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DIRITTI CIVILI “DIRITTI COSMETICI”? di Moreno Pasquinelli

Riteniamo utile soffermarci sulla questione dei diritti civili, da alcuni considerati più genericamente “diritti umani”, per la cosiddetta “scienza giuridica” “diritti di terza generazione — seguiti poi da quelli della cosiddetta “quarta generazione”: relativi non solo all’uso delle tecnologie e la protezione dei dati personali on line e alla cittadinanza digitale, ma quelli legati alla bioetica. Lo facciamo ripubblicando due articoli: il primo col titolo A QUELLI DEI DIRITTI CIVILI…NO,  è del 20 maggio 2015;il secondo, DIRITTI CIVILI: LA SITUAZIONE È TRAGICA MA NON È SERIA, è del 26 maggio dello stesso anno. Entrambi apparvero su SOLLEVAZIONE quando era un blog del Movimento Popolare di Liberazione. I due articoli sono una critica all’allora Associazione Riconquistare la Sovranità (ARS) che in maniera secca proponeva di «Rifiutare la categoria dei diritti civili».

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A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI…NO

«Rifiutare la categoria dei diritti civili». Un giudizio inequivocabile, la cui natura apodittica non muta quando si aggiunge in modo furbesco che si dovrà “affrontare lo studio separato di ogni questione se e quando, giunto in Parlamento, se ne presenterà l’occasione” riconoscendo poi “agli iscritti il diritto di maturare con autonomia la propria opinione”. Sorvoliamo sullo zuccherino della “libertà di coscienza”. E’ sintomatica l’idea che un dato problema sociale acquisisca dignità politica solo quando entra nell’agenda del Legislatore. Qui è implicito il dogma proprio del positivismo giuridico, della supremazia assoluta della volontà statuale, del primato della costituzione formale su quella materiale. Vorremmo far notare che il diritto invece, come l’hegeliana nottola di Minerva, segue e quindi registra post festum le trasformazioni sociali, quali che esse siano.

Il documento esordisce con una premessa disarmante:

«La categoria dei diritti civili è una delle più ideologiche che esistano. Essa tenda a scindere la comunità in due fazioni: da un lato coloro che sono favorevoli ai diritti civili, dall’altro coloro che sono contrari».

Che sciocchezza! Questo astruso ragionamento, con il pretesto di condannare l’ideologia, ci propina il mito più ideologico che esista: quello dell’unità della “comunità nazionale” come un valore sacro, metastorico, al di sopra degli antagonismi sociali e delle lotte politiche. Ogni società non è solo divisa in classi sociali con interessi diversi ed anche contrapposti, è divisa da identità, visioni del mondo, differenti appartenenze politiche, culturali e religiose. Quindi segnata dalla lotta incessante… “tra fazioni”, la quale muta non solo le consuetudini ed i costumi ma le stesse relazioni fra classi e gruppi. Tanto per fare un esempio che sta a cuore anche ad ARS: oggi gli italiani sono divisi tra chi ritiene sia giusto stare nell’Unione euro(pea) e chi ritiene il contrario. Che forse noi dovremmo, per la gioia degli euristi, tacere e cessare di batterci per la sovranità politica e monetaria perché questo “scinde la comunità in due fazioni”?

Poco più avanti il documento lascia intendere che i “diritti civili” siano solo “diritti cosmetici”, quisquiglie, aria fritta; comunque “secondari rispetto ai diritti sociali”.

Per restare ai diritti civili, forse che ARS non avrebbe partecipato al referendum del maggio 1974 che diede agli italiani il diritto al divorzio? Allora la “comunità” era più divisa che mai e lo scontro tra opposte visioni della famiglia e della vita era al calor bianco. Non pensa ARS che la conquista del diritto al divorzio e quindi la sconfitta della Dc e delle destre reazionarie e fasciste fu un evento di grande e positivo valore?

