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GENOVA, GLI ALPINI E GLI ANTIFASCISTI (BORGHESI) Un compagno genovese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tutti conoscono le polemiche dell’adunata degli Alpini a Rimini del 2022 e la brutta vicenda delle molestie ad alcune donne. Detto questo, sono convinto che chi non li voleva a Genova, in occasione della loro adunata nazionale di quest’anno, lo facesse per un motivo preciso e diverso: perché odia il concetto stesso di Patria e, perciò, d’Italia. Chi odia la divisa in nome di un fumoso “antimilitarismo”, chi inveisce contro il tricolore, ritenendolo un cencio fascista, si comporta come un nemico del popolo. Sono certo che questi gruppi della sinistra radicale, al momento opportuno, si troveranno dalla parte sbagliata non solo della barricata, ma anche della storia.

Chi sono questi gruppi che con toni durissimi hanno contestato l’adunata degli Alpini a Genova? Quelli che hanno tappezzato la città con manifesti nel tentativo di sabotare l’Adunata? E’ presto detto: Genova Antifascista, Centri Sociali, AutAut 357, Liguria Pride, Non Una di Meno, Rifondazione Comunista, OSA, Cambiare Rotta. Forze che anche in questa occasione hanno mostrato quanto siano infettati dalla cultura woke e distanti dal popolo lavoratore.

Il Corpo degli Alpini è antichissimo e, nel bene e nel male, rappresenta un pezzo di storia popolare del nostro Paese. Fondato nel 1872, ha partecipato alle disastrose pagine del colonialismo africano e alle terribili battaglie della Prima e della Seconda guerra mondiale. Nella grande guerra civile italiana successiva all’8 settembre 1943, larga parte degli Alpini decise di non combattere al servizio dei tedeschi e dei repubblichini: solo una divisione, la Monterosa, continuò la guerra al fianco dei nazifascisti (non poté partecipare alle Adunate fino al 2001, proprio per questo motivo). Il resto, invece, si unì alle prime bande partigiane e antifasciste. Protagonisti loro malgrado della criminale e disastrosa campagna di Russia, scottati brutalmente dall’esperienza di un regime che li aveva mandati al macello, diedero vita a colonne partigiane passate alla storia e, nelle fila del Regno del Sud, per coloro che furono sorpresi dall’armistizio nel Mezzogiorno del Paese, combatterono al fronte contro i nazisti in risalita nella Penisola.

Un’enorme festa nazional-popolare. Questo è stata l’adunata nazionale degli Alpini a Genova di quest’anno. Non a torto ne scriviamo e ne difendiamo la tradizione, impressa nella mente di moltissimi italiani che intrecciano la loro storia familiare con quella di questo corpo unico, anche nelle sue specificità più propriamente militari. C’è chi li ha conosciuti per mero folklore e chi, invece, ha vissuto una piccola parte della propria vita in questo corpo durante la naja. Celebri i racconti, spesso contraddistinti da un brutale realismo, che le generazioni precedenti facevano dei momenti vissuti sui campi di battaglia della Prima e della Seconda guerra mondiale. Insomma, un vero e proprio bagno nella storia nazionale d’Italia e nella difficoltosa formazione di un senso patriottico, che una demagogica cultura liberal-globalista ha tentato invano di spegnere oggi, colmo di contraddizioni e di complicate vicende storiche.

È anche la nostra storia quella degli Alpini; essa ha pari dignità e peso specifico, nel bene e nel male, rispetto a tutte le altre parentesi della storia d’Italia. A Genova tutto questo si è visto e respirato: nelle folle festanti che sventolavano tricolori dalle finestre e per strada, nei cori e nei canti degli Alpini, che hanno ricollegato la popolazione a tradizioni profonde. In città gli Alpini mancavano da più di vent’anni, ma le prospettive non parevano buone: dall’estrema sinistra, ormai permeata dal fenomeno queer e woke, si era levata una dura opposizione all’evento. “Fascisti, stupratori, militaristi, machisti”: queste le accuse rivolte agli Alpini. Non valeva nulla far notare che quegli orribili episodi di Rimini non si erano più ripresentati nelle edizioni successive — Udine: zero segnalazioni e zero denunce; Vicenza: zero segnalazioni e zero denunce; Biella: zero segnalazioni e zero denunce, come dovrebbe essere normale — perché la condanna preventiva era già stata pronunciata.

