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PERCHÉ LO FANNO di Alessia Vignali

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“We came, we saw, he died. Ha ha ha ha ha!” (Siamo venuti, abbiamo visto, è morto. Ha ha ha ha ha!). Da una scintillante “camera caritatis” americana destinata a divenire virale e globale — per distrazione oppure semplice disprezzo del “comune senso del pudore”— il segretario di stato Hillary Clinton ride ricolmo d’euforico autocompiacimento quando la CBS le chiede, in un intermezzo che lei ritiene “non connesso”, dell’appena avvenuta uccisione del leader libico Muammar Gheddafi.

Sebbene la storia sia andata avanti da quel 20 ottobre 2011, questo spezzone rimane un “evergreen”. Davvero sono fatti così, i potenti? Che tipo di donna è, quella che parla in quel video che tutti abbiamo mandato avanti e indietro almeno un paio di volte per vedere se per caso avessimo capito male?

Come sempre, tenterò una lettura valendomi della psicoanalisi e delle discipline limitrofe.

In questi due anni e mezzo abbiamo assistito a fenomenologie del potere talmente lontane dalle logiche scritte nel “libro delle leggi della vita” da costringerci a scervellarci nell’incredulità. Com’è possibile che progetti come il Grande Reset, che intendono annichilire la storia dell’uomo di fatto proponendo un Medio Evo tecnocratico alla Mad Max, visioni del mondo come il transumanesimo, che indicano la specie umana come oblsoleta escrescenza di Gaia, guerre sino all’ultimo uomo condotte attraverso i corpi e sul suolo di altri, ma prevedenti l’uso del nucleare se necessario, vengano scientemente studiate e portate avanti dai leader mondiali? “Non hanno figli anche loro?” Che futuro prevedono, per essi, se il “piano B” di lorsignori è un bunker accessoriato d’ogni comfort, sorvegliato da un servizio d’ordine di cui però occorre temere la rivolta?

Purtroppo, insegna la clinica delle psicopatologie legate alla carenza di senso morale, a loro nulla importa del domani né dei figli, la loro “brama” può spingersi sino all’autodistruzione, tanto è il bisogno di dimostrare a se stessi e al mondo il loro potere. La sete di potere, assoluta e incoercibile, è loro unica consigliera. “Non importa quanto grande sia il tuo impero economico”, potrebbe dirci una “felpa californiana” appartenente all’élite, “esso dovrà essere sempre più grande e asservire sempre più persone… sino a lasciare nella storia degli uomini un marchio indelebile, il tuo”.

L’incredulità di chi senta questa descrizione è spesso alla radice emotiva dell’impossibilità di affacciarsi su teorie più o meno “complottiste”; in tema di potere noi siamo invece inclini a credere che “a pensar male si faccia peccato, ma si abbia spesso ragione”, com’ebbe a dire un Giulio Andreotti che di ragioni del potere ne sapeva qualcosa.

Per tornare ai più, essi ricusano questa sardonica perla di saggezza proprio per la difficoltà emotiva che implica il sospettare la deliberata malvagità del potere. Lo si può capire: in prima battuta, per elaborare una teoria della mente altrui, cioè per interpretare i comportamenti degli altri, ci valiamo della proiezione su di essi dei nostri sentimenti “umani”, dunque leggiamo il loro comportamento alla luce delle nostre motivazioni. “L’altro non può minare il futuro perché io non lo farei e non lo faccio” (il che è tutto da dimostrare, ma questo è tema per un altro articolo).

Il meccanismo della proiezione, se ci pensiamo, è alla radice della nostra umanizzazione di ogni cosa, del nostro caricarla di significati rendendo il mondo, altrimenti impervio, un luogo abitabile poiché ricco di senso; esso, così, diviene un teatro ricco di materiali di scena atti a realizzare i nostri desideri, e la vita stessa diventa assai simile a un incarnato “sogno diurno”; non ci preoccupi l’amplissima diffusione di questa opinabile procedura, poiché di fatto non abbiamo altro modo d’accedere alla realtà che attraverso il filtro della soggettivazione (da porre poi al vaglio dell’esame di realtà), insegnano psicoanalisi e neuroscienze.

Ci accade così di conferire, non pensandoci, le coloriture emotive desiderate persino alla nostra automobile, di attribuire emozioni umane al nostro cucciolo di cane, e così via. Ma quando quest’operazione, che ci aiuta a comunicare con gli altri conferendo una spesso fittizia intellegibilità alle loro intenzioni, viene utilizzata per colmare i vuoti affettivi nel comportamento di personalità psicopatiche o narcisistiche, il “bias”, l’errore affettivo che diviene cognitivo, può essere  pericoloso. Ben lo sa ciascuno di noi, che quasi certamente può annoverare, nella sua storia amorosa, una passione non ricambiata per la narcisista di charme o per lo spiantato sociopatico di turno.

