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L’ATTUALE MODELLO SOCIO-ECONOMICO OCCIDENTALE: DUE TESI A CONFRONTO di Luca Dinelli

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Nell’interessante dibattito avviato nelle riunioni della Direzione Nazionale di Liberiamo l’Italia e ripreso in alcuni interventi all’Assemblea Nazionale, si sono delineate due tesi: la prima secondo la quale il profitto deve essere ancora considerato come il motore primo che determina l’azione dei soggetti economici e informa la società occidentale, la seconda che vede il ruolo del profitto ridimensionato alla stregua di mero indicatore al pari di altri, di fatto scavalcato dal reale obiettivo  rappresentato ormai dal controllo delle vite dei cittadini; faccio notare che questa seconda ipotesi implica il superamento del capitalismo e l’ingresso in una nuova epoca, caratterizzata da un totalitarismo in atto, ma del tutto nuova rispetto al passato.

La prima obiezione che muovo ai sostenitori della seconda tesi, è che eliminando il primato rivestito del profitto nel modello socio-economico del mondo occidentale, la lettura dei meccanismi che muovono la società ne risulta estremamente complicata. Non si capiscono gli appelli alla necessità per gli Stati di diventare appetibili per attrarre investimenti stranieri; non si dà una spiegazione razionale dell’attacco ai pilastri storici del welfare, costituiti dalla previdenza, dalla scuola e dalla sanità pubbliche; non si vede perché questo è stato abilmente perseguito negli ultimi trent’anni attraverso la ricerca spasmodica del controllo dell’inflazione, assurto a principio fondativo dell’Unione Europea. Tutti questi aspetti dovrebbero essere letti come strumenti intermedi per la ricerca del fine ultimo, coincidente col controllo delle vite altrui; da qui, il probabile approdo a spiegazioni irrazionali sulle motivazioni recondite dei signori del mondo che sarebbero stati inquinati inequivocabilmente dal tocco della Bestia. Di simili teorie, infatti, pullula un certo mondo che ha caratterizzato la resistenza al regime negli ultimi mesi e che non possiede gli elementi per inquadrare i vari aspetti della realtà locale e globale in un sistema organico razionale.

Invece si dà il caso che le ragioni perfettamente razionali che spiegano la ricerca spasmodica del controllo del tasso d’inflazione siano da ricercare in primis nella necessità di proteggere i capitali dalla svalutazione, secondariamente nella conseguente riduzione del pubblico impiego, senza la quale diventa arduo il controllo dei prezzi; ciò consente di pari passo di aprire nuovi mercati un tempo occupati dall’intervento pubblico. Così come, lasciando al profitto il ruolo che gli “spetta”, perfettamente razionale risulta il dogna del lavoro creato attraverso l’attrazione d’investimenti stranieri perché, a parità di Pil, diviene estremamente diversa la distribuzione della ricchezza prodotta, la quale rimane inevitabilmente in mano a pochi grandi gruppi. Si spiega perfettamente l’attacco alla scala mobile che comportava l’inevitabile erosione dei profitti. Infine, si spiega perfettamente, sempre per rimanere agli esempi citati, l’attacco al welfare che costituiva la via moderna alla redistribuzione della ricchezza e che minacciava pericolosamente i saggi di profitto.

Ma andando brevemente avanti nella lettura della realtà, si spiegano i conflitti che hanno incessantemente piagato il mondo negli ultimi trent’anni e che hanno progressivamente aumentato la loro estensione geografica fino a ricomprendere l’Europa, con l’attuale guerra in Ucraina. Infatti, con la lotta all’inflazione da una parte, cui è stato subordinato ogni altro obiettivo di politica economica, e la ricerca spasmodica di nuovi mercati e nuovi teatri in cui affermare il modello neoliberistico dall’altra, che attribuisce alla corporation (da intendersi genericamente come gruppo economico-finanziario che intende imporre alla politica statale le regole cui la società deve sottostare) un ruolo egemone, diviene inevitabile che i popoli si trovino a confliggere fra loro. Proprio il perseguimento maniacale del controllo dei prezzi ha portato le stesse nazioni europee a competere tra loro, poiché la ricerca di bassi tassi d’inflazione deprime la domanda interna e obbliga gli stati a puntare sull’esportazione, andando a sottrarre quote di mercato agli altri competitori. Sorvolo, per brevità, sul ruolo rivestito in questo contesto dalla moneta unica europea che sottrae al mercato qualsiasi meccanismo di riequilibrio, obbligando gli stati a ricercare la loro competitività attraverso lo smantellamento delle tutele sociali e la compressione della domanda interna.

