LA LOTTA ALL’ANTISEMITISMO NELL’EPOCA DI ETHAN BONDI (E DEL RIO) di Enrico Mascelloni
Non appena resa nota l’identità dello sparatore di Roma contro due militanti dell’ANPI, il sionismo strutturale, che incombe sulle teste vuote degli orsacchiotti mediali, ha impartito il seguente compito: come scrivere un articolo che trasformi l’azione violenta di un sionista contro un obiettivo filopalestinese in un attacco contro la comunità ebraica.
I nostri orsacchiotti si sono immediatamente prodigati e il panorama si è fatto esilarante, giacché la loro abituale mediocrità si coniuga alla difficoltà del compito; il tutto viene poi espresso con un radicato deficit di scrittura, infarcito da una pioggia di aggettivi e avverbi che sembrano estratti come nelle Tombole estive, tra le esclamazioni del tombolaro: “settantasette, le gambe delle vecchie!”. Nel giornalismo italiano vi è quasi una legge non scritta: la quantità di aggettivi e di argomentazioni sgangherate aumenta in misura proporzionale al servilismo. Si direbbe che tenda a mimetizzarlo, sebbene per noi “neo-lombrosiani” il trucco non funzioni; infatti siamo diventati tali trovandoceli sempre intorno: nei siti web, nei talk-show….
Si può dunque leggere che i commenti sull’attentato avrebbero prodotto
«la mortificante discussione pubblica che ci è inflitta ogni giorno: feroce, degradante, non di rado intellettualmente disonesta e moralmente inqualificabile»;
sette tra aggettivi e avverbi in poco più di una riga ma non è questo il punto… la “mortificante discussione pubblica” sarebbe quella che “accusa gli ebrei” e non un’altra, semplicemente dilagante nella stragrande maggioranza dei media, che assolve a prescindere la sua componente sionista.
Il commento di cui sopra lo si cita soltanto per la sua geometrica inversione della realtà. Essendo infatti a opera del povero Capezzone sull’universalmente non letto quotidiano Il Tempo sembrerebbe eccessivo infierire. Consiglio infatti i lettori di questo testo di fidarsi del sottoscritto, evitando l’atto un po’ masochista di compendiare altri commenti mainstream, laddove non c’è quasi articolo sull’argomento che non si preoccupi, accennando a un sionista che spara a due partigiani, “delle tremende e quotidiane violenze a cui sarebbero sottoposti gli ebrei”.
Per evitare di ritenere il panorama squilibrato a destra, basterebbe consultare organi di stampa più “progressisti”, e sobri in fatto di aggettivi. Cosicché ci imbattiamo in Elena Loeventhal su La Stampa.
Commentando il “fattaccio” di Roma, ci dice «Quegli spari tradiscono i valori dell’ebraismo», e su questo si può persino concordare, ma dovrebbe al contempo aggiungere che rispettano quelli del sionismo. Eithan Bondi, sparando a gente disarmata e anziana che indossava segni distintivi di una grande tradizione di Resistenza, non sembra essersi propriamente ispirato, come ha invece dichiarato, alla Brigata Ebraica attiva negli ultimi anni della II guerra mondiale. Ha semmai tratto ispirazione dalla attuale Brigata Ebraica radicalmente sionista, appena espulsa dalla manifestazione del 25 aprile a Milano. E trattandosi di un giovane certamente aggiornato, non ha fatto altro che adottare i valori e i comportamenti dell’IDF (un marcio esercito coloniale di assassini e ladri), compreso il sentimento d’impunità determinato dall’aver compiuto i crimini più orrendi della storia recente senza averne mai pagato alcuna conseguenza, a parte un certo assottigliamento delle sua fila, sia per le diserzioni che per la reazione dei resistenti.