Perché “… era vero, lei o lui non ci amavano! Non potevano farlo e si guardavano bene dal farlo. Eravamo noi, a conferirgli afflati emotivi di cui loro nemmeno favoleggiavano l’esistenza”.

La prima motivazione, dunque, per aderire alle teorie mainstream che ci impongono di   non credere al male deliberato, è la nostra “bontà”, il “buon cuore”, che crediamo talmente universali da attribuirne il possesso, quale tratto comune della specie, anche a chi non ce l’ha.

Una seconda motivazione, assai tipica della contemporaneità postmoderna, per non credere alla deliberazione del male che apparentemente traluce dalle decisioni del potere, è di marca nevrotica, e qui possiamo ricorrere al primo Freud: “fanciulli” mai divenuti completamente adulti (la cultura del “The game” descritta dallo scrittore Alessandro Baricco ci ha allevati come tali), non riusciamo davvero a “uccidere i nostri genitori” (fuor di metafora, i sistemi di potere con le loro leggi e istituzioni), non possiamo pensare che essi siano comuni mortali, dunque anche un po’ stronzi o imperfetti come tutti noi. Ne teniamo in vita l’irrealistico mito perché abbiamo bisogno di farlo; li reputiamo buoni e giusti così come li vedevamo da bambini, vuoi perché per noi all’epoca essi lo erano davvero, vuoi perché la natura ci aveva dotato di un istinto d’”attaccamento” capace d’enfatizzarne la bellezza in questo modo… infine, vuoi perché siamo ancor oggi tanto inermi dinanzi agli imprevisti della Storia da aver bisogno di un potere che, per quanto ammantato di “soft”, sia silenziosamente “strong”. Uno studio neuroscientifico non recente aveva confrontato due popolazioni di adolescenti, una appartenente all’occidente talassocratico, l’altra di cultura africana, sottoponendole alla TAC, e aveva riscontrato come il cervello degli africani fosse adulto, la corteccia già matura, ben prima in età di quello dei coetanei occidentali; il risultato è opinabile e tutto da discutere, ma forse ci dice qualcosa sulla natura culturale dell’infantilizzazione di massa cui assistiamo qui da noi. E’ un fatto spesso comunemente osservabile, d’altronde, che i giovani di altre culture meno avvantaggiate siano in genere più svegli dei nostri poiché giocoforza più scafati.

Qui da noi non ce la facciamo ad accettare la delusione d’esser figli di divinità minori, dunque la tragedia della doppiezza di un sistema di potere che grazie alla sua suadente promessa d’inclusività con chi è resiliente, in realtà erede perfezionatissima dell’antico sistema del “panem et circenses”, ci ha fatto finora pensare d’essere la migliore delle madri possibili. Temiamo la dissidenza molto più di prima, avendo oramai dimenticato quanto essa fosse all’ordine del giorno per i “boomers” che ci hanno di poco preceduto nell’Europa contemporanea. Poiché di un sistema come il nostro, che come una madre magnanima accoglie e nutre ogni nostra contraddizione, infantilismo, indeterminatezza e caos, temiamo le crepe, dalle quali potremmo sgusciare fuori nudi come quegli “ultimi” di cui il sistema tanto promette d’occuparsi; da lì temiamo non sopravvivremmo da soli. Che fare da soli, senza esser nella pancia di qualcuno di più grande? Ognuno interpreti la metafora come crede. A poco vale ricordare che questo tipo di madre, pur necessaria all’inizio della vita, quando portato all’estremo sfocia in ogni mitologia primitiva nella madre che riassorbe il figlio, determinandone l’involuzione e la morte… cioè l’implosione d’ogni progetto di rinnovamento che ogni nuovo nato dovrebbe poter portare al mondo.

Comunque tutti noi, nevrotici, sani o convinti di essere tali, troviamo inspiegabile l’abisso in cui ci stanno precipitando. Passiamo allora dall’incredulità alla dichiarazione della nostra più completa estraneità a tutto questo: infine, sposiamo la tesi di chi spieghi il male nel mondo, oggi la guerra, come il frutto di qualcosa che nulla ha a che fare con la nostra umanità, il frutto, cioè, di un’aberrazione.

I manuali di clinica e diagnostica sembrano, in questo, darci ragione: i potenti di cui sui giornali leggiamo dubbie biografie narrate ad arte, che comicamente prevedono quasi sempre l’hitlerizzazione qualora schierati dalla parte del nemico,  appartengono senz’altro a una categoria di persone speciale, la cui moralità intesa in senso comune sembra essere discutibile. La risposta all’interrogativo “Perché lo fanno?” sembra a questo punto agevolata: “Perché hanno un “difetto di fabbrica, non sono come noi!”

