IL SACRO, LA MENTE E L’UOMO CONTEMPORANEO di Alessia Vignali*
Il sacro è ancora uno spazio di senso praticabile per l’uomo occidentale?
D. Possiamo affermare che, nonostante il processo di secolarizzazione, l’uomo non abbia smesso di cercare il sacro? Dal suo osservatorio di psicoanalista, come si manifesta oggi questo “vuoto a forma di Dio” in una società che sembra aver sostituito la trascendenza con il consumo e la tecnologia?
R) L’uomo ha bisogno del sacro anche oggi, tanto è vero che assistiamo al prodursi di forme di religiosità nuove, che integrano in sé gli “oggetti d’esperienza” che più caratterizzano il presente e che più ci interrogano come esseri umani. Per esempio, nei sistemi di Corrado Malanga e di Igor Sibaldi trova posto l’idea dell’uomo come frutto di un esperimento genetico da parte di entità aliene, e vengono integrate tecniche nate dalla psicoanalisi e prima ancora dalle culture antiche, come l’impiego del sogno o dell’ipnosi, in un sincretismo bizzarro che però testimonia l’esigenza dell’uomo di riconcettualizzare sé stesso. In questo modo, certamente meno interessante e ricco di quello dei patrimoni religiosi forgiatisi nelle migliaia di anni, anche l’uomo d’oggi cerca di ridarsi un senso collocando in un sistema esplicativo le esperienze che sta facendo ora.
Il sacro sbuca, poi, ovunque anche nella vita dell’ateo attento, di colui che è aperto al risuonare emotivo della vita dentro di lui. L’ateo può fare continue esperienze di sacralità nella sua esistenza, se solo apre gli occhi allo stupore reverenziale che lo coglie al cospetto della bellezza e del mistero, vissuto comune anche per scienziati che lo testimoniano. Il ricercatore in ambito biomedico Carlo Ventura, per esempio, postula un’armonia di risonanze universali alla base del funzionamento di ogni particella, anche subatomica, del nostro corpo.
Ma il sacro in senso stretto, quello che attiene alla dimensione religiosa, è davvero un unicum nel mondo delle produzioni culturali e, da psicoanalista, direi che richiede un uso diverso della mente da quello che facciamo affrontando gli altri ambiti della vita. Soltanto nel sacro si uniscono la dimensione affettiva – quasi un rapimento amoroso -, la spinta etica, l’astrazione filosofica e l’estetica della poesia, della grande letteratura. Basti pensare ai due tipi di etica che abitano l’esperienza religiosa, un’”etica dell’amore” e un’”etica della norma e dei valori”. La prima verrebbe ascritta da noi psicoanalisti al registro materno dei primi mesi di vita di ognuno di noi, in cui si fa l’esperienza di un amore sconfinato e incondizionato e si diviene capaci d’amore ed empatia per l’Altro per gratitudine e identificazione; la seconda etica è di registro “paterno” (oggi i due ruoli sono ampiamente mescolati e reinterpretati), e a partire dal terzo anno nello sviluppo introduce un’assistenza alla crescita che presenta al bambino i limiti della realtà e i valori come guida all’agire. La prima, per intenderci, Nuovo Testamento, la seconda Vecchio Testamento. Sono necessarie entrambe per l’uomo: l’”etica dell’amore” senza norma ci esporrebbe al caos, all’indeterminatezza, al relativismo etico e renderebbe impossibile la vita nelle organizzazioni e dunque nel consesso degli umani; l’”etica della norma” senza quella dell’amore ci esporrebbe alla gabbia di regole soggette a obsolescenza e a ossificazione – perché perdono di vista l’evoluzione storica e smarriscono la “vera voce” da cui erano nate – oppure al fanatismo, che è il rovesciamento dell’etica. Infatti, dal desiderio di produrre indicazioni volte al bene, l’”etica della norma” si capovolge, qui, nella persecuzione di chi “a insindacabile giudizio dell’autorità” è da punire o perseguire. Le due etiche devono costantemente essere soggette a ripensamento, ad elaborazione da parte di tutti. Nella nostra religione, la Messa settimanale costituiva l’occasione (non sempre colta al meglio, ma siamo umani) per far rinascere “l’etica dell’amore” ogni volta, a porre in questione “l’etica della norma” messa in evidenza dall’omelia. Come a dire che occorre sempre mettere sentimenti, pensieri, parole sulla vita, per poter rinnovare ogni volta il nostro essere davvero umani.
Il “vuoto a forma di Dio” di oggi è testimoniato dal dilagare di forme di psicopatologia, che rendono gli psicofarmaci oggigiorno quasi prodotti da banco. Senza un sistema di orientamento e devozione, che come affermò Erich Fromm è necessario all’uomo, quest’ultimo brancola nel buio e non riesce a trovare né in sé stesso né all’esterno la forza per agire creativamente nel mondo.
