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PERCHÉ SI SPACCANO I PICCOLI GRUPPI di Alessia Vignali

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«L‘intelligenza, insomma, come unico antidoto alla follia, assieme alla strada lunga del lavoro contrapposta a quella breve della magia. Non ci sono scorciatoie né soluzioni prescritte».

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Chiunque di noi abbia tentato, complici le circostanze degli ultimi anni, di aggregarsi in gruppo per varare progetti politici, culturali o umanitari a tutela dell’emancipazione dell’umanità dal cybercapitalismo, si è scontrato con forze impreviste.

Il più delle volte non è stato un qualche nemico ad affossarci, “ce l’abbiamo fatta benissimo da soli”.

E’ un fatto che gruppi fortemente ispirati, i cui membri sembravano amici fraterni, siano presto naufragati sotto il peso di fenomeni che a un livello superficiale potremmo imputare alle necessità egoiche irrisolte di alcuni soggetti, le cosiddette ”mele marce”, ma che a ben guadare sono più complessi da interpretare.

Nel darvi conto del funzionamento mentale dei piccoli gruppi, mi baserò sul pionieristico studio dello psicoanalista Wilfred Bion “Esperienze nei gruppi” (1943-1952). Tanti ulteriori passi hanno fatto la psicosocioanalisi e le altre teorie sui gruppi da allora, ma mi preme consegnare alla vostra riflessione il contenuto “seminale” di questo lavoro sempre valido.

In ognuno di noi, come negli atomi, c’è una “valenza” per funzionare con gli altri secondo modalità prescritte da specifici “Assunti di Base”: quello della Dipendenza, quello dell’Accoppiamento e quello dell’Attacco-Fuga.

Si tratta di funzionamenti mentali regrediti, che sono sempre presenti e alternantisi nei gruppi e che spesso ne ostacolano il funzionamento, causando serie turbolenze alla buona operosità.

Per dire la verità, quando ci si immerge in un gruppo si entra in una dimensione in cui di fatto si rinuncia alla piena capacità del pensiero complesso. Il gruppo regredisce persino nel linguaggio, che diventa povero di simboli e profondità. Sarà la sintesi operata dai singoli una volta riemersi dall’esperienza del gruppo a rivelarsi potenzialmente evolutiva.

Nonostante la sua “ottusità intellettuale”, il gruppo può ottenere i suoi risultati se fissa norme, ruoli e obiettivi, dandosi una “cultura di gruppo” e un leader orientato al compito.

L’unico gruppo capace di conseguire mete reali, dobbiamo mettercelo in testa, è il Gruppo di Lavoro guidato da un capo e dotato di una ben studiata organizzazione. Se ci illudiamo che una leadership “orizzontale”, diffusa, “democratica” possa funzionare, lasciamo il campo a una leadership nascosta che verrà comunque espressa, nella non piena consapevolezza di tutti. Una leadership, dunque, potenzialmente pericolosa proprio in quanto celata.

Il capo del Gruppo di Lavoro ha la caratteristica di essere particolarmente a contatto con la realtà, intendendo per essa non solo vincoli e possibilità del mondo esterno, ma anche le potenti istanze psichiche inconsce che il gruppo presenterà. Ovviamente, “lasciato a sé stesso” il gruppo tenderebbe a esprimere (e spesso lo fa a prescindere dalla presenza di un capo del Gruppo di Lavoro) un leader che sia il perfetto automa depersonalizzato al servizio delle istanze gruppali di base. Spesso, il “sottoleader” che un gruppo elegge in sostituzione e in antitesi al leader del Gruppo di Lavoro (considerato in quel momento inservibile, perché troppo razionale) è “il più pazzo del gruppo”: un soggetto con seri problemi psichici, ma capace di intercettare l’atmosfera emotiva che il gruppo ha “nella pancia” e offrire risposte semplici e velocissime (“il problema sono gli ebrei, i palestinesi, i “no vax”… ecc.).

