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POLITICHE ENERGETICHE, CATASTROFISMO CLIMATICO E MODELLO SOCIALE di Leonardo Mazzei

Problemi immediati e questioni di fondo

I prezzi dei carburanti vanno alle stelle? Niente paura, che ci pensa il governo a ridurli un po’, ma solo per il gasolio e solo per dieci giorni! Niente male come presa per i fondelli.

Ad aprile, in piena crisi di Hormuz, scrivemmo che il vero problema per un Paese come l’Italia non sarebbe stato tanto quello degli approvvigionamenti, quanto piuttosto quello dei prezzi. Una previsione, basata anche sui precedenti storici degli ultimi cinquant’anni, che si va sostanzialmente materializzando.

Quell’articolo si chiudeva con l’indicazione di nove punti per la realizzazione di una politica energetica radicalmente alternativa, ed a quelli rimandiamo i lettori che intendessero approfondire il tema.

Qui ci concentriamo invece sulla stretta attualità. Quella che ci mostra l’impotenza dei decisori politici, complici e schiavi come sono della scelta guerrafondaia dell’Occidente da un lato, degli interessi speculativi della finanza e delle grandi compagnie energetiche dall’altro.

Guerra e speculazione sono infatti due lati della stessa medaglia. Senza la guerra non avremmo le strozzature che “giustificano” la speculazione. Senza speculazione, cioè in un mondo quantomeno depurato dalla finanza, la questione dei prezzi energetici sarebbe assai meno grave. Ma, sfortunatamente, abbiamo sia la guerra che la speculazione, ed il risultato è piuttosto evidente.

Come reagisce il mondo della politica a questa situazione? Del governo abbiamo già detto, della finta opposizione – vista la sua inconsistenza – possiamo anche tacere. Parlano invece i giornaloni, con i loro espertoni, per dirci che siamo stati imprevidenti, che bisognava accelerare sulle rinnovabili, magari anche sul nucleare, mentre intanto si potrebbe estrarre qualche goccia di petrolio in più in Basilicata, o qualche spiffero di metano dall’Adriatico.

Al di là della nostra opposizione alla corsa forsennata e senza vincoli alle rinnovabili purchessia, per non parlare di quella alla follia nuclearista – tutte questioni affrontate nei 9 punti dell’articolo già citato – i discorsi che si sentono sono una roba da ubriachi fradici. Anzi, no (che siamo stati troppo buoni) da bugiardi matricolati.

Tutti sanno, ma fingono di non sapere. Di non sapere che il processo di crescita delle rinnovabili ha comunque bisogno di tempo, che anche se si volesse intraprendere l’assurda strada del nucleare ci vorrebbero almeno 15 anni per ottenere il primo chilowattora, che il petrolio della Basilicata e il gas dell’Adriatico sarebbero comunque del tutto marginali.

Perché allora questo chiacchiericcio? Semplice, solo ed esclusivamente per evitare i due nodi della guerra e della speculazione.

Sulla guerra, meglio sulle sue conseguenze, si potrebbe intervenire rapidamente, ponendo fine alle sanzioni alla Russia ed all’Iran. Si potrebbe se si volesse, ovviamente. Ma non si dica che non si può, mentre il problema è che semplicemente non si vuole. Nel caos attuale una scelta coraggiosa dell’Italia traccerebbe la strada anche per altri popoli. Al posto dell’isolamento avremmo piuttosto la rinascita del peso internazionale del nostro Paese. Sarebbe un percorso senza ostacoli? Ovvio che no, ma l’alternativa è quel che vediamo, non raccontiamoci storie.

Sulla speculazione l’intervento sarebbe ancora più semplice. Per abbattere quella sull’energia elettrica – la più pesante e la più scandalosa – basterebbe un decreto legge per cambiare il meccanismo che regola la Borsa elettrica, pagando il chilowattora in base alle quotazioni offerte dai produttori, non applicando a tutti il valore del prezzo marginale (dunque quello più alto delle centrali a gas) come avviene oggi. Una truffa che raddoppia le tariffe finali per le famiglie come per le aziende, sulla quale il governo non fa nulla e la finta opposizione tace.

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Fin qui ci siamo occupati dell’immediato. Ma è chiaro che la questione energetica rimanda ad una visione più generale dell’economia e della società. Visione che spesso manca anche nelle forze che si vorrebbero alternative.Non basta parlare genericamente del ruolo dello Stato (e chi non lo fa!), bisogna invece battersi per una politica di nazionalizzazione del settore energetico a partire da quello elettrico.

Non basta dire che bisogna ridurre la speculazione (chi mai direbbe il contrario!), bisogna invece affermare con nettezza l’obiettivo della chiusura della Borsa elettrica e dell’uscita da tutti i meccanismi di finanziarizzazione dell’energia, come quelli che fanno dipendere il prezzo del gas dalle transazioni di carta della Borsa di Amsterdam.

Non ci si può limitare a criticare giustamente il governo, senza una proposta chiara sui prezzi che includa il ritorno al regime amministrato in vigore fino al 1991, quando l’ondata neoliberista ed eurocratica iniziò il suo smantellamento. Ed è in questo contesto che il passaggio ad un sistema ordinario di accise mobili avrebbe senso, sia per abbassare che per rendere stabili i prezzi.

Non si può accettare acriticamente la narrazione dominante sul clima, del tutto funzionale all’emergenzialismo continuo, dunque alla speculazione più spinta ed al folle ed irresponsabile rilancio del nucleare.

Non basta parlare delle fonti rinnovabili, il cui sviluppo sarà positivo solo se avverrà con una tempistica ragionevole e dentro precisi vincoli ambientali, sociali e democratici.

Ma soprattutto, non si può essere per una crescita infinita della produzione in un mondo di risorse finite. Questo vale in generale, ma vale ancor più per l’energia in tutte le sue forme.

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Concludiamo allora con qualche riga su quest’ultima dirimente questione.

Limitandoci qui ai consumi di energia elettrica, qual è il modello che si intende perseguire? Quali sono i limiti sociali ed ambientali che non dovremmo varcare? Ecco delle domande che è inevitabile porsi. Per farci capire meglio con degli esempi, partiamo dal caso della Cina. In quel Paese, un trentennio di crescita accelerata del settore industriale ha determinato un incremento medio annuo dei consumi elettrici del 7,07%. Nel 2025 il consumo medio pro-capite cinese è stato così superiore del 40% a quello italiano, ma ancora inferiore del 60% a quello degli Stati Uniti.

Domanda birichina: cosa dovrebbero fare i cinesi, fermarsi al livello a cui sono giunti o rincorrere i consumi nordamericani? E l’Italia dovrebbe forse rincorrere la Cina? E in questa corsa cosa spetterebbe, più che legittimamente, agli africani che hanno un consumo medio inferiore ad un sesto di quello degli italiani?

Queste domande retoriche ci dicono soprattutto una cosa: che non si può discutere seriamente di energia e di ambiente senza parlare di quale società vogliamo. Purtroppo, oggi molte forze che si dicono ambientaliste si occupano solo di quel che vogliono i dominanti, accettando un catastrofismo climatico interessato che oscura di fatto ogni altro problema ambientale.

Come se non bastasse, il mondo si sta adesso dirigendo verso un altro picco dei consumi elettrici che nessuno sembra voler mettere in discussione. Il cybercapitalismo ha bisogno dell’intelligenza artificiale, che a sua volta abbisogna di enormi Data center. In una potenza industriale in declino come gli USA, la crescita media annua dei consumi elettrici nell’ultimo ventennio è stata limitata all’1%, ma adesso – a causa dello sviluppo dei Data center – si prevede un incremento annuo del 5,7% fino al 2030, per una crescita complessiva del 32% in un quinquennio.

Troppi “ambientalisti” (con molte virgolette) tacciono anche su questo, ma noi non possiamo né vogliamo farlo. Energia, produzione e consumo ci parlano in fondo della stessa questione. Non solo bisogna abbandonare il neoliberismo, ma occorre pure costruire l’alternativa al capitalismo della crisi, della crescente ingiustizia, della guerra e della devastazione ambientale. Di più, un’alternativa netta e radicale al cybercapitalismo ed al suo attacco all’essere umano.

Alla fine tutto si tiene.

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