DALLA TEORIA ALL’AZIONE: LA LEZIONE DI PASQUINELLI E LA ROTTA DI SìAMO di Emiliano Gioia*
L’imponente saggio di Moreno Pasquinelli, “Lenin a Pechino”, pubblicato su SOLLEVAZIONE, rappresenta uno dei contributi teorici più lucidi, rigorosi e strutturati comparsi negli ultimi anni nel dibattito politico e filosofico italiano. Con una forza argomentativa implacabile e senza cedere a comode scorciatoie ideologiche, Pasquinelli fa piazza pulita delle opposte mitologie che accecano la lettura della Cina contemporanea: da un lato l’apologetica liberale che canta le lodi del mercato unico, dall’altro l’infatuazione filo-cinese che scambia un feroce capitalismo di Stato per una presunta avanzata del socialismo.
A Moreno Pasquinelli vanno i nostri più sinceri e convinti complimenti per un lavoro che non si limita a smontare con chirurgica precisione le tesi degli empiristi dell’ultima ora, ma riafferma la centralità irrinunciabile della fisiologia critica di Karl Marx: la natura di una formazione sociale non si giudica dalle intenzioni dichiarate da chi governa, ma dai suoi reali rapporti di produzione, dall’alienazione del lavoro e dall’estrazione del plusvalore. La diagnosi della Cina come laboratorio d’avanguardia del CyberCapitalismo e del tecno-controllo biopolitico è una pietra miliare teorica dalla quale non si può prescindere.
Tuttavia, l’analisi teorica, per quanto impeccabile, costituisce soltanto la prima metà dell’opera. Per non limitarsi alla sola esegesi del presente, dal momento analitico occorre passare al momento programmatico e all’azione politica diretta.
1. La diagnosi della Cina e la struttura del CyberCapitalismo
L’analisi di Pasquinelli mette a nudo l’incongruenza metodologica di chi definisce la Cina “prevalentemente socialista” basandosi unicamente sulla sovrastruttura statale o sulla presenza al potere del Partito Comunista Cinese. Dal punto di vista materialistico, la Cina odierna presenta tutti i tratti strutturali di un’economia capitalistica matura:
* La forza-lavoro è ridotta a merce da cui estrarre plusvalore.
* Il settore privato contribuisce per oltre il 60% al PIL, il 48% dell’import-export e il 56% degli investimenti in capitale fisso.
* L’accesso al mercato globale tramite il WTO (2001) e le ingenti privatizzazioni di asset pubblici hanno integrato pienamente il Paese nella catena del valore internazionale.
* La pianificazione statale non funciona in base ai valori d’uso (soddisfacimento diretto dei bisogni della popolazione), ma gestisce settori strategici secondo logiche di profitto, competitività e accumulazione del capitale.
Il passaggio teorico centrale risiede nell’aver individuato che la Cina non sta ripercorrendo la transizione al socialismo, ma si trova in una posizione di avanguardia nello sviluppo del CyberCapitalismo. Questo modello integra la Quarta Rivoluzione Industriale — la convergenza tra sfera fisica, digitale e biologica — con un apparato di sorveglianza e disciplina biopolitica ad altissima efficienza (riconoscimento biometrico, tracciamento dei dati, modelli di credito sociale e profilazione algoritmica). La Cina mostra quindi la forma futura dell’accumulazione capitalistica: un sistema ad alta produttività tecnologica sostenuto da un rigido controllo sociale.
2. Dalla distruzione del telaio alla proprietà del calcolo: il nodo tecnologico
L’evoluzione dei mezzi di produzione impone di superare sia il rifiuto nostalgico della tecnologia sia la sottomissione passiva al suo attuale assetto proprietario.
Nell’Ottocento, il movimento luddista rispondeva all’introduzione dei telai meccanici con la distruzione materiale delle macchine. Si trattava di una reazione difensiva all’impiego del mezzo meccanico come strumento di disciplina, abbassamento dei salari ed espulsione della forza-lavoro dal ciclo produttivo. L’analisi politica dei primi del Novecento ha chiarito il limite di quella posizione: il problema non risiedeva nella macchina in sé, ma nella sua proprietà di classe. Sotto il controllo privato, l’innovazione tecnologica serve ad aumentare il tasso di estrazione del plusvalore e a parcellizzare il lavoro; se trasferita sotto il controllo della collettività, la medesima tecnologia diventa la precondizione per ridurre il tempo di lavoro e azzerare le mansioni usuranti.
