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SISTEMA IN BAMBOLA, OPPOSIZIONE MUTA di Leonardo Mazzei

Siamo di fronte ad un curioso paradosso. Mentre il “governo dei migliori” barcolla, l’opposizione appare anch’essa stordita e muta. Non parliamo ovviamente della finta opposizione di Fratelli d’Italia, bensì di quella che si è espressa nelle piazze negli ultimi due anni.

Dopo aver invocato in mille manifestazioni la cacciata del “vile affarista”, adesso che il suo potere traballa sul serio, l’incredulità prevale sull’iniziativa politica. Certo, la sua possibile dipartita nei prossimi giorni non dipende da noi, ma sciocco sarebbe non vedere il nesso tra il crollo del consenso ed i giochi di palazzo che decideranno del suo futuro. 

Il relatore del Britannia si atteggia ad “uomo che non deve chiedere mai”, ma da tempo il suo appeal non è più quello che vorrebbero farci credere i giornaloni. Del resto, se così non fosse, non si capirebbe la corsa ai tanti distinguo – targati M5s, ma anche Lega – degli ultimi mesi. Non abbiamo mai sottovalutato la portata dell’operazione Draghi, ma proprio per questo la crisi politica in corso ci parla del fallimento politico di quella mossa che portò l’ex Bce a Palazzo Chigi.

La carta Draghi fu giocata dai dominanti non solo per produrre una spinta ulteriore verso un regime tecnocratico, ma anche per provare a ridisegnare l’intero sistema politico di una Seconda repubblica che si voleva traghettare decisamente verso la Terza. Questo disegno è miseramente fallito, ed è il terzo fallimento in dieci anni.

Visto che questo fatto non appare così chiaro a molti, è forse necessario fare qualche passo indietro. Quando la crisi sistemica del 2008 piombò sulla vita quotidiana degli italiani, fu subito chiaro come non si trattasse di una semplice crisi economica e sociale. Certo, quegli aspetti erano prevalenti, ma alle loro spalle ben si intravedevano altri tre elementi critici: quello culturale (una società ormai allo sbando), quello istituzionale (un sistema ormai marcio ed atrofizzato) e quello politico. Quest’ultimo fattore di crisi risiedeva (e risiede) nell’estrema leggerezza di forze modellate sull’esigenza della politica spettacolo all’americana.

Quella leggerezza funziona finché le cose sono tranquille. E per lorsignori ha funzionato alla grandissima, visto che è anche grazie ad essa che hanno potuto dettar legge. Ma quel che funziona in tempi normali, spesso smette di farlo in tempi di crisi.

Fu per questa ragione che nel 2011 si arrivò al governo Monti. Non si trattava solo di “mettere in ordine” i conti pubblici, come recitava la narrativa ufficiale. Si trattava anche di riorientare un bipolarismo che non funzionava più. Ma il tentativo di uscirne con un polo centrista fallì, aprendo invece la strada ad un terzo polo populista, rappresentato allora (elezioni del 2013) dai Cinque Stelle. Per parare quella botta il sistema si inventò il “fenomeno Renzi”, un mix di nuovismo e di apparente efficientismo “anti-casta” (vedi tutta la retorica sulle “riforme”) che resse per un paio d’anni (2014-2015), fino a quando il Bomba mancò il colpaccio dello scasso costituzionale, perdendo il referendum del 2016. Da allora, specie dopo l’esito clamoroso delle elezioni del 4 marzo 2018, il sistema è stato obbligato ad una sorta di navigazione a vista. Poi, con l’Operazione Covid, è arrivata la ghiotta occasione che i dominanti aspettavano da tempo, quella della piena rivincita sul populismo. Bene, questa rivincita (affidata appunto a Draghi) è fallita.

Monti, Renzi, Draghi: tre volti diversi dello stesso tentativo di ristrutturazione stabilizzante ed autoritaria, tre sconfitte sostanziali che ci parlano delle difficoltà del blocco dominante. Chi non vede questo fatto non coglie l’essenziale.

Sappiamo benissimo che Draghi potrebbe succedere a sé stesso. Lui lo nega, ma pure Mattarella escludeva il suo bis…  Sappiamo benissimo che potremmo avere un governo pre-elettorale incaricato di seguire le sue stesse politiche, pur se presieduto da qualcun altro di sua stretta fiducia. Ma anche se questo avvenisse, gli obiettivi dell’operazione politica che portò al suo insediamento all’inizio del 2021 sarebbero falliti. 

Perché ci interessa tanto sottolineare questa debacle? Perché essa ci parla delle enormi potenzialità di una nuova e coraggiosa opposizione politica e sociale. E perché solo avendo chiara la situazione generale si può produrre quel salto politico di cui c’è bisogno. 

Il problema è che tra potenzialità e realtà c’è di mezzo l’azione.  E l’azione richiede consapevolezza, forza e determinazione. Ma chi può tradurre le possibilità dell’oggi in un’azione concreta, se non le forze che hanno dato vita all’unica opposizione reale in questi due anni e mezzo di dittatura pandemica?

Il fallimento di Draghi, al di là delle diverse gradazioni che potrà assumere, mostra un Paese non normalizzato, con un’area di dissenso politico e sociale destinata ad ampliarsi. Prima o poi qualcuno andrà ad occupare quello spazio. Di certo il sistema non resterà con le mani in mano, appaltando a forze facilmente riassorbibili la rappresentanza di un malcontento che non riuscirebbe a gestire in proprio.

Ovviamente, il nostro scopo è esattamente opposto: orientare il dissenso per farlo diventare opposizione cosciente, come base di un’autentica alternativa di sistema. Ci riusciremo? Liberiamo l’Italia ha già indicato la strada dell’unità, da percorrere con la massima urgenza. Le difficoltà sono note, ma talvolta le situazioni eccezionali possono produrre le migliori risposte. Noi ci proveremo fino in fondo.