il florilegio di sinonimi propagandisticamente più gestibili dà fondo alle riserve di ogni vocabolario atlantico; quello italiano offre alternative numerose “evacuano, si ritirano, lasciano…..”. 

Ascoltare gli incredibili esercizi retorici di portavoce e opinionisti che parlano di “scambio di prigionieri”, di “eroi che evacuano”, di “mediazione ad altissimo livello accettata dai russi” mentre centinaia di soldati ukraini si lasciano perquisire con le mani sopra la testa, con sguardo ebete, con occhi bassi mentre si allineano come greggi sugli autobus che li condurranno in campi di prigionia su suolo russo, tutto ciò demolisce la sarabanda propagandistica che ha gonfiato giornaloni e giornaletti, telegiornali e talk show. 

La resa non proprio gloriosa è assai difficilmente contenibile nel giubilo propagandistico in corso da quasi tre mesi, cosicché i nostri scaldadivani mediali la espellono nelle pagine interne dei giornali e in fondo ai telegiornali. Nel frattempo a Zelensky sfuma il sogno accarezzato sin dalle prime fasi della guerra: il massacro di soldati che “contro forze soverchianti non si arrendono”, e che non solo urlano al mondo lo “spirito indomito del popolo ukraino”, ma si tolgono anche dai piedi in quanto pericolosi concorrenti politici. Per Zelensky si sarebbe trattato di una vittoria mediale clamorosa, che avrebbe vidimato come alcun altra che i russi hanno a che fare con il “popolo più eroico della storia moderna”, i nuovi “trecento di Maratona”, anche se sono più di duemila. Tanto più che sul piano militare il battaglione Azov e i fanti di marina di Mariupol non servivano più a niente essendo stati sconfitti da più di un mese, non avendo affatto rallentato ai russi altre operazioni militari come recitano enfaticamente i loro comandanti e essendo stati tenuti a bada da miliziani del Donbass e da combattenti ceceni che non erano nemmeno più numerosi di loro, sebbene supportati da un ampio apparato aereo e di artiglieria che ha fatto naturalmente la differenza. E’ possibile che qualche miliziano di Azov non vorrà arrendersi e preferirà magari suicidarsi piuttosto che consegnarsi al nemico. Ma anche in tal caso si avrà poco a che fare con l’antica etica militare di chi preferisce la morte alla resa. Tra i miliziani del battaglione Azov vi sono alcuni tra coloro che bruciarono vivi vari filorussi disarmati nel Teatro di Odessa (2014) e abbondano anche assassini di donne e bambini del Donbass. Chi li sta aspettando fuori sono i parenti, gli amici, i commilitoni delle loro vittime.

E la trattativa tra russi e ukraini? 

Forse qualcosa al minimo accettabile per i russi (cure per i feriti e qualche eventuale scambio di prigionieri). Per il resto, sentendo le parole del presidente della Duma e di vari altri membri del regime russo, che intendono processare buona parte dei prigionieri come criminali di guerra, la resa sembra esser stata senza condizioni e la sconfitta ukraina, almeno nella battaglia di Mariupol, inappellabile. La posta in gioco? Il controllo totale sul mare di Azov e il ricongiungimento con la Crimea. Forse, dopo qualche ulteriore avanzamento nel Donbass, un bottino sufficiente per procedere, da parte russa, a un augurabile cessate il fuoco di una qualche consistenza e tuttavia problematico. Reso tale dalla potenza reale dei patrocinatori americani della guerra nonché dal delirio di potenza delle gerarchie ukraine, supportato dalle sgangherate lodi che gli arrivano da governi e media di ogni parte dell’occidente e dalla diffusa ideologia, radicata soprattutto nel suo esercito, di una razza slava superiore (quella ukraina) già teorizzata da Stepan Bandera settanta anni fa, assurto dopo Maidan a icona nazionale. 

Di un vero e proprio trattato di pace, naturalmente, neanche a parlarne da ambedue le parti e presumibilmente per vari e lunghi anni. La fronda a Zelensky è già iniziata e quella a Putin, se la guerra perdurasse, probabilmente non tarderebbe. Se come affermano alcuni analisti, Putin vollesse davvero procedere all’occupazione di Odessa e al ricongiungimento con la Transnistria, creando una striscia in gran parte di scarsa profondità strategica lunga circa duemila kilometri da Lukhansk all’estrema punta settentrionale della sottilissima Transnistria, e tutto questo con un esercito ukraino che sta diventando il più attrezzato d’Europa mentre il proprio Paese verrebbe strangolato dal blocco dell’accesso al mare, in tal caso sarebbero gli stessi comandanti di una vetusta Armata Rossa, si spera, a accelerare qualcuna delle varie malattie che vengono attribuite all’autarca russo. Decisione comunque poco realistica per il pragmatico Putin. Le fantasie escatologico-geopolitiche di Alexander Dugin sulla Sacra Missione Russa commuovono soltanto qualche gruppo neofascista e il suo ascendente su Putin ha credito soltanto tra il gregge mediale: “a Alexander non crede più nessuno — ha dichiarato nel 2015 Eduard Limonov, che fondò insieme a lui il Partito Nazional Bolscevico — e Putin non l’ha mai incontrato”.

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