Costui è “senza qualità”, come accade di scoprire quando, al tramonto di una fase della Storia in cui un siffatto leader è stato espresso da una nazione e all’indomani della sbornia paranoica, se ne possono valutare pregi e difetti reali.  L’unica sua capacità risulta allora il possedere una sorta di “antenna” in misterioso contatto con le angosce più segrete del gruppo e tradurle in simboli concreti, con la sicurezza che solo i pazzi possono esibire: le personalità più “mature” colgono l’ambiguità della vita e hanno sempre un ragionevole dubbio nel proporre soluzioni… che non saranno mai troppo semplici. Come sempre ricordo, quando conducevo attività laboratoriali di gruppo nel contesto di un Centro Salute Mentale che lavorava con malati mentali in acuzie, regolarmente chi prendeva la sottoleadership del gruppo era davvero il più folle di tutti.

Il fatto che il gruppo orientato al compito e il gruppo in Assunto di Base abbiano obiettivi in contrasto l’un con l’altro ha per conseguenza l’instabilità del leader e una costante insoddisfazione degli individui nel partecipare al gruppo. L’uomo è “animale politico” e ha bisogno per la sua piena soddisfazione della gruppalità, ma la sua necessità di funzionare secondo Assunti di Base quando fa parte di un gruppo lo lascia profondamente insoddisfatto.

Incontra il primo motivo di insoddisfazione quando il gruppo viene meno alla missione per cui è nato. Il gruppo si impantana in mesi improduttivi, in processi decisionali che, qualora svolti dai singoli, sarebbero velocissimi, mentre qui diventano ostaggio di burocrazie, questioni di lana caprina, rivalità tra i membri, litigi, “permalosità”, improvvise dimissioni, apparizione e scomparsa di “capri espiatori”, creazione “ex nihilo” di nemici interni al gruppo o esterni ad esso senz’alcun reale costrutto, invenzione di battaglie interne o esterne su “valori non negoziabili” che distraggono dai reali obiettivi dell’organizzazione. Il tutto è basato su questioni “di principio” che si credono inoppugnabili ma che, sottoposte a un serio esame razionale, si rivelano del tutto inconsistenti.

Il vero obiettivo del gruppo o dell’istituzione che fa così è non cambiare. Lo sviluppo è lo spauracchio di ogni gruppo in preda a un Assunto di Base. Potremmo anzi dire che gli Assunti di Base in realtà siano sistemi di difesa rispetto al cambiamento, che elicita angosce psicotiche di disgregazione del gruppo.

In questo caso il soggetto perde, assieme alla missione dell’istituzione, anche la possibilità di adempiere al compito che egli deve a sé stesso, la realizzazione della sua “bellezza”, della sua opera trasformativa nel mondo, del suo “telos”.

Il secondo motivo di insoddisfazione lo si rintraccia nel fatto che il gruppo diviene serbatoio di intenzioni che il soggetto ha ma rinnega, che usano l’operato del gruppo per esprimersi: ”far fuori” un compagno o un capo segretamente invidiato, per esempio.

Un’ulteriore fonte di frustrazione per chi si immerga nel gruppo è che in ogni assunto di base egli deve rinunciare a un pezzetto della sua individualità.

Con divertimento ciascuno di voi potrà esercitarsi a individuare, nei gruppi di cui è parte, l’uno o l’altro degli assetti che sto per descrivere.

Nell’Assunto di Base della Dipendenza il gruppo sembra pendere dalle labbra di un leader, sta ammutolito ad ascoltarlo, si muove solo in ottemperanza a quanto egli dice. Conta solo l’adorato capo – una specie di divinità”. I “pari” del gruppo non vengono riconosciuti per l’originalità potenziale del loro contributo. Una strana atmosfera di stupefazione regna nel gruppo, che quasi per contrappasso sembra però “far pagare al capo” l’adorazione nei suoi confronti… facendo ben poco, in realtà! Dunque vivacchiando completamente “al traino” del capo stesso.

