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Orrori dal mondo “woke”: edizione natalizia di Vincenzo Moggia*

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Fra pochi giorni sarà Natale: sta per tornare il periodo ideale per riposare e celebrare l’avvicinarsi del nuovo anno insieme ai propri cari. Bisogna però prendere atto che siamo nel 2022, non nel 1322, e che non è più tempo di celebrare le vecchie tradizioni, per quanto ci siano care, in maniera inconsapevole; possiamo immaginare un modo woke e più inclusivo di festeggiare il Natale: che tenga conto dell’intersezionalità dell’oppressione etero-cis-normativa, che faccia emergere pienamente il razzismo intrinseco in ogni cuore (al netto della sua fragilità bianca), che disinneschi le innumerevoli appropriazioni culturali nascoste nei simboli delle feste, che smascheri i contenuti ideologici nel modello bigenitoriale e eteronormativo della Santa Famiglia.

Si pensi a Babbo Natale: oltre a essere chiari fin da subito con i bambini che si tratta di una finzione (come il New York Post documenta, l’hashtag #SantaIsntReal aveva raggiunto i 14 milioni di interazioni su TikTok già due settimane fa), si può iniziare a rappresentarlo come persona di colore pansessuale e genderqueer, e vestirlo da donna; per evitare i secoli di patriarcato che sono richiamati in quel “Babbo”, inoltre, sarà opportuno chiamarlo “Genitore Natale 1”. Il “Genitore Natale 2” può essere la Befana, che è meglio comunque chiamare Bella Maga o simili, per non incappare in un netto body-shaming (evitare “Bella Strega”: sarebbe un richiamo all’oppressione  delle donne). Passiamo allora in rassegna alcune notizie recenti da cui possiamo trarre altri preziosi esempi e spunti.

Abbasso il Natale: è offensivo!

LA PAROLA “NATALE” È OFFENSIVA. La direzione dell’Università di Brighton ha inviato pochi giorni fa al proprio staff un documento di nove pagine in cui viene spiegato che: «Linguaggio e significati sono potentemente condizionati dalle norme dominanti nella cultura in cui esistono. Atteggiamenti stereotipati o che rispecchiano concezioni errate sono intrinseci alla comunicazione, e questi fattori talvolta emergono – che se ne sia consci o meno – nel linguaggio che usiamo. Ciò significa che la comunicazione può essere offensiva, anche se non ne avevamo l’intenzione». Allo scopo di evitare questo rischio, tra i vari suggerimenti, il documento indica ad esempio evitare la parola “Natale” in quanto troppo cristianocentrica: parlare di “festa invernale” piuttosto che “festa di Natale”, “periodo di chiusure invernali” invece che “periodo di chiusure natalizie” e così via. Non sono mancate le proteste da parte di bigotti e retrogradi come Andrew Allison, della Freedom Association che ha dichiarato: «Le università dovrebbero essere i luoghi dove le idee sono liberamente discusse. Queste direttive sarebbero Orwelliane se non fossero ridicole. Studenti e docenti dovrebbero ignorarle e godersi il Natale».

L’ALBERO DI NATALE È OFFENSIVO. La biblioteca pubblica di Dedham, Massachusetts, oltre ad aver avuto la stessa sensibilità dell’Università di Brighton e aver evitato la parola “Natale” in ogni post sui propri social (riferendosi invece al “periodo del dono”), aveva deciso di non esporre il consueto albero di Natale: alcuni soggetti avevano fatto un reclamo in merito, trovando offensiva la presenza del tradizionale simbolo delle feste. Iniziativa commendevole, visto anche che la biblioteca di Dedham non aveva avuto invece problemi a rappresentare il Pride sui propri social e ospita un club di lettori GLBT una volta al mese. Ma ancora gran parte della comunità di Dedham dev’essere rieducata: molti cittadini hanno protestato contro questa decisione adducendo il disagio dei propri figli. Così la direzione della biblioteca è stata costretta a fare un passo indietro.

Questa ragazza può. Anzi no

LO SPORT È STRUMENTO DI OPPRESSIONE DELLE DONNE. Anche nel periodo natalizio, in cui si tende a esagerare col cibo, è importante mantenere costante l’attività sportiva, nonostante le temperature più rigide e la durata ridotta del periodo di luce. È anche per questo che gli uomini, nel fare sport, dovrebbero assicurarsi di non mettere a disagio le donne. La campagna britannica “This Girl Can” lanciata nel 2015 per celebrare le donne sportive e grazie allo straordinario successo rilanciata nel 2020, ha finanziato spot e banner pubblicitari (con slogan geniali quali “Sudata come un maiale, ma carica come una volpe” o “Sexy, e me ne frego”) e un network di siti e profili social con la missione di coinvolgere più donne nell’attività sportiva. Apice della campagna è stata la guida, pubblicata lo scorso 31 ottobre sui social, sui «modi in cui gli uomini possono aiutare le donne a sentirsi al sicuro nell’attività sportiva in luoghi pubblici» tra i quali: «Mantieni la distanza, e aumentala se ti trovi a camminare o correre dietro una donna; fermati e dalle spazio, oppure cambia lato della strada», e «Non fare commenti: anche quando si tratta di un complimento, per una donna può suonare intimidatorio».

