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CI VEDIAMO IL 26 SETTEMBRE di Moreno Pasquinelli

«Un cane aveva tra i denti un bell’osso. Ad un certo punto si fermò presso un fiume e osservò il riflesso di se stesso. Il cane scambiò il suo riflesso per un altro cane con un altro osso in bocca. Cercò allora di rubare l’altro osso, ma aprendo la bocca perse il suo». Esopo

La perfezione non è di questo mondo … L’ottimo è nemico del bene … chi si accontenta gode.

Ci sono tanti modi per tirarsi su di morale, altrettanti per giustificare porcherie politiche.

Quello delle cinque liste annunciate in vista delle elezioni del 25 settembre — posto che tutte dichiarano di rappresentare il popolo che si è ribellato al regime di dittatura sanitaria —, è una schifezza politica senza precedenti. Se le cause di questo disastro annunciato non fossero l’irresponsabilità e l’insipienza dei capi di questi “partitini” si dovrebbe sospettare che tutti quanti certi dirigenti siano al soldo del regime. Una cosa infatti è indiscutibile: il regime gongola.

Il giudizio politico sulla vicenda delle cinque liste lo abbiamo espresso. Lasciateci svolgere alcune considerazioni laterali.

*   *   *

Nell’APPELLO DEI 100 c’è scritto:

«Una tappa importante di questa battaglia [quella per rovesciare l’élite al potere passare dalla resistenza all’attacco, NdR] saranno le elezioni politiche che si svolgeranno all’inizio del 2023 (forse addirittura nell’autunno di quest’anno). Serve fare del Parlamento la nostra trincea avanzata, serve una lista unica nazionale, con un simbolo unico e una piattaforma condivisa, servono candidati combattenti approvati da assemblee territoriali degli attivisti».

Per tempo avevamo dunque segnalato la grande importanza della sfida elettorale — col rischio che si sarebbe potuto votare in autunno; per tempo avevamo messo in guardia dal pericolo di andare divisi. E tutti, ma proprio tutti, sapevamo che la stragrande maggioranza del popolo che ha riempito le piazze, chiedeva unità.

Con l’Appello avevamo indicato cinque punti di senso comune attorno ai quali incardinare l’auspicato fronte unico tra le diverse forze del dissenso,[1] ed anche suggerito un metodo per comporre le liste e scegliere i candidati.

E qui casca l’asino! Secondo noi sarebbe stato non solo fattibile ma vincente, un rapporto di reciprocità tra organizzazioni politiche e movimenti. Si poteva e si doveva trovare un equilibrio virtuoso, un punto d’incontro, tra orizzontalità e verticalità, rispettando sia la richiesta di democraticità e trasparenza che saliva dal basso, sia le legittime istanze di identità e visibilità dei diversi “partitini”. I dirigenti di questi ultimi hanno invece respinto come blasfema l’idea dì sottoporre i candidati di un’eventuale lista unica al vaglio di assemblee popolari territoriali. Hanno prevalso la mentalità di consorteria, il vincolo di parrocchia, la boria di partito, la presunzione élitaria.

Una lista unitaria delle forze del dissenso avrebbe avuto un impatto politico enorme, che avrebbe spianato la strada ad ulteriori successi. Sarebbe stato l’evento veramente nuovo e polarizzante nel panorama italiano — in base ai nostri calcoli avrebbe ottenuto un rotondo 5%, portando a casa una quindicina di deputati e quattro o cinque senatori. Con cinque liste (e vedremo chi riuscirà a davvero a presentarsi e in quanti collegi) è molto probabile che nessuna passi lo sbarramento del 3%.

*   *   *

Ora che la frittata è fatta non ci resta che assistere, ma non inermi, all’epilogo di questa competizione fratricida dentro una gara elettorale già truccata. Ogni gruppo si è fatto prendere la mano dalla smania di protagonismo, ognuno stregato da miraggio dell’ingresso in Parlamento, ognuno scommettendo sull’insuccesso dell’altro, tutti convinti di essere in vantaggio nell’accalappiare il consenso dei risvegliati. Ma come narrava Esopo: chi troppo vuole niente stringe. Ci vediamo dunque il 26 settembre.

NOTE

[1] 1. Il ripristino di tutti i diritti di libertà cancellati in questi ultimi anni, tra cui la libertà di scelta terapeutica; 2. Il rifiuto dello Stato tecnocratico di polizia e l’abolizione di tutti i dispositivi elettronici di schedatura e sorveglianza; 3. L’abbandono del liberismo per un’economia che assicuri giustizia, lavoro e reddito per tutti, attuando ma aggiornando il modello di economia mista scolpito nella Costituzione del 1948; 4. La piena sovranità politica, economica, alimentare, monetaria dell’Italia, quindi l’uscita dall’euro e dalla Ue; 5. Una politica di neutralità, di pace e fratellanza tra i popoli, quindi di liberazione dalle catene della NATO.




MA SENTI QUESTI DUE di Leonardo Mazzei

“Abbiamo impedito l’unità dell’opposizione? Sì, ma l’abbiamo fatto per il vostro bene. Addirittura perché tecnicamente conveniente… Qualcuno denuncia il golpe elettorale, la discriminazione della raccolta delle firme ad agosto? E’ solo un ignorante che non conosce la legge. Ma il movimento che lotta da due anni non chiedeva una lista unica? Eh no, mica possiamo unirci con tutti i cretini. E poi, diciamocelo, in certi casi la vaccinazione dovrebbe essere obbligatoria, che chi non è d’accordo può sempre espatriare…”

Pensate che questi siano dei vaneggiamenti alcolici di qualche svitato, favoriti magari dal caldo di questa estate? Errore, nessun vaneggiamento, solo seriose dichiarazioni di due dei generali della disfatta annunciata del 25 settembre.

Non contenti del disastro che hanno creato, non ancora soddisfatti di una divisione che fa gongolare il regime, gli irresponsabili delle tre liste che non ne valgono mezza, provano adesso a giustificare il loro operato da dilettanti allo sbaraglio con argomentazioni perfino imbarazzanti. Ci costa davvero una certa fatica doverci dedicare a certi personaggetti, ma costoro le stanno sparando grosse e tacere non è possibile.

