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ELOGIO DELLA RIFORMA PROTESTANTE di Paolo De Prai

Volentieri pubblichiamo le considerazioni critiche dell’amico De Prai. Egli è un comunista di fede valdese e, in quanto valdese si considera figlio e discepolo di Lutero e della Riforma Protestante. Si capisce dunque che non ama né l’Umanesimo Italiano né quello europeo, di cui i movimenti luterani e calvinisti si consideravano acerrimi nemici. Per giustificare la sua posizione teologica usa come scudo politico Antonio Gramsci, sostenendo che la Riforma sia stata non solo cosa buona e giusta bensì rivoluzionaria, mentre l’Umanesimo Italiano sarebbe stato un fenomeno reazionario di decadenza. In breve De Prai contesta alla radice quanto da noi sostenuto nel breve saggio IN DIFESA DELL’UMANESIMO ITALIANO. Ma cosa esattamente abbiamo sostenuto? Che nell’Umanesimo Italiano c’erano sì i semi di una Modernità possibile, che tuttavia non si è inverata (che quella che si è inverata, visti i frutti avvelenati che ci consegna, non riusciamo proprio ad amare), poiché quei semi non poterono germogliare proprio grazie all’aggressione combinata della Riforma Protestante e della Controriforma cattolica. Due martiri simboleggiano questa convergenza infame: la morte sul rogo di Giordano Bruno nell’anno 1600 decisa dal Sant’uffizio, e quella antecedente di Michele Serveto compiuta dai calvinisti ginevrini nel 1553 — Lutero aveva già avuto modo, in combutta coi feudatari, di sterminare nel 1526 i contadini proto-comunisti tedeschi in rivolta.

Avremo modo di tornare sulla questione, non senza dimenticare quanto affermò il grande Thomas Mann a Washington il 6 giugno 1945: «Non mi sarebbe piaciuto essere ospite alla tavola di Lutero, mi sarei probabilmente sentito come nella dimora di un orco, mentre sono persuaso che me la sarei cavata molto meglio con Leone X, cioè con Giovanni de’ Medici, il cortese umanista, che Lutero soleva chiamare “la scrofa del demonio”, il Papa».

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Quale percorso ha avuto l’umanesimo italiano? E con quali conseguenze per noi oggi?

Ho letto un articolo interessante di Moreno Pasquinelli IN DIFESA DELL’UMANESIMO ITALIANO, che ringrazio tra l’altro per il bel convegno sul sionismo tenuto a Roma il 25 ottobre scorso.

Discutere sull’Umanesimo italiano ha un senso se si vuole capire il percorso della modernità, ma le conclusioni a cui giungo, che sono le stesse di Gramsci, non collimano con l’articolo di Pasquinelli.

In tanti anni di militanza comunista ho riscontrato più volte la difficoltà dei marxisti italiani nell’approcciarsi alla modernità e quindi al pensiero gramsciano e tanto meno a una chiara idea di laicità.

Il problema nasce perché lo spazio culturale in Italia è sottoposto alla dittatura della Chiesa Cattolica nei mass-media e nella politica, e quindi c’è una rimozione della Riforma Protestante e delle sue ragioni che in questo articolo viene affrontata in connessione all’umanesimo italiano e alla modernità.

La discussione sull’Umanesimo deve partire necessariamente dalla “modernità ellenista”.

La modernità ellenista iniziò a sorgere intorno al VI secolo a.C., tramite l’azione dei filosofi greci e delle loro scuole in un ambiente di traffici estesi nel Mediterraneo e di colonie greche dalla Spagna occidentale (Emporium), alla Francia (Marsiglia), nella Magna Grecia, in Africa (Cirene) e nel mar Nero.

Con la conquista di Alessandro Magno la cultura e la filosofia ellenistica si diffuse enormemente mentre la lingua greca divenne la lingua franca e del sapere in tutto il Mediterraneo e oltre.

I filosofi greci studiavano sia le scienze che la matematica (numerazione posizionale tramite l’alfabeto greco), avendo un approccio molto pratico e non solo speculativo (epicurei e stoici).

L’impero romano incluse nella sua cultura quella ellenistica e a questa modernità ellenista si rapportò fortemente anche il cristianesimo apostolico (Paolo di Tarso): questa fase ebbe caratteristiche di decadenza.

Con Costantino il cristianesimo divenne parte della struttura imperiale di controllo territoriale, trasformando le organizzazioni dei vescovi (che avevano assunto a riferimento l’organizzazione costrittiva del Sinedrio rinnegando l’organizzazione degli apostoli), divenendo chiesa imperiale, da cui derivò cattolicesimo e ortodossia.

