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SE WASHINGTON PIANGE, BRUXELLES NON RIDE di Leonardo Mazzei

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Buone notizie dal fronte occidentale. Ad Atlanta, dandosi vicendevolmente del “criminale”, Biden e Trump hanno messo in mostra quanto sia profonda la crisi dell’Occidente. Per nascondere malamente quello stesso disorientamento, a Bruxelles hanno invece scelto la farsa. Quella di un continuismo impossibile, di una quasi unanimità di facciata alla quale nessuno crede. Il minimo comun denominatore di queste due fotografie transatlantiche è l’arroganza. Quella di chi ha ancora un enorme potere a dispetto del consenso che manca, quella di chi vorrebbe fermare il tempo al cospetto di un mondo che cambia.

Fin qui la plastica immagine della crisi dell’occidente. Il problema è che è proprio la percezione di questo incipiente declino a spingere le oligarchie euro-atlantiche alla guerra. Se quello americano è palesemente un vero dramma in seno al potere, nella sostanza le cose non vanno diversamente in Europa, specie nel suo cuore carolingio.

La misera vicenda delle nomine Ue, di cui si parla in questi giorni, ce lo mostra in abbondanza. Chiusi nella loro inaccessibile torre d’avorio, benché resa piuttosto traballante dal voto del 9 giugno, i caporioni dell’Ue han deciso di tirar dritto: stessi equilibri, stessi uomini, stesse donne, stesse logiche. E, soprattutto, conferma della scelta di guerra alla Russia.

Formalmente l’operazione Tutto va bene Madama la marchesa è (quasi) riuscita, ma le apparenze non devono ingannare. Al Consiglio europeo ben 25 paesi su 27 hanno infatti approvato i nomi destinati a coprire i tre ruoli apicali dell’Ue per i prossimi 5 anni. I cosiddetti “top jobs”, nell’orribile europeese che si parla a Bruxelles. I nomi sono quelli di Ursula Von der Leyen, confermata alla guida della Commissione; dell’estone Kaja Kallas, candidata al ruolo di Alta rappresentante per la politica estera; del portoghese Antonio Costa, eletto presidente del Consiglio stesso. Questi nomi dovranno però essere approvati dal parlamento europeo, dove non tutto è scontato.

Le decisioni del Consiglio confermano la maggioranza politica uscente, formata da popolari (Von der Leyen), socialisti (Costa) e liberali (Kallas). Questo tripartito (specie nella sua componente liberale e macroniana) è uscito indebolito dal voto, ma ha ancora la maggioranza a Strasburgo. Tutto normale, dunque? Assolutamente no, perché l’Ue che non è né una federazione, né una confederazione, è ancor meno uno Stato. Da qui la prassi del consenso, generalmente dell’unanimità, tra tutti gli Stati membri.

Il fatto è che la quadra sui vertici dell’Unione, prima ancora che tra i partiti, è stata trovata ancora una volta dall’asse Berlino-Parigi. Ma a Berlino governa uno Scholz con una (ex) “maggioranza” ormai ridotta al 30%, mentre il piccolo Napoleone parigino è ora stimato attorno al 20%… Con quale legittimità possono ancora dettar legge questi due?

E’ sulla denuncia di questa evidente forzatura che ha cercato di far leva, per ora fallendo, Giorgia Meloni. La capa del governo italiano si è così astenuta su Von der Leyen, mentre ha votato contro a Kallas e Costa. Ugualmente dissenziente l’ungherese Orban, che ha però votato in maniera del tutto difforme da Meloni: contrario a Von der Leyen, astenuto su Kallas, a favore di Costa. Questo quadretto, che certo parla anche delle notevoli spaccature presenti nella destra europea, annuncia però la fine del soffocante unanimismo bruxellese, preannunciando nuove e ben più gravi fratture nella già barcollante costruzione europea.

Una vergogna chiamata Pd

Molti commentatori ritengono che l’astensione meloniana su Von der Leyen preluda semplicemente ad una trattativa per assicurare alla tedesca i 24 voti di Fratelli d’Italia, quando il parlamento di Strasburgo la dovrà votare a scrutinio segreto. Vista la pittoresca miseria della politica italiana è possibile che finisca così: un voto, forse decisivo, all’amica Ursula, in cambio di una nomina di peso nella Commissione ad un meloniano di stretta osservanza (si dice Fitto o Crosetto).

Siamo dunque di fronte alla solita tempesta in un bicchier d’acqua? Ne dubitiamo assai. E ne dubitiamo per due robusti motivi di fondo. Il primo è che il terremoto che non c’è stato a Strasburgo, ha invece colpito duro a Berlino e soprattutto a Parigi. Onde sismiche che prima o poi arriveranno giocoforza anche a Bruxelles. Impossibile, dunque, far finta di niente.

Il secondo motivo è la guerra. La scelta del Consiglio europeo è netta. Mentre la conferma di Von der Leyen è il segno dell’assoluta continuità nella posizione atlantista ed anti-russa, la nomina della Kallas vuole rendere questa postura ancor più aggressiva e violenta. Si aggrava così la frattura tra la politica guerrafondaia dell’oligarchia e la volontà di pace dei popoli.