Per quanto ideosincratica e difensiva della propria incolumità mentale appaia questa risposta, essa ha un fondo di verità: nel video della Clinton mancano parecchie caratteristiche “tipicamente umane”, prime fra tutte la pietà, l’identificazione nella vittima, il rispetto della sacralità della vita e della morte. Siamo d’accordo, il motto “De mortuis nihil nisi bonum” è forse un po’ tirato per i capelli qualora lo volessimo applicare a Gheddafi, ma ne converrete: qualcosa non torna.

Volendo ricorrere ai tipi umani decritti nei manuali diagnostici vigenti presso la comunità psichiatrica e psicologica mondiale, il PDM e il DSM, potremmo cercar di capire quali siano le caratteristiche di un tipo d’uomo insensibile alle comuni leggi dell’etica e dell’empatia, un tipo d’uomo che l’Ottocento definiva “affetto da insanità morale” e che oggi chiameremmo “psicopatico” o “antisociale”. Si badi, il fatto che la categoria ottocentesca ci faccia sorridere, dato l’odierno disuso di parametri quali la moralità per valutare il nostro comportamento, ci deve far ragionare: siamo fieri del nostro svincolo rispetto ai valori dati, ma di quale emancipazione siamo i fautori, dove ci sta portando?

Possiamo anche interrogarci su quanto i nostri nuovi valori si stiano avvicinando allo “sdoganamento” di modalità vicine alla psicopatia come quasi approvate socialmente. Come asserisce Nancy Mc Williams, tra le autrici psicodinamiche contemporanee più lette, molto probabilmente il disturbo di personalità psicopatico è favorito dai sistemi educativi dell’occidente contemporaneo, che trascurano il bambino piccolo e lo deprivano delle cure affettive primarie: la famiglia nucleare, oggi ancora più esigua in quanto superata dalla monogenitorialità o da altre formule in cui entrambi i genitori lavorano, non può non depauperare il bambino delle “energie nobili”, così le chiama lo psicoanalista Guido Crocetti, che un genitore dovrebbe poter dedicare al suo bambino piccolo per farne un uomo.

Tra le fila della psicopatia si annoverano i serial killer più disorganizzati e psicotici come Richard Chase, che uccideva a caso, smembrava le sue vittime e ne beveva il sangue convinto che il suo fosse avvelenato. Ma tra gli psicopatici figurano anche i “serpenti in giacca e cravatta” studiati da Babiak e Hare nel 2007, vale a dire manager posizionati ai più alti livelli nelle aziende americane. E’ in realtà intuitivo, volendo seguire Erich Fromm, come per accedere ai vertici del potere di società malate come la nostra, basata sull’avere anziché sull’essere, torni utile una struttura personologica psicopatica: nessun sentimento si frappone tra sé le la propria autorealizzazione, nessun problema insomma, qualora per un posto in parlamento occorra vendere la propria madre. Il motto della tipologia passiva è “Chiagne e fotte”, quello della tipologia aggressiva e di successo è : “Comandare è meglio che far l’amore”. I due slogan chiariscono come questa personalità sia imperniata sul suo godimento a danno degli altri, di come per essa il potere sia tutto.

Eredi di una storia emotiva assai difficile, negli psicopatici cova in profondità l’inconsapevole angoscia di essere ancora completamente in balia degli altri, impotenti di fronte a un destino che può sempre distruggerli a tradimento. Per difendersi non possono far altro che assoggettare, asservire, sottomettere, ne va della loro stessa sopravvivenza psichica. L’esercizio del potere e della sopraffazione gli è vitale come l’ossigeno. In più, avendo ricusato ogni sentimento grazie a meccanismi di difesa quali la dissociazione e l’innalzamento delle soglie di risposta agli stimoli, vivendo in uno stato di profondissima noia di fatto sentono il vuoto, avvertono il nulla affettivo dentro di sé, temono segretamente di non avere personalità (la “sindrome dell’impostore” è una delle loro patologie). Privi di una guida interiore nel comprendere cosa davvero accada loro mentre fanno l’esperienza di vivere, vengono a ragione colti dall’angoscia d’essere in balìa della vita stessa.

La credenza patogena reattiva relativa a se stessi diviene allora ”posso fare tutto ciò che voglio”, dice il PDM, mentre quella relativa agli altri è: “sono tutti egoisti, ti manipolano, sono spregevoli e incapaci di farsi valere, inconsistenti, e dunque non valgono niente. Tocca allora manipolare per non essere manipolati perché, come recitava il titolo di un saggio di self help di tanti anni fa, “o si domina o si è dominati”.