Che giudizio avrebbe dato infine ARS della legge del 1978 che legalizzò l’aborto? Che era un “diritto ideologico” che “scindeva la comunità”? E quindi, come avrebbe votato nel maggio 1981 quando, su iniziativa del mondo democristiano e ciellino, si svolse il referendum per abrogare quella legge?

L’errore, al netto della vacua astrattezza del documento e dell’ampolloso linguaggio giuridico, è di principio ed è molto serio.

ARS sembra muovere da un sofisma teorico. Esso consiste nel porre una differenza di tipo qualitativo, se non addirittura un’opposizione, tra diritti sociali, diritti politici, diritti democratici, diritti umani e “diritti civili”. Questa distinzione/opposizione, semmai fosse legittima sul piano della logica giuridico-formale, non esiste nella concreta e dinamica realtà sociale.

Che forse quello al divorzio, dato che riguardava la vita concreta di milioni di cittadini, non era anche un diritto sociale? Che forse il movimento dei neri negli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti contro la segregazione razziale o quello contro l’apartheid in Sudafrica (simboli per antonomasia di battaglie per i diritti civili) non rivendicavano fondamentali diritti sociali e, oseremmo dire, di classe? Che forse ARS, per la gioia dei razzisti, li avrebbe condannati perché divisivi della “comunità nazionale”?

Siccome i dirigenti di ARS non fanno che parlare della Costituzione italiana, considerandola (a torto) una specie di Talmud, dovrebbero farsi una ripassatina, soffermandosi in particolare sugli articoli che vanno dal 13 al 28, che non a caso i costituenti hanno titolato “rapporti civili”. Si tratta, nella più classica delle tradizioni democratiche, dei diritti inviolabili non solo del cittadino, ma della persona. E sono in piena sintonia con la Dichiarazione universale dei diritti umani firmata nel dicembre del 1948. Rileggere anche questa non può fare che bene.

Non meno singolare che il documento di ARS in questione, si soffermi a lungo sul matrimonio e il diritto di famiglia. Leggiamo:

«Ciò che stupisce quando viene posta la questione delle unioni civili è l’invocazione di una concezione falsa e assurda del matrimonio come fattispecie dalla quale discenderebbero diritti. Ma il matrimonio è [invece] il regno dei doveri».

Segue l’elenco puntiglioso di questi doveri… È difficile sfuggire alla sensazione di essere in presenza di una difesa maldestra dell’idea cattolica della sacralità del matrimonio quindi della famiglia (patriarcale). Certi preti argomentano in maniera molto più critica e ponderata.

Poco dopo arriva la fatidica e non meno contorta domanda:

«si deve riconoscere il potere di contrarre vincoli e doveri personali e identici a quelli che discendono dal matrimonio anche a persone dello stesso sesso?»

Uno si aspetterebbe da un documento d’indirizzo politico, tanto più perché sottoposto al giudizio di un’assemblea nazionale una risposta chiara, ma la risposta non c’è. Date le premesse si evince tuttavia che la direzione di ARS è contraria a consegnare ad una coppia dello stesso sesso “il potere di contrarre vincoli e doveri personali” propri del matrimonio eterosessuale. Ci chiediamo: ammesso e non concesso che “il matrimonio sia il regno dei doveri” [e non anche relazione che conferisce dei diritti], perché mai proibire, ad una coppia dello stesso sesso di contrarre, se lo vuole, le obbligazioni ed i doveri stabiliti dalla legge?

Gli estensori del documento, come detto, non danno alcuna risposta che abbia un qualche senso giuridico. Si può solo evincere che sotto sotto, nuovamente, c’è un’idea sacrale del matrimonio e della famiglia. Idea cristiana si dirà. A noi pare che quanto concepiscono i dirigenti di ARS, ci riferiamo alla loro idea di diritto tutta schiacciata sui doveri, sia molto più vicina alla sharia dei musulmani i quali, al contrario dei cristiani, affermano che non c’è alcuna distinzione tra gli aspetti giuridici e quelli religiosi, perciò ritengono che non possa e non debba esserci alcuna distinzione tra norme religiose, norme civili e norme politiche. L’islam è infatti, notoriamente, una religione nomocratica, dove ogni elemento della vita sociale e civile è compreso in essa, visto che il Corano, essendo la rivelazione definitiva, contiene le soluzioni perfette non solo ai problemi di fede, ma anche a quelli etici e di condotta sociale.