Tutto questo è inspiegabile se sottraiamo al profitto la sua valenza legittimante; il profitto, con tutto ciò che gli ruota attorno, mai come oggi ha costituito la giustificazione universalmente accettata all’assetto della società e alle regole che da esso discendono.

Spesso mi viene sollevata un’obiezione: perché mai chi già possiede tutto dovrebbe ancora essere mosso ad agire dalla ricerca del profitto? Questa domanda è estremamente innocente e nasconde il fatto che chi la pone cerca di mettersi nella testa di un magnate della finanza o dell’industria, rimanendo nella prospettiva di chi guadagna mille euro al mese.

Un amministratore delegato di un gruppo economico finanziario, ma diciamo più in generale, chi ne detiene le leve di comando, non agisce per comprarsi una macchina più bella o una casa con la piscina. Il suo orientamento al profitto e la capacità in questo dimostrata determinano il suo status e la sua possibilità di orientare le scelte politiche e la conduzione degli stati. Questi personaggi, attraverso l’abilità dimostrata nel creare profitto, nel produrre PIL, sono in grado i influenzare le scelte di politica economica e anche di decidere della stato di pace o di guerra delle nazioni.

Mettere in discussione il modello quasi universalmente condiviso basato sul profitto, che detto in altri termini è il modello capitalista, significa scuotere dalle fondamenta la loro posizione ed anche smontare fra le masse l’origine della loro legittimazione, basata sull’assunto che ogni essere umano si muove naturalmente cercando il proprio utile personale e, dunque, la massimizzazione del proprio guadagno. Sulla pervasività e la capillarità che ha assunto questa convinzione nel pensiero comune, non posso soffermarmi in questa sede, ma è proprio qui che risiede a mio avviso il tramonto degli approcci socialisti alla conduzione dell’economia degli stati e la necessità, per chi voglia mettere in discussione l’idea attuale di società, di rinunciare alla confutazione radicale di questo asserto. Il capitalismo ha dalla sua parte l’immediata istintività con cui viene recepita tale affermazione e il fatto che la ricerca del proprio utile personale viene percepita anche come il metodo realmente migliore per raggiungere tale scopo. E’ in questo passaggio che ci sono ampi margini per insinuarsi e sferrare l’attacco al nemico.

Tornando alla constatazione del fatto che effettivamente gli attuali modelli di produzione e replicazione del profitto, che poi determinano l’organizzazione della società, implicano effettivamente la sottrazione di ampi spazi di vita alle persone, è ben lungi da me l’idea di negarlo. Semplicemente non esiste a mio avviso alcuna differenza concettuale rispetto al passato, tale da determinare un’inversione delle priorità.

Il profitto rimane centrale nel modello che viene unanimemente accettato da chi detiene le leve del potere reale e da chi formalmente lo esercita. Mutuando un’espressione di Galimberti, esso è stato ed è oggi più che mai il generatore simbolico di ogni altro valore. Per anticipare possibili obiezioni, dico subito che ovviamente nella vita di ogni uomo convivono altri valori che spesso sono individualmente percepiti come superiori ad ogni forma di profitto; semplicemente non sono sublimati, all’interno del modello socio-economico attualmente imperante, al livello di obiettivi a fronte dei quali il resto è sacrificabile.

Il controllo sulla vita è sempre stato uno strumento nelle mani del capitale. Il fattore umano è il più variabile tra i mezzi di produzione e, pertanto, fin dagli esordi, il capitale ha cercato di assoggettarlo, quindi di sostituirlo con la macchina e, infine, di stravolgerne la stessa essenza, rendendolo programmabile, rispondente ad impulsi meccanici, orientabile nei propri desideri e prevedibile quanto ai consumi futuri. Si tratta dell’alienazione e della reificazione già ampiamente presenti nel pensiero di Marx, poi ripresi in varie declinazioni da molti filosofi successivi.

Quello che oggi determina un salto quali-quantitativo rispetto alla passato è costituito dalla potenza della tecnica a disposizione del capitale, che può spingersi direttamente all’ibridazione tra l’uomo e la macchina ed è quindi in grado di aprire frontiere che conducono allo stravolgimento antropologico del fattore umano.

Dire che ormai il reale obiettivo del potere è il controllo della vita, significa proiettarsi in un contesto statico neo-feudale in cui è negata la tensione continua verso l’accrescimento del capitale; equivale ad immedesimarsi in una sorta di Russia di Gogol in cui il possesso degli schiavi era addirittura conteggiato per determinare la capacità fiscale del contribuente.