Per non farla troppo lunga, ci limitiamo a due perle. Quella di mister zerouno, al secolo D’Andrea Stefano (uno dei leader di “Italia sovrana e popolare”), e quella del Nobel della chiacchiera imbrogliona, alias Paragone Gianluigi.

Mister zerouno ci spiega come funziona il mondo…   

Senza dubbio la presunzione è una malattia sociale piuttosto diffusa. Ed i presuntuosi sono tanti, più o meno come i diversamente intelligenti. Tuttavia i record sono record, e conviene annotarli nell’apposito Guinness dei primati. In un post del 22 luglio, mister zerouno ci dice che va tutto bene, che non c’è nessun attacco alle libertà democratiche, che Mattarella è un presidente impeccabile, che chi parla di golpe elettorale è semplicemente un ignorante, che chi lavora per l’unità con il movimento vuole solo l’ammucchiata dei cretini. Leggere per credere.

Il disdegno di costui per il movimento no green pass, che è poi un tutt’uno con il suo disprezzo per il popolo in generale, è notorio e financo leggendario. Ogni volta che ha preso la parola in una piazza, mister zerouno lo ha rivendicato con orgoglio. Ma per togliere ogni dubbio, il D’Andrea ha chiarito in un altro post che in certi casi (per il Covid no, generosamente ce lo concede) chi non si vaccina dovrebbe emigrare. Bingo!

Ora, in rete c’è posto anche per un tipo così. Ma che sia uno dei triumviri di “Italia sovrana e popolare”, insieme a Marco Rizzo e Francesco Toscano, qualche problemino lo dovrebbe porre. Intendiamoci, in quell’allegra congrega mister zerouno non è l’unico esperto di disastri elettorali, visto che c’è anche un certo Ingroia (che nel 2018 ottenne un brillantissimo 0,03%), un personaggio che quando uno lo vede normalmente si tocca.

Ma perlomeno l’ex magistrato è più parco nelle dichiarazioni. Mister zerouno invece no, lui le spara a raffica. Con che coraggio andranno, lui e la sua lista, a chiedere i voti a chi si è battuto in questi due anni (anche pagando grandi prezzi personali) contro la dittatura sanitaria? Bene, chi vuol capire quale accozzaglia abbiano messo in piedi costoro può leggere e riflettere. Riconosciamolo, anche D’Andrea una sua utilità talvolta ce la può avere.

Un’ultima cosa. Perché lo chiamiamo mister zerouno? Perché, da dieci anni a questa parte le sue liste hanno il record mondiale della stabilità, un inossidabile zoccolo duro dello 0,1%. Mica noccioline!

Fin qui, vista la caratura del personaggio, abbiamo volutamente usato un linguaggio leggero e scanzonato. Meglio lasciare i discorsi seri ad altri argomenti. C’è tuttavia un aspetto che grida veramente vendetta. La sua boria, il suo disprezzo nei confronti di chi ha lottato, di chi si è sacrificato, spesso rinunciando anche al lavoro ed al reddito è una bestialità che non può restare senza conseguenze. Costui si considera un esponente della nuova classe dirigente. Per noi, invece, la nuova classe dirigente dovrà sorgere anzitutto dal campo di chi si è messo in gioco e non si è piegato, di chi si è posto al servizio della lotta sia con il pensiero che con l’organizzazione.

Il Nobel della chiacchera imbrogliona ci spiega (a modo suo) la legge elettorale

Avete mai visto Gianluigi Paragone che approfondisce un argomento? Se la risposta è sì, segnalatecelo che ne prenderemo nota. Noi purtroppo non siamo a conoscenza di episodi simili, ma forse è solo a causa della nostra ignoranza. Del resto, il personaggio è il tipico prodotto dell’intrattenimento televisivo, un luogo dove l’approfondimento è escluso in partenza. La superficialità, una “qualità” oggi ampiamente richiesta dal marketing politico, è senza dubbio la sua vera cifra. Ma tra la superficialità e l’imbroglio c’è pur sempre una bella differenza.

Circola un video, nel quale questo Nobel della chiacchiera imbrogliona supera sé stesso. Sfruttando la comprensibile ignoranza dei più sulle leggi elettorali, Paragone vorrebbe far credere a chi lo guarda che la divisone è meglio dell’unità, che da soli si deve superare la soglia del 3% per entrare in parlamento, mentre in coalizione servirebbe addirittura l’8%. Queste falsità integrali vengono servite con la solita tecnica dell’imbonitore mediatico. Guardate, sembra dire, noi l’unità l’avremmo voluta, ma è la legge elettorale che ce la sconsiglia. Guardate, che la dovete saper tutta, cioè dovete ascoltare le mie panzane. Mica abbiam voluto la divisione, ma no, supereremo tutti il 3% e faremo una grande, travolgente ed unitaria opposizione non appena saremo tutti entrati in parlamento!

Qui, oltre al danno, costui vorrebbe rifilarci perfino la beffa. Andiamo dunque sul tecnico per capire come funziona davvero la legge elettorale.

Primo: la soglia di sbarramento è al 3% per tutti, sia che una lista sia in coalizione oppure no.

Secondo: non esiste alcuna soglia penalizzante per chi è in coalizione.

Terzo: esiste invece una regola che garantisce alle coalizioni che superano il 10%  il recupero dei voti delle liste che stanno tra l’1% ed il 3%. Si tratta della famosa norma a favore delle cosiddette “liste civetta”, tanto usate sia a destra che nel centrosinistra. Queste liste non ottengono seggi, ma servono ad aumentare quelli dei partiti maggiori ad esse apparentati.

Cosa c’azzecca questa soglia con la tematica dell’unità di cui parliamo da tempo? Evidentemente nulla, assolutamente nulla. Paragone la tira in ballo per intorbidire le acque, proprio come si fa nei talk show.

Nessuno ha mai parlato di coalizione nel senso tecnico della legge elettorale.  Su questo siamo sempre stati chiarissimi, e chiarissimo è l’appello dei 100. Abbiamo sempre proposto, invece, una lista unica sotto un unico simbolo, perché il problema è quello di superare la soglia del 3%, come anche il voto amministrativo del 12 giugno ha abbondantemente dimostrato. Altro che le dichiarazioni trionfanti che sentiamo in questi giorni!