A guardarci bene, poi, non è che le parole del capo vengano proprio tutte “ascoltate”. C’è bisogno che il capo sia infallibile “per magia”, per fede, al di là di ogni ragionevolezza e che, soprattutto, le cose non avvengano perché “si ottengono” con la fatica, lo studio, la ricerca, la “scienza”, il “lavoro”.

A dirla tutta, occorre anzi screditare la possibilità stessa di un metodo sperimentale e scientifico, poiché qualora vigesse, esso smentirebbe la tesi dell’onnipotenza divina del capo e il fatto che la sua numinosa presenza sia di per sé garante della salvezza del gruppo.

Il sentimento da cui questo assetto protegge è la paura. Il leader può anche non essere una persona, a volte a comando del gruppo viene istituito un “libro”: si tratta del registro delle scelte passate del gruppo, dei suoi “annali”, cui si farà appello come fossero la “bibbia” che sola può guidare il gruppo proteggendolo dal temutissimo cambiamento.

Ovviamente non sarà facile, per ciascuno, tenere a bada le grandi e pericolose forze interiori che sorgono dovendone far parte. La rinuncia alla propria individualità, originalità, ragionevolezza genera infelicità, così come la posizione di fronte al capo che sembra dire “domine, nun sum dignus” genera rancore per via del rango basso in cui occorre assestarsi.

L’odio inconscio è il convitato di pietra che occorre tenere a bada e che dà spesso origine smottamenti, siano essi turbolenze negli assetti del gruppo che cambiamenti di assunto di base. Nel gruppo in assunto di base della Dipendenza, quando una nuova proposta dà l’avvio a un conflitto, si tende a spostare il conflitto all’esterno, interpellando gruppi più grandi o coinvolgendo altri gruppi al fine di allargare il numero dei membri del gruppo tra cui si spera di diluire il conflitto.

Si assiste all’avvento dell’Assunto di Base dell’Accoppiamento quando all’improvviso emerge una coppia dialogante all’interno del gruppo e tutti i membri ammutoliscono ed ascoltano il loro dialogo come incantati. Il vissuto inconscio è quello di essere al cospetto di un magico amplesso divino.

A volte il gruppo stesso si divide in coppie, è insomma la coppia simbolicamente generatrice del nuovo, del figlio, del “Messia” a dominare questo assunto di base.

In esso, il leader è in realtà il Messia non ancora nato: l’idea, il progetto, il cambiamento utopico cui il gruppo affida ogni speranza di palingenesi di sé stesso, dell’azienda, dell’umanità.

Sono i gruppi straordinariamente creativi descritti da Alberoni come in preda allo “stato nascente”, potenzialmente assai produttivi ma soggetti a diversi rischi, se non pilotati da una buona leadership. Il problema di questo gruppo è, infatti, che, al fine di scongiurare la temuta fine del gruppo, il Messia non deve mai nascere!

Spesso accade dunque che, quando appare la temuta “idea nuova”, il gruppo si scinda in due sottogruppi aventi ciascuno il suo leader: il sottogruppo “conservatore” e quello “progressista”. Se i conservatori mirano a preservare lo “status quo”, i progressisti propongono soluzioni sempre più difficili, sempre più elitarie, alzando l’asticella delle pretese utopiche tanto in alto che … ogni possibilità di realizzazione del progetto viene scongiurata. Sicché, anche per questa volta il Messia non nascerà.

Diversamente dal gruppo in Dipendenza, in cui a dominare era il tempo passato, il gruppo in Accoppiamento è rivolto al futuro, vive talmente immerso in questa dimensione temporale da perdere presa sul presente.

Per dirla tutta, nessun gruppo in Assunto di Base ha, in realtà, alcuna contezza della dimensione reale del tempo e della storia, immerso com’è in un’atemporalità nella quale il valore dell’esperienza e la possibilità di apprendere da essa sono bandite. Quando il convitato di pietra della rivalità e del sospetto torna a galla, anche questo Assunto di Base cede il passo ad altro.

Abbiamo imparato a conoscere bene, negli ultimi anni, il gruppo in assunto di base di Attacco e Fuga, il cui unico obiettivo è attaccare per distruggere, oppure fuggire fino ad autoannichilirsi.