Soprattutto, dalla adozione dell’una o l’altra delle due tesi iniziali, derivano soluzioni pratiche di resistenza che sono drasticamente contrapposte.

Se io penso che lo scopo definitivo sia il controllo degli individui, sarò naturalmente condotto a mettere in atto azioni che contrastino con questa volontà. Poiché il mezzo attraverso cui il potere mette in atto l’attacco alla vita è per lo più squisitamente tecnico, dovrò progressivamente rinunciare a tale strumento.

Il potere si manifesta anche attraverso apparati che sono la declinazione diretta o indiretta dello strumento tecnico e che operano attraverso procedure. Il pensiero tecnico si manifesta ormai anche laddove l’intervento della tecnologia non è così invasivo; ad esempio nel settore pubblico, le procedure amministrative somigliano sempre di più ad algoritmi in cui la variabilità umana è ridotta ai minimi termini.

Mi sembra del tutto logico che la risposta difensiva indotta da questa lettura, sia naturalmente rappresentata da quella che abbiamo più volte definito tendenza al fughismo, cioè al rifiuto dell’organizzazione di questa società con tutti i suoi corollari e la fondazione di comunità indipendenti che riscrivano le proprie regole.

I rischi impliciti che intravedo in questa visione sono sostanzialmente tre:

  • la comunità si scontra inevitabilmente con i rigori comportati da un ritorno duro e puro alla terra, condannandosi a vivere in maniera miserevole, con l’inevitabile presa di coscienza dell’utopia in cui è iscritto il progetto e la constatazione del fallimento finale; anche qualora sopravviva, sarà di fatto una riserva di reduci, che il potere tollera in quanto non è una minaccia per nessuno;
  • la comunità, deposto l’integralismo iniziale, si dota di mezzi più evoluti di produzione e si allarga, venendo a compromessi col modello che inizialmente condannava; in questo caso, dato l’attuale assetto di produzione è destinata ad essere fagocitata, o perché acquisita da realtà più grandi, se si dimostra redditiva, o perché distrutta dalla concorrenza che a quel punto si verrebbe a dispiegare da parte dei competitori da cui è stata notata;
  • la comunità si allarga a tal punto da poter competere con il modello alternativo vigente al di fuori; si tratta dello scenario più remoto fra quelli possibili, ma presenta un suo interesse dal punto di vista teorico. Parliamo di un contesto in cui la comunità ha creato una propria risposta ai bisogni che generalmente necessitano di un’organizzazione produttiva ad ampia scala per poter essere assolti decentemente; si pensi ai bisogni sanitari. Ebbene a questo punto, la comunità dovrà darsi regole giuridiche precise per evitare di crollare nel caos e dirimere i conflitti che una società complessa deve inevitabilmente contemplare. Gli approdi possibili saranno costituiti dalle due ipotesi in cui si risolve il contrattualismo occidentale (si vedano per semplicità Hobbes e Lock) coincidenti con l’assolutismo, sulla cui desiderabilità è inutile soffermarsi, o il liberalismo, che è esattamente il nucleo di pensiero che ha portato al capitalismo.

Se si propende, invece, per l’ipotesi che assegna al profitto un ruolo centrale, le soluzioni adottate dovranno necessariamente tendere alla definizione di vincoli alla crescita indefinita del capitale e alla fissazione di paletti entro i quali la ricerca del profitto possa dispiegarsi. Io ravviso l’urgenza di cominciare ad interrogarsi su proposte concrete in questo senso. Ovviamente per intraprendere questa strada è necessaria la conquista del potere, che vedo estremamente ardua con i tradizionali mezzi democratici. Su quest’ultimo punto deve aprirsi un dibattito da affrontare primariamente all’interno di Lit. Per la complessità della questione demando le molte riflessioni che l’argomento suscita ad altra sede, posticipandole a quando il dibattito nell’organizzazione sarà sufficientemente maturo.