L’analogia con l’islam può sembrare eccessiva. E sia. Ma qual è dunque il fondamento teorico implicito nella concezione del diritto e dello Stato di diritto di ARS? La troviamo in Giuseppe Mazzini.

Sempre su questo blog ebbi modo di scrivere:

«L’amico Stefano D’Andrea, per farla breve, sarebbe stato certamente con Mazzini contro Marx. E segue infatti lo statolatra Mazzini (teocratico e spiritualista) nel fra precedere i doveri ai diritti».

Da Mazzini ARS prende la concezione spiritualistica dello Stato, da cui discende l’idea del primato categorico dei doveri (sanciti e sanzionati dalla legge) sui diritti della persona, idea che, com’è noto, attraverso Giovanni Gentile e Alfredo Rocco, divenne il fondamento della dottrina giuridica fascista.

Non è un segreto quanto il fascismo venerasse Mazzini. C’è Mazzini nella famosa formula “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”, pronunciata da Mussolini il 28 ottobre 1925, mentre strangolava gli ultimi brandelli dello Stato di diritto ed emanava le “fascistissime “Leggi eccezionali” e fondava la dittatura. Nel liquidare quel poco di democrazia rimasta Mussolini si appoggiava infatti al Padre della Patria Giuseppe Mazzini, alla sua condanna dei diritti individuali e civili come dissolutori della coesione nazionale, alla sua visione mistica dello Stato e organicistica della Nazione (l’effige di Mazzini compariva nelle banconote della Repubblica sociale italiana). Idee che Mazzini scolpì nel suo noto saggio del 1860 I Doveri dell’uomo:

«Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l’armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del benessere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell’ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sacrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall’idea d’un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il DOVERE. Bisogna convincere gli uomini ch’essi, figli tutti d’un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d’una sola Legge —che ognuno d’essi, deve vivere, non per sé, ma per gli altri— che lo scopo della loro vita non è quello di essere più o meno felici, ma di rendere sé stessi e gli altri migliori —che il combattere l’ ingiustizia e l’errore a beneficio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa— dovere di tutta la vita».

L’idea che i diritti appartengano anzitutto allo Stato e alla comunità, mentre al singolo cittadino appartengano solo doveri (verso lo Stato appunto) è inaccettabile.

È certo che il cittadino di qualsivoglia comunità, abbia degli obblighi verso lo Stato e dei doveri verso l’intera comunità. Ma esso è, al contempo, in quanto persona umana prima ancora che come soggetto giuridico, portatore di diritti di libertà. Diritti di libertà che i cittadini debbono far valere anche contro ogni intrusione pervasiva della macchina statale la quale, dietro alla metafisica dei doveri, tende per sua stessa natura, a far prevalere i suoi propri diritti su quelli dei cittadini e delle forze sociali oppresse.

L’equivoco, se così si può chiamare, consiste nel porre una meccanica equivalenza tra comunità e Stato. Oggi lo Stato non è affatto espressione della comunità, non è, ammesso che possa mai esistere, uno “Stato di tutto il popolo”, esso è piuttosto una protesi e un’arma delle élite e delle classi dominanti. Il fatto che queste classi dominanti, attraverso il Legislatore, riconoscano diritti a determinate minoranze, anche ove ciò risponda alla logica di auto preservazione della loro egemonia, anche ove tale riconoscimento risponda alla necessità dei dominanti di apparire come paladini della libertà, non deve indurci nell’errore di voltare le spalle a chi quei diritti di eguaglianza esige.