L’intolleranza della chiesa imperiale, diventata religione di stato, impose la chiusura dei templi pagani, ma quest’ultimi erano la sede delle scuole filosofiche (Serapeo ad Alessandria, Areopago ad Atene), ovvero le sedi di elaborazione e trasmissione scientifica, provocando una drastica perdita di conoscenza e capacità tecnica, sprofondando il mondo ex imperiale nel Medioevo imbarbarito.

I filosofi e i loro testi emigrarono sia nel mondo mussulmano che in India, salvando testi e conoscenze elleniste tornate a noi grazie a questa mediazione o tramite palinsesti.

Dopo Il lungo oblio in occidente delle scienze, dopo secoli, esso riprese a occuparsi di loro riscoprendo l’interesse per i filosofi in un periodo, dopo l’XI secolo, in cui in Italia nascevano nuove strutture “democratiche”, i comuni, si sviluppavano le industrie della tessitura della lana, i monasteri diventavano accumulatori di capitali, ricchezze acquisite tramite il lavoro dei monaci che non riproducendosi lasciavano tutto il plus valore alla abbazia di appartenenza, venivano fondate le prime università (Parigi, Bologna, Napoli), le lingue romanze cominciavano ad essere usate in letteratura e infine si diffuse uno spirito culturale nuovo per cui i movimenti pauperisti (il più importante e diffuso fu quello dei valdesi) avanzò una possibile rottura culturale: in Italia e nel sud della Francia si era sviluppato un embrione di modernità.

La repressione della santa inquisizione contro i movimenti pauperistici, inglobati e omologati nell’ordine francescano, la trasformazione dei comuni “democratici” in Signorie, nonché la strage dei catari della Provenza e la relativa distruzione della loro lingua, cultura e l’assoggettamento al nord francese bloccò questo abbozzo di modernità.

Nonostante un quadro politico e culturale italiano fortemente omologato alcuni aspetti culturali della pre-modernità italiana perdurarono, in particolare lo studio dei filosofi (Seneca) e della lingua greca.

Nel XV secolo l’interesse agli autori antichi si unì a uno spirito di indagine critica, come per Lorenzo Valla che dimostrò essere falso il documento detto della “donazione di Costantino”, edito nel VIII secolo, probabilmente a Roma e in Laterano, testo che ebbe particolare importanza per la Riforma Protestante, che diede dignità e conferma del rifiuto di tale “donazione” rivendicata in passato dai valdesi medioevali.

Nel 1453 Costantinopoli venne conquistata dai turchi (anche per l’indifferenza dei re e dei papi in occidente), ma questo comportò l’arrivo in occidente di numerosi testi greci che aumentò enormemente l’interesse, sia per la lingua che per i filosofi pagani/ellenisti.

La capacità della navigazione oceanica e (per l’occidente) la conoscenza di nuove terre (le Americhe nel 1492) aprì il mondo occidentale all’idea di un mondo vasto e in questo quadro si inserì la rottura culturale della Riforma Protestante.

I principi da cui partì la Riforma furono la riscoperta dei testi biblici originari greci e poi quelli ebraici, (rifiuto dei dogmi e necessità di riscoprire il vero messaggio biblico), rapportarsi direttamente a Dio (e non più tramite preti, santi e madonne) e infine decidere insieme come riformare la chiesa cristiana prendendo a modello l’organizzazione “democratica” del cristianesimo apostolico.

Questi tre principi, in seguito, evolvettero autonomamente nel pensiero illuminista e nei filosofi occidentali, tedeschi in particolare.

Questo processo evolutivo della modernità arrivò infine alla filosofia di Marx e dei marxisti.

La divaricazione tra Umanesimo italiano e Riforma Protestante ( e quindi dalla modernità occidentale) avvenne plasticamente nel confronto tra Erasmo da Rotterdam e Martin Lutero.

All’inizio Erasmo fu il riferimento da cui partì la Riforma attraverso la sua rivalutazione del testo greco del Nuovo Testamento ma con il procedere delle discussioni e delle prese di posizione teologiche entrò in contrasto con i riformati, per cui scrisse nel 1524 “de libero arbitrio diatribe sive collatio” a cui rispose Lutero nel 1525 con “De servo arbitrio”.

Il pensiero umanista aveva portato Erasmo a una serie di affermazioni che mettevano “l’uomo” e la sua relativa libertà quale artefice di se stesso, utilizzando rimandi a categorie umane e riferimenti filosofici, conciliando con tali affermazioni i filosofi ellenisti con il pensiero cristiano.