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2 pensieri su “L’ATTUALE MODELLO SOCIO-ECONOMICO OCCIDENTALE: DUE TESI A CONFRONTO di Luca Dinelli”

  1. Graziano+PRIOTTO dice:

    La risposta è stata già data ampiamente…
    … in un opuscolo scritto per un pubblico non specializzato in discussioni filosofico-economiche (“Salari, prezzi e profitti”, K Marx) : il problema non è “profitto sí o profitto no” , giacché produrre e lavorare senza profitto o in perdita sarebbe ovviamente assurdo.
    Il nodo è : che fare e come distribuire il “profitto”.
    E come corollario, naturalmente la ricerca del profitto non deve causare direttamente più danni che non utili alla società ed all’ambiente, cioè se non il superamento del capitalismo almeno come primo passo un ritorno alla “soziale Marktwirtschaft” della socialdemocrazia tedesca, giustamente screditata perché riformista e reazionaria rispetto al superamento del capitalismo.
    Ma che se ci fosse ancora oggi, sarebbe molto meglio dell’orrore del casino-capitalistico in cui viviamo.
    Senza dimenticare che mentre la “soziale Marktwirtschaft” tendenzialmente aveva bisogno della pace, il capitalismo attuale, come lucidamenete scrisse Jean Jaurès, “porta in sè la guerra come le nuvole portano la pioggia”.

  2. FaBer dice:

    DUE TESI A CONFRONTO
    Sunto:
    Se per capire tutto ciò che accade ho bisogno di una chiave di lettura radicale, che esiste da mo’, devo avere il coraggio di usarla fino in fondo.