Nessun leader viene accettato, in esso, che non abbia l’esclusivo obiettivo di individuare un chiaro nemico contro cui lottare o fuggire.

È talmente importante il nemico che, ogni volta che non c’è, occorre crearlo all’esterno o all’interno del gruppo stesso.

Ognuno di voi potrà sorridere amaramente, dentro di sé, ricordando l’assoluta futilità di processi pretestuosi di individuazione gruppale di “capri espiatori” la cui eliminazione dal gruppo non solo non ha rappresentato un vantaggio, ma un serio impoverimento. A volte il pericolo avvertito nel gruppo è tale che si individua, per esempio, nel “Direttivo”, colpevole di ogni nefandezza, il nemico. A nulla valgono i commenti dei pochi razionali rimasti che trattano, uno ad uno, gli ipotetici “capi d’accusa” che inchioderebbero il Direttivo, dimostrando prove alla mano che sono del tutto inconsistenti: la razionalità non ha rappresentanza, quando un gruppo è travolto dalla paranoia.

Troviamo nella società più ampia tre grandi istituzioni storicamente adibite a rappresentare, dunque a controllare, la forza degli assunti di base: la Chiesa per il gruppo in Assunto di Base della Dipendenza, l’Aristocrazia (e oggi la genetica) per l’assunto di base dell’Accoppiamento e l’Esercito per l’Attacco e Fuga.

Unico modo per tentare di dirimere le potenti forze in atto nelle gruppalità umana resta… il duro e continuo lavoro. Per i volenterosi pervasi dalla necessità di realizzare la loro bellezza nel mondo, si tratta cioè di monitorare costantemente i processi mentali e gli stati emotivi del gruppo, problematizzandoli attraverso quel “pensiero secondario” che teorizzi l’esperienza attraverso la più alta delle facoltà umane, l’elaborazione creativa.

Teniamo presente che ogni membro di un gruppo pervaso da ideali ha bisogno di obiettivi del gruppo concretamente realizzati, ma anche di realizzare sé stesso nel compito e di veder valorizzata la sua originalità di contributo.

Un fondamentale  accorgimento è la selezione dei membri del gruppo stesso: attenzione a scegliere almeno un “ottanta per cento” di persone risolte, capaci di mettersi in discussione  sul serio, persino deprimendosi costruttivamente, quando le cose proprio non vanno.

L‘intelligenza, insomma, come unico antidoto alla follia, assieme alla strada lunga del lavoro contrapposta a quella breve della magia. Non ci sono scorciatoie né soluzioni prescritte.

* Pubblicato su Come Don Chisciotte

Un pensiero su “PERCHÉ SI SPACCANO I PICCOLI GRUPPI di Alessia Vignali”

  1. Lorenzo dice:

    Senza sapere nulla di scienze comportamentali mi permetto di dubitare dei concetti e delle parole fiorite dell’articolo.

    Ciò che tiene assieme i gruppi non è “la più alta delle facoltà umane, l’elaborazione creativa”, ma il nudo e brutale istinto gregario.

    Il motivo per cui oggi si ha difficoltà a tenere assieme i gruppi è che il benessere unito alle (anche vostre) ideologie emancipative ha distrutto ogni senso di sacrificio e di realizzazione in una progettualità di lungo termine, creando un’umanità demotivata, nevrotizzata e narcisistica che ignora il principio di autorità e quindi non tende a identificarsi in un tutto che lo sovrasta, in una religione sovrannaturale o secolarizzata (ideologia). Quando sembra farlo è spesso solo un pretesto per sfogare il suo bisogno di proporsi al centro dell’attenzione (col risultato di creare conflitti d’ogni genere).

    I processi di monitoraggio possono lenire il problema, non risolverlo.

    E’ in qualche misura il mondo liberato dai ceppi dell’autorità e della tradizione che avete auspicato. Nietsche e Freud ve lo avevano detto che sarebbe finita così.

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