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TRUMPISMO E FASCISMO di Moreno Pasquinelli

Metodo e categorie politiche

Troppo spesso intellettuali e giornalisti di regime come quelli che si dichiarano “anticapitalisti” commettono l’errore di appioppare l’etichetta fascista ad ogni forma di dispotismo antidemocratico, “illiberale” e/o antiproletario. Indagare sull’origine di questa equiparazione ci porterebbe lontano; basti dire che essa è figlia di certa cultura liberale che subito dopo la seconda guerra mondiale, alle prese col fenomeno dello stalinismo, impose nel dibattito pubblico il concetto passe partout di “totalitarismo”: tutto ciò che non abitava entro il perimetro liberal-democratico era stigmatizzato come “totalitario”, di qui l’anatema e la sentenza d’ostracizzazione per chiunque si fosse rifiutato di utilizzare quel paradigma. Si potrebbe addirittura affermare che le scaturigini del tortuoso processo di sottomissione ideologica al liberalismo da parte, prima della sinistra socialista e poi di gran parte di quella comunista, risalgano proprio all’assunzione del concetto di “totalitarismo”.

I liberali ed i loro parvenu della sinistra borghese hanno condannato come “revisionista” lo storico tedesco Ernst Nolte poiché ha spiegato i due fenomeni del fascismo e del nazionalsocialismo alla luce della “guerra civile europea 1917-1945”, ovvero il fascismo come “fenomeno transpolitico unico ed epocale” che nacque anzitutto come reazione alla rivoluzione bolscevica e al “terrore rosso”. [1] Vale subito segnalare che da opposta sponda il giudizio di Nolte, mutatis mutandis, venne condiviso dalla Terza Internazionale Comunista, che qualificò il fascismo come reazione antiproletaria; come forma di “controrivoluzione preventiva” per sbarrare la strada alla rivoluzione socialista, e come risultato di una “rivoluzione mancata” — «Il fascismo è la rivincita, la vendetta attuata dalla borghesia [italiana] per il panico vissuto nel settembre del 1920».[2]

La stessa sorte di Nolte è toccata in Italia a Renzo De Felice, anche lui colpevole di non aver aderito alla litania liberale sul “totalitarismo”. [3] Ammesso e non concesso che fosse legittima la nozione di “revisionismo storico”, autentici revisionisti sono quegli storici che pretenderebbero di mettere le brache alla storia con la reductio ad unum del “totalitarismo”, volendo cioè spiegare complessi e fra loro diversi fenomeni storici riconducendoli ad un un’unica astratta figura. La verità invece è sempre concreta.

Fascismo è stato un peculiare fenomeno storico italiano e poi europeo. In quanto categoria politica essa va utilizzata con cognizione di causa. Consolidata in sede di indagine storica la distinzione tra ciò che è stato il fascismo come movimento, e il regime a cui diede vita una volta giunto al potere.

Ermeneutica del fascismo

Qui ci interessa il fascismo come movimento, la sua natura, le sue inconfondibili caratteristiche. Tra le interpretazioni spicca quella marxista, che lesse il fascismo come moderno fenomeno contro-rivoluzionario, in un contesto segnato dalle macerie e dal trauma della Grande Guerra, quando il vecchio stato liberal-democratico non riuscì con le sue sole forze a sventare il crollo del sistema capitalistico minacciato dall’avanzata rivoluzionaria partita dalla Russia. Scriveva Trotsky:

«Il movimento fascista in Italia è stato un movimento spontaneo di grandi masse, con nuovi dirigenti provenienti dalla base. In origine è stato un movimento di origine plebea, diretto e finanziato dai grandi poteri capitalistici. È venuto fuori dalla piccola borghesia, dal sottoproletariato e anche, in una certa misura, dalle masse proletarie; Mussolini, ex socialista, è un “self-made man” sorto da questo movimento». [4]

Questa definizione ci indica alcuni essenziali tratti del movimento fascista: il suo carattere di massa; la natura plebea della sua base sociale; il suo istigare alla mobilitazione diretta ed extra-parlamentare ed extra-legale; la provenienza dei sui quadri militanti usciti in gran parte dalle classi subalterne; un capo carismatico di formazione anticapitalista e socialista.  Pere essere più precisi:

«L’essenza e la funzione del fascismo consiste nell’abolire completamente [con l’uso della forza] le organizzazioni operaie e nell’impedire che si ricostituiscano. In una società capitalista sviluppata, questo scopo non può essere raggiunto soltanto con dei mezzi di polizia. La sola via per questo scopo è di opporre all’attacco del proletariato, nel momento del suo indebolimento, l’attacco delle masse piccolo-borghesi infuriate. È precisamente questo sistema particolare di reazione capitalista che è entrato nella storia sotto il nome di fascismo.[5] (…) «Il fascismo italiano, come quello tedesco, è giunto al potere appoggiandosi sulla piccola borghesia, che ha trasformato in ariete contro le organizzazioni della classe operaia e la democrazia». [6]

Furono molteplici le ragioni per cui il movimento operaio italiano venne schiantato da quello fascista, una di queste fu che i comunisti sottovalutarono il pericolo, anzitutto perché non lo capirono, chi scambiandolo come una forza reazionaria di tipo classico, chi considerando il fascismo un fenomeno da baraccone [7] — solo gli Arditi del Popolo di Argo Secondari compresero la portata della minaccia, lanciarono l’allarme e affrontarono manu militari le formazioni fasciste.

“Una forma particolare di reazione capitalista”, la cui principale novità fu il dirompente ingresso sulla scena sociale della piccola-borghesia, un evento che certo marxismo ortodosso e determinista non poté e non volle vedere poiché prigioniero dell’idea che strette tra le due classi fondamentali, le “mezze classi” non potevano né giocare un ruolo proprio né avere storia. Anche chi considerò il nuovo protagonismo della piccola-borghesia non ne comprese tuttavia la reale portata.

E proprio riguardo al punto cruciale della funzione della piccola-borghesia vale segnalare che Renzo De Felice (oltre a rifiutare alla pari di altri studiosi come George L. Mosse semplicistiche equiparazioni tra fascismo e nazionalsocialismo) non condivideva la lettura di chi considerava il fascismo come movimento di spostati sociali in rivolta contro il declassamento e la proletarizzazione:

«Non metto in dubbio che ci siano anche questi elementi, ma sono le frange. Il fascismo movimento invece, è stato in gran parte l’espressione di ceti medi emergenti, cioè di ceti medi che cercano — essendo diventati un fatto sociale — di acquistare partecipazione, di acquistare potere politico. (…) Un carattere, questo, che diede al fascismo movimento la possibilità di costituire il più importante punto d’attrazione per questi settori della piccola borghesia che aspiravano ad una propria maggiore partecipazione e direzione della vita sociale e politica nazionale, settori che non riconoscevano più alla classe dirigente tradizionale e a quella politica in specie, né la capacità né la legittimità di governare, e , sia pur confusamente, contestavano anche l’assetto sociale che rappresentava. Fu la prima guerra mondiale che mobilitò tutta una parte della società italiana, restata sino ad allora in disparte. E questa parte, mobilitata per la guerra, epperò esclusa dal potere effettivo, dalla partecipazione, tende poi, attraverso il fascismo, a rivendicare, ad acquistare una sua funzione».[7]

La Grande Guerra segnò una svolta epocale, fu la vera madre del fascismo — che crebbe dentro al crollo dell’Europa che segui al conflitto, quindi lo shock della rivoluzione bolscevica. È in quell’inferno in cui furono gettate grandi masse giovanili che si forgiarono la gran parte dei militanti e dei quadri fascisti. È nelle trincee che si formò la loro mentalità, la loro visione del mondo: il cameratismo guerriero e militaristico; il volontarismo spontaneistico proprio dell’arditismo; un senso comunitaristico che contestava la gerarchia dello status sociale; l’attitudine al comando degli ufficiali e il dovere di obbedienza dei sottoposti; il mito della nazione (che diventerà quello della italiana vittoria mutilata); la condanna della democrazia liberale e del socialismo come fattori di alienante massificazione; il rifiuto della dicotomia destra-sinistra; il disprezzo per gli intellettuali panciafichisti.[8] Nello scannatoio della guerra non sorse solo una cultura fascista, nacque un vero e proprio tipo antropologico.