INCENTIVARE LO SPORT FEMMINILE È OFFENSIVO. Giova ricordare che le accademiche femministe, cui non sfugge mai nulla, all’uscita della campagna “This Girl Can”, immediatamente (The Guardian, 16/01/2015) ne individuarono i gravi problemi: sottolineando che usare il termine “girl” (ragazza) infantilizza le donne; che sebbene per spot e banner siano stati usati corpi di tutti i tipi, “questa non è altro che l’ennesima forma di oggettificazione” del corpo femminile; e che incentivare l’attività sportiva non sta bene, perché la maggioranza delle donne la pratica solo per il desiderio di rendersi più attraenti agli occhi degli uomini. Pensavate, eh? E invece…

Deliri cinematografici

GUARDARE È OFFENSIVO. Tornando alla guida per la sicurezza delle sportive, a breve non si tratterà più di suggerimenti ma di legge. Il governo britannico ha infatti annunciato che sosterrà la proposta di legge di Greg Clark, che ne ha illustrato così lo scopo: «accelerare lo sviluppo di una cultura che stabilisca che è totalmente inaccettabile abusare delle donne per strada» (degli uomini si può tranquillamente abusare quindi). La proposta di legge renderà reato, punibile con reclusione fino a 2 anni, comportamenti molesti tra cui: fare gesti o commenti offensivi verso una donna per strada; fissarla (il solito temibile male gaze); fischiare (il solito temibile wolf-whistling); camminarle dietro; camminarle davanti.

IL CINEMA È STRUMENTO DI OPPRESSIONE DELLE DONNE [spoiler alert]. Natale è il momento perfetto per godersi un buon film. Occhio però a scegliere attentamente film woke come Bros, commedia sentimentale gay, e Strange World, cartone animato ambientalista con storia d’amore tra giovani gay e cane neurodivergente – sebbene siano stati entrambi flop colossali al botteghino, perché la lotta al patriarkato eteronormativo vede una strada ancora lunga davanti a sé. Ma se proprio non riuscite ad apprezzare gioielli cinematografici come questi, abbiate almeno cura che i film scelti non facciano mostra di mascolinità tossica, come suggerisce Alice Porter su Refinery29. Potrebbe essere l’occasione per una visione di Jeanne Dielman, film della regista Chantal Ackerman del 1976 che ha scalzato capolavori come Quarto potere e La donna che visse due volte nell’ultima edizione della prestigiosa classifica dei migliori film di tutti i tempi secondo Sight and sound, stilata ogni dieci anni da una giuria di centinaia di critici. Il film, definito «ripetitivo ed estremamente noioso» ma anche «opera femminista seminale» dalla giornalista di Vox Alissa Wilkinson, in tre ore e mezza racconta la grigia quotidianità di una vedova (con figlio a carico) che si prostituisce, spezzata nel finale in cui uccide a sangue freddo uno dei suoi clienti. Laura Mulvey, docente alla Birkbeck University, ha spiegato che il film racconta l’oppressione delle donne con «gravità e angoscia» e che la regista è riuscita a «trasformare il cinema, spesso strumento dell’oppressione femminile, in una forza liberatrice».

Assegnare il sesso alla nascita? Brutale!

IL TESTOSTERONE È TOSSICO. Oppure potrebbero andar bene gli ultimi film di James Cameron: l’autore di opere come Piranha 2, Terminator, Aliens, nella seconda parte della sua carriera ha virato verso film più sensibili come Titanic e Avatar. Cameron, che è attualmente al lavoro nella promozione di Avatar 2, film ambientalista in uscita a breve, ha dichiarato all’Hollywood Reporter: «Molte cose che ho fatto in passato, non le farei oggi – rischi che ho preso da giovane ribelle e avvelenato dal testosterone. Penso sempre al testosterone come a una tossina che deve essere col tempo espulsa dal proprio organismo».

QUEST’ANNO REGALA UN’IDENTITÀ DI GENERE NUOVA DI ZECCA! Abbiamo già parlato dell’inevitabile svolta non-binaria nei giocattoli. Ma quest’anno potrebbe essere il momento di indurre una svolta direttamente sui vostri figli, anziché sui giocattoli. Il brand di vestiti e bambole tutto in rosa American Girl sta diffondendo il libro A smart girl’s guide: Body Image (“Il manuale della ragazza in gamba: L’immagine del corpo”) scritto dal Content Development Manager della compagnia Mel Hammond, il cui target sono le bambine dai 3 ai 12 anni, e in cui si incoraggiano le piccole lettrici a rivolgersi a un dottore se hanno dubbi riguardo la propria identità di genere. Il manuale illustra l’espressione di genere, definisce termini come “cisgender” e “non-binario”, discute la dismorfofobia e presenta la lotta degli attivisti trans e non binari per accedere a bagni neutri come una fondamentale battaglia per i diritti civili universali. Un passo geniale che raccomandiamo anche agli altri brand, verso quella società del futuro che tutti attendiamo, in cui come ha affermato il grande filosofo transgender Paul (née Beatriz) Preciado – autor* tra gli altri di Terrore anale e Lo sciopero degli uteri – «Smetteremo di assegnare il sesso alla nascita entro i prossimi 20-30 anni… Un giorno considereremo l’assegnare un genere alla nascita tanto brutale e ingiustificato quanto assegnare una religione alla nascita».

* Fonte: LA FIONDA

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