A vedere le notizie e le immagini di Genova nei giorni precedenti all’Adunata, pareva che i genovesi volessero mandarli via a calci, questi “sporchi Alpini”, quasi non fossero graditi in città. Per più notti sui muri sono comparse scritte del tenore: «Remigriamo gli Alpini» oppure «’ste merde degli Alpini vanno nell’umido o nel secco?».

Quando però l’Adunata ha avuto inizio, si è scoperto che la città è stata sostanzialmente tenuta in scacco da un’infima minoranza, dalla micro-galassia che si definisce antifascista.

Invece Genova, Medaglia d’Oro al Valor Militare per il decisivo ruolo svolto nella patriottica e nazionale lotta per la liberazione dai nazisti e dai fascisti, ha accolto in massa gli alpini con un’esultanza addirittura commovente.

«Amor di Patria, dolore di popolo oppresso, fiero spirito di ribellione, animarono la sua gente nei venti mesi di dura lotta il cui martirologio è messa fulgida gemma all’aureo serto di gloria della “Superba” Repubblica Marinara; i 1863 caduti, il cui sangue non è sparso invano, i 2250 deportati, il cui martirio brucia ancora nelle carni dei superstiti, costituiscono il vessillo che alita sulla città martoriata che infervorò i partigiani del massiccio suo Appennino e delle impervie valli, tenute dalla VI Zona Operativa, a proseguire nell’epica gesta sino al giorno in cui il suo popolo suonò la diana dell’insurrezione generale.

Piegata la tracotanza nemica, otteneva la resa del forte presidio tedesco, salvando così il porto, le industrie e l’onore.

Il valore, il sacrificio e la volontà dei suoi figli ridettero alla madre sanguinante la concussa libertà e dalle sue fumanti rovine è sorta nuova vita, santificata dall’eroismo e dall’olocausto dei suoi martiri.

9 settembre 1943 – aprile 1945».

Un’enorme festa di popolo si è infatti svolta per le strade genovesi: gli Alpini erano più di 400.000 e la città, grazie a loro, ha raggiunto cifre che Genova — martoriata dalla crisi postfordista e dalla denatalità — non vedeva da quarant’anni. Un giro d’affari per il Comune superiore ai cento milioni e un entusiasmo senza pari nelle cronache recenti; il genovese si riscopre anche italiano, oltre quel campanilismo che, in realtà, è indissolubilmente legato alla storia nazionale.

Genova era già stata la grande capitale del Risorgimento popolare dell’Ottocento, ostile alla dinastia sabauda ma ardentemente favorevole all’unità del Paese, come dimostrava il numero di circoli patriottici presenti nella Superba.

Passano così in secondo piano le critiche per la chiusura di scuole e università, misura un tempo consolidata per eventi di questo tipo. Fino al secolo scorso, ogni 5 maggio, per onorare la partenza dei Mille, i giovani venivano portati a Quarto per le celebrazioni pubbliche. Si tratta di scene rituali tipiche delle cerimonie nazionali, estranee al nichilismo storico occidentale, nelle quali raccontarsi ancora come comunità è importante tanto quanto, per noi, lo sono le sempre più sbiadite festività cattoliche.

L’inizio di novembre era, ad esempio, fino a un certo periodo della storia d’Italia, occasione per omaggiare la nostra identità: le feste dei Santi e dei Morti, durante le quali le famiglie si recavano nei cimiteri, e la celebrazione della vittoria nella Prima guerra mondiale, un’enorme carneficina che chiuse, nonostante tutto, alcune pagine rimaste aperte fin dalla metà dell’Ottocento. La religione, la famiglia e il senso patriottico: un trinomio sfruttato dalla narrazione del fascismo, che ne storpiò il carattere popolare e ne travisò i significati più profondi attraverso lo slogan “Dio, patria e famiglia”.

Oggi tutto questo non esiste più, è vero, ma siamo messi molto peggio di prima. Le scene di Genova dimostrano tutto il carattere popolare dell’Adunata degli Alpini e la necessità della gente — termine che contiene già in sé lo sfilacciamento della comunità — di sentirsi parte di qualcosa, anche solo per poco. Non sono molte, in fondo, le occasioni per sentirsi parte di un corpo più grande rispetto a noi stessi come individui: la politica pare aver perso ogni attrattiva; sopravvivono alcune sottoculture, come quella ultras, nonostante il pessimo stato di salute della Nazionale di calcio, altro elemento cardine della nostra storia nazionale; per il resto, la nostra società ha fatto a brandelli ogni residuo, per quanto flebile, legame sociale e comunitario. La leva militare, un tempo occasione di rimescolamento sociale fra le diverse culture regionali ed elemento di attenuazione delle disuguaglianze sociali — al netto delle storture e del nonnismo — non esiste più e sopravvive solo nelle adunate degli Alpini: uomini che hanno fatto la naja e che festeggiano insieme sfilano con i vessilli delle tante patrie regionali italiane, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta. È un racconto nazionale, patriottico e popolare quello che si vive nelle strade di Genova, un momento rituale che nell’Adunata trova il proprio climax.

