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REFERENDUM: PERCHÉ IL FRONTE VOTA NO

Il 22 e 23 marzo si terrà il referendum costituzionale sulla “riforma” della giustizia. Sarà un voto importante per il merito della questione, ma soprattutto per il suo significato politico.

Non bisogna farsi ingannare dalla propaganda del governo.

Vorrebbero farci credere che con la “Legge Nordio” la giustizia migliorerebbe. Un falso clamoroso. Davanti ai suoi più evidenti malfunzionamenti, come ad esempio la durata dei processi, la riforma meloniana non fa nulla. Vorrebbero poi farci credere che il problema risieda nella separazione delle carriere dei magistrati, ma si tratta di un altro falso visto che la separazione di fatto c’è già.

I veri scopi della “riforma” sono ben altri: superare il principio costituzionale della tripartizione dei poteri, accentrarli nelle mani dell’esecutivo, arrivare ad un sistema in cui il governo possa indirizzare direttamente l’azione della magistratura.

Del resto, a Palazzo Chigi non fanno mistero su quali siano i veri obiettivi. Il ministro Nordio, mentre ha candidamente riconosciuto che “è vero che questa riforma non influisce sull’efficienza della giustizia”, si è detto stupito per il fatto che l’opposizione “non capisce che la riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”. Una confessione in piena regola.

Se la “Legge Nordio” venisse confermata i malfunzionamenti resterebbero tutti, ma avremmo una giustizia ancora più ingiusta; ancora più dura con i cittadini comuni, ancora più accondiscendente con il potere politico e quello economico.

Tutto ciò va in una direzione ben precisa, quella dell’attacco alla democrazia parlamentare, dell’annullamento dei diritti dei cittadini, della costruzione di un sistema sempre più autoritario. Questo processo di aggressione progressiva alla Costituzione del 1948 va avanti da decenni, ed ha nel presidenzialismo il suo punto di arrivo.

Nel caso di una vittoria del governo al referendum, seguirebbe non a caso il rilancio del progetto presidenzialista, oggi pudicamente mascherato come “premierato”. L’idea è sempre quella dei “pieni poteri” da assegnare a chi governa. La evocò, in versione alcolica, il leghista Salvini nel 2019; la perseguì, con la sua riforma, Matteo Renzi nel 2016; la tenta oggi con vari escamotage Giorgia Meloni.

Chi sottovaluta il disegno presidenzialista compie un grave errore, visto che si tratta della forma istituzionale più autoritaria ed antipopolare che si possa immaginare. Già oggi vediamo cosa comporta l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di regione. Con il presidenzialismo avremmo anche noi il nostro “Macron”. Fermiamoli finché siamo in tempo!

Dieci anni fa quasi il 60% degli elettori disse di no al progetto di Renzi. Anche allora i giornaloni stavano con il potere che voleva stravolgere la Costituzione, ma alla fine quel progetto venne sonoramente battuto. Dobbiamo fare in modo che avvenga la stessa cosa, che il popolo è talvolta ben più intelligente dei suoi “rappresentanti”.

Certo, noi non ci nascondiamo le difficolta dell’oggi. Difficoltà che derivano anzitutto dal fatto che in buona parte dello stesso schieramento che si batte contro la riforma alberga la stessa cultura presidenzialista del fronte del sì. Tuttavia, vincere è possibile a condizione che si faccia capire qual è la vera posta in gioco. Qui non si tratta di difendere la magistratura così com’è, ma di affermare il principio costituzionale della tripartizione dei poteri, di respingere il solito attacco di lorsignori a tutto ciò che intralcia i loro affari, il loro dominio dispotico sulla società.

Il Fronte del Dissenso invita quindi a votare no.

No ad una Giustizia sempre più ingiusta al servizio dei potenti.

No ad una magistratura agli ordini del potere politico.

No all’accentramento dei poteri nelle mani del governo.

No al presidenzialismo ed al progetto di premierato di Giorgia Meloni.

IL DIRETTIVO NAZIONALE DELFRONTE DEL DISSENSO

27 gennaio 2026

 

Un pensiero su “REFERENDUM: PERCHÉ IL FRONTE VOTA NO”

  1. Lorenzo dice:

    Con la separazione delle carriere esiste il rischio che il pm sia strumentalizzato per fini repressivi del dissenso, in quanto il giudice requirente e giudicante non sono soggetti al controllo del medesimo csm.

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