Tutto ciò il Nobel della chiacchiera imbrogliona lo sa perfettamente. Lui dice che comunque è sicuro di farcela da solo, chi scrive pensa esattamente il contrario. Ma vista questa sicumera, che almeno si assuma le sue responsabilità, senza fare finta di aver voluto un’unità che ha invece escluso fin dal principio.

Un errore catastrofico che non avalleremo in alcun modo

La verità è che una grande occasione per iniziare a costruire una nuova opposizione al regime tecno-autoritario è andata persa. Ed i nomi dei colpevoli non vanno tenuti nascosti. Per la particolare gravità delle loro affermazioni, qui ne abbiamo citati solo due. Ma già basta ed avanza per capire quanto è grande il problema che abbiamo davanti.

La nuova opposizione prima o poi sorgerà, ma il percorso è quanto mai accidentato. Intanto liberiamoci di personaggi che almeno oggettivamente lavorano per il nemico. Intanto guardiamo in faccia la realtà, dunque parliamo apertamente del disastro che si è già compiuto.

Il Fronte del Dissenso e Liberiamo l’Italia hanno già spiegato le ragioni per cui non avalleranno in alcun modo le scelte di chi ha voluto la divisione, di chi per boria e supponenza ha commesso un errore micidiale, di chi di fatto sta lavorando per il re di Prussia.

Detto questo, c’è poco da aggiungere. C’è solo da rimboccarsi le maniche e guardare oltre. Forse un giorno capiremo meglio i lati oscuri di questo suicidio collettivo. Ma diamo tempo al tempo, che in genere è generoso per chi ama la verità.




UN ERRORE TROPPO GRANDE di Fronte del Dissenso e Liberiamo l’Italia

UN ERRORE TROPPO GRANDE

Il movimento non lo meritava, noi non lo avalleremo

di Fronte del Dissenso e Liberiamo l’Italia

  1. Il governo Draghi è finalmente caduto. Il Fronte del Dissenso e Liberiamo l’Italia salutano con soddisfazione la sua cacciata e la conseguente crisi del progetto tecno-autoritario che portava avanti.
  2. L’uomo della Nato, dell’Ue e delle banche non ha retto al palese fallimento delle sue politiche, ad una stagflazione che egli stesso ha contribuito a produrre con la scelta di entrare in guerra contro la Russia.
  3. Proprio perché il sistema è in affanno, mentre grandi minacce (dalla guerra, al carovita, alla recessione) incombono sul futuro del nostro popolo, diventa ancora più urgente la costruzione di un fronte unito di lotta, per dare vita a una vera opposizione e per costruire quell’alternativa politica e sociale di cui milioni di persone sentono il bisogno.
  4. E’ su questa linea della massima unità che Liberiamo l’Italia ed il Fronte del Dissenso hanno operato in questi mesi. Da qui la proposta di una lista unica, con un simbolo unico, per le prossime elezioni politiche. Da qui l’Appello dei 100 sottoscritto da oltre tremila persone, in larga parte attivisti del movimento.
  5. Subito dopo il dibattito parlamentare del 20 luglio, abbiamo chiamato tutte le forze in qualche modo riconducibili al movimento contro il green pass ad un tavolo unitario. Lo scopo era quello di proporre un salto in avanti per arrivare finalmente all’unità, condizione imprescindibile per potersi presentare alle elezioni in maniera credibile, con buone possibilità di successo.
  6. Come passo concreto verso una scelta unitaria, abbiamo proposto un’iniziativa immediata davanti al parlamento per chiedere l’abbattimento sostanziale del numero delle firme necessarie alla presentazione elettorale, minacciando in caso contrario una campagna sull’irregolarità delle elezioni. Siamo infatti di fronte ad un vero e proprio golpe elettorale. La scelta di votare addirittura a settembre – imponendo la raccolta delle firme ad agosto, quando sarà quasi impossibile trovare gli autenticatori delle stesse – è un attacco ai diritti democratici senza precedenti. Di fronte a questa porcheria, la nostra proposta è stata quella di batterci tutti insieme per ottenere una riduzione delle firme ad un decimo, ristabilendo così una proporzione che tenga conto della riduzione del tempo di raccolta rispetto a quello previsto dalla legge (6 mesi).
  7. Purtroppo, al di là degli apprezzamenti formali, anche questa proposta – su un tema che ci avrebbe consentito un deciso affondo contro l’attuale regime bipolare – è stata lasciata cadere dai nostri interlocutori. I quali, da lì a poche ore, hanno subito iniziato – l’un contro l’altro armati – a lanciare le proprie candidature. Abbiamo così davanti la prospettiva di almeno tre liste (Italexit, Italia Sovrana e Popolare, Vita). Un quadro disastroso, che condurrà ad un esito elettorale altrettanto catastrofico. Una scelta miope ed irresponsabile, che abbiamo cercato di contrastare in tutti in modi, ma che non siamo riusciti ad impedire.
  8. Le conseguenze di questo errore imperdonabile sono evidenti. Mentre si accentueranno le divisioni nel movimento e nella nostra area sociale, finiranno per accreditarsi come “opposizione” quelle forze (da quel che rimane di M5s alla lista di De Magistris) che nulla hanno fatto contro il regime autoritario instaurato con l’Operazione Covid.
  9. L’irresponsabilità dei gruppi dirigenti che hanno rifiutato l’unità è tanto più grave se consideriamo la vicinanza dei rispettivi programmi. Contro ogni logica politica, contro la forte domanda unitaria del movimento, hanno prevalso protagonismi ed egocentrismi, figli di decenni di neoliberismo.
  10. Noi non intendiamo essere corresponsabili in alcun modo di questo disastro annunciato. In queste ore ci giungono proposte di candidatura da ognuna delle tre liste. Le abbiamo cortesemente respinte. E’ il momento della responsabilità ed ognuno si deve assumere le proprie. Liberiamo l’Italia e Fronte del Dissenso non intendono in alcun modo coprire una scelta autolesionista, non intendono contribuire alla divisione, non intendono lavorare per il re di Prussia.
  11. Continueremo invece sulla strada della costruzione di un’opposizione che guardi più avanti, oltre ad un appuntamento elettorale certamente importante, ma che non sarà certo la fine della storia. Lo facciamo con la consapevolezza di aver fatto tutto quanto era nelle nostre possibilità per presentarci all’appuntamento elettorale in maniera credibile e competitiva, dunque unitaria. Tutto ciò non è stato possibile per le ragioni che abbiamo qui sommariamente illustrato, sulle quali non mancheranno occasioni di riflessione collettiva. Ma la sera del 25 settembre che nessuno venga a lagnarsi, che chi è causa del suo mal pianga sé stesso.