A tutto questo — ed è forse l’aspetto più grave — si aggiunge l’incomprensione totale, da parte dell’estrema sinistra, del carattere goliardico e nazional-popolare delle celebrazioni, miopia politica di chi non vede oltre la kermesse istituzionale e le sfilate dei politici di professione. In piazza c’è popolo, il popolo. Abitanti dei quartieri benestanti e di quelli popolari, un grande fiume interclassista pieno di contraddizioni da sbrogliare e sciogliere, dentro le quali stare e partecipare per potere in seguito parteggiare.

Non è un caso che una delle comitive di Alpini sia scesa in piazza con uno striscione per la pace, ricordandoci che la divisa non è sinonimo di guerra o di sentimenti guerrafondai; anzi, più un esercito è composto da uomini comuni, dal popolo, più sarà restio a partire per combattere le guerre di lorsignori, come oggi accade nella guerra scatenata dall’Occidente contro la Russia. “Basta guerra, pace per i nostri figli”: il messaggio è semplice e arriva direttamente alle coscienze delle persone. Significa, in sintesi, che molti ambienti vicini all’esercito sono contrari a questa folle corsa agli armamenti, a un riarmo pensato non per difendere e garantire gli interessi delle classi popolari e dell’Italia, bensì quelli del sistema predatorio occidentale.

C’è una genuinità di fondo in tutti questi messaggi, forse persino prepolitica, ma carica di una cognizione della realtà certamente maggiore rispetto alla galassia dei massimalisti e degli estremisti di sinistra.

Quest’ultimi, anch’essi immersi nella piena tradizione italica, ripercorrono gli errori e la strada già battuta dai loro antenati degli anni Venti, che ripudiarono coloro che erano partiti per il fronte, volontari o costretti che fossero. Anche allora quei settori socialisti massimalisti e anarchici, (che in alcuni casi nel loro antimilitarismo sputarono addoso ai soldati ed ai volontari che tornavano dal fronte) un errore storico che saràpagato a carissimo prezzo: gli Arditi del Popolo, vero e proprio nucleo militante patriottico, democratico e popolare, furono lasciati soli di fronte al fascismo nascente. Il loro motto era:

«Ben lontani dal patriottardo pescicanismo, fieri del nostro orgoglio di razza, consci che la nostra Patria è ovunque vi siano popoli oppressi: operai, masse lavoratrici, Arditi d’Italia».

Alpini alla celebrazione dell’ambasciata russa a Genova per la giornata della vittoria

L’errore, questa volta, è lo stesso. Si crede che l’amore per le tradizioni italiane — risultante di una costruzione nazionale complessa e contraddittoria —, per il proprio Paese e per il tricolore, che ne è il simbolo, siano il prolegomeno, se non direttamente la manifestazione, del fascismo.

Si spiega così l’enorme distanza fra questi settori dell’estrema sinistra — da OSA a Cambiare Rotta, fino al mondo queer e dei centri sociali — e la massa dei cittadini, che continua invece a sentirsi accomunata da un’unica identità nazionale.

Forse, come le nostre élite, che per decenni hanno inneggiato alla dissoluzione di ogni legame nazionale, anche loro hanno commesso lo stesso errore: pensare di potersi disfare del sentimento patriottico e dello Stato-nazione, cornice storica nella quale il movimento rivoluzionario ha ottenuto le sue maggiori vittorie. Le migliaia di cappelli alpini e di bandierine tricolori li smentiscono tutti, dal primo all’ultimo, senza lasciare prigionieri.

12 maggio 2026

Un pensiero su “GENOVA, GLI ALPINI E GLI ANTIFASCISTI (BORGHESI) Un compagno genovese”

  1. Nello dice:

    Sottoscrivo e approvo le considerazioni dell’articolata riflessione dell’autore. La Sinistra è nel suo complesso l’altra faccia del cosmopolitismo ultracapitalistico delle élites dominanti e dei governi-fantoccio che le rappresentano in Europa. W l’Italia! W gli Alpini!

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