D. In un momento in cui le grandi istituzioni religiose sembrano perdere terreno in Occidente, quali sono i nuovi “simulacri” o le “fedi laiche” a cui l’uomo moderno si sta aggrappando per dare un senso al dolore e alla morte?
R) Io indicherei per prima la scienza, o meglio la tecnica, cui viene attribuito il potere di dirci chi siamo e cosa dobbiamo fare, oltre a una nuova valenza soteriologica, come accade nel transumanesimo. Capisco che sia naturale tendere ad attribuire ad esempio alla medicina la capacità di darci quasi tutte le risposte, dato che è esperienza quasi di ciascuno d’aver avuta salva la vita grazie a un’operazione chirurgica. Ma conferirle la facoltà di decidere chi siamo, che senso abbiano la vita e la morte e cosa dobbiamo fare è, ovviamente, un errore logico. La scienza si qualifica in ogni sua disciplina come sistema limitato di metafore capace di indagare sui campi dello scibile circoscritti da quanto riescono ad osservare i suoi strumenti tecnici. Anche i suoi paradigmi sonoper definizione parziali e temporanei. È un’ingenuità pensare che possa discettare di quanto non è indagabile con i suoi strumenti, eppure parecchi scienziati vi cadono. Basti pensare che il divulgatore dell’ideologia scientista Harari, autore di “Homo Deus”, ha detto che l’uomo altro non è un fascio di algoritmi. Se sei triste, secondo lui, non è perché hai perso il lavoro o per via della guerra in Medio Oriente, ma a causa della tua biochimica cerebrale. La felicità diventa, per lui, ottenibile così solo grazie a un buon uso degli psicofarmaci. Come vedete, applicare una tesi scientifica peraltro mai davvero dimostrata sperimentalmente, quella che vede all’origine della psicopatologia uno squilibrio biochimico, alla spiegazione “filosofica” di “chi” sia l’uomo è non solo una follia, ma il viatico per l’inferno, quantomeno per quello della manipolazione da parte del potere. Non è a caso un pensatore di matrice cattolica, Paolo Benanti, a rispondergli indirettamente tramite un pamphlet opportunamente denominato “L’uomo non è un algoritmo”, in cui si ricorda qualcosa che sino a poche generazioni fa era noto a tutti noi: l’uomo è quel vivente in grado di trascendere la propria condizione biologica, a partire da una marcata limitazione della stessa.
D. In che modo la perdita del limite (che il sacro storicamente imponeva) sta influenzando la salute mentale collettiva? Esiste un legame tra l’assenza di rituali condivisi e l’aumento dell’ansia e del senso di smarrimento?
R) E’ dal limite, cioè dalla primissima frustrazione del desiderio, che il bambino genera il pensiero. La parola, il pensiero nascono dal desiderio infantile di un seno che si desidera e che non c’è. Da quell’assenza nasce per prima l’idea del seno, il suo “concetto”, che si tradurrà in simbolo linguistico. Poi, nasceranno le strategie per ottenere sempre quel seno che ci manca: dunque, la creatività. Il soggetto contemporaneo, invece, complice un sistema economico che lo condiziona, non può tollerare la mancanza di qualcosa, la frustrazione. Deve riempirsi con surrogati del pensiero come le merci o i social, non accetta né la mancanza, né la separazione da un oggetto-persona che è il simulacro della madre dei primi mesi di vita. I femminicidi si spiegano anche così (ovviamente in discorso sarebbe ben più vasto, ma lo faremo in altri contesti). Questo è senz’altro da ricondursi anche al famoso “tramonto del padre, della norma, del limite, dei grands récits”, dunque anche della religione. Checché ne dica la vulgata contemporanea, che sostiene che si sia nell’epoca del patriarcato, siamo invece nell’epoca di un maschile valoriale rimosso, che ritorna con connotati persecutori. Non abbiamo davvero saputo elaborare cosa fosse un uomo ed ecco il risultato. Il mondo dei valori, anche se imperfetto, è purtroppo tramontato, tanto che oggi il peggiore insulto che possiamo avere è “mi stai giudicando!”. Se è vero che giudicare seguendo solo il “paradigma della norma” è fallace, perché non tiene conto della singolarità di ogni caso, rinunciare al giudizio sta facendo della nostra una società anomica, soggetta al caos e all’ingovernabilità.
Per quanto riguarda i rituali, un tempo ricchissime fonti di elaborazione simbolica ed emotiva dei grandi passaggi della vita che ad essa conferivano senso, oggi non solo si sono persi, ma quelli che rimangono sono volti a celebrare nella migliore delle ipotesi il dio consumo, come il Black Friday. La vita, così, non viene né celebrata né sottoposta a quelle elaborazioni psichiche che ci sarebbero invece necessarie per sentirla e comprenderla.
