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SE QUESTA È UN’ÉLITE di Moreno Pasquinelli

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“Tagliate le teste ai vostri nemici, ma non per avere nemici senza teste, solo per scoprire quanto esse siano vuote”. L. Trotsky

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Ci dice Treccani che l’èlite è costituita dall’ «insieme delle persone considerate le più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, e dotate quindi di maggiore prestigio. Nel linguaggio comune indica minoranze particolarmente qualificate che esercitano una rilevante influenza sociale e politica, autorità e potere».

Di questi tempi va per la maggiore un concetto più generico di élite, potremmo dire paretiano, che comprenderebbe, di contro alla mediocre massa, gli individui più capaci nei più diversi campi; ergo coloro che detengono le diverse leve del potere:  economica e finanziaria, politica e istituzionale, ideologico-culturale, scientifica e tecno-scientifica. Marx obietterebbe che sotto le mentite spoglie di un artificio semantico, stiamo parlando di nient’altro che della classe borghese, tra i cui membri si stabilisce evidentemente una divisione funzionale dei compiti.

Atteniamoci all’idea restrittiva di élite, il ceto degli intellettuali, coloro che detengono i saperi e le conoscenze e li trasmettono. Questi, va da sé, si dividono in due categorie principali, quelli al servizio del potere (a cui i dominanti affidano mezzi e risorse affinché difendano il sistema), e quelli contro, ovviamente emarginati e ostracizzati.

Norberto Bobbio, era il 1978, ci ricordava che ognuna di questa categorie si divide a sua volta tra quelli che potremmo chiamare “grandi intellettuali” (“Erasmo e Machiavelli, Kant e Fichte, Hegel e Schopenauer, Marx e Nietzsche, Lenin e Gramsci”)  e i “mediocri e i piccoli”. Quindi lucidamente chiosava:

«Oggi i grandi intellettuali sono una razza in via d’estinzione: in Italia non ci sono più né Croce né Gentile; nel mondo non ci sono più Bergson e Husserl, Dewey o Russell, Lukàcs o Jaspers. L’ultimo oracolo è stato Heidegger».

Dopo quattro decenni le cose non sono cambiate, sono anzi peggiorate in maniera catastrofica. Se chi sta in basso non ha dalla sua grandi intellettuali (tantomeno “organici” data l’assenza di un partito rivoluzionario), non molto meglio vanno le cose sul fronte opposto, quello delle classi dominanti.

A causa di molteplici fattori, non solo nel campo degli oppressi ma pure in quello degli oppressori, abbiamo assistito al fenomeno segnato da una correlazione inversa: alla scomparsa di grandi intellettuali ha corrisposto la crescita metastatica di quelli “mediocri e piccoli”. Manifestazione peculiare della madre di tutte le correlazioni inverse: più è venuto avanti il “progresso” economico, più l’umanità è andata indietro nelle sfere sociale, culturale e spirituale. Il più velenoso prodotto del super-capitalismo globalizzato consiste nel fatto che il Moloch della tecno-scienza è venuto crescendo a spese del general intellect, divorando l’intelligenza sociale generale. Così abbiamo che più il cybercapitalismo spingerà sull’acceleratore dell’intelligenza e della vita artificiali, più avanzerà la putrefazione sociale. Stiamo per raggiungere lo zenit della follia: è iniziato il transito ad un sistema di dominio tecnicamente perfetto governato da macchine “intelligenti”,  prive di ogni umano sentire, obbedienti ad algoritmi dalle infallibili capacità predittive. E’ un capovolgimento epocale: gli umani ubbidiranno alle macchine come fino a ieri le macchine hanno eseguito i comandi degli uomini. Destino che riguarderà le sterminate masse dei sudditi mentre l’élite che sta programmando questo futuro vorrà porsi come sovrano assoluto quindi legibus solutus.