Si può e si deve denunciare la strumentalità del potere, non negare diritti di libertà di questo o quel gruppo di cittadini, ovviamente a condizione che tali diritti non siano lesivi dei diritti e della libertà altrui. Non ci sembra che concedere agli omosessuali il diritto di contrarre matrimonio sia lesivo di una qualche altrui libertà. E ciò dovrebbe tanto più valere per chi sostiene che il matrimonio sarebbe il “regno dei doveri”.

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DIRITTI CIVILI: LA SITUAZIONE È TRAGICA MA NON È SERIA

«L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono». [Protagora, in Platone, Teeteto]

Il mio articolo A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI…NO ha suscitato diverse ed aspre critiche. Non poteva essere diversamente. La questione è controversa, e tocca più ambiti: politico, filosofico ed anche psicologico. Tutto si può dire, non che si tratti di una discussione sul sesso degli angeli.

Lo dimostra il recente referendum nella cattolica Irlanda sui matrimoni gay, segnato dalla vittoria schiacciante dei SI e da un’alta percentuale di votanti, e che destituisce di ogni ragionevole fondamento l’idea di chi liquida i diritti civili come bazzecole, “capricci” o, addirittura, li condanna come un maldestro tentativo di “distrazione di massa” delle élite neoliberiste.

Liberalismo

Sono stato accusato, da chi respinge la “categoria” stessa dei diritti civili, di essere un liberale e/o un anarchico. Accettandola io condividerei il paradigma individualistico tipico del pensiero liberale.

È curioso che l’accusa mi venga non da dei paleo-comunisti — che dunque teorizzano l’abolizione della proprietà privata e l’estinzione dello Stato, ergo la comunione integrale dei beni e una comunità basata sulla democrazia diretta—, bensì da chi ritiene inviolabile la proprietà privata, il capitalismo un sistema ottimale, divino lo Stato e sacra la Costituzione italiana.  È evidente l’autocontraddittorietà dei miei critici. Il fondamento filosofico, anzi teologico, dell’individualismo liberale è infatti il considerare “naturale” e non invece un determinato prodotto storico, la proprietà privata, il porre quest’ultima come fondamento primo dei diritti di libertà dell’uomo.

Rifiutare il paradigma liberale non autorizza nessuno a gettare l’acqua sporca col bambino. Tanto per dire: la condanna, a cui mi associo, della filosofia individualistica di Locke, non toglie nulla ai meriti del filosofo inglese, alla sua condanna dell’assolutismo, alla sua difesa del principio della tolleranza, alla sua idea di separazione tra Stato e Chiesa, ecc. Al fondo l’errore di certi giuristi statolatri e critici arruffoni è scambiare il ricco e poliforme pensiero liberale con il moderno neoliberismo, la cui forma ideologica più estrema venne ben espressa dalla nota sentenza della Thatcher: “la società non esiste, esiste solo l’individuo”.

Chi non riconosce al pensiero illuministico ed al movimento politico liberale, ovvero alla borghesia nascente, la loro funzione storica progressiva —decisiva nella battaglia per demolire i regimi feudali e nella fondazione dei moderni stati-nazione— o è un somaro oppure, gratta gratta, è un reazionario della più bell’acqua.

Un inflessibile critico della società borghese liberale fu ad esempio Karl Marx, il quale tuttavia non si sognò mai di negare il ruolo rivoluzionario della borghesia. Il fatto che contestasse al liberalismo di nascondere la diseguaglianza sociale reale dietro il velo dell’eguaglianza giuridico-formale, non gli faceva certo condannare le conquiste della rivoluzione liberale e borghese. Come invece fece il controrivoluzionario Joseph De Maistre, massimo esponente della Restaurazione.