Lutero rispose drastico contro lo scritto di Erasmo argomentando, tramite i testi evangelici, negando che l’uomo è artefice di se stesso perché è allo stesso tempo peccatore e giusto, sottoposto alla predestinazione che solo Dio conosce e la salvezza avviene non per le azioni umane ma perché vi è l’azione dello Spirito Santo.

Erasmo si ritrovò isolato culturalmente sia rispetto ai riformati, sia agli ambienti cattolici.

Erasmo non aveva capito che affermare l’uomo artefice di se stesso era affermare che le opere di misericordia erano il mezzo per la sua salvezza, cosa respinta dai riformati i quali si opponevano alle indulgenze e al relativo potere della gerarchia cattolica: i riformati affermavano invece la grazia gratuita (di Dio) tramite la fede, mentre le opere di “misericordia” sono la risposta del cristiano grato per avere ricevuto l’amore di Dio e altrettanto gratuitamente donano amore al prossimo, senza necessità di un compenso.

Da marxista aggiungo che Erasmo non aveva capito che le affermazioni teologiche dei riformati erano una potente rottura culturale, oltre che teologica, rispetto al cattolicesimo e al suo relativo mondo culturale oppressivo (Santa inquisizione, successivo indice dei libri, idolatrie di santi e madonne, ecc.) di cui era stato intriso tutto il medioevo.

Erasmo, con la sua cultura dotta ed ecclettica, non capiva le spinte culturali popolari proposte da “avanguardie” molto diffuse e non di singoli intellettuali, tanto da suscitare una grande rivolta contadina basata su una interpretazione radicale della Riforma, l’anabattismo, e su una società comunista (che era il modo di vivere del primissimo cristianesimo).

La cultura di Erasmo era fatta di ragionamenti e non di cose concrete.

La divaricazione nel percorso della cultura umanista avvenne quindi con Erasmo e Lutero, quella precedente, che bisogna chiamare “primo umanesimo”, nata nel XI secolo, era “progressiva”, come chiarito da Gramsci (e Engels), quella successiva divenne da una parte Riforma Protestante e Modernità mentre dall’altra divenne Rinascimento o “secondo umanesimo”, con una caratteristica “reazionaria” come chiarì sempre Gramsci e senza esplicitarlo, anche Engels perché vide la modernità quale proseguimento del primo umanesimo.

L’umanesimo italiano successivo continuò e si auto recluse in un mondo di ragionamenti (Aristotele che tanto aveva respinto Lutero) che trovavano ragione in se stessi, mentre la società italiana cadde in un conservatorismo culturale e politico che perdurò sino alla rivoluzione francese ma anche dopo: la società italiana visse una politizzazione della confessione religiosa e una confessionalizzazione della politica, ovvero il potere politico (assolutista) e le gerarchie cattoliche (oscurantiste) si sostenevano mutualmente, fenomeno che esiste ancora oggi, basta pensare alla Democrazia Cristiana e alle difficoltà in Italia circa le leggi civili (divorzio, aborto, unioni omo-affettive, fine vita, procreazione assistita, ecc.).

L’Umanesimo italiano dopo Erasmo fu essenzialmente un atto di decadenza, come argomentò De Sanctis.

Il contrasto tra Erasmo e Lutero e le ragioni culturali che ne sottendono sono dietro la critica di Antonio Gramsci a quel “trombone” di Benedetto Croce.

Gramsci si oppose alla critica stroncante del Croce il quale riteneva i riformati dei bruti, mentre per lui erano l’espressione di un movimento di rottura culturale di massa vivo ed esplosivo.

Benedetto Croce era un filosofo che argomentava più volte in maniera slegata dalla realtà, rifiutando che il pensiero scientifico fosse filosofia (polemica contro Federigo Enriques, mentre al contrario è parte dell’essenza della modernità), affermando che i riformati italiani del XVI secolo (Soncini e altri) fosse inutile studiarli perché  erano i perdenti della storia, avvicinandosi al marxismo per poi respingerlo, votare il governo fascista nel 1924 per poi rifiutarlo ma al contempo definire il fascismo una malattia morale, dirsi ateo ma dileggiare l’ex prete modernista Buonaiuti scomunicato e perseguitato dal Vaticano, per poi scrivere nel 1944 il testo “perché non possiamo non dirci cristiani” avendo a riferimento la chiesa cattolica controriformata dell’oscurantista e filo fascista Pio XII.