Certo, non è questa la ragione del dissenso meloniano, ma che dire della vergognosa posizione espressa dal Pd e dall’intera rete collaterale (media, intellettuali, ecc.) di Piddinia City? Se di Meloni dobbiamo denunciare un sovranismo solo a parole, un filo-atlantismo sfegatato, un’incoerenza costante come il suo accento romanesco, che dire dell’attuale posizione della maggiore forza di opposizione?

Costoro stanno con Von der Leyen, con Kallas, dunque con la corrente più violentemente anti-russa. E stanno con un’oligarchia europea la cui arroganza è inversamente proporzionale al consenso di cui gode. Stanno con il guerrafondaio Macron, con un governo tedesco che vuole riarmare per provare a rinverdire i fasti del 1941…

Costoro dicono che Meloni ha isolato l’Italia, noi siamo invece preoccupati piuttosto dal contrario: il suo possibile ritorno nell’ovile. Ma, indipendentemente da quello che farà Meloni, qui la vergogna piddina non ha limiti. Qual è, infatti, l’idea di democrazia di questo partito? Quale la sua proposta a difesa dei legittimi interessi nazionali (cosa ben diversa dal nazionalismo) del nostro Paese?

E’ accettabile l’emarginazione dell’Italia a causa delle scelte politiche dei suoi cittadini? A noi questa situazione non stupisce, ma essa dovrebbe semplicemente scandalizzare chi come i piddini non fa altro che esaltare le virtù “democratiche” dell’Ue. I quali, invece, si affidano a “mamma Europa” per rimediare alle loro debacle elettorali. Un atteggiamento da bambini viziati, impossibilitati a crescere.

Bulletti che ci stanno dicendo che siccome gli elettori non hanno votato come desiderano a Bruxelles, l’Italia dovrà stare in castigo, così la prossima volta ci penseranno.

Conclusioni

Detto del Pd e delle sue infamie, guardiamo brevemente ai possibili sviluppi della situazione. Mentre scriviamo le urne sono aperte in Francia. Tra le tante incertezze, una granitica sicurezza: dopo il primo schiaffo, Macron si beccherà pure il secondo. E, prima o poi, il piccolo Napoleone potrebbe essere costretto pure lui all’esilio politico.

Dopo questo primo round francese, l’Ue si troverà di fronte al nodo Ucraina: inviare le truppe o accettare la sconfitta? E questo in contemporanea al dramma d’oltre-Oceano. Davvero si pensa che tutto possa restare come prima? Davvero si pensa che in mezzo al caos attuale, ed ancor più di fronte a quello che si annuncia, l’Ue “rinascerà più bella e più superba che pria”? Suvvia, siamo seri.

A dispetto dei suoi caporioni, e delle loro ben protette torri d’avorio, l’edificio eurista è ormai scosso nelle sue fondamenta. Certo, i tempi del suo definitivo crollo non sono ancora stabiliti, ma la sua fine sì. Compito delle forze coscienti, di chi comprende la necessità di questo passaggio, è quello di lavorare affinché il suo tracollo, da accelerare il più possibile, sia anche quello del neoliberismo e dell’atlantismo.

Ed oggi la sfida decisiva è quella della guerra. Lottare per portare l’Italia fuori dal conflitto è il contributo principale che possiamo dare per il futuro del nostro Paese, ed in definitiva della stessa Europa. Perché, esattamente al contrario di quel che ci dicono, difendere l’Europa oggi – cioè, difendere concretamente il diritto dei popoli europei alla vita, alla pace, ad un’esistenza degna di essere vissuta – passa proprio dalla fine dell’Unione Europea.

In definitiva, o l’Europa si libererà dall’Unione Europea, o saranno le politiche di guerra di quest’ultima a distruggerla.

Un pensiero su “SE WASHINGTON PIANGE, BRUXELLES NON RIDE di Leonardo Mazzei”

  1. Francesco dice:

    Il regime euro-atlantista è certamente in difficoltà ma ha purtroppo ancora molte armi a disposizione. Una di queste è quella dei “COLLABORAZIONISTI”.
    Personaggi come Melechon appartengono appunto a questa categoria: con la sua decisione di ritirare i propri candidati nelle circoscrizioni in cui sono arrivati al terzo posto pur di “arginare l’avanzata della destra fascista” non solo egli ha fornito una scialuppa di salvataggio a Macron, consentendogli di ridurre lo svantaggio dalla Le Pen, ma ha creato le premesse per un governo di coalizione di centrosinistra che ovviamente proseguirà le criminali politiche euro-atlantiste.
    Se Melechon è un collaborazionista, che dire dei suoi seguaci pronti a seguirne le indicazioni di voto? UTILI IDIOTI al servizio del regime euro-atlantista. La dimostrazione che la piaga dei cosiddetti “SINISTRATI” non è soltanto italiana…

    Francesco F.
    Manduria (Ta)

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