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FRATELLI MUSULMANI TERRORISTI? di Mohamed-Ali Adraoui

L’Assemblea nazionale [il Parlamento francese, NdR] ha adottato a gennaio una proposta di risoluzione volta a inserire i Fratelli Musulmani nella lista europea delle organizzazioni terroristiche. Come la decisione dell’amministrazione Trump di classificare alcuni rami della confraternita come gruppi terroristici, essa si inserisce nella lunga storia delle relazioni tra l’Occidente e il mondo arabo e illustra l’incapacità occidentale di pensare l’islam politico se non come uno strumento o un nemico.

La proposta di risoluzione «volta a iscrivere il movimento dei Fratelli Musulmani nella lista europea delle organizzazioni terroristiche», presentata dal gruppo Les Républicains all’Assemblea nazionale, promossa dal deputato Éric Pauget e adottata dalla Commissione Affari europei il 22 gennaio scorso, illustra il ritorno di una tentazione ricorrente nelle democrazie occidentali: quella di risolvere attraverso la classificazione giuridica ciò che appartiene innanzitutto alla complessa sfera intellettuale e politica.

Questa iniziativa si inserisce a sua volta in un contesto più ampio in cui la questione dei Fratelli Musulmani riemerge con particolare intensità anche oltreoceano. Pochi giorni prima, l’amministrazione Trump designava ufficialmente i rami egiziano, libanese e giordano di questa confraternita fondata in Egitto nel 1927 come organizzazioni terroristiche straniere, una decisione già presa in considerazione durante il suo primo mandato senza però concretizzarsi. Questa convergenza non è casuale: rivela una dinamica più profonda, quella di un posizionamento occidentale che oscilla da quasi un secolo tra strumentalizzazione tattica e demonizzazione strategica del principale movimento islamista sunnita contemporaneo.

Le mie ricerche sulla storia di queste relazioni, condotte in particolare negli archivi diplomatici statunitensi, permettono di chiarire questa ambivalenza strutturale e di comprenderne i meccanismi. Contrariamente a quanto suggerisce la retorica attuale, la questione dei Fratelli Musulmani non è né recente né legata all’11 settembre 2001. Attraversa tutta la storia contemporanea del mondo arabo e delle relazioni che l’Occidente ha intrattenuto con esso, rivelando in ogni epoca profonde contraddizioni tra principi dichiarati e calcoli di opportunità.

Le origini di una relazione ambigua

Fin dagli anni Quaranta e Cinquanta, i Fratelli Musulmani egiziani entrano nel radar strategico di Washington. Nel contesto della nascente Guerra fredda, non è tanto il loro islamismo a preoccupare gli Stati Uniti, quanto il loro potenziale nel contenere l’influenza sovietica e i movimenti nazionalisti arabi ritenuti troppo vicini a Mosca. Gli archivi diplomatici rivelano che la prima menzione degli Ikhwan («Fratelli», in arabo) nella corrispondenza dell’ambasciata americana al Cairo risale all’aprile 1944, definendo l’ideologia della confraternita come «fanatica». Tuttavia, questa diffidenza iniziale si attenua rapidamente quando lo richiedono gli imperativi geopolitici.

In quel periodo, il movimento è percepito essenzialmente come una barriera religiosa contro il comunismo ateo, una forza sociale conservatrice ma favorevole all’economia di mercato, capace di costruire un freno alla propaganda sovietica e di competere con le sinistre arabe. Questa logica strumentale non scomparirà mai del tutto e riemergerà nei decenni successivi sotto diverse forme e configurazioni geopolitiche.

Quando Gamal Abdel Nasser si afferma in Egitto negli anni Cinquanta con un progetto panarabo, autoritario e socialista, i Fratelli diventano, in alcuni ambienti occidentali, una possibile alternativa a questo nazionalismo considerato pericoloso. Poco importa che Nasser li reprima duramente: la loro opposizione al regime basta allora a renderli partner indiretti. Come mostrano le note diplomatiche dell’epoca, il consigliere Robert M. McClintock incontra regolarmente Hassan al-Hudaybi, successore del fondatore Hassan al-Banna (assassinato nel 1949), così come altri dirigenti del movimento, rafforzando l’idea che questi uomini possano contribuire a contenere l’espansione comunista nel mondo arabo.

Questa visione si basa su un calcolo fondamentale: l’idea che l’islam politico possa rivelarsi pragmatico, conservatore e compatibile con gli interessi occidentali. Tuttavia, i Fratelli Musulmani non sono mai stati un movimento religioso e politico uniforme o statico. Fin dalle origini, articolano un progetto globale di società, fondato su una visione normativa dell’islam, una critica radicale dell’Occidente coloniale e una volontà di riforma morale e politica destinata a unire i popoli musulmani sotto un’unica bandiera.

L’era della “stabilità autoritaria”

A partire dagli anni Settanta, sotto Anwar al-Sadat e poi sotto Hosni Mubarak, la questione si complica ulteriormente. I Fratelli sono a volte tollerati, a volte repressi dal regime egiziano, e gli Stati Uniti si adattano a questa gestione autoritaria. Washington preferisce la stabilità di un alleato strategico quale il regime egiziano a una democratizzazione che potrebbe portare al potere un movimento islamista con un reale sostegno popolare.