Fascismo quindi come fenomeno patologico, irrazionale e aberrante come sostiene certa ermeneutica liberale? Come scrisse De Felice: «Ciò che a noi appare assurdo, aberrante, culturalmente irrilevante, anti-storico può essere (ed è, in molti casi, ciò che avvenne nel fascismo) una realtà per uomini che agiscono in base ad essa». [9]

Di tutt’erba un fascio

Come scarto di produzione della vecchia ideologia anti-totalitaria i malmessi epigoni del liberalismo, aiutati dalle truppe ausiliarie della sinistra transgenica o woke, allo scopo di giustificare l’antifascismo come ultimo e lacero dogma identitario, avvistano fascismi alle porte e in ogni dove. Ci sarebbero quindi il fascio-sovranismo, il fascio-putinismo, il fascio-erdoganismo, il fascio-orbanismo, l’islamo-fascismo, dulcis in fundo il fascio-trumpismo. Come dire: nella notte in cui avanza la de-globalizzazione, tutte le vacche — lèggi: le forze sociali e politiche che gioco-forza rimettono al centro le sovranità nazionali e statuali —, sono nere.

L’antifascismo è diventato un grido di battaglia, una battaglia che così procedendo è destinata a disfatta certa, come quella di terapie basate su diagnosi inesatte o addirittura completamente sballate.

Non solo la sinistra liberale e quella woke fanno di tutt’erba un fascio. La sindrome colpisce anche gran parte dell’estrema sinistra internazionale (non solo i settori Antifa), quella europea e nord-americana anzitutto, come pure quelle latino-americana, russa e pure asiatica. L’antifascismo di certa estrema sinistra comunista appare come una versione della teoria staliniana del social-fascismo — la teoria nata nella seconda metà degli anni ’20 secondo la quale, oltre alle forze liberali, anche quelle socialdemocratiche stavano diventando fasciste, che anzi il nemico principale non erano più i movimenti fascisti o nazisti bensì proprio i partiti socialdemocratici. Ne discende il grave errore di considerare ogni forma di autoritarismo antidemocratico una forma di fascismo — come se le cosiddette democrazie liberali non avessero a più riprese la capacità di diventare feroci semi-dittature.[10] Se tutto è fascismo, niente è fascismo.

Abbiamo così che nonostante gli antifascismi siano diversi tra loro, essi convergono dunque su tre punti essenziali: il fascismo (sotto mentite spoglie) sta avanzando nel mondo, e data la minaccia incombente lotta antifascista anzitutto. C’è infine un terzo emblematico punto di convergenza: lo strombazzato contrasto spietato contro lo spauracchio del “rosso-brunismo”. Emblematico poiché nel guazzabuglio del rosso-brunismo non è gettata solo la fantomatica leggenda del fronte comune anti-liberale tra i comunisti e fascisti ma ogni forma di patriottismo, sia pure esso democratico e/o socialista.

Fisiologia del Trumpismo

L’idea che il trumpismo sia una forma per quanto yankee e whasp di fascismo è l’ultimo frutto dell’albero liberaloide che oltre a sacralizzare il paradigma fasullo del “totalitarismo considera, per la gioia di chi fascista è davvero, il fascismo come fenomeno eterno ed universale. Esso non è certamente eterno, e non ha avuto nemmeno, se anche solo lo paragoniamo al movimento comunista, portata universale. È vero che in diversi continenti movimenti nazionalisti e anticomunisti non hanno nascosto la loro ammirazione per Mussolini (la lista è variopinta), ma si è trattato di un fatto cosmetico e retorico piuttosto che sostanziale. Non è mai esistito ne potrà mai esserci un internazionalismo fascista, ciò che costituirebbe una contradictio in adiecto. Ciò non vuol dire che non si possano ripresentare, ceteris paribus, ove cioè giungano ad esistenza condizioni storico-sociali simili a quella dell’inizio del ‘900, il pericolo di una rinascita del fascismo. Se la freccia del tempo è irreversibile nella storia i fenomeni possono sì ripresentarsi ma in forme conformi alle mutate condizioni storiche e sociali. Ciò che qui ci preme è segnalare che se il fascismo è sfociato in una dittatura capitalistica, non ogni dittatura è fascista. La storia del capitalismo ha sfornato, come detto, una messe di regimi sanguinari e antidemocratici.