Fronte del Dissenso

Liberiamo l’Italia

26 luglio 2022

 




25 SETTEMBRE PATATRAC di Moreno Pasquinelli

Si poteva tutti assieme fare un gran casino contro il colpo di stato elettorale del 25 settembre, si poteva denunciare che in queste condizioni la competizione elettorale è truccata… Al contrario, i partitini che si dicono di rappresentare il popolo no green pass, hanno deciso di partecipare alla gara così legittimando e convalidando la truffa. Peggio ancora: invece di fare fronte hanno deciso di mettersi a correre come forsennati facendosi le scarpe l’un l’altro.

Il 25 settembre ci troveremo così sulla scheda elettorale non tre ma ben quattro liste che dicono di essere anti-sistema. Si è spesso abusato della metafora manzoniana di paragonare gli umani ai polli, ma in questo caso essa è più azzeccata che mai: i Paragone, i Toscano, i Rizzo, i Teodori, le Cunial e compagnia cantante, proprio come i manzoniani capponi di Renzo, hanno deciso di andare incontro alla sventura continuando imperterriti a beccarsi fra di loro. Una prova senza precedenti di insipienza e stupidità politica.

Il regime, con la sua perfida mossa di fissare le elezioni il 25 settembre, aveva tuttavia offerto a questi capponi la possibilità di comportarsi almeno da galli: avrebbero potuto fare di necessità virtù, proclamare il cessate il fuoco e presentare l’unità come atto necessario per far fronte uniti al colpo di stato elettorale. Macché! si è avverato il più brutto dei brutti presagi:

«I piccoli e litigiosi partiti sorti negli ultimi anni dovrebbero agire per costruire questo fronte ampio. Invece, in barba alla diffusa domanda di unità, proprio in vista della sfida elettorale, stanno procedendo ognuno per conto proprio. Andare alle elezioni con più liste sarebbe una iattura, un suicidio collettivo».  [Appello dei 100 – aprile 2022]:

Insipienza e stupidità che sono pari ad una presunzione che in alcuni casi sfiora la megalomania. Costoro sembrano tutti convinti, sia di chiudere con successo la raccolta di firme (in tutti o quasi i collegi plurinominali) per accedere alle elezioni (malgrado agosto ed i tempi strettissimi), sono infine certi di superare la soglia di sbarramento del 3 per cento.

Che conti hanno mai fatto questi generali improvvisati? Gli stolti possono davvero credere che ci sia un bacino di milionate di cittadini che non aspettano altro che votare una lista antisistemica, che ci sia quindi posto per tutti. Si illudono.

I più scaltri tra loro, visti anche i penosi risultati delle recentissime amministrative, sanno che non è così. Se ci fosse stata una lista unitaria sarebbe stato forse realistico sfiorare ed anche superare il 5-6% (cioè poco più di un milione e mezzo di voti). Non vi sembri poco, sarebbe anzi tantissimo. Ma questo risultato si sarebbe potuto ottenere solo in forza della prova di maturità e credibilità che solo l’unione tra movimenti di base e partitini avrebbe potuto offrire. Causa divisione, questo 5-6% dividetelo per tre o quattro e otterrete come risultato che nessuno supererà lo sbarramento, ovvero la sconfitta. Qualcuno potrà dirci: “chi se ne frega? Che questi generali vadano pure alla malora!”. Già, però l’insuccesso elettorale si abbatterà su tutti noi, su ciò che resta del movimento no green pass.

I più scaltri dicevamo. Questi sanno che al massimo solo una lista potrà passare, che quindi tutti gli altri saranno destinati a sfracellarsi. E così non assisteremo solo ad elezioni truccate, assisteremo, ad una competizione fratricida, ad una guerra senza esclusione di colpi proprio tra chi dice di rappresentare il medesimo popolo e di difendere gli stessi principi.

Sia gli scaltri che gli stolti hanno provato ad arruolarci. Abbiamo ovviamente declinato l’invito. Saltiamo il giro convinti che c’è vita anche dopo il 25 settembre, che occorre anzi prepararsi alle sfide più decisive che verranno dopo.

Ps

Un pensiero particolare lo dedichiamo agli “scaltri” che magari vogliono passare per machiavelliani, spacciando il loro cretinismo parlamentare per realismo politico. Foste stati realisti e machiavelliani avreste dato ascolto a chi, anche dal fondo delle piazze, vi invitava a metter da parte l’egoismo di consorteria o il guicciardiniano particulare per dare vita ad un fronte unico che unisse movimenti e organizzazioni politiche. In un momento delicatissimo della vita del Paese, proprio mentre si poteva approfittare delle difficoltà del nemico, avete fatto tutto il contrario. Come dice il detto: chi sbaglia paga!




FORUM DEI MOVIMENTI DELLA RESISTENZA Assisi 26-27-28 agosto

L’ultimo fine settimana di agosto ci ritroveremo ad Assisi, al Forum dei Movimenti di Resistenza Costituzionale. Sarà un’occasione per incontrarsi, discutere e riflettere insieme sul percorso fatto e su quello che ci aspetta.

Per informazioni: forumassisi@gmail.com
canale telegram: https://t.me/resistenzacostituzionale

IL PROGRAMMA DEI FORUM

Venerdì 26 agosto 

Forum 1

ore 17:00-19:30

IL MOVIMENTO NO GP: il processo di maturazione e la consapevolezza acquisita. L’esperienza delle piazze e degli studenti.

Forum 2

Ore 17:00-19:30

LA MINACCIA DEL FUTURO TRANSUMANISTA: i processi di degradazione culturale e la digitalizzazione del pensiero. Algoritmi al potere?