Questa logica del “male minore” diventa centrale: non si sostengono i Fratelli, ma non li si considera nemmeno un nemico prioritario. Esistono talvolta contatti personali, come testimonia Frank G. Wisner, ambasciatore americano al Cairo tra il 1986 e il 1991, ma restano limitati e sotto stretto controllo del regime egiziano.

Questo periodo segna una sorta di status quo in cui la questione dei Fratelli Musulmani viene relegata in secondo piano. Gli archivi diplomatici americani mostrano infatti una quasi totale assenza di riferimenti sostanziali al movimento tra la metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Novanta. Non si tratta di indifferenza, ma di un calcolo: finché i regimi autoritari alleati mantengono l’ordine, non è necessario interrogarsi sulla natura delle forze che essi reprimono.

La svolta del jihadismo globale

Dopo l’11 settembre 2001, l’ambiguità si intensifica. Nel discorso ufficiale della guerra al terrorismo, i Fratelli Musulmani possono essere distinti da Al-Qaida e dai gruppi jihadisti, pur condividendo secondo alcuni una base ideologica comune ma divergendo sui mezzi. Talvolta sono visti come promotori di un islamismo legalista, capace di incanalare le frustrazioni politiche attraverso vie istituzionali; altre volte come profondamente refrattari a una vera moderazione ideologica.

Diversi rapporti di think tank americani suggeriscono che potrebbero rappresentare un’alternativa alle dittature arabe e un argine alla radicalizzazione violenta, mentre altri mettono in guardia contro la loro ambizione di potere e il carattere rivoluzionario originario. Tuttavia, queste analisi restano teoriche finché il movimento opera in sistemi autoritari, poco aperti a un reale pluralismo politico.

La prova democratica del 2011

Il momento decisivo arriva con le primavere arabe del 2011. In Egitto, i Fratelli vincono elezioni libere e portano Mohamed Morsi alla presidenza. Per la prima volta, Washington deve confrontarsi concretamente con un movimento islamista democraticamente eletto alla guida del più grande paese arabo.

Gli Stati Uniti riconoscono il processo elettorale, ma con cautela, continuando a collaborare strettamente con l’esercito egiziano. L’obiettivo è “nazionalizzare” i Fratelli, integrarli nella logica dello Stato-nazione e allontanarli dalle ambizioni transnazionali.

Tuttavia, questa apertura resta segnata da una profonda diffidenza. Se da un lato gli Stati Uniti apprezzano il ruolo di mediazione di Morsi nel conflitto di Gaza del 2012, dall’altro esprimono preoccupazioni sui diritti delle donne, le libertà religiose e il trattato di pace con Israele.

Il colpo di Stato e il fallimento

Il colpo di Stato del luglio 2013, che rovescia Morsi e porta al potere Abdel Fattah al-Sisi, segna una svolta brutale. La repressione massiccia dei Fratelli e il consolidamento di un regime autoritario non impediscono a Washington di ristabilire rapidamente i rapporti con Il Cairo.

Il messaggio è chiaro: la stabilità e la sicurezza prevalgono nuovamente sulle considerazioni democratiche. Questa fase mette in luce sia la fragilità degli impegni democratici occidentali sia l’incapacità dei Fratelli di rassicurare pienamente gli attori internazionali sulla loro compatibilità con la democrazia.

La tentazione della classificazione terroristica

Le recenti decisioni americane e la proposta francese si inseriscono in questo contesto. Non derivano da una nuova analisi o da una minaccia terroristica concreta, ma da un allineamento con le priorità di sicurezza di partner regionali come Egitto, Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

In Francia, la proposta si basa anche su un rapporto governativo del maggio 2025 che denuncia la crescente influenza del movimento. Secondo un sondaggio CSA dell’aprile 2025, l’88% dei francesi sarebbe favorevole al suo divieto.

Tuttavia, questa lettura è storicamente errata e politicamente rischiosa. I Fratelli Musulmani non sono un blocco omogeneo né un’organizzazione jihadista globale, ma un movimento complesso, con ramificazioni e strategie diverse a seconda dei contesti nazionali.

Le zone grigie della diplomazia

Questa vicenda rivela una costante della politica occidentale: l’incapacità di concepire l’islam politico come un fenomeno sociale complesso, preferendo una visione binaria: o sono strumento oppure nemico.

I pericoli della classificazione

Inserire i Fratelli Musulmani tra le organizzazioni terroristiche significa adottare una visione securitaria che confonde opposizione politica, conservatorismo religioso e violenza armata. Inoltre, rafforza i regimi autoritari che utilizzano questa etichetta per giustificare la repressione.

Una relazione sospesa

La storia mostra che ogni tentativo di strumentalizzazione o eliminazione del movimento ha prodotto risultati opposti a quelli desiderati, rafforzandone la resilienza.

La classificazione terroristica non rappresenta quindi una risposta strategica solida, ma piuttosto una scorciatoia politica che evita di affrontare le questioni più complesse legate alla convivenza tra democrazie occidentali e movimenti islamisti radicati nelle società musulmane.

La vera questione è se sia possibile costruire una politica estera duratura negando la loro esistenza politica o criminalizzando milioni di persone. Un secolo di relazioni ambivalenti suggerisce di no, e invita piuttosto a ripensare profondamente l’approccio occidentale all’islam politico.

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