Il trumpismo va certamente combattuto ma per combatterlo con efficacia esso va compreso, vanno individuate le sue peculiarità, quindi scoperti i suoi veri punti deboli. Che esso sia una forma di fascismo non regge alla prova di un’analisi critica. Sarebbe imperdonabile commettere errori per quanto attiene alla sua fisiologia e alla sua natura, a maggior ragione perché qui parliamo del centro imperiale, inevitabilmente destinato a suscitare onde che già si riverberano nelle periferie. Il trumpismo è un instabile combinazione di fattori, astrattamente parlando due anzitutto, bonapartismo e populismo. Ma queste categorie politiche europee, calate negli Stati Uniti, prendono corpo e forma sui generis. Il trumpismo (da non confondere con l’eteroclito mondo MAGA) è una forma di suprematismo capitalista e imperialista figlio legittimo del neoliberismo; la sua essenza è un neoliberismo assoluto, proprietario ed estremistico. Ideologicamente esso è una costola spuria della distopia anarco-capitalista, quella che sostiene una società basata sul predominio assoluto del mercato e lo Stato minimo — ove lo Stato, si riduce ad un colossale e capillare corpo di polizia a difesa dei nababbi, delle loro cittadelle fortificate e del regime di apartheid classista e razzista. Una anarco-capitalismo plutocratico dove il governo è proprietà privata dei miliardari. Aggiungete che il trumpismo affondale le sue radici in un cristiano-sionismo escatologico, missionario e settario, e avrete un’idea più precisa del mostro con cui l’umanità ha a che fare.

Tutto il contrario del fascismo il cui motto distintivo era: “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato, nulla contro lo Stato”.

Certo le bande criminali federali dell’ICE (Immigration and Custom Enforcement) e delle Border Patrol, con le loro azioni di rastrellamento e deportazione d’immigrati rassomigliano molto alle squadre fasciste che andavano a caccia dei rossi ed a quelle naziste che braccavano comunisti ed ebrei. Si tenga conto che gli Stati Uniti sono il più grande Stato di polizia mai esistito: 18mila agenzie indipendenti (locali, di contea, statali e federali) per un totale di quasi un milione di agenti in servizio. Aggiungete l’esercito con 1,3 milioni di soldati in servizio e oltre 480mila riservisti — con un budget superiore agli 800 miliardi di dollari, dispone di una vasta presenza in quasi tutti gli angoli del globo, con oltre 220.000 militari stanziati in 170 paesi e più di 600 basi all’estero, incluse circa 49 basi in Italia. Aggiungete infine 440mila effettivi della Guardia nazionale. Un apparato sicuritario e contro-insurrezionale imponente. Che in questo contesto i dominanti abbiano bisogno di dare fuoco alle polveri suscitando un movimento plebeo combattente, con tutti i rischi che esso gli sfugga di mano, è da escludere. Che davanti all’esistenza di un simile gigantesco apparato a difesa del sistema possa sorgere un movimento fascista di massa (gruppi fascisti sono sempre esistiti negli Stati Uniti ma han sempre avuto ed hanno anche oggi un’esistenza del tutto trascurabile), lo riteniamo molto improbabile. Per di più queste frange fasciste dove hanno un minimo di capacità operativa, agiscono sempre all’ombra delle forze di sicurezza statali e/o federali, quando non si infiltrano nei corpi di sicurezza come l’ICE e corpi simili.