Come ultima indicazione per destreggiarsi rispetto ad essi, ricorderò che non hanno i sentimenti. Non attribuite loro la tenerezza che magari provate, non immaginate che provino tristezza, preoccupazione, amore, dedizione, amicizia, lealtà; semplicemente non sanno cosa siano. Risultano talora estremamente seduttivi perché, quando dotati di buon QI, fanno come Hannibal Lecter ne “Il silenzio degli innocenti”; lui divenne psichiatra per capire come gli altri provassero perché non poteva saperlo, non provando alcunché. Molti psicopatici studiano “da fuori” il funzionamento degli altri e lo imitano a perfezione; ma cosa accada a se stessi e agli altri “da dentro” rimane per loro un mistero. Se applicate ad essi parametri umani fallirete. Per creare un legame, invece, conta l’esercizio del potere: dimostrate d’averne più di loro e otterrete, per quanto durerà, il loro rispetto.

Una nota di profondissima comprensione di questa patologia, che conduce l’uomo alla distruttività e alla necrofilia nei casi più gravi, viene da Erich Fromm nel saggio “Anatomia della distruttività umana” (1975). Egli ci ricorda come questo carattere pervenga alla soluzione distruttiva perché impossibilitato a una creatività produttiva; plasmato, cioè, da  un contesto famigliare dapprima, sociale poi, che lo coarta, esso perviene all’impossibilità di fare qualcosa che per qualunque essere umano è essenziale, dare un senso alla sua vita, cambiare il mondo con il proprio passaggio. Le sue passioni, ancorché distruttive come quelle di vendetta, di odio, di sopraffazione, lo trasformano da semplice “cosa” in “eroe”, sono “il tentativo umano di dare un senso alla vita e di sperimentare l’optimum di intensità e di forza che egli può raggiungere in determinate circostanze. Esse sono la sua religione, il suo culto, il suo rituale. Un cambiamento di personalità gli è possibile soltanto se è in grado di “convertirsi”: di trovare cioè un modo nuovo di dare un senso all’esistenza, mobilitando le passioni che incoraggiano la vita, sperimentando così un senso di vitalità e integrazione superiori a quelli che aveva prima. Altrimenti potrà essere addomesticato, ma mai guarito”.

Senza dunque giustificarlo, potremo con Fromm cominciare a vedere nello psicopatico un uomo che ha preso la strada sbagliata nella sua ricerca della salvezza, e potremo ancor meglio gustare il senso di questo termine riandando, come fa Fromm, alla sua etimologia. “Salvezza deriva dalla radice latina sal, “sale”. Il significato deriva dal fatto che il sale protegge la carne dalla decomposizione; “salvezza” è la protezione dell’uomo dalla decomposizione. In questo senso (in un senso non teologico) ciascun uomo ha bisogno della salvezza”.

Capire questo può essere un primo passo per cominciare a porre un rimedio, che passa per una radicale riforma valoriale, culturale, di prassi che non può che attraversare la conoscenza profonda della psiche umana.

Il quadro sublime offerto dallo scrittore Albert Camus nel suo dramma “Caligola” ci permetterà di ricordare al meglio lo psicopatico.

Caligola: “Io non sono matto. Anzi, non sono mai stato così lucido. Ho provato semplicemente un’improvvisa sete di impossibile. Le cose, così come sono, non mi sembrano di tutto riposo. Perciò ho bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità: di qualche cosa, poniamo, di pazzesco, purché non sia di questo mondo. L’impossibile: proprio di questo si tratta. O meglio, si tratta di rendere possibile ciò che non lo è. A che mi giova la mano ferma, a che mi serve questo stupendo potere se non posso far tramontare il sole a levante e diminuire il dolore; far che non muoiano i vivi?”

Cesonia: “Ma è voler uguagliare gli dei, questo. Non conosco una peggior pazzia.” Caligola: “Voglio mischiare il cielo col mare; confondere la bruttezza e la bellezza; far zampillare il riso dalla pena.”

Cesonia: “C’è il buono e il cattivo, il grande e il meschino, il giusto e l’ingiusto: è una legge che nessuno cambierà mai.“

Caligola: “Io la cambierò! Farò a questo secolo il dono dell’equivalenza. E quando tutto sarà purificato, e l’impossibile sulla terra, e la luna nelle mie mani, allora, forse, anch’io sarò trasformato, e il mondo con me e gli uomini non moriranno e saranno felici”.

Ogni riferimento a fatti o a persone oggi realmente esistenti è ovviamente voluto.

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