    Dinelli ha bisogno della chiave di lettura del profitto, per spiegarsi meglio alcuni fenomeni attuali. Ma c’è chi dà il profitto per morto e naviga nel mare del cybercapitalismo del controllo di Moreno. Sarebbe già oltre il capitalismo, nella società del controllo totale della gente a beneficio dei rentiers. Il capitale complessivo, già troppo grande, non può crescere oltre se non svuotandosi di valore. Perciò sarebbe necessario controllare il nemico dell’accumulo: la gente.
    In un primo momento ho identificato l’avversario di Dinelli in Pasquinelli. Però nella tesi del cyber capitalismo si parla evoluzione del capitalismo. Il profitto rimarrebbe:
    “Il profitto verrà estratto, oltre che con lo sfruttamento diretto, da ogni aspetto della vita. Tutte le sfere dell’umano sono messe a valore”.
    Casomai, nel cybercapitalismo è il mercato che muore, sostituito da una pianificazione produttiva automatizzata a configurare una forma di comunismo rovesciato. Marx aveva ragione, dunque. Il capitalismo deve superarsi nel comunismo. Solo che il crollo del capitalismo non implica il riscatto automatico degli sfruttati. Il cybercapitalismo sarebbe una demolizione ingessata, per salvare capra e cavoli e impedire la guerra civile.
    Pensavo Luca e Moreno contrapposti. Poi ho visto che sono entrambi organici al capitalismo. Costretti a salvare nostalgicamente categorie capitaliste, per articolare un’analisi marxista standard.
    Proseguo con Dinelli, per criticarlo. Senza perdere di vista la critica alla tesi cybercapitalista.
    Senza profitto non capisco più niente, sembra dire Dinelli.
    Perché mai lo Stato dovrebbe attrarre capitali stranieri se il profitto D-M-D1 è morto?
    Perché distruggere il welfare state?
    Perché l’enfasi sull’inflazione?
    Aggiungerei altre domande per mostrare quanto sia necessaria una critica radicale che loro eludono.
    Perché distruggere l’economia reale se il profitto è ancora il motore propulsivo? Più radicali ancora.
    Perché inventare il modo di produrre capitalista e poi distruggerlo se il profitto è vivo e vegeto?
    Perché inventare il welfare state e poi distruggerlo?
    In che modo lo Stato sociale è funzionale all’economia industriale?
    Non dimentichiamo che il welfare state è un’invenzione della proto economia industriale inglese.
    E ancora, da dove sbuca il totalitarismo, che sembra nascere gratuitamente col cybercapitalismo?
    Chi ha inventato i capannoni, dove chiudere a chiave gli schiavi a produrre su telai, fino alla morte?
    Non sarà che il totalitarismo è l’anima del capitalismo, mascherata da false Dichiarazioni solenni?
    Perché inventare il Lavoro salariato, prima enfatizzandolo come liberatorio e poi distruggendolo?
    Lincoln, padre del lavoro salariato moderno, era proprietario di schiavi.
    Abolire la schiavitù manifesta, inaugurò la schiavitù camuffata da libero mercato del lavoro.
    Uno sfruttamento più profittevole del possedere schiavi. Riecco il profitto: all’inizio. Non alla fine.
    Non c’è bisogno di ricorrere alla Bestia, per spiegarsi le “aberrazioni” sotto i nostri occhi, Dinelli.
    Il capitalismo è sempre stato così solo che oggi ci si rivolta contro. Costretto dall’agonia terminale.
    Le risposte che ti dai (raschiare profitti dal settore pubblico, distruggere la concorrenza della classe media, controllare la bestia nera dei capitali, l’inflazione) suonano razionali ma restano superficiali.
    Il calo tendenziale del profitto è effettivamente un epifenomeno di un fatto ben più sostanziale richiamato dall’ultima domanda: è la fine del lavoro vivo a causare il calo del tasso di profitto.
    Che poi valorizzare i capitali pompando il Prezzo, non il Valore reale, sia ancora possibile, rende casomai chiaro quanto sia urgente abbandonare la categoria profitto e sostituirla con quella di furto.
    La lettura dei nostri tiene in vita un malato terminale che oggi sopravvive solo divorando sé stesso. Il capitale complessivo mondiale non può aumentare di valore reale perché il valore attribuito a quel capitale (tramite le forme pensiero capitaliste, feticizzate) è già morto da mo’.
    Come altrimenti spiegare l’inflazione, che può essere frenata solo distruggendo l’economia reale?
    Il cybercapitalismo di Pasquinelli è un’ingessatura tecnologica che oggi mostra già i piedi d’argilla. Dinelli e Pasquinelli parlano di capitalismo come se stesse attraversando una crisi ciclica. Balle!
    Il modo di produzione capitalista, prima in America, poi in Europa ed ora anche in Cina è morto.
    La Cina sta mostrando la stessa crisi vista nel 2008. Se ha bisogno del cybercontrollo per gestire la sua crisi e il rientro della masse nelle campagne, vuol dire che, dopo aver saturato i mercati globali, in cambio di titoli senza valore, ora è in grave crisi. Intendo crisi strutturale del modo di produzione. Che poi tale crisi possa essere assorbita da un sistema sovrano già comunista, OK. Allora la Cina è il laboratorio di un futuro possibile. Ma la sua profonda crisi conferma la tesi della morte del MPC.
    Il profitto è morto. In Italia è morto negli anni ‘80, quando il valore reale di una giornata di lavoro tendeva a zero. Fatto che Agnelli, de Benedetti ed altri bene informati avevano già realizzato. Quello che Pasquinelli chiama mettere a valore ogni aspetto della vita, persino il futuro, non è vero profitto, bensì furto legalizzato. Stampare denaro senza valore è un furto. Tutto il debito costruito sul furto va ripudiato da parte del popolo sovrano. Il problema è che la sovranità è tutta da sentire.
    Come rispondo alle domande poste sopra senza aver bisogno di salvare la forma pensiero Profitto.
    Perché mai lo Stato dovrebbe attrarre capitali stranieri se il profitto D-M-D1 è morto?
    Per svendere beni reali in cambio di moneta falsa. Vedi il palazzo romano comprato da Bill Gates.
    Perché distruggere il welfare state?
    Serviva a rendere più produttiva la gente. Fine della produzione, anni ‘80. Fine dello stato sociale.
    Perché l’enfasi sull’inflazione? Per salvare i capitali, coi quali comprare beni reali. Non certo il profitto.
    Perché distruggere l’economia reale se il profitto è ancora motore propulsivo? Per impedire che la bolla esploda.
    Perché inventare il modo di produrre capitalista e poi distruggerlo se il profitto è vivo e vegeto? Giah, perché?
    La critica radicale alle categorie capitaliste, che spiega la fine strutturale del capitalismo, spiega più cose del tasso di profitto, che cala in conseguenza della fine del Valore reale, cioè del Lavoro.
    Parafrasando Nietzsche: il Dio Merce-Denaro è morto. Il Dio del Valore Lavoro è morto.
    Il capitalismo è morto e lo abbiamo ucciso noi, capitalisti marci.
    Che dire del fughismo comunitario destinato all’irrilevanza e alla cannibalizzazione sistemica?
    Anche questa lettura soffre di feticismo capitalista. C’è troppo feticismo nel potere sovrumano del Sistema capitalista. Anche la tesi cybercapitalista paradossalmente attribuisce al Global Reset una potere che non ha, scotomizzando le convulsioni che la Gente di Davos sta mostrando proprio oggi.
    Ma li leggete i giornali che parlano dei Brics e della grave crisi del gigante dai piedi d’argilla? Avete realizzato che il Grande Reset è fallito?
    Il fughismo comunitario sarà pure ingenuo ma se lo collochiamo in un contesto di fine ineluttabile del capitalismo occidentale assume un altro significato.
    Basta scenari distopici: il capitalismo sta crollando. Bisogna liberarsi dalle sue categorie e preparare una mentalità socialista, seguendo le indicazioni del grande Michael Hudson.
    Fonti in italiano sulla fine del capitalismo: http://ozioproduttivo.blogspot.com/

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