Benedetto Croce rappresenta bene la drammatica caduta dell’umanesimo italiano, fatto di affermazioni contraddittorie e sostenute da argomenti slegati dalla realtà: altro che storicismo!

All’opposto Gramsci proponeva la filosofia della prassi, che al contrario, con la realtà voleva essere concretamente legata.

Quello che proponeva Gramsci era, attraverso i suoi scritti dal carcere, un percorso perché in Italia si formasse una avanguardia (comunista), quindi una classe di intellettuali che proponessero un percorso verso una rottura culturale e politica radicale che portasse al comunismo.

Anche il suo funerale fu un monito verso questo percorso, monito assolutamente non capito.

Le ceneri di Gramsci furono inizialmente sepolte al cimitero del Verano ma da subito la cognata Tatiana operò perché esse fossero trasferite al cimitero acattolico della Piramide, un anno e mezzo dopo la cremazione, e lì registrato come “acattolico”.

Questo cimitero era sorto nel XVII secolo per la sepoltura di protestanti morti a Roma o in Italia (acattolico per la curia era un sinonimo di protestanti, per non nominarli).

Questa scelta così tenacemente perseguita da Tatiana fu sicuramente concordata e voluta da Gramsci, che voleva allo stesso tempo marcare una rottura con il cattolicesimo fonte di tanti mali italiani ma anche luogo di riposo eterno di artisti e poeti, ovvero di una sperata avanguardia comunista.

Sfortunatamente il togliattismo, invece che la rottura culturale e una nuova avanguardia culturale, si concentrò sul partito (e il suo potere) quale artefice della rivoluzione.

Il togliattismo era culturalmente moderato se non decadente, tanto che il più gramsciano degli intellettuali italiani, Pasolini, fu espulso dal partito per  indegnità (l’omosessualità considerata inaccettabile), ma anche verso il cattolicesimo il PCI si dimostrò moderato, tanto che dopo il Concilio Vaticano II l’interesse del PCI fu di inciuciare con la Democrazia Cristiana e settori cattolici e vaticani vari, sostanzialmente indifferente sia alle Comunità di Base, composte di cattolici radicali dopo il Concilio, sia alle chiese Protestanti, che erano composte specialmente da socialisti e comunisti (specialmente i battisti), specialmente nei loro movimenti giovanili che nel 1968 discutevano di Thomas Muntzer e Lutero.

La parabola del PCI, simile al “secondo umanesimo”, fu quello di “moderarizzarsi”, rinnegare il comunismo, assumere come ideologia il liberismo e allinearsi in tutto al padrone yankee (adesione alla Nato): una parabola decadente che si è compiuta nel Partito Democratico, massimo scimmiottamento del padrone statunitense.

Per Concludere, il nostro approccio di marxisti agli accadimenti avvenuti nel l’umanesimo non deve essere moralista: cattivo Lutero perché appoggiava i principi contro i contadini, anabattisti bravi rivoluzionari perché fecero il primo movimento comunista, interessante Erasmo perché affermava il libero arbitrio quindi, non volendo, l’indipendenza degli uomini dal divino.

Il nostro pensiero e la nostra analisi deve al contrario concentrarsi sulle conseguenze che fatti e idee hanno portato alla modernità e quindi al marxismo: oggi siamo debitori di Lutero, di Thomas Muntzer, e di tanti altri che spesso non cogliamo essere alla base di quello che siamo oggi.

Un pensiero su “ELOGIO DELLA RIFORMA PROTESTANTE di Paolo De Prai”

  1. Graziano+PRIOTTO dice:

    Ua dibattito da continuare poiché non si può concludere assegnando meriti e demeriti ad uno solo dei movimenti (umanesimo o riforma). Gli intrecci sono molti e complessi. Inoltre sarebbe utile ampliare: sul rogo finirono non soltanto Serveto e Giordano Bruno ma prima di loro Jan Hus (1415) , e come ulteriore anche se non diretta conseguenza del suo martirio l’Europa fu squarciata prima dalle guerre Hussite e poi due secoli dopo dalla guerra dei Trent’anni.
    Dunque l’uso politico del fenomeno religioso ha decisamente modellato tutto ciò che ne è seguito: al limite possiamo vedere l’attuale russofobia imposta con ogni mezzo ai popoli d’Europa come un uso analogo a quello che fu il credo cattolico ed evangelico – protestante.
    Unica eccezione è probabilmente la chiesa Valdese, che diede sí un grande contributo alla resistenza antifascista ma non aspirò mai ad imporsi né come movimento per evangelizzare né come ideologia associabile al potere.

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