Forum 1

Ore 21:30-23:30

LA LOTTA O LA FUGA? COME ORGANIZZARE LA CONTROFFENSIVA

Modelli di reazione a confronto: costruire un mondo parallelo, ricostruire il nostro.

Sabato 27 agosto 

Sessione mattutina

Forum 1 

ore 10:00-12:30

OPERAZIONE COVID: la scienzah, un nuovo credo.

Dal grande reset al cybercapitalismo, propaganda e manipolazione: le nuove frontiere del controllo e della della sorveglianza.

Forum 2

ore 10:00-12:30

IL CONFLITTO IN UCRAINA: il possibile inizio della Terza Guerra Mondiale; mondo globale e mondo multipolare: le tensioni politiche ed economiche della transizione. Nuovi spazi di sovranità?

Sessione pomeridiana

Forum 1

Ore 17:00-19:30

CYBER DIRITTO: Universo, Metaverso e Poliverso.  

La tutela del diritto, brevi cenni comparativi e strumenti di resistenza quotidiana.

Forum 2

Ore 17:00-19:30

COME USCIRE DALL’UNIONE EUROPEA E DALL’ EURO: emancipazione, indipendenza e autonomia…  Dal sovranismo populista alla sovranità nazionale: scenari politici, sociali, energetici e monetari

Ore 22:00-24:00

Socialità e musica

Domenica 28 agosto 

Forum 1 

ore 10:30-12:30

L’APPELLO DEI 100: oltre le elezioni, la Resistenza possibile

Forum 2 

ore 10:30-12:30

LA GRANDE MENZOGNA: cos’è e com’è stata costruita la dittatura sanitaria

Ore 13:00-13:30

EVENTO DI CHIUSURA




E ORA? di Moreno Pasquinelli

«Sarà un caso, ma il governo più atlantista della storia viene mandato a casa da tutti coloro che hanno sostenuto posizioni filoputiniane». Carlo Calenda coglie un aspetto della caduta del governo Draghi. Non c’è dubbio che per le contorte vie di uno psicodramma istituzionale, si è manifestato un dissenso trasversale e profondo contro lo scandaloso servilismo atlantista di Super Mario. Altro che “governo tecnico”! E’ stata squisitamente politica la decisione scellerata di anteporre fedeltà alla NATO e alla Casa Bianca agli stessi interessi nazionali. 

Fosse anche solo per questo la caduta di Draghi è una buona notizia. Ma lo è anche per altri fattori. 

Con la sua dipartita subisce un colpo micidiale l’europeismo, l’idea di cedere alla tecnocrazia di Bruxelles gli ultimi brandelli di sovranità nazionale. Draghi era stato infatti intronizzato per l’impresa, anche in questo caso tutta politica, di sprangare la cella in cui il Paese è recluso, e quindi gettare via le chiavi. I carcerieri non ce l’hanno fatta, l’evasione è ancora possibile.

Molti commentatori si spiegano la rivolta dei partiti come reazione all’umiliazione a cui Draghi li ha sottoposti. Di qui l’allarme (dei commentatori) sul colpo di coda dei populismi. Vero, ma c’è di più. Si sono sentiti in Senato gli echi del profondo malessere sociale, manifestatisi nei grandi movimenti contro il green pass e l’operazione covid, recentemente nella rabbiosa protesta dei tassisti contro l’uberizzazione del trasporto pubblico, e quella dei cittadini di Piombino contro il rigassificatore. Draghi ha dovuto alzare i tacchi anche perché è inviso alla maggioranza degli italiani, perché solo un’infima minoranza del Paese è disposta a sottoporsi alla tortura di politiche neoliberiste e austeritarie in nome dell’Europa e della guerra alla Russia.

La buona notizia non lascia tuttavia spazio all’esultanza. 

Elezioni anticipate o meno, la recessione è inevitabile, ed inevitabili seguiranno le turbolenze sociali. L’élite è scossa per il capitombolo di Draghi ma resta col potere ben saldo nelle mani, e lo userà per tentare di superare il momentaccio. Il divorzio tra élite sistemica e masse popolari non è mai stato così profondo, tuttavia non ci sono altre nozze all’orizzonte. Troppo deboli e divise le forze dell’opposizione. Vedremo nelle prossime settimane se esse sapranno dar vita ad un fronte unico. Il circolo vizioso divisione-debolezza si può spezzare solo se c’è la volontà di sostituirlo con quello virtuoso unità-rafforzamento. L’appuntamento elettorale —come sostenuto dall’ Appello dei 100 — sarà una cartina di tornasole, il banco di prova per misurare maturità e senso di responsabilità delle forze del dissenso venute avanti nell’ultimo periodo.




SISTEMA IN BAMBOLA, OPPOSIZIONE MUTA di Leonardo Mazzei

Siamo di fronte ad un curioso paradosso. Mentre il “governo dei migliori” barcolla, l’opposizione appare anch’essa stordita e muta. Non parliamo ovviamente della finta opposizione di Fratelli d’Italia, bensì di quella che si è espressa nelle piazze negli ultimi due anni.

Dopo aver invocato in mille manifestazioni la cacciata del “vile affarista”, adesso che il suo potere traballa sul serio, l’incredulità prevale sull’iniziativa politica. Certo, la sua possibile dipartita nei prossimi giorni non dipende da noi, ma sciocco sarebbe non vedere il nesso tra il crollo del consenso ed i giochi di palazzo che decideranno del suo futuro. 

Il relatore del Britannia si atteggia ad “uomo che non deve chiedere mai”, ma da tempo il suo appeal non è più quello che vorrebbero farci credere i giornaloni. Del resto, se così non fosse, non si capirebbe la corsa ai tanti distinguo – targati M5s, ma anche Lega – degli ultimi mesi. Non abbiamo mai sottovalutato la portata dell’operazione Draghi, ma proprio per questo la crisi politica in corso ci parla del fallimento politico di quella mossa che portò l’ex Bce a Palazzo Chigi.

La carta Draghi fu giocata dai dominanti non solo per produrre una spinta ulteriore verso un regime tecnocratico, ma anche per provare a ridisegnare l’intero sistema politico di una Seconda repubblica che si voleva traghettare decisamente verso la Terza. Questo disegno è miseramente fallito, ed è il terzo fallimento in dieci anni.