Oggi la medesima dinamica si ripropone a un livello di complessità superiore. Gli strumenti della valorizzazione non sono più soltanto i telai o la catena di montaggio taylorista, ma le infrastrutture di calcolo, le reti logistiche digitali, gli algoritmi di ottimizzazione, le basi dati massive e i sistemi d’intelligenza artificiale.
Lasciare la proprietà di queste infrastrutture all’oligopolio delle multinazionali occidentali o alla gestione centralizzata degli apparati di Stato cinesi conduce allo stesso risultato: la riduzione dell’essere umano a risorsa estraibile, sia essa forza-lavoro o dato comportamentale. La tecnologia attuale possiede una duplice natura: è un dispositivo di disciplina sociale se monopolizzata, ma è anche il mezzo materiale che permette di automatizzare compiti complessi e pianificare la produzione in modo distribuito.
3. La precondizione materiale: l’uscita dalle strutture sovranazionali
Esiste una verità materiale che distingue la politica reale dai libri dei sogni: nessuno dei punti programmatici necessari a restituire dignità e sovranità al nostro Paese può essere realizzato all’interno della gabbia giuridica ed economica delle istituzioni sovranazionali.
Trattati come quelli dell’Unione Europea, le normative sul libero mercato e il dogma della concorrenza sono stati progettati ed emessi precisamente per vietare le nazionalizzazioni, impedire l’intervento strategico dello Stato nell’economia, limitare la spesa pubblica e tutelare il monopolio dei colossi privati e dei mercati finanziari.
L’uscita dalle strutture sovranazionali non è per noi una preferenza ideologica astratta, ma la precondizione materiale e giuridica ineludibile. Senza il pieno ripristino della sovranità monetaria, legislativa, industriale e territoriale, qualsiasi discorso sulla nazionalizzazione della rete, sul controllo dell’automazione e sulla difesa cibernetica rimane pura retorica. Spezzare la gabbia dei trattati sovranazionali è il primo atto politico indispensabile per restituire al popolo il potere reale di decidere del proprio destino.
4. Strategia politica, pretesa di cittadinanza e programma di governo
Oggi non siamo al governo del Paese né sediamo nei banchi del Parlamento. La nostra azione parte dunque dalla pretesa intransigente di cittadinanza: l’organizzazione dal basso di una forza popolare che impone questi temi nel dibattito pubblico e rivendica diritti materiali sul presente. Al tempo stesso, definiamo fin da ora le direttrici strategiche non negoziabili per le quali lavoreremo nel momento in cui saremo chiamati alla guida istituzionale della Nazione:
Gestione delle contraddizioni geopolitiche
Come movimento popolare, pretendiamo che lo Stato smetta di subire passivamente le direttive dei blocchi egemonici esteri. La nostra rivendicazione immediata è lo sfruttamento tattico dell’ordine multipolare per spezzare il monopolio normativo e finanziario del blocco neoliberista occidentale. In prospettiva di governo, lavoreremo per utilizzare la competizione tra potenze globali al fine di diversificare i flussi d’approvvigionamento, azzerare le dipendenze unilaterali e garantire al Paese la piena sovranità industriale e decisionale.
Nazionalizzazione della rete Internet e infrastrutture tecnologiche sovrane
Pretendiamo che la connettività e le infrastrutture digitali vengano sottratte alla speculazione dei mercati privati e riconosciute per ciò che sono: beni comuni vitali e snodi di sicurezza nazionale.
* Nazionalizzazione della rete e difesa del territorio: Se arrivassimo al governo, procederemo all’immediata nazionalizzazione dell’infrastruttura Internet e delle reti di telecomunicazione. In un’epoca in cui il conflitto si è spostato dal piano materiale a quello informativo, il controllo pubblico totale della rete è la precondizione per la difesa del territorio nazionale. Una difesa che non si affida all’acquisto di armi convenzionali o ad apparati militari tradizionali, ma alla costruzione di un sistema di sicurezza e deterrenza completamente digitale e cibernetico, capace di proteggere la popolazione, le infrastrutture critiche e la sovranità dei dati da attacchi e ingerenze esterne.
* Infrastruttura di calcolo pubblica: Creazione di data center nazionali a gestione statale e comunitaria per garantire l’autosufficienza tecnologica.
* Open Source e sovranità sui dati: Adozione vincolante di software a codice aperto per la pubblica amministrazione e affermazione per legge del principio della proprietà collettiva e inalienabile dei dati generati dai cittadini sul territorio nazionale.