Evidentemente anche Ethan Bondi aveva ottimi motivi per ritenersi al sicuro, perché ciò che conta resta il sentimento d’impunità, ben giustificato anche in Italia, dove vige un sistema di tutela preventiva di ogni impresa sionista, tanto dalla stragrande maggioranza dei media che dai partiti. La polizia, quanto meno per inerzia, resta meno addomesticabile; tuttavia il Mossad ha ammazzato a Roma, tra gli anni ’70 e i ‘90 molti dirigenti palestinesi, senza che fosse semplicemente accennato un solo straccio d’indagine. Pur ben sapendo (c’è da supporre) che ormai, in ogni metropoli e persino in campagna, vi sono più telecamere che topi e la polizia è in grado di seguire gli spostamenti di una persona per chilometri e senza soluzione di continuità, Bondi se ne è fregato. Mettere in campo un tale attentato con il proprio mezzo munito di targa diventa una sorta di suicidio legale, o una forma di esibizionismo nei confronti del quale si confida sulla clemenza assicurata a ogni impresa sionista. Che egli possa essersi sentito comunque tutelato diventa quindi il prodotto di un sentimento del tempo e del luogo.
Si è precedentemente citato il commento di una giornalista (Loeventhal) di cui il sottoscritto non ha mai letto altro che (nel web) un testo erudito e articolato sulla storia ebraica, regolarmente concluso dalla sostanziale equiparazione di antisionismo e antisemitismo:
«quando un ebreo in diaspora sente parlare di antisionismo fiuta uno sgradevole sentore di antisemitismo».
Lungi dal sottoscritto compendiare il testo in questione, se non per ricordare che le sue conclusioni sono tipiche di una pletora sionista promossa in quantità variabili tanto in saggi articolati che nella suburra culturale della stampa mainstream. In fondo è la definizione datane dall’IHRA e adottata dalla proposta di legge a firma Del Rio, contro cui sta reagendo tutto l’ampio fronte che lotta per i diritti del popolo palestinese. Si potrà dire che il sionismo a dosi omeopatiche distribuito della signora e da altri sionisti della categoria Delikatessen non sia quello di Katz e di Nethanyau, ma dovrebbero pur prendere atto che quanto sacrifica oggi il volto del mondo e ogni sua fisionomia morale resta il “sionismo reale” in corso a Gaza, Libano e Iran e non quello spirituale in voga nelle pasticcerie di Torino, che rischia di diventare un suo lumacoso fincheggiatore culturale. Ai suoi adepti si potrebbe consigliare una mascherina protettiva, o un intervento al setto nasale, giacché i sentori per loro sgradevoli tenderanno aumentare. Basterebbe poi chiedere ai palestinesi di Gaza o di Cisgiordania se gli sia mai accaduto di fiutare uno sgradevole “sentore di sionismo”, posto che siano sopravvissuti all’effluvio.
Vigilissima la comunità ebraica dal suo “osservatorio sull’antisemitismo” contro ogni minaccia agli ebrei, raramente andata al di là delle solite e codarde condanne a morte emesse nel web (dove peraltro non viene risparmiato nessuno), sembra assai meno vigile nell’osservare le violenze sioniste in Italia, di cui la sparatoria di Roma è solo l’atto più eclatante. Semmai conferma le condivisioni di obiettivi tra il sionismo e tutte le destre europee di radice nazi-fascista, da FI a Vox, da AFD a Jobbik, già strutturalmente e dichiaratamente antisemite e oggi riciclatesi nelle più solerti sostenitrici e giustificatrici del genocidio di Gaza, dell’invasione del Libano e dei bombardamenti all’Iran. Al mortifero consesso non può certo mancare l’adesione di gran parte dei centristi liberal e dei sinistrati.
Chi a Roma ha più da temere non è la comunità ebraica e nemmeno la sua componente sionista, bensì i giovani cosiddetti propal, che dopo le aggressioni possono aspettarsi l’imputazione di antisemitismo, se dovesse passare la citata proposta di legge del cupo untore piddino del Rio.
Il maggior attore di violenza, d’ipocrisia, di sostegno alle logiche imperialiste, piaccia o meno, oggi si traveste da “lotta all’antisemitismo” e è bene saperlo.