Visto che questo fatto non appare così chiaro a molti, è forse necessario fare qualche passo indietro. Quando la crisi sistemica del 2008 piombò sulla vita quotidiana degli italiani, fu subito chiaro come non si trattasse di una semplice crisi economica e sociale. Certo, quegli aspetti erano prevalenti, ma alle loro spalle ben si intravedevano altri tre elementi critici: quello culturale (una società ormai allo sbando), quello istituzionale (un sistema ormai marcio ed atrofizzato) e quello politico. Quest’ultimo fattore di crisi risiedeva (e risiede) nell’estrema leggerezza di forze modellate sull’esigenza della politica spettacolo all’americana.

Quella leggerezza funziona finché le cose sono tranquille. E per lorsignori ha funzionato alla grandissima, visto che è anche grazie ad essa che hanno potuto dettar legge. Ma quel che funziona in tempi normali, spesso smette di farlo in tempi di crisi.

Fu per questa ragione che nel 2011 si arrivò al governo Monti. Non si trattava solo di “mettere in ordine” i conti pubblici, come recitava la narrativa ufficiale. Si trattava anche di riorientare un bipolarismo che non funzionava più. Ma il tentativo di uscirne con un polo centrista fallì, aprendo invece la strada ad un terzo polo populista, rappresentato allora (elezioni del 2013) dai Cinque Stelle. Per parare quella botta il sistema si inventò il “fenomeno Renzi”, un mix di nuovismo e di apparente efficientismo “anti-casta” (vedi tutta la retorica sulle “riforme”) che resse per un paio d’anni (2014-2015), fino a quando il Bomba mancò il colpaccio dello scasso costituzionale, perdendo il referendum del 2016. Da allora, specie dopo l’esito clamoroso delle elezioni del 4 marzo 2018, il sistema è stato obbligato ad una sorta di navigazione a vista. Poi, con l’Operazione Covid, è arrivata la ghiotta occasione che i dominanti aspettavano da tempo, quella della piena rivincita sul populismo. Bene, questa rivincita (affidata appunto a Draghi) è fallita.

Monti, Renzi, Draghi: tre volti diversi dello stesso tentativo di ristrutturazione stabilizzante ed autoritaria, tre sconfitte sostanziali che ci parlano delle difficoltà del blocco dominante. Chi non vede questo fatto non coglie l’essenziale.

Sappiamo benissimo che Draghi potrebbe succedere a sé stesso. Lui lo nega, ma pure Mattarella escludeva il suo bis…  Sappiamo benissimo che potremmo avere un governo pre-elettorale incaricato di seguire le sue stesse politiche, pur se presieduto da qualcun altro di sua stretta fiducia. Ma anche se questo avvenisse, gli obiettivi dell’operazione politica che portò al suo insediamento all’inizio del 2021 sarebbero falliti. 

Perché ci interessa tanto sottolineare questa debacle? Perché essa ci parla delle enormi potenzialità di una nuova e coraggiosa opposizione politica e sociale. E perché solo avendo chiara la situazione generale si può produrre quel salto politico di cui c’è bisogno. 

Il problema è che tra potenzialità e realtà c’è di mezzo l’azione.  E l’azione richiede consapevolezza, forza e determinazione. Ma chi può tradurre le possibilità dell’oggi in un’azione concreta, se non le forze che hanno dato vita all’unica opposizione reale in questi due anni e mezzo di dittatura pandemica?

Il fallimento di Draghi, al di là delle diverse gradazioni che potrà assumere, mostra un Paese non normalizzato, con un’area di dissenso politico e sociale destinata ad ampliarsi. Prima o poi qualcuno andrà ad occupare quello spazio. Di certo il sistema non resterà con le mani in mano, appaltando a forze facilmente riassorbibili la rappresentanza di un malcontento che non riuscirebbe a gestire in proprio.

Ovviamente, il nostro scopo è esattamente opposto: orientare il dissenso per farlo diventare opposizione cosciente, come base di un’autentica alternativa di sistema. Ci riusciremo? Liberiamo l’Italia ha già indicato la strada dell’unità, da percorrere con la massima urgenza. Le difficoltà sono note, ma talvolta le situazioni eccezionali possono produrre le migliori risposte. Noi ci proveremo fino in fondo. 




ZELENSKYJUGEND di Enrico Mascelloni

Con l’annunciata discesa in battaglia della Zelenskyjugend si apre una nuova fase della guerra. Forse quella in cui le balle della propaganda pro-ukraina toccheranno vertici ancora ignoti persino ai corrispondenti del Corriere della Sera: “Un milione di soldati ukraini dotati delle nuove armi americane, nei prossimi mesi riconquisteranno i territori del sud [ndr. Oblast di Kerson + Mariupol e Crimea] vitali per i nostri interessi” (Zelensky, 11 Luglio). 

Ma è possibile che le dichiarazioni di Zelensky abbiano un qualche fondamento. E allora potrebbe fare a meno di una Zelenskyjugend? Come altro connotare l’annunciata presenza di un milione di soldati, quando finora l’intero esercito ukraino, peraltro decimato da morti, feriti e prigionieri che a essere molto ottimisti riguardano un quarto dei suoi effettivi, assommava all’inizio della guerra, comprese le milizie territoriali, a ca. 200.000 soldati? I riservisti, stimati propagandisticamente a 900.000 all’inizio della guerra (400.000 reali secondo la Vereshchuk, assai più seria (e sobria) del volatile Presidente) si sono assottigliati ulteriormente, dacché una parte sostanziale è riuscita a scappare dal Paese e non ha alcuna intenzione di rientrarci, soprattutto dopo il ruolo di carne da cannone a cui ha visto destinati, nel Donbass, i reparti meno attrezzati. Tra quelli rimasti a disposizione i riservisti utilizzabili non sarebbero più di 200.000, caratterizzati da una scarsissima preparazione militare e da un’età avanzata, che andando verso l’inverno severo delle pianure centrali presenterebbe più problemi logistico-sanitari che vantaggi tattici. Si può dunque parlare di un ulteriore milione di effettivi senza che la sua grande maggioranza non sia composta di ragazzini di un’età variabile tra i 15/16 e i 18 anni?