Si fa un gran parlare di guerra civile strisciante negli Stati Uniti, di cui il sintomo sarebbe stato l’assalto a Capitol Hill del gennaio 2021. Una guerra civile al cuore dell’impero non è impossibile, ma se essa dovesse accadere, risulterà da una frattura interna, verticale e trasversale, del pachidermico apparato di sicurezza nordamericano. Sarà in essenza una battaglia intestina al campo dei dominanti, tra frazioni della plutocrazia yankee, in cui le classi subalterne saranno arruolate come carne da macello. O qualcuno immagina che il blocco tra gli antifa, le transfemministe, il movimento LGBTQ+ etc., fungerà da novello esercito proletario?

Sì, il trumpismo ha temporaneamente conquistato un ampio consenso nella classe operaia bianca e tra ampi settori, anche plebei, delle minoranze nere e latine. Ma qui non dobbiamo dimenticare quanto scrisse John Steinbeck: “Il socialismo non ha messo radici in America perché i poveri vedono se stessi non come proletari sfruttati ma come milionari temporaneamente in difficoltà”.

* Segnaliamo un precedente intervento sullo stesso tema: ALLE PORTE DEL FASCISMO? di Moreno Pasquinelli

NOTE

[1] Ernst Nolte, I tre volti del fascismo. Mondadori 1971. pp. 217-584

[2] Lev Trotsky, Relazione per il V. anniversario della Rivoluzione d’Ottobre pronunciata il 20 ottobre 1922 al IV. Congresso dell’Internazionale comunista. In: The first five years of the communist international, Volume II.  New Park Pubblications ltd, 1974. p.194

[3] Renzo De Felice, Intervista sul fascismo. Laterza 1975

[4] Lev Trotsky, What is Fascism?  15 novembre 1931. In: Writings of Leon Trotsky 1930-31, Pathfinder Press, New York 1973. p. 351

[5 ] Lev Trotsky, Democrazia e fascismo, 1932. In: Lev Trotsky, Scritti sull’Italia. Edizioni CONTROCORRENTE, 1979. p. 107-8

6] Lev Trotsky, Che cos’è il nazionalsocialismo, 10 giugno 1933. In: La III internazionale dopo Lenin, Schwarz Edizioni, 1957. p. 260

[7] Renzo De Felice, Intervista sul fascismo. Laterza 1975. pp 30-31

[8] Vedi in particolare: G.L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e movimenti di massa in Germania dalle guerre napoleoniche al Terzo Reich. Il Mulino 1974. Vedi anche: Zeev Sternhell, La destra rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo 1885-1914. Corbaccio 1997

[9] Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo. Laterza 1995 p.XXIV

[10] «La direzione del Partito comunista tedesco [davanti all’avanzata del nazismo] riproduce oggi quasi letteralmente la posizione dei comunisti italiani: il fascismo è soltanto reazione capitalistica. Le diversità tra le diverse forme di reazione capitalistica non hanno importanza dal punto di vista proletario. (…) Affermare che il fascismo è già arrivato, o negare persino la possibilità del suo arrivo al potere è politicamente la stessa cosa. L’ignoranza della natura specifica del fascismo paralizza inevitabilmente la volontà di lottare contro di esso». Lev Trotsky, Hitler e gli insegnamenti dell’esperienza italiana, febbraio 1932. In: Lev Trotsky, Scritti sull’Italia. Edizioni CONTROCORRENTE, 1979. p. 112.