E’ da vedere se questo vascello impazzito riuscirà mai a gettare l’ancora trovando un approdo sicuro. E’ da vedere se chi pretende di disfare e rifare il mondo possa ottenere la necessaria egemonia culturale facendo esclusivo affidamento sulle prodigiose capacità della tecnica, sul mito salvifico della scienza e sull’indistruttibile superiorità dell’Occidente. Noi non lo crediamo. Non ci crediamo non solo perché ce lo chiede la nostra coscienza— il futuro cibernetico non è un destino dell’Essere e spetta all’Esserci, e solo ad esso, decidere quale questo destino debba essere. Non ci crediamo perché ce lo suggerisce la nostra intelligenza: troppi gli ostacoli che debbono essere superati dai padroni universali, troppo profonde le loro divisioni interne, troppo incongruenti i loro filosofemi e controversa l’efficacia delle loro tecniche.

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Che siamo alle prese con “piccoli e mediocri intellettuali”, oltre che di regime, basta ascoltare quelli che il regime accredita come suoi maître à penser. Posto che viviamo nella debordiana società dello spettacolo, è in televisione e sui grandi giornali che queste presunte teste d’uovo vanno a fare scena. Basta poco per capire che sono mezze calzette. Per l’esattezza non sono veri e propri intellettuali, ma tecnici della manipolazione e dell’inganno, tutti sfornati nelle catene di montaggio della programmazione neurolinguistica. Ignoranti come scarpe ma ricchi in quanto a trucchi del mestiere. Nulla del loro linguaggio è neutrale, nessuna parola usata a caso, ogni loro pillola di saggezza è una polpetta avvelenata.

Vogliamo prendere a titolo d’esempio il povero Beppe Severgnini. Ecco quanto scriveva il 25 ottobre nel suo editoriale del Corriere della Sera in merito alla precipitosa caduta del governo inglese di Liz Truss:

«Quale lezione ci arriva da Londra? Una su tutte, e non è neppure tanto nascosta. Le azioni hanno conseguenze. Tutti ripetiamo di vivere in un mondo interconnesso, poi, ogni tanto lo dimentichiamo. Gli elettori dimenticano per superficialità; gli eletti, spesso, per calcolo e per cinismo. E la comunità internazionale —un meccanismo variegato e complesso — reagisce».

Notate l’uso peloso del plurale maiestatis per ottenere il doppio effetto di apparire scemo quanto i suoi lettori, così da impacchettare la sua bugia con la carta argentata dell’ovvietà: “le azioni hanno conseguenze”. La bugia è colossale: il Severgnini sa perfettamente che la Truss non è stata spodestata da una fantasmatica “comunità internazionale” ma dalle potenti consorterie della finanza predatoria. Nascosto dietro all’eufemismo passa implicitamente il concetto liberista secondo cui mai ci si deve mettere contro i pescecani della finanzia speculativa, che hanno sempre ragione anche quando hanno torto.

Sempre lui, sempre sul Corriere della Sera, il 30 ottobre scriveva:

«Tra le misure annunciate dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, colpisce il reintegro anticipato dei medici no-vax. Conosciamo le difficoltà di organico degli ospedali, ma riportare in corsia chi rifiuta la scienza è una decisione strana. La medicina, sull’importanza dei vaccini, è praticamente unanime».

Con la tecnica pretesca del mai dimostrare che ti girano furiosamente le palle per le decisioni annunciate dal governo Meloni (la prima regola della neolingua politicamente corretta dice infatti che se ti dimostri arrabbiato hai torto a prescindere), il nostro prima ostenta un finto e neutrale distacco critico — “colpisce il reintegro anticipato”, “decisione strana” —, poi sgancia sui suoi ignari lettori una vera e propria bomba sporca ideologica: non vanno reintegrati i medici perché sono no-vax che rifiutano la scienza e negano le virtù salvifiche dei vaccini.

Tuttavia questa volta il semantico giochetto di prestigio per giustificare la porcata del licenziamento è miseramente fallito. Notate la frase: “La medicina, sull’importanza dei vaccini, è praticamente unanime”. Come dire: i vaccini sono “importanti” ma non ti salvano dal virus ed infatti la scienza è “praticamente unanime”, ovvero unanime non è.

“Tagliate le teste ai vostri nemici, ma non per avere nemici senza teste, solo per scoprire quanto esse siano vuote”.

L. Trotsky

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