Mi si dirà che tra Marx e De Maistre c’è un altro pensatore anti-liberale, ed anti-individualista, per la precisione Jean-Jacques Rousseau, da cui Giuseppe Mazzini trasse alcune delle sue idee politiche. Non vedo tuttavia, nel documento che prendevo di mira e nei ragionamenti di coloro che rifiutano la “categoria” dei diritti civili, né l’elogio dell’eguaglianza sociale né la preferenza per la democrazia diretta, che sono appunto i capisaldi del pensiero radicale rousseauiano.  Mazzini non è Rousseau, ciò di cui si resero ben conto i teorici della dottrina fascista, che amavano il primo ma non certo il secondo.

L’errore principale di ARS è di natura filosofica. Nel documento sui diritti civili di ARS, viene espresso, sic et simpliciter, questo principio:

«…la retorica dei diritti civili è espressione dell’individualismo filosofico e politico che l’ARS riconosce fra i suoi principali nemici».

Sotto mentite spoglie ritorna la metafisica mazziniana-gentiliana. Col pretesto di respingere l’individualismo, non solo si ripudiano gli elementi di universalità del pensiero liberale e le conquiste storiche della rivoluzione borghese, si rigettano anche i concetti di cittadino e di persona, per altro centrali nella Costituzione del 1948.

I concetti di individuocittadino persona non vanno invece confusi: il primo è liberale, il secondo giacobino, il terzo è proprio di un pensiero anti-liberale e comunitario. Il fatto è che la Costituzione italiana del 1948, essendo un compromesso tra liberali, cattolici e social-comunisti, li recepisce tutti e tre. Ma andiamo con ordine.

La Costituzione italiana

L’autocontraddittorietà di coloro che fanno spallucce davanti ai diritti civili e li respingono anzi come “cosmetici” (quindi privi di sostanza e giuridicamente illegittimi) non finisce qui.

Essi dicono di difendere la Costituzione italiana, in verità non la capiscono. Non vogliono ammettere che essa —proprio dal momento che pone a fondamento della Repubblica e dell’ordinamento giuridico l’inviolabilità dei diritti politici, democratici e quindi civili della persona— accoglie la migliore eredità liberal-democratica. Ed è proprio per il posto centrale che occupano i Titoli riguardanti i diritti della persona e del cittadino (non solo e non tanto per il principio astratto che la sovranità spetta al popolo), che la Costituzione seppellisce il fascismo e fonda la Repubblica democratica. Ed è democratica, al contrario di quanto vaneggiano certi suoi paladini, perché insiste senza ambagi che, se è vero che i cittadini hanno dei doveri verso lo Stato, è proprio su quest’ultimo che ricadono i principali obblighi e doveri, primo fra tutti, appunto, quello di rispettare i diritti inviolabili dell’individuo, in quanto persona e cittadino.

Già ricordavo il Titolo I della Costituzione (gli articoli dal 13 al 28), con la sua apertura inequivocabile: “la libertà personale è inviolabile”, ed a seguire, l’obbligo dello Stato di difendere i diritti dei cittadini che ne conseguono.

Suggerisco di leggere quindi il Titolo II “rapporti etico-sociali”, gli articoli dal 29 al 34, dove i costituenti sottolineano i fondamentali doveri dello Stato repubblicano verso i cittadini: quelli ad esempio di tutelare i figli nati fuori dal matrimonio, di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, di tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo garantendo cure gratuite agli indigenti, di assicurare la gratuità dell’istruzione. Infine, ma non meno importante, il principio che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Come si vede ai diritti del cittadino corrispondono altrettanti doveri dello Stato. È quindi falso ed in contraddizione col dettato costituzionale il principio secondo cui:

«Il fondamento dei diritti consiste invece nei doveri, sui quali si basa ogni grande e piccola comunità: soltanto adempiendo i nostri doveri abbiamo titolo per rivendicare i diritti». [1]

Se ciò fosse vero, dovremmo escludere dal godimento dei diritti civili e politici una buona fetta della popolazione, dai bambini a tutti gli adulti affetti da patologie che impediscono loro di compiere alcuni se non tutti gli obblighi previsti dalla legge.