«La “teoria” stalinista del fascismo rappresenta senza alcun dubbio uno degli esempi più tragici delle terribili conseguenze pratiche che possono derivare quando si sostituisce l’analisi dialettica della realtà in tutte le sue tappe concrete, in tutte le sue fasi transitorie, cioè dei suoi mutamenti graduali sia rivoluzionari che controrivoluzionari, con delle categorie astratte, basate su un’esperienza storica parziale e insufficiente o su una visione globale ristretta e incompleta. Gli stalinisti hanno fatto loro l’idea che nell’età contemporanea il capitale finanziario non può accompagnarsi alla democrazia parlamentare ed è costretto a ricorrere al fascismo. Da questa idea, assolutamente giusta, entro certi limiti, seguendo una logica formale e puramente deduttiva hanno ricavato conclusioni identiche per ciascun paese e per tutte le tappe di sviluppo. Per loro, Primo de Rivera, Mussolini, Chiang Kai-shek, Masaryk, Bruning, Dollfuss, Pilsudski, il re serbo Alessandro, Severing, MacDonald, ecc. sono dei rappresentanti del fascismo. In questo modo essi dimenticavano: a) che, anche nel passato, il capitalismo non si è mai accompagnato alla democrazia “pura”, talvolta aggiungendovi qualcosa, altre volte sostituendola con un regime di aperta repressione; b) che il capitale finanziario “puro” non esiste da nessuna parte; c) che, anche quando occupa una posizione predominante, il capitale finanziario non agisce nel vuoto, ma è costretto a tener conto degli altri strati della borghesia e della resistenza delle classi oppresse; d) infine, che tra la democrazia parlamentare e il regime fascista, si intercalano inevitabilmente tutta una serie di forme transitorie che si rimpiazzano a vicenda, sia in maniera pacifica che tramite la guerra civile. E ciascuna di queste forme transitorie, se si vuole avanzare e non essere rigettati indietro, esige un giusto approccio teorico e una politica proletaria corrispondente». Lev Trotsky, Bonapartism and fascism; 15 luglio 1934. In: The struggle against fascism in Germany. Pathfinder Presse, New York 1971. pp 437-438.

2 pensieri su “TRUMPISMO E FASCISMO di Moreno Pasquinelli”

  1. Giulio Francalanci dice:

    La ICE ha commesso omicidi e abusi a dire il vero più sotto l’amministrazione di Obama che di Trump. In questo video sono spiegate le ragioni vere delle circoscritte proteste a Minneapolis, cioè coprire una truffa milardaria: https://www.laverita.info/mercoledi-da-dragoni-ice-minnesota-2675055253.html

  2. Graziano+PRIOTTO dice:

    I tempi di reazione si restringono: ora eccoci all’asse italo-tedesco.
    Due M… sull’asse.
    Facile ironizzare volgarmente sul risultato che possono produrre due politici con l’iniziale “M” sull’asse, ma purtroppo questa è la realtà di classi dirigenti che, russofobia a parte, nulla più hanno da offrire se non servilismo che per ironia della storia non sanno più a chi indirizzare.
    Sarebbero volentieri atlantisti ad oltranza, ma con Trump sono un pochino spiazzati, anche se guardando oltre il quotidiano è chiaro che rispetto alle posizioni di Biden ed entourage sostanzialmente nulla è cambiato a parte lo stile.
    Come ai tempi della “pandemia” sono ora soltanto i portuali ad agire direttamente, questa volta bloccando il trasporto di armi. E pur non negando la gravità del piano governativo di imbavagliamento della giustizia, e quindi giustamente impegnandosi nel referendum sulla separazione delle carriere, mancano segnali di riscossa per un rovesciamento del tragico cammino verso lo scontro armato in Europa, che tanto ricorda fin nei dettagli quanto avvenuto fra le due guerre mondiali del secolo passato.
    Credo che la parola d#ordine del momento sia : risvegliare le coscienze. Non a caso il potere cerca di far tacere le voci scomode, i media oscurano le oscenità antidemocratiche e le lesioni crasse dei diritti dell’uomo perpetrate dalla Commissione Europea con le sanzioni contro scrittori e giornalisti (Jacques Baud ad es. ma non lui solo). Per certi versi siamo tornati alla caccia alle streghe del Maccartismo USA se non dell’Inquisizione. Ma la sensibilità popolare si sta risvegliando: la stupidità dei censori va sfruttata, come a Torino quando chiuso un locale per una conferenza di storici e scrittori invisi al potere dove potevano trovar posto poche centinaia di ascoltatori, uno stadio si è riempito di migliaia di persone: questa mi pare la strategia che fa compiere passi avanti anche siamo ancora lontani dalla formazionen di un movimento di resistenza in grado di fronteggiare il fascismo mai morto e ora rinascente.

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