D. Quali sono i rischi psicanalitici di una sovrapposizione tra scienza e fede, laddove la scienza possa essere investita una aspettativa “salvifica”?
R) Torno al suddetto, gravissimo errore di Harari, che considera l’uomo un fascio di algoritmi determinato dalla biochimica e dall’ereditarietà, dunque un soggetto privo di libero arbitrio. Considerare che l’uomo sia questo diviene una profezia che si autodetermina perché nessuno di noi recupera, per esempio, l’idea di potersi anche solo ribellare a un potere fattosi sempre più antidemocratico, dal momento che non c’è libero arbitrio. O che un mondo diverso sia possibile. O che la scienza sia magari atta a spiegare alcune cose dell’uomo, senza poterle comprendere, come ebbe a dire Jaspers. Non riusciremo più a capire, come fa molta psicologia contemporanea, che l’uomo sia un universo da comprendere e incontrare, prima ancora che da spiegare con formule biochimiche. Quest’ultime, in realtà, nulla di davvero interessante sull’uomo che non sia una serie di tautologie. E non ci aiutano a recuperare l’idea che l’uomo non sia qualcosa che deve “funzionare”.
Un altro esempio di deriva dello scientismo è il preoccupante dilagare di diagnosi psichiatriche invalidanti come quella del disturbo dell’attenzione, ADHD, curato oggi con uno psicofarmaco, il Ritalin. Diversi studi tra cui uno recentissimo, svedese, testimoniano il dilagare di questa diagnosi per eterogenesi dei fini -banalmente, perché è disponibile sul mercato questa etichetta diagnostica-. Tale etichetta viene reificata dal sistema. Che dite, davvero un bambino che a scuola è molto agitato ha una “malattia” che va curata con il farmaco, secondo voi? O si potrebbe invece, più ragionevolmente, comprendere se per caso non abbia ragione, quel bambino, ad essere un po’ agitato? O se non abbia le sue ragioni, che nessuno si ostina a voler comprendere?
Mi interessa poi ragionare sul fatto che la scienza ci garantirà, secondo la Silicon Valley, l’eternità dei corpi: barattereste questo concetto per la sua portata culturale, antropologica e valoriale con quello di matrice cristiana? Nelle sue conseguenze, per esempio? Mi limito a dire che la scomparsa della morte farebbe impallidire il significato della vita, come ben spiega Freud nel saggio Caducità.
D. Come può l’uomo di oggi riscoprire il sacro?
R. Una domanda, questa, cui non sono la persona più adeguata a rispondere. Penso che all’insensatezza e al vuoto delle nostre vite in quest’orrendo occidente collettivo si possa tentar di porre rimedio solo interrogandosi e rimettendosi in ricerca. Io mi sono imbattuta, complice il volermi informare al meglio sull’insediamento del nuovo papa, nella lettura del quotidiano l’Avvenire. Rimango atea come sempre, ma ho trovato la lettura del mondo dal vertice cattolico d’eccellenza dei suoi migliori pensatori e comunicatori (al netto delle loro posizioni politiche) di una ricchezza straordinaria, tanto da voler recuperare dentro di me il valore di questo patrimonio culturale come sistema di metafore particolarmente adatto ad elaborare la complessità della vita umana. Patrimonio di indubbia poesia, valido anche per un’atea come me, e che mi ha reso più capace di comprendere la complessità e l’immenso spessore dell’esperienza di una mia paziente che sta intraprendendo un percorso di fede – nel suo caso, musulmana.
* Intervista rilasciata a Radio CanaleItalia.it

L’esigenza del sacro e la possibilità di pensare la trascendenza sono categorie dello spirito assoluto, come direbbe Hegel. Nello stesso tempo però l’odierna secolarizzazione è la banalizzazione estrema e totalitaria della critica alla religione iniziata dalla filosofica speculativa fin dall’Illuminismo e proseguita con la crisi dell’Idealismo e col percorso storico e spirituale cha ha portato da Hegel a Nietzsche, Capisco che di fronte alla perdita di senso, all’anomia assiologica, delle norme , delle leggi e dei comportamenti ( esemplata da Caterina Caselli….) , gli psicanalisti riscoprano che era forse più pratico andare a messa la domenica.
si certo nel passato non molto lontano si poteva andare a ” confessarsi “cercando risposte esistenziali a gratis! oggi il prete è sostituito sia dalllo psicologo o psicanalista secondo cio che il portafoglio ci consente..oppure cercando di attutire con psicofarmaci e farmaci le sofferenze psichiche spesso anche corporali ..altri tempi..
American horror
https://www.youtube.com/watch?v=Om3wvg3crfY