I diritti civili

I diritti sanciti dalla Costituzione sono sociali? democratici? politici? civili? Sono, evidentemente, tutte queste cose insieme. Di più: essi sono un tutt’uno, e se cade una parte rischiano di cadere tutti.

Volendo seguire l’approccio giuridico formalistico potremmo, con Luigi Ferrajoli [2] classificare i diritti come segue:

(1) diritti di libertà: quelli che comportano per il potere pubblico il dovere di non interferire;

(2) diritti politici: quelli attinenti alla sfera pubblica;

(3) diritti civili: quelli che attengono alla sfera privata

(4) diritti sociali: quelli che sanciscono l’obbligo dello Stato alla loro tutela, rimuovendo perciò gli ostacoli al benessere dei cittadini.

Se poi vogliamo seguire Norberto Bobbio, [3] per cui i diritti non sono il prodotto della natura ma della civiltà umana, ossia sono diritti storici e in quanto tali mutevoli, occorre considerare la categoria dei

(5) diritti umani, affermatisi grazie alle lotte di questa o quella minoranza sociale, recepiti poi, in virtù del consenso generale, dagli Stati (vedi la Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU) e dalla stessa giurisprudenza.

Come detto, con le modificazioni della struttura e della sovrastruttura sociale, delle consuetudini e dei costumi, muta anche la sfera dell’etica, quindi del diritto. Diritti un tempo primari divengono secondari, alcuni addirittura periscono per lasciare il posto a diritti nuovi. Questi ultimi si sono faticosamente fatti strada, sempre dovendo vincere le resistenze di conservatori e passatisti. È il caso di ricordare i movimenti delle donne, dei neri, degli omosessuali, e di altre minoranze contro le più diverse discriminazioni sociali?

Per concludere, davanti alla comparsa di nuovi bisogni sociali, sotto la spinta dei mutamenti dei costumi, della scienza, delle comunicazioni, la dottrina giuridica ha dovuto concepire i cosiddetti “diritti di quarta generazione”. Sono quelli connessi alla bioetica, alle manipolazioni genetiche, alle nuove tecnologie di comunicazione, quelli relativi ai diritti dei malati e financo degli animali.

Chi scrive è ben lontano dal ritenere che ogni nuovo bisogno sociale sia progressivo, che quindi debba essere considerato legittimo solo in quanto “moderno” o rivendicato da qualcuno. Se, ad esempio, dev’essere considerata legittima la fecondazione artificiale, non solo omologa ma pure eterologa (in base al principio che coppie non fertili possano, con l’aiuto della scienza, avere figli), non lo è per niente la pretesa di legalizzare il commercio degli embrioni, la crioconservazione o la sperimentazione eugenetica.

L’errore madornale di considerare i diritti civili dei “capricci” conduce infine ad un curioso paradosso, alla terza antilogia.

Dopo aver sostenuto che “l’individualismo filosofico e politico è uno dei principali nemici di ARS”, il documento in questione conclude riconoscendo… “il diritto [ad ogni iscritto] di maturare con autonomia la propria opinione”. Il nemico principale, cacciato dalla finestra filosofica, rientra surrettiziamente dalla finestra della politica!mSi condanna l’individualismo liberale e poi si accetta, con la scusa che i diritti civili sono dei “capricci”, il padre di tutti i principi del liberalismo, la “libertà di coscienza”.

Aveva ragione Flaiano: “la situazione è tragica, ma non è seria”.

NOTE

[1] Vedi il Documento sui Diritti civili di ARS

[2] Luigi Ferrajoli, Dai diritti del cittadino ai diritti della persona. In: “La cittadinanza: appartenenza, identità, diritti”, a cura di Danilo Zolo.

[3] Norberto Bobbio, L’età dei diritti, Einaudi 1990

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