Terminata l’euforia propagandistica più sgangherata, ripresa in blocco dai media occidentali, (“un popolo intero stretto intorno al suo Presidente”, “soldati eroici pronti a morire e mai a arrendersi”, “soldati russi in fuga, che prima di scappare bevono, per ubriacarsi, la benzina dei propri Tank”….), è apparso chiaro, dall’evidenza dei fatti militari, che l’armata russa (e “rossa” soprattutto la sua componente di milizie indipendentiste del Donbass) restava ben salda e capace di offensive strategiche nonostante evidenti limiti tattici e logistici (riparati, non è ancor chiaro sino a che punto, in corso d’opera, ma certamente calibrati sino al punto di conquistare l’intero Donbass). 

Dall’altra parte la resa disordinata e l’allineamento da gregge del battaglione Azov alle milizie del Donbass, senza che nemmeno uno dei suoi capi abbia solo tentato l’atto di ogni disfatta onorevole — spararsi un colpo in testa — parla da solo, e infatti del battaglione Azov, che “preferirebbe la morte alla resa” (motivo recitato ininterrottamente da Zelensky e ripreso con giubilo da tutti i media occidentali fino al 19 maggio), non ne parla più nessuno. [1] Ma è apparso anche chiaro, al punto da filtrare persino in giornali in cui scrivono sambuca Molinari e cetronata Gramellini, che il fronte interno ukraino è tutt’altro che coeso e che una parte crescente della popolazione prende le distanze dalle posizioni intransigenti di Zelensky, sebbene non sia ancora chiaro in che quantità e in che misura. 

Né c’è da aspettarsi che qualche notizia corretta arrivi dalla principale fonte di ristoro dei media: l’MI6 britannico, che dopo la morte di 007 nell’ ultimo film della serie ha addirittura aumentato quella quantità di balle e di previsioni grottesche che l’ha caratterizzato sin dai tempi in cui Gandhi era considerato “un innocuo pagliaccio indiano”. 

Sarà pronta la popolazione ukraina a far massacrare anche i propri figli pressoché minorenni? Va ricordato che la Hitlerjugend, come ogni altra milizia jugend in diversi teatri di battaglia (da quella dei Khmer Rossi alle milizie giovanili di Mobuto) ha la caratteristica priva di eccezioni di salire alla ribalta quando le guerra è ormai persa. Tanto più che a una carica al grido di battaglia “Slava Ukrainii” sarebbe in questo caso più appropriato “Slava Lhemans and Brothers” o “Slava Esso”.

NOTE

[1] Si veda, del sottoscritto, in questo stesso blog: “La resa del battaglione Azov e l’evacuazione dei media occidentali




CI VUOLE UN MIRACOLO di Moreno Pasquinelli

La caduta del governo Draghi, per diverse ragioni, è una buona notizia. Quella principale è il fallimento dell’ennesimo sforzo dell’élite eurocratica (e atlantista) di raddrizzare questo legno storto che è l’Italia. Per la precisione è il fiasco dell’ultimo tentativo di disinnescare questa bomba ad orologeria nelle fondamenta dell’Unione europea che il nostro Paese rappresenta. Verrebbe da esclamare che se non ce l’hanno fatta con Draghi, non ci riusciranno mai più. 

A ben vedere dispongono di una mossa di ultima istanza: scatenare un nuovo shock, una devastante tempesta finanziaria ed economica per quindi giustificare un vero e proprio colpo di stato con tanto di formale e definitiva sospensione dell’ordine costituzionale. Dopo la prova generale del “Regime Covid” il vero e proprio salto nella dittatura tecno-poliziesca — ovviamente presentata come farmaco salvifico. 

I dominanti sanno che questo salto potrebbe essere mortale, è impensabile che non abbiamo messo nel conto la probabilità che il caos economico e politico scateni rivolte di massa a catena. Si attrezzeranno ad affrontarle, ove necessario anche alzando il livello dello scontro nella convinzione che più esso si alza, meno le classi subalterne sono preparate ad affrontarlo, più essi hanno possibilità di vincere ed evitare il tracollo.

E qui veniamo alla notizia cattiva, tanto più cattiva visto il pericolo incombente. Nonostante cresca il malessere sociale, malgrado aleggi nell’aria il profumo rivolta sociale, non esiste un’opposizione organizzata che possa, non diciamo candidarsi al governo del Paese, ma almeno costituire una diga difensiva per impedire l’avanzata del mostro. Non c’è traccia di fronte unico, di un coraggioso stato maggiore attorno al quale raccogliere la forza delle masse e quindi guidare la rivolta incipiente evitando che essa si disperda e venga schiacciata. 

Diverse sono le ragioni per cui questo fronte non prende forma e vita. Queste cause non sono soltanto di natura soggettiva, afferenti ai limiti dei gruppi che animano costellazione resistente sorta contro la “Operazione Covid” — per non parlare dell’impotenza dei settori di sinistra e destra radicali. Ci sono cause più profonde, oggettive, che attengono alla storia del nostro Paese. 

Ci vorrebbe un miracolo. Mi direte che i miracoli non esistono. Invece no, ci sono stati e ci saranno.

Non ho il dono di credere negli interventi trascendenti della Divina Provvidenza. Parlo di quegli eventi storici straordinari, di quegli improvvisi balzi di tigre dei popoli grazie ai quali tutto è destinato a cambiare. La rivoluzione è questo miracolo, la versione secolarizzata e se possibile più potente dell’intervento di Dio nella storia. 

Direte, non si intravede, nemmeno come miraggio, un miracolo rivoluzionario. Il peggio è che tra noi non alberga quella fede incrollabile dalla quale vengono la forza e la tenacia che in altri contesti hanno generato i profeti ed i grandi condottieri. Pare che siamo condannati, dopo il deserto, ad attraversare anche l’inferno. In questo passaggio doloroso molti di noi periranno, altri sorgeranno e si rimetteranno in marcia. 

La fredda ragione calcolatrice sarà d’aiuto, tuttavia solo il mito alimenta la rivoluzione, l’idea della palingenesi che ci viene incontro. Non siamo qui per mettere le toppe a questo mondo. Siamo qui per farne uno nuovo. 




MOVIMENTI DI RESISTENZA COSTITUZIONALE: AVANTI!

Certe separazioni sono dannose, alcune sono inevitabili, altre sono invece feconde. 

Chi legge potrà farsi un’idea e decidere di quale tipo sia quella avvenuta in seno al coordinamento dei movimenti Resistenza Costituzionale. Di seguito la dichiarazione rilasciata dalla maggioranza

*   *   *

NESSUN PASSO INDIETRO

PROSEGUIAMO IL CAMMINO 

(1) Nata nel gennaio scorso su proposta del Fronte del Dissenso, la rete dei movimenti di Resistenza Costituzionale si pose tre scopi essenziali: rianimare e riorganizzare i movimenti di resistenza contro il regime liberticida, dotare i movimenti di una visione politica adeguata allo scontro, contrastare la divisione costruendo un fronte unico delle forze anti-sistema.

(2) In pochi mesi ci siamo rafforzati e siamo riusciti, anzitutto nelle regioni centro-settentrionali del Paese, ad organizzare diverse giornate di lotta. Non ci siamo però limitati a riprenderci le piazze. Abbiamo preso una posizione sull’elezione del Presidente della Repubblica (Agamben Presidente!); abbiamo manifestato contro il governo Draghi e la sua decisione di far entrare l’Italia in guerra contro la Russia; abbiamo infine impugnato la battaglia contro il carovita. Parallelamente Resistenza Costituzionale ha sostenuto l’Appello dei 100, indicando cinque punti programmatici ed un metodo per dar vita ad un fronte unico di lotta (sia nelle piazze sia sul piano politico ed elettorale). 

(3) Tre sono state le principali difficoltà incontrate. In primo luogo, malgrado i nostri sforzi, non siamo riusciti a far ripartire una nuova ondata di mobilitazioni di massa. In secondo luogo abbiamo visto quanto sia stato difficile trovare un funzionamento organizzativo fondato su un giusto equilibrio tra democraticità ed efficacia operativa. Infine, a causa della sordità dei piccoli partiti anti-sistema, l’unità non ha fatto veri passi avanti.

(4) Nulla, tuttavia, faceva presagire l’improvviso, unilaterale e brutale colpo di scena messo in atto a fine giugno dal rappresentante del gruppo padovano di Veneto no Gp. Gridando qualunquistiche frasi “contro la politica che fa schifo e tutti i partiti”, in nome di un movimentismo confusionario (“portiamo a Roma un milione di persone, facciamo cadere il governo, chi verrà dopo non ci interessa”), veniva chiesto di rinnegare l’Appello dei 100, e con esso sia lo sforzo di darci un programma di alternativa, sia la proposta di unire le forze anti-sistema, anche in vista delle elezioni del 2023.

(5) Calpestando norme che ci eravamo dati, agendo da vero e proprio capobastone, ha trasformato la chat del Coordinamento Nazionale in una specie di tribunale dell’inquisizione. I metodi utilizzati dal regime per delegittimare e criminalizzare il nostro movimento di opposizione sono stati copiati pari pari e utilizzati scientificamente nella chat: offese personali e diffamazioni contro chi ha sostenuto la necessità di tenere assieme lotta, unità e visione politica, liste di proscrizione  per chi si è opposto a questo goffo tentativo di cambiare i connotati politici di Resistenza Costituzionale, una macchina del fango a tutti gli effetti, insomma. Non chiedeteci le vere ragioni di questo imperdonabile voltafaccia. Forte è la sensazione che dietro ci sia, in alto, qualche burattinaio.           

(6) La riunione da remoto del Coordinamento Nazionale svoltasi il 5 luglio 2022 è stata rivelatrice: il  soggetto in questione, ricorrendo a veri e propri atti di provocazione, ha cercato in ogni modo di seminare zizzania impedendo un razionale confronto politico. Alla fine, siccome è stato messo in netta minoranza, ha cercato la rissa contestando la legittimità del voto, sostenendo che avrebbero dovuto votare solo i delegati dei gruppi territoriali che avevano versato la quota di sottoscrizione (nel qual caso l’esito della votazione sarebbe stato comunque lo stesso).

(7) Considerate irricevibili queste pretese, verificata l’impossibilità di una fraterna cooperazione, mentre separiamo le nostre strade, dichiariamo che non faremo alcun passo indietro, che non lasceremo distruggere il lavoro sin qui svolto, e non verremo meno agli impegni che ci siamo assunti quando abbiamo deciso di unirci in Resistenza Costituzionale.

(8) Quanto accaduto in seno a Resistenza Costituzionale sia di lezione per tutta l’area del dissenso. Il nemico non lo abbiamo solo di fronte: bisogna fare attenzione ai divisionisti, agi arruffapopoli, agli infiltrati ed ai provocatori. La lotta è un mezzo per realizzare dei fini politici, non per fare casino. Siamo una minoranza costretta in questo momento a lottare in difesa, ogni azione avventurista fa il gioco del nemico. La Resistenza potrà diventare di massa solo se saprà unirsi attorno ad una piattaforma e a una visione politica comune contro l’aggressione autoritaria ed eversiva delle élite tecno-finanziarie mondialiste.

10 luglio 2022

Il Documento è sottoscritto dai seguenti membri del Coordinamento Nazionale di Resistenza Costituzionale:

Anna Paola Asunis, Genova 

Gianluca Cirignoni, Alta Valle del Tevere 

Alessandro De Giuli, Firenze 

Daniela Di Marco, Perugia

Veronica Duranti, Studenti No Gp 

Fabio Fioretti, Macerata 

Gaia Fusai, Milano 

Mauro Grimolizzi, Gorizia 

Maurizio Leonardi, Terni-Narni

Enrico Levoni, Carpi

Sergio Martella, Lecce 

Leonardo Mazzei, Lucca 

Alberto Melotto, Torino 

Emanuele Montagna, Bologna 

David Monticelli, Ancona 

Pasquinelli Moreno, Foligno

Riccardo Pratesi, Firenze

Valeria Rebello, Pordenone 

Federico Roberti, Bologna 

Gabriele Romano, Perugia 

Sciaboni Giuliana, Reggio Emilia 

Leonardo Sinigaglia, Genova 

Marco Zuccaro, Studenti No Gp