Politica del lavoro e redistribuzione dell’automazione
Come cittadini organizzati, pretendiamo che l’introduzione dell’intelligenza artificiale e dell’automazione nelle aziende non si traduca in licenziamenti e macelleria sociale. L’agenda di governo di SìAMO prevederà:
* Indicizzazione dell’orario alla produttività: Riduzione per legge dell’orario di lavoro a parità di salario reale, proporzionata all’aumento dell’efficienza garantito dai sistemi automatici, convertendo l’innovazione in tempo libero e qualità della vita.
* Fiscalità sull’automazione intensiva: Prelievo fiscale mirato sulle aziende che sostituiscono direttamente la forza-lavoro con sistemi automatizzati, destinando i proventi al sostegno del reddito e alla formazione continua.
* Contrattazione degli algoritmi: Diritto di controllo e di veto da parte dei lavoratori e dei sindacati sui parametri e sulle metriche di tracciamento algoritmico all’interno dei luoghi di lavoro.
Decentramento e autogoverno produttivo
Pretendiamo la fine del centralismo burocratico e dello strapotere delle piattaforme private. Un governo guidato da SìAMO metterà le infrastrutture digitali pubbliche al servizio della cooperazione distribuita, consentendo alle comunità locali e ai municipi la gestione diretta della logistica, delle reti energetiche e dei servizi essenziali territoriali.
Conclusione: l’esercizio della sovranità umana
Noi lo faremo, ed è un dovere che ci ha consegnato la storia. La guerra è iniziata e non è tra eserciti diversi, ma su esercizi differenti: esercitare la sovranità degli esseri umani contro la disumanizzazione tecnopolitica.
Questa è la linea di frattura del nostro tempo, una demarcazione che non scorre più soltanto lungo i confini geografici dei conflitti tradizionali, ma attraversa verticalmente l’organizzazione materiale della società. Da una parte si consolida l’avanzata di un modello che riduce l’esistenza a dato, il lavoro a funzione algoritmica e le comunità a bacini di estrazione e profilazione; dall’altra si impone la necessità materiale di riaffermare la sovranità dell’essere umano sulle condizioni della propria vita.
In questa prospettiva, l’azione politica abbandona ogni residuo di scontro teorico astratto e si struttura come risposta concreta:
* Sull’esercizio della sovranità: Non esiste sovranità politica o personale senza la proprietà materiale degli strumenti con cui si produce e si distribuisce la ricchezza. Rivendicare il controllo sui dati, sulle infrastrutture di calcolo, sulle reti e sui processi automatizzati significa strappare la direzione del futuro a un’oligarchia tecnocratica per restituirla alla decisione collettiva e territoriale.
* Contro la disumanizzazione: Smascherare il mito della “neutralità della tecnica” significa comprendere che ogni algoritmo e ogni processo automatizzato incorporano precisi rapporti di forza. Se lasciati al Capitale o al controllo burocratico, servono a disciplinare, precarizzare e sostituire l’essere umano; se conquistati dalla collettività, diventano il mezzo per azzerare la fatica, liberare tempo di vita e garantire la dignità del lavoro.
Raccogliere questa responsabilità storica significa rifiutare sia la resa al tecno-controllo sia l’impotenza della sola testimonianza. Significa organizzare il conflitto sui punti nevralgici del presente, costruendo le strutture materiali, industriali e politiche necessarie a fare della tecnologia un’infrastruttura al servizio della libertà dell’uomo e non del suo asservimento.
* Segretario nazionale del movimento SìAMO

“Quando saremo chiamati al governo…”. Chi vi “chiamerà al governo”? Lo Spirito Santo?
Ma iamme sù.
Il cambio di etichetta a volte aiuta a valutare …
Se nella frase :
“”Pretendiamo che la connettività e le infrastrutture digitali vengano sottratte alla speculazione dei mercati privati e riconosciute per ciò che sono: beni comuni vitali e snodi di sicurezza nazionale.
* Nazionalizzazione della rete e difesa del territorio: Se arrivassimo al governo, procederemo all’immediata nazionalizzazione dell’infrastruttura Internet e delle reti di telecomunicazione.””
sostituiamo “nazionalizzazione” con “collettivizzazione” non possiamo fare a meno di ricordare le conseguenze di questa decisione stalinista del 1928 (коллективизация).
Lenin l’aveva rifiutata proponendo un passaggio graduale.
A differenza della nazionalizzazione è invece indisppensabile il controllo pubblico, capovolgendo la situazione attuale in cui è appunto il dominatore privato che controlla lo Stato.
E senza dimenticare che tutto ciò che è internet